U come uomini – Il maestro di sci

Poi arriva quel messaggio che non ti aspettavi, proprio perché avevi smesso di aspettare, sono passati venti mesi e il modo in cui vi siete salutati era un modo in cui in realtà non vi eravate salutati. Perché le ultime parole erano urlate, perché non c’era stato un ciao, perché la situazione era tesa, perché le ultime parole che ti erano state urlate contro erano “TU NON CAPISCI”.

Sì, io infatti non capivo, non potevo capire. In inglese si dice “in your shoes” per dire “nei tuoi panni”. Anche i bambini devono provare le loro scarpe, solo loro possono dirti, anche quando poco riescono a parlare, se riescono a stare comodi nelle loro scarpe. Non possiamo capire totalmente come si sente una persona dopo aver subito un grande trauma e la verità è anche che io i grandi traumi non riesco a gestirli. Un’altra espressione inglese che mi piace perché rende l’idea è: I can’t handle it. E io non ci sono proprio riuscita.

Il maestro di sci l’ho conosciuto 2 anni fa. Lo vedevo quando portavo e andavo a prendere i miei nipoti alle lezioni. Lui con il suo fare simpatico, in modo dolce, ma fermo insegnava ai bambini, ed in un modo del tutto particolare li incitava per farli riuscire ad andare da soli sullo skilift. Un giorno, dopo tanti sorrisi rivoltimi, intona la canzone di Patti Pravo “tu mi fai girar, tu mi fai girar…” e mi invita a cantare con lui, poi si avvicina e passando mi dice che le assomiglio.

Quel giorno non torno in albergo a pranzo, dopo aver salutato i nipoti, prendo la tavola e mi avvio alla funivia, lui mi passa accanto mi supera dal tornello vicino ed entra nella cabina, io tentenno un pò, ma lui sorride ed io non tentenno più. Siamo solo noi nella cabina. Io, che ho già detto di non essere una chiacchierona, sono una che si lascia trasportare quando sente che la corrente è favorevolmente travolgente, mi lascio trascinare nella conversazione scoppiettante e troviamo che, ma guarda il caso, facciamo un lavoro simile, il maestro di sci è solo stagionale, che abbiamo lo stesso cognome, perché poi le origini sono simili e che lui è troppo simpatico oltre ad essere affascinante e poi, mi racconterà un giorno, che aveva appena finito la lezione era andato a posare gli sci e stava per andare a casa, quando mi ha visto passare, si è cambiato al volo gli scarponi, ha preso una tavola da snow, ha salutato le persone con cui parlava dicendo che aveva una missione da compiere, si è messo a correre e mi ha raggiunto per riuscire a prendere la funivia con me.

Abbiamo passato le successive ore a fare snow, per poi fermarci al rifugio a parlare e parlare e poi gli impianti chiudono quindi facciamo l’ultima pista. Poi però capita che il tempo non sembri mai abbastanza, allora andiamo a prendere una cosa calda da bere e continuiamo a parlare ed è quasi l’ora di cena e allora perché non cenare insieme? E al ristorante ha prenotato un tavolo vicino al canino, quel tavolo che ha il muro che poi si scalda così tanto che se ti appoggi senti il tepore e non ci accorgiamo neanche che si fa tardissimo e che domani lui ha la scuola sci la mattina presto e forse è meglio andare a dormire, però rimaniamo ancora a parlare in macchina sotto l’albergo e poi, sì, è proprio tardi, che io devo tornare in stanza e mia sorella e i bambini dormono che se poi li sveglio mi dispiace….

E il giorno dopo è lo stesso, lui finice la lezione e allora possiamo fare le piste io e lui e basta e lui poi conosce tutti lì, quindi ogni volta si ferma e chiacchiera e mi presenta e mi coinvolge nella sue conversazioni e dopo riprendiamo a sciare e poi arriviamo in quel punto della montagna, quello da dove il panorama ti toglie il fiato, quello da dove lui mi spiega tutto quello che si vede. Quel punto della montagna e quel punto della giornata. Quel punto in cui poi intorno non c’è più niente e ci sei solo tu con lui. Quel punto in cui ti viene spontaneo non parlare più, perché le parole non servono più. Quel punto in cui non riesci più a staccarti. Quel punto lì.

Arriva anche il punto in cui ahimè devi partire, perché la vacanza è finita e alla fine dell’ultima lezione dei nipoti devi proprio andare che le valigie già sono fatte e magari aspetto un pò, magari non pranzo con loro, sì magari mangiamo insieme, ma poi devo proprio raggiungere mia sorella, perchè loro sono pronti. Ma tu non sei affatto pronta a partire e lui non è pronto a vederti andare via. Allora decide che sarà lui ad accompagnarti, anche se è lontano, anche se deve fare ore di macchina e poi tornare, ma tanto il giorno dopo non c’è lezione, perché c’è il giorno di riposo prima che inizi un’altra scuola. Arriva il momento in cui non ti saluti e allora chiamo e dico che torno per conto mio, perché ad essere sincera a me di tornare ora proprio non mi va.

