In my shoes – La tecnologia mi è avversa

Mi capita di essere maldestra e un po’ goffa.
Spesso quando vado di fretta, ma anche quando vado con calma.
Spesso quando penso ad altre cose, ma anche quando mi concentro su quello che sto facendo.
Spesso perché vado in giro con la borsa quotidiana su una spalla, sempre piena zeppa della qualsiasi – non si sa mai mi serva qualcosa- il borsone della palestra a tracolla sull’altra, due guinzagli con i cani agganciati il cui peso sommato supera il mio, che poi non perdono occasione per incrociarsi perché a lei piace camminare a sinistra e a lui non piace camminare vicino a lei, immancabilmente si spostano incrociando i guinzagli intorno alle mie gambe, la borsa cade dalla spalla mentre l’altra è indolenzita dal borsone, io non riesco più a muovermi, ma nemmeno loro perché il guinzaglio è arrivato al massimo della sua estensione.
Ci blocchiamo tutti, loro mi guardano con quegli occhi innocenti ed interrogativi:
“non abbiamo capito. perché blocchi il guinzaglio?”.
Io, eh?
Posa la borsa sfila il borsone sbroglia il guinzaglio liberati le gambe sciogli i cani attenta che non si allontanino, rimetti a tracolla il borsone riposiziona la borsa recupera i cani rimettiti in equilibrio riprendi il cammino.

Non vi dico se piove…

Ma tutto questo per dire cosa?

Che spesso a tutta questa goffaggine si aggiunge un’avversione della tecnologia nei confronti della mia medesima persona, come se non fossi sufficientemente capace di scombinarmi la vita da sola!

E proprio nei momenti più inaspettati capitano cose inspiegabili.

Ecco l’ultima:
Il mio collega mi raccontava del nipotino che avrebbe visto nel we, ma ora quanto ha, un anno e mezzo e cammina che sembra un robottino, ma che bello come passa in fretta il tempo perché non gli fai una foto così lunedì me la fai vedere in ufficio?

Però lui non ha voluto aspettare lunedì e neanche limitarsi ad una foto, da orgoglioso zio (ed io lo comprendo al 100%), mi ha inviato un video la sera di domenica alle 23,30.

Ora, io te vojo bene assai perché sei di più di un collega però, amore mio, io c’ho ‘na certa età e di domenica a quest’ora (se non c’è il posticipo) io dormo, perché la mattina sono in piedi prima delle sette e tu non è che non lo sai!
Il nostro amore di ziii non può aspettare lunedì per confrontarsi?!
No.

Ma se fosse finita lì sarebbe stato poco male, perché una volta capito di chi era il messaggio mi stavo x riaddormentare (sì lo so si potrebbe obiettare con un semplice: perché non spegni il cellulare quando dormi?! Certo facile così! Ma io il telefono fisso non ce l’ho e l’unica volta che ho spento il cellulare mi hanno cercato in centomila, perché si era allagato il bagno di casa dei miei e il condomino che abita sotto aveva le cascate del Niagara in casa e i miei non c’erano e mia sorella tanto non la chiamano mai per queste cose e dove stavi, ma perché spegni il cellulare, se ci sono emergenze come facciamo, insomma un’ansia che da allora non lo spengo più ‘sto cellulare).

Giuro che ora arrivo al punto.

Non so quale strano meccanismo interno all’ingrato cellulare sia stato attivato dal video ricevuto, fatto sta che mentre riprendevo sonno mi arriva un altro messaggio.
Sì ho capito il tuo nipotino è bellissimo, ma io adesso….

C O S A ? ?

Mi arriva una ricevuta di avvenuta consegna in data odierna di un messaggio scritto da me al commercialista dagli occhi blu…!?
Sì ma io quel messaggio l’ho scritto nel luglio del 2011 !!

Perché nel luglio del 2011 aveva un senso quel che scrivevo infatti noi si aveva un flirt, ma poi io ho battuto in ritirata con la complicità dell’estate nascondendomi vigliaccamente dietro le rispettive imminenti partenze…
e cantando vanio come per acqua cupa cosa grave
non sono mai riapparsa….nel gennaio del 2013 a meno di un quarto d’ora alla mezzanotte non ha alcun senso il testo dell’sms!

