U come uomini: Diecibraccia

Diecibraccia l’avevo incontrato diverse volte in varie occasioni, durante le quali mi fissava costantemente, senza mai avvicinarsi, parlare o, almeno, sorridere.

Si limitava a guardarmi, tentando di assumere un’espressione languida, suadente, accattivante. 

Più che sedurmi e accattivarmi questo comportamento mi fa sempre pensare a quale alta influenza ha avuto lo slogan pubblicitario della Denim: “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Intimamente convinto che per lui funzionasse realmente in questo modo, senza aver bisogno di parlare poteva, col solo potere ipnotico del suo sguardo, farmi cadere ai suoi piedi, ohibò forse non voleva cadessi proprio…!    

Non ha mai funzionato, non tanto perché io sia una che si sente su un piedistallo, ma più che altro perché il suo sguardo incessante lungi dall’essere attraente era: esasperante. 

Capita poi che diecibraccia, forse stufo del lungo guardare, si fa presentare da un amico comune, finalmente scopro che ha il dono della parola, anche se in quell’occasione non è che abbia parlato più di tanto, limitandosi alla presentazione si è poi congedato per continuare a fissarmi tutta la sera. 

Una pomeriggio ad un aperitivo diecibraccia se ne sta appoggiato alla porta di ingresso del locale, in una mano il bicchiere di vino, l’altra nella tasca dei pantaloni, con solito atteggiamento alla Denim. Avendomi vista non perde occasione per posare i suoi occhi nei miei e ivi lasciarli fino al compimento del mio tragitto, dall’inizio del  vicolo alla porta.

I suoi occhi sono come sassolini nei miei.

Accenno un sorriso, non ricambia.

Abbasso gli occhi, nella speranza che grazie alla forza di gravità questi sassolini cadano, ma non funziona, rialzo lo sguardo, il suo è ancora lì nel mio.

Anche quando, arrivata alla porta, ci ritroviamo vicini non parla.

Fissare sì, parlare no, la regola dell’uomo vero.

Dico: ciao.

Dice: ciao.

‘cipicchia ce l’ha fatta. 

Non un sorriso ha accompagnato quella parola, solo un’occhiata con il solito tentativo di Amelia, la strega che amalia.

Peccato che non viviamo a Paperopolis.

Rimango ferma per qualche secondo, penso che me la dirà un’altra parola dopo ciao…

No.

Allora per non restare come un baccalà sullo stipite di una porta…tanto ce n’era già uno, entro.

Diecibraccia ed io ci rivediamo altre volte.

Fino a quando ad una di queste parliamo, lui si fa accompagnare da un’amica comune che con una scusa banale viene a parlare con me e, con un’altra scusa altrettanto ordinaria, dopo poco si allontana lasciando diecibraccia lì con me.

 Complice qualche bicchierino in più di quanto sembra che lui possa sopportare, diecibraccia parla, parla e parla, e mentre parla si muove…tanto.

Io per reazione mi blocco, saldi i miei piedi sul terreno, sposto solamente la testa seguendo il suo peregrinare.

Mi gira intorno, prima al mio fianco, poi di fronte, poi l’altro fianco, poi si avvicina, poi si allontana.

Le sue gambe sono scatenate in una strana danza a me sconosciuta.

 Il movimento non riguarda esclusivamente le gambe, nel mentre infatti gesticola.

Alternativamente tiene le braccia orizzontali al terreno disegnando velocemente anelli concentrici nell’aria, poi le solleva, le ritrae, le accosta al busto e le allontana.

Tanto che appare come se avesse almeno dieci braccia.

L’insieme delle movenze fa sì che diecibraccia occupi uno spazio vitale circostante decisamente maggiore rispetto a quanto ne abbia effettivamente a disposizione attorno a sé. 

Nell’intervallo spazio – temporale che si crea tra uno spostamento e l’altro intravedo dietro a diecibraccia un cameriere che, nel tentativo di trovare un varco di passaggio,  segue con lo sguardo le mosse repentine del mio interlocutore.

Tenta un passaggio a destra che fallisce, prova con un passaggio a sinistra, ma nel mentre anche diecibraccia si sposta a sinistra, il cameriere si blocca, prende coraggio e tenta di nuovo a destra sembra che ce l’abbia fatta ma diecibraccia cambia inaspettatamente posizione, arriva prima il suo braccio che colpisce allo stomaco il povero sventurato, poi tutto il suo corpo che travolge il cameriere già barcollante a causa del colpo precedente!

 Ho un sussulto.

 Con gran stupore capisco che è il mio sussulto a far intuire a diecibraccia di aver colpito qualcuno….e non l’impatto.

Si scusa diecibraccia, in modo veloce e sbrigativo, come d’altra parte non è difficile credere, il cameriere imbarazzato (!) guadagna uno spazio libero e scappa via.

Io rimango attonita, mi si sfoca la vista e perdo la visuale di diecibraccia che intanto prosegue il suo peregrinare agitato e continua, come nulla fosse, a parlare.

Mi gira la testa e non per il vino che sto bevendo, mi viene in mente il pulsante che c’era ditero a big jim, quello di diecibraccia si deve essere incastrato su “ON”.

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