E quelle che pensi siano le ultime ore che passi insieme si raddoppiano, perché vivi intensamente ogni frazione di secondo. Anche se alla fine sai che farai di tutto per far sì che non restino le ultime ore…

E da lì sono iniziati i lunghi giorni che ci separavano dai giorni in cui ci potevamo vedere. Mi ricordo quella volta con quella copiosa nevicata, che mi ha dovuto recuperare all’inizio del paese, che non so neanche io come ho fatto ad arrivare fin lì senza catene, è perché la forza di volontà fa fare tante cose, ti fa anche imparare a guidare con neve e vento. Benvenuta in Iowa. E poi la lite con il benzinaio che non mi faceva lasciare la macchina e la neve che ti arriva fino alle ginocchia e non riesci a camminare per arrivare a casa e cadi e ti rialzi e ridi e sei fradicio, ma on ha importanza tanto in casa c’è il camino a scaldarti e non solo quello.

E quella volta sul gran sasso perchè lui ha la gara e riprenderlo con la cinepresa che quasi non ci riesco perché la nebbia è tanta e poi,  mamma mia ma quanto andate veloci, che non si riesce a seguirvi. E poi con la tuta da sci a mangiare al mare, perché Pescara è così da una parte il mare dall’altra la montagna, così in un giorno fai tutto, la mattina sei tra la nebbia e la neve e a pranzo sei al mare a mangiare la frittura mista, poi a stendersi sulla sabbia e a giocare con il pallone di rugby e poi a rimanere un pò sulla spiaggia a sentire il rumore del mare, che è sempre bello ascoltarlo.

E quella volta che siamo andati a casa sua, perché vuole andare a trovare suo padre e mi fa vedere tutti i suoi ricordi in camera, mi apre le porte del suo passato, dei suoi sogni realizzati e di quelli non. Poi dai suoi amici, trai vicoli della sua città, che lui ama con tutto il cuore e quell’amore me lo trasmette con i suoi racconti e in ogni vicolo c’è qualcosa di suo che io mi tengo dentro.

E quella volta che viene a casa mia e sono io a raccontare dei miei sogni, sono io che lo porto in giro per la mia città, con la voglia che diventi anche un pò la sua.

E poi dopo mesi arriva quel giorno, quello che ha segnato la fine di tante cose, di tante vite, di tante storie…

Quella notte me la ricordo come fosse adesso.

Mi sono accorta che non avrei potuto avere scampo se fossi stata in un altro luogo, se fossi stata meno fortunata.

Ricordo che nel sonno pensavo di aver azionato la lavatrice, ricordo che ho pensato che però era impossibile perché non ero a casa mia. Ricordo che il rumore sordo, il boato che sentivo non solo tramite le onde sonore, ma anche tramite le scosse che percepivo dal suolo, mi ha gelato. Ero paralizzata dalla paura. Dopo aver realizzato che non era la lavatrice. Il rumore sordo aumentava, si avvicinava sempre di più fino ad arrivare sotto di noi, lo sentivo diventare sempre più vicino e io avevo solo la forza di chiedere cos’è, e mentre me lo chiedevo il rumore sordo si avvicinava e le scosse aumentavano. Si univano i rumori delle cose che cadevano, delle cose che si rompevano, dei vetri delle finestre che vibravano.

Cos’è?! Che succede?

E’ il terremoto e se qui è così questo a L’Aquila ha fatto un macello…

Tutto svoltosi in minuti interminabili ed io non sono riuscita a fa altro che chiedermi cosa fosse successo.

E io i traumi non li so gestire…e quello che è successo a L’Aquila è purtroppo storia nota…

Ho provato a gestirli, abbiamo provato a continuare, ma non era certo come prima, non ci eravamo noi soli, come prima.

Ricordo il giorno in cui mi ha portato a vedere…

Ricordo tuti gli incontri. Ricordo tute le notizie che gli arrivavano, amici, genitori di amici, tutto l’orrore…

Ricordo quando veniva nella mia città dove c’erano altri suoi amici, con più niente, nè una casa, nè un lavoro.