Perché nel luglio del 2011 il messaggio era galeotto, nel senso di Galehaut!
Nel gennaio del 2013 rimane sempre galeotto, ma solo perché foriero di galera!

Aiuto, ma la vita non ha pietà di me che già ne combino tante da sola ?

Ti prego, ti prego, sarà solo un errore magari non è vero che è stato inviato, magari il centro smistamento messaggi ha subìto un black out, magari lui ha cambiato numero, magari proprio oggi il suo cellulare è caduto nella tazza lui non se ne è accorto ha tirato lo scarico ed ora galleggia nella rete fognaria e io sono salva!

Mattina seguente: un messaggio dal commercialista dagli occhi blu telegrafico come sempre, tra virgolette ne riporto l’interminabile testo:

” ? “

Rispondo scusandomi per l’orario del messaggio, spiego che non ho idea di cosa sia successo, che non ho scritto ieri quel messaggio, che questi smartphone poi tanto Smart non sono…
Insomma la verità.

Lui non ha risposto.

…oddio magari pensa che siano quelle classiche scuse banali:
“no, guarda mi sono sbagliata il messaggio non era per te, ma per un altro commercialista, a proposito come stai?! Che fai!?”
Insomma un dozzinale, grossolano, infelice tentativo di riavvicinamento…

Proprio come ha fatto l’avvocato, di cui ho accennato qui, il post è del 2010… Mi arriva un sms dicembre scorso:

  • “Ciao Emma, ho parlato con Marco. Quando possiamo vederci?”

  • “Ciao avvocato, non so chi è Marco…”

  • “oh scusa, ho sbagliato Emma. Come stai? Che fai? Quando ci vediamo?”

…Ma anche mai.

Vita di PI-Pubblico Impiegato-Riflessioni III – Pagliacci

Oggi ho avuto un colloquio con la Direzione Risorse Umane nelle persone di:

  • dott.ssa Tizia che è la c.d. Cacciatrice di teste interna, mi ricordava una mia parente: professoressa 68ina, femminista e di sinistra che a parte i capelli la pelliccia e lo stivale aveva dei problemi anche seri e non ragionava male.

  • giovane laureata, probabilmente neo assunta, con lo sguardo di chi si era perduto. Ho pensato che in questi uffici non si perderebbe neanche un bambino, ma la sua faccia era un po’ stravolta, vedrai che ora mi dice: “Sono di Berlino”.

Berlino ci sono stata, però ora mi sono rotta, torno a casa e mi rimetterò in mutande.
Ah no è vero ora non posso.

Dicevamo?

  • La terza luna – Il dott. Caio – era grande ed elegante né giovane né vecchio forse malato sicuramente era malato perché perdeva sangue da un orecchio – no, Lucio lui per ora non perde sangue da un orecchio magari domani dopo tutti questi colloqui forse sì. Però sicuramente è malato quello sì, malato di quella malattia…come si chiama? Ah sì: tracotanza.

Tutti e tre a far qualcosa di importante, di unico e di grande…

Dicono che il colloquio è finalizzato alla riorganizzazione aziendale, alla verifica dei carichi di lavoro, alla loro distribuzione nelle varie unità organizzative, a valutare le competenze, le professionalità, la personalità e capire se dove ti hanno collocato va bene o puoi andare a lavorare da qualche altra parte, se ci sono cose da cambiare e se sì come, etc, etc, etc..

Lei che attività svolge? E cosa ne pensa?

Che attività svolgo?
Mi avete fatto 6 colloqui prima di assumermi, sono 6 anni che lavoro qui, il nostro protocollo è completamente informatizzato e come tale sono visibili tutte le pratiche da me svolte, ogni anno ci inviate in power point gli obiettivi della struttura e ogni anno vi inviamo i nostri obiettivi personali, il nostro responsabile a consuntivo vi invia le attività svolte e i nostri obiettivi raggiunti, cui segue l’invio di altri file informatici con l’aggiornamento delle nostre competenze, inoltre quando esco o entro dall’ufficio e il perché è registrato sulla rete interna, avete il mio c.v. aggiornato… e volete sapere da me cosa faccio qui?