Ricordo quando, di nascosto, sorpassando i sigilli, siamo entrati in casa sua, nel palazzo ormai abbandonato, con la paura che un’altra scossa arrivasse, ma lui alcune cose le voleva riprendere e non aveva fatto in tempo e non poteva pensare di lasciarle. E girare per casa e voler portare via tutto, voler cancellare,m ritrovarsi a fare  le cose più banali: svuotare il frigorifero, ricordo la rabbia, la sua tristezza, il misto di dolore, impotenza, rancore, dubbi, speranze….

Ricordo quando siamo andati un pò fuori per provare a distrarci, ma non si può scappare…Ricordo la tensione che si creava per un nonnulla.

Ricordo i suoi ricordi di quella città che mi aveva raccontato e che ora sono intrappolati sotto le macerie e la sua voglia di riavere tutto come prima, la sua voglia di ricominciare, la disperazione perché non sapeva da dove e la sua vogli adi aiutare, il dolore condiviso con i suoi amici.

Ricordo quando si alzava dal letto, con la divisa da viglie del fuoco, perché da qualche parte bisognerà pur ricominciare, i racconti di quando tornava, della disperazine delle persone mista alla forza di andare avanti.

Ricordo che però la tensione ha intaccato i legami, la strutura a causa delle scosse era diventata labile e nn siamo riusciti a risanarla…ha ceduto, oppure non lo so, forse avrei dovuto…o avrei potuto…me lo sono chiesta tante volte quando è stato il punto di rottura massiamo quella che ha permesso a tutto di crollare.

Ricordo che  più si andava avanti più lui si allontanava per avvicinarsi di più alla sua città, stringersi vicino alle persone, ed io i trauni non li so gestire, i grandi dolori li ho sempre rifiutati, rimandati giù, ingoiati,  io no sapevo cosa, fare, non potevo fare nulla di pratico, se non stargli vicino, ma lui ad un certo punto questo non lo voleva più, perché lui aveva altro ora intorno, altro a cui pensare,  e io non sapevo proprio come gestire tutti questi sentimenti contrastanti…

Un giorno, non ci vedevamo già da un pò, quel giorno al telefono non potevo stare…perché sono in ufficio devo andare in riunione, non posso parlare ora.

Ed ionon ho un ufficio, non hopiù neanche una casa, una città, non ho più niente! TU NON CAPISCI.

Ed io infatti non capivo. Mi sforzavo, sì, ma non potevo essere nelle sue scarpe.

E poi dopo 20 mesi una telefonata.  E la vita è strana, la telefonata ariva proprio il giorno dopo in cui l’ho pensato, perchè  il pesaggi che ho visto scesda dalla seggiovia mi ricordavo proprio quello che ci aveva tolto il fiato due anni fa…E la vita ti sorprende….così dopo tutto questo tempo, sembrava come se fossimo di nuovo, per la prima volta da soli in una funivia, a parlare fitto per un’ora.

Tra due settimane ho le gare, dove siamo stati insieme, mi farebbe piacere portarti lì…

E mi ritrovo che mi farebbe piacere anche a me, tanto.

Annunci

13 pensieri riguardo “U come uomini – Il maestro di sci

  1. Casualità? prima pagina che apro a caso su woedpress, la tua e leggo parlare delle mie montagne, della mia regione, della mia città. Ogni vicolo un ricordo e ora che i vicoli non li posso vedere più, piano piano si confondono anche i ricordi. Ora quando torno preferisco guardare solo lui, il Gran Sasso, e mi sento a casa.

    1. Mi sono interrogata più volte sulla casualità anche qui sul blog. C’è una frase su un libro di Richard Bach che mi piace:
      “Se stiamo attenti, mente e occhi ben aperti, troveremo un siginificato anche nelle cose più comuni, troveremo spiegazioni precise che altrimenti trascureremmo attribuendole al caso.”
      Benvenuta Catelaiena

  2. Che bella storia, mi piace davvero!
    E’ vero quello che dici, non possiamo sapere come stanno le persone quando hanno vissuto o vivono una situazione brutta o complicata. Possiamo immaginarlo, ma capirlo no, perchè siamo tutti diversi e reagiamo in maniera diversa.
    Ho vissuto una situazione simile e posso capire bene cosa vuol dire. Ma anche se non capisci, i traumi non durano a vita, infatti si è rifatto vivo.

    1. Mi è piaciuto anche a me ripercorrerla velocemente, mi ha fatto anche effetto che lui si sia rifatto vivo proprio quando anche io, dopo tanto tempo, avevo ripensato a lui…chissà!

  3. Maria Emma neanche io capisco , non so cosa provi tu in questo momento e non so cosa prova lui ma da come hai scritto si sente che racconti le cose in modo diverso. E ok , ogni uomo è una storia a sè ma questa si sente che è una storia bella e diversa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...