E poi, cosa penso?
Penso a delusioni, a grandi imprese, ad una torta caprese, ma l’impresa eccezionale datemi retta è essere normale o almeno cercare di rimanerlo dopo otto ore al giorno per cinque giorni a settimana passati qui dentro.

Penso che ci dovrò rimanere per altri 25 anni, se mi va bene.

Penso anche di essere stata così fortunata da essere stata estratta per questo colloquio che poi esco e compro “turista x sempre”.

Penso che abbiate creato un clima di competizione che non è sano.

Penso a quando i primi tempi credevo che un’azienda composta soprattutto da giovani alla prima esperienza lavorativa sarebbe stata molto stimolante, invece avete forgiato le loro menti per far sì che siano delle marionette nelle vostre mani.

Penso che il clima di reverenza nei confronti dei vertici della azienda non sia sintomo e sinonimo di stima nei loro confronti.

Penso che vorrei fare a cambio con la signora del terzo piano che in pensione non ci vuole andare, propongo di andare io al suo posto, fino a che lei non si stufa, poi torno.

Ma poi penso anche alla potenza della lirica,dove ogni dramma è un falso, che con un po’ di trucco e con la mimica puoi diventare un altro e inizio a raccontarmi da un punto di vista professionale, cosa faccio, come lo faccio, perché lo faccio, in quanto tempo, cosa cambierei per migliorare, cosa lascerei così, cosa ho fatto prima di approdare qui e come potei riutilizzarlo a favore dell’azienda.
Parlo e mi diverto pure, sì mi faccio anche delle risate e se le fanno anche loro.

Come è andata finire?
Il mio responsabile diretto mi ha detto che hanno avuto un’ottima impressione, ho una professionalità così completa, si vede che mi piace questo lavoro, che lo faccio con passione, con competenza, in modo efficace ed efficiente e bla, bla, bla…

“Recitar! Mentre preso dal delirio non so più quel che dico e quel che faccio!

Vesti la giubba e la faccia infarina.

Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto;
In una smorfia il singhiozzo e il dolor.”

Pagliacci.

Ringrazio vivamente Dalla e Leoncavallo. Spero che non se la prendano.

Vita di PI -Pubblico Impiegato – Riflessioni II – la timbratura

Non è che io disdegni l’essere un’Impiegata, l’ho già detto? Non lo so. Non credo. In effetti non ci credo neanche io.
Forse lo ripeto in continuazione tipo mantra così spero che il mio inconscio si convinca profondamente.

*”Io amo essere un’impiegata, ce ne sono tanti di impiegati come me, ma questa è la mia vita da Impiegata”. *
(citazione liberamente tratta da full metal jacket).

La prima situazione che mi ha colpito il mio primo giorno di impiegattività è ora un ricordo stampato con inchiostro indelebile in tutte le cellule del mio corpo che mai mi abbandonerà, un po’ come l’esame di maturità che non so perché sono passati quasi 105 anni ed è più vivido del ricordo della colazione di stamattina!

Va bene, dicevo qual’è l’evento che per primo ha segnato il mio ancor vergine e quindi forgiabile cervello da impiegato?

LA TIMBRATURA DEL CARTELLINO!

Eh già. Perché arrivò lì in quel l’enorme nuovo mondo che sarà il mio prossimo mondo per i prossimi anni, dopo un lungo periodo di libera professione che le circostanze mi hanno spinto ad abbandonare, ma intanto mi dico che non sarà per molto, che sarà solo una breve parentesi, che io non so neanche che ci sto a fare qui. Ma loro lo sanno che ci sarò anche io da oggi in poi?
Sì lo sanno, ma non è mica tutto pronto ancora, questa è l’Italia che ti aspetti?

Prendi il tuo cartellino e vai.

Dove vado?

Ed è lì in piedi,

immobile,

attonita

ammutolita,

davanti a quello che a mio parere era il più surreale, insolito, inquietante, ma allo stesso tempo il più tangibile, convenzionale, pacifico apparecchio esistente – l’orologio industriale con apposita fenditura per l’inserimento del cartellino e leva laterale atta ad imprimere l’esatta ora del faticoso arrivo nonché l’esatto orario della tanto bramata uscita – che ho pensato:

Paolo Villaggio aveva ragione!

È timbro il mio cartellino per la prima volta, ma che faccio lo lasciò qui nello scompartimento ? No, questo è per gli operai, tu lo tieni.

Ecco lo perderò sicuramente.

Fortunatamente dopo alcune settimane di lavoro mi hanno assegnato il badge elettronico.

Non che la solfa cambiasse, ma almeno invece di utilizzare la slot machine – che intanto la combinazione vincente non usciva mai – passavo tra i tornelli a tre bracci con una oltremodo chic carta in pvc dotata di una foto assolutamente scorretta, ma fa nulla.

È davanti a questi intransigenti attrezzi che ho visto le scene più esilaranti.

Orario di entrata più frequente per i lavoratori di ufficio: 8.00 a.m.

A tale ora la maggior parte di loro era già entrata (sì prima delle 8.00, io questo ancora non l’ho mai capito, perché anticipare), ma la motivazione suppongo fosse valida e generalmente approvata (confesso ad oggi di non averla ancora compresa) perché ho visto persone correre solertemente in direzione dei tornelli per riuscire a timbrare entro le 8.00.

Guai ad intralciarne il cammino!

Guardandoli pensavo a cosa fosse potuto succedere nel caso in cui non fossero riusciti ad arrestare la loro corsa al momento giusto e nella mia mente prendeva forma l’immagine di un corpo catapultato direttamente nel mondo lavorativo senza però la rilevazione di presenza, che è un po’ come quando a Monopoli venivi catapultato in prigione senza passare dal via: non ritiravi le 20.000lire. Una beffa insomma.

Nel caso in cui lo zelante lavoratore – nonostante la corsa – non riuscisse a eseguire la vidimazione della propria ligia presenza sul posto di lavoro entro le 8.00 bensì che so alle 8.01, ecco che iniziava una nenia al cui confronto quelle delle prefiche dell’antica Roma sarebbero apparse come il canto ammaliatore delle sirene.


Donna che piange con fazzoletto – Pablo Picasso 1937

La nenia era dovuta al fatto che (secondo il concetto che imperversava) avendo timbrato alle 8.01 veniva regalato un minuto della propria vita all’azienda.

Ora, io non ho lo stessa genialità di Ipazia nella matematica, ma a mio modesto parere se tu entri a lavoro un minuto dopo rispetto a quanto ti eri prefissato non vuol dire che quel minuto lo hai “lavorato”, l’azienda non te lo paga, e tu non le hai regalato nulla e state a pace.
No?

Potevo godere di altre scene spassose all’ orario di uscita.

Ovviamente ci si preparava a scendere verso i tornelli all’incirca 10 minuti prima perché tempo che indossi il soprabito, chiudi la sessione, arresti il sistema, saluti i tuoi compagni di avventura sparsi lungo i corridoi di un edificio per uffici di circa 1000mq…

Bristow – di Frank Dickens

…prendi l’ascensore che intanto non arriva mai perché lo prendono anche quelli del primo piano e poi tutti alla stessa ora e poi non è mica che lavori a New York che gli ascensori prendono la prenotazione di chiamata.

Insomma, tutta questa tiritera è calcolata alla perfezione (dopo anni di servizio) perché si arriva sempre qualche minuto prima davanti alla fila di tornelli e ci si compiace vivamente con se stessi nel momento in cui si riesce ad essere i primi della fila, sì perché regola vuole che se arrivi per primo ti infili nello spazio esistente tra il braccio e il corpo del tornello, infilando il badge nell’apposita fessura appoggiandolo lì mentre il tuo sguardo è fisso sull’orologio digitale cosicché non appena scatta l’attesissima ora sei già pronto a spingere la tesserina in avanti e a far scattare in basso il braccio metallico e questa volta sì (penso io) che non si regala neanche un minuto all’azienda!

Quindi la scena finale della giornata lavorativa era la visione di una fila di lavoratori indefessi davanti ai badge in attesa dei lunghissimi minuti che li separavano dalla libertà. I più fortunati già con la card pronta, i meno fortunati che riproponevano la stessa pazza corsa della mattina questa volta in senso opposto.

E anche con più senso in generale.

Un’altra faticosa giornata lavorativa è finita.

Io lo leggevo Bristow da piccola, ma mai avrei immaginato che un giorno avrei lavorato insieme a lui!

Vita di PI – Pubblico Impiegato – riflessioni 1

Quando ho visto per la prima volta la presentazione del film”vita di PI” mi è venuto in mente che PI fosse l’acronimo di Pubblico Impiego.

Sì mi rendo conto la tristezza dell’associazione di idee, ma c’è anche dell’ironia celata e soprattutto dell’Autoironia.

Sì, sono una PI: pubblica impiegata.

O meglio, sono una privata impiegata in un carrozzone pubblico: Strana creazione tipicamente italiana per aggirare il concorso pubblico.

Non è che disdegni questo impiego ho solo paura che il mio cervello perda completamente ogni funzione vitale.
Ho la sensazione (dopo 11 anni di PI) che, anno dopo anno (oddio sono troppo ottimista meglio dire mese dopo mese) io abbia perso alcune funzioni dei lobi frontali situati nell’area della neo corteccia.

(immagine tratta dal sito: mednat.org).

A quanto dicono i lobi frontali sono le strutture che organizzano il comportamento in sequenze logiche ed in serie temporale.

Ecco, a proposito di logica:
ogni processo aziendale cui ho assistito, o partecipato, in 11 anni di (dis)onorata carriera di PI, era composto da un insieme di attività la cui interrelazione era priva della più elementare logica.
A lungo andare non essendo essa necessaria è stata recepita dal mio cervello come bersaglio, e, come tale da eliminare, ha quindi iniziato a produrre anticorpi specifici.

Ma io non mi arrendo! Sto cercando di combattere l’instaurazione della memoria immunologica contro la logica (!), non si sa mai dovessi riuscire a cambiare lavoro potrebbe ancora servirmi!

Inoltre, questi utili lobi inibiscono risposte automatiche inappropiriate agli stimoli ambientali.
Ed anche a questo riguardo la situazione è preoccupante:
nella vita di PI spesso gli stimoli ambientali sono provocati dalle colleghe, dai loro sguardi che ti percorrono da testa a piedi e da piedi a testa ogni qual volta ti incontrano in corridoio, tali sguardi sono finalizzati ad analizzare come sei vestita, come sei truccata, se sei ingrassata, se sei dimagrita, se i capi sono di marca, se sono taroccati, se hai una carie, se dalla radiografia si evince se le tue ovaie sono ancora fertili…

Quale reazione si può avere a questi imput ambientali se non una serie di “risposte automatiche inappropiriate”?

È non è finita qui, ciò che desta la mia preoccupazione è anche la perdita graduale dell’intelligenza generale, anche meglio nota come: fattore “g”.

Ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, dell’Università dello Iowa, della University of Southern California di Los Angeles, del Centro Medico Universitario di Hamburg-Eppendorf (Germania) e della Universidad Autonoma de Madrid hanno indagato i substrati neurali di 241 pazienti con lesioni cerebrali focalizzate, attraverso una mappatura a voxel lesione – sintomo.(fonte:brainfactor.it).

Risultato dello studio:
hanno trovato associazioni significative tra “g” e settori circoscritti e network distribuiti nelle cortecce frontali e parietali, etc…
Insomma da quel che ho capito lesioni sui lobi frontali provocano effetti significativi negativi su “g”.

Ecco, io lo sentivo, lo sentivo che il fattore “g” lo stavo perdendo.

Per fortuna c’ho ancora il punto “g”!