Vita di PI -Pubblico Impiegato – Riflessioni II – la timbratura

Non è che io disdegni l’essere un’Impiegata, l’ho già detto? Non lo so. Non credo. In effetti non ci credo neanche io.
Forse lo ripeto in continuazione tipo mantra così spero che il mio inconscio si convinca profondamente.

*”Io amo essere un’impiegata, ce ne sono tanti di impiegati come me, ma questa è la mia vita da Impiegata”. *
(citazione liberamente tratta da full metal jacket).

La prima situazione che mi ha colpito il mio primo giorno di impiegattività è ora un ricordo stampato con inchiostro indelebile in tutte le cellule del mio corpo che mai mi abbandonerà, un po’ come l’esame di maturità che non so perché sono passati quasi 105 anni ed è più vivido del ricordo della colazione di stamattina!

Va bene, dicevo qual’è l’evento che per primo ha segnato il mio ancor vergine e quindi forgiabile cervello da impiegato?

LA TIMBRATURA DEL CARTELLINO!

Eh già. Perché arrivò lì in quel l’enorme nuovo mondo che sarà il mio prossimo mondo per i prossimi anni, dopo un lungo periodo di libera professione che le circostanze mi hanno spinto ad abbandonare, ma intanto mi dico che non sarà per molto, che sarà solo una breve parentesi, che io non so neanche che ci sto a fare qui. Ma loro lo sanno che ci sarò anche io da oggi in poi?
Sì lo sanno, ma non è mica tutto pronto ancora, questa è l’Italia che ti aspetti?

Prendi il tuo cartellino e vai.

Dove vado?

Ed è lì in piedi,

immobile,

attonita

ammutolita,

davanti a quello che a mio parere era il più surreale, insolito, inquietante, ma allo stesso tempo il più tangibile, convenzionale, pacifico apparecchio esistente – l’orologio industriale con apposita fenditura per l’inserimento del cartellino e leva laterale atta ad imprimere l’esatta ora del faticoso arrivo nonché l’esatto orario della tanto bramata uscita – che ho pensato:

Paolo Villaggio aveva ragione!

È timbro il mio cartellino per la prima volta, ma che faccio lo lasciò qui nello scompartimento ? No, questo è per gli operai, tu lo tieni.

Ecco lo perderò sicuramente.

Fortunatamente dopo alcune settimane di lavoro mi hanno assegnato il badge elettronico.

Non che la solfa cambiasse, ma almeno invece di utilizzare la slot machine – che intanto la combinazione vincente non usciva mai – passavo tra i tornelli a tre bracci con una oltremodo chic carta in pvc dotata di una foto assolutamente scorretta, ma fa nulla.

È davanti a questi intransigenti attrezzi che ho visto le scene più esilaranti.

Orario di entrata più frequente per i lavoratori di ufficio: 8.00 a.m.

A tale ora la maggior parte di loro era già entrata (sì prima delle 8.00, io questo ancora non l’ho mai capito, perché anticipare), ma la motivazione suppongo fosse valida e generalmente approvata (confesso ad oggi di non averla ancora compresa) perché ho visto persone correre solertemente in direzione dei tornelli per riuscire a timbrare entro le 8.00.

Guai ad intralciarne il cammino!

Guardandoli pensavo a cosa fosse potuto succedere nel caso in cui non fossero riusciti ad arrestare la loro corsa al momento giusto e nella mia mente prendeva forma l’immagine di un corpo catapultato direttamente nel mondo lavorativo senza però la rilevazione di presenza, che è un po’ come quando a Monopoli venivi catapultato in prigione senza passare dal via: non ritiravi le 20.000lire. Una beffa insomma.

Nel caso in cui lo zelante lavoratore – nonostante la corsa – non riuscisse a eseguire la vidimazione della propria ligia presenza sul posto di lavoro entro le 8.00 bensì che so alle 8.01, ecco che iniziava una nenia al cui confronto quelle delle prefiche dell’antica Roma sarebbero apparse come il canto ammaliatore delle sirene.


Donna che piange con fazzoletto – Pablo Picasso 1937

La nenia era dovuta al fatto che (secondo il concetto che imperversava) avendo timbrato alle 8.01 veniva regalato un minuto della propria vita all’azienda.

Ora, io non ho lo stessa genialità di Ipazia nella matematica, ma a mio modesto parere se tu entri a lavoro un minuto dopo rispetto a quanto ti eri prefissato non vuol dire che quel minuto lo hai “lavorato”, l’azienda non te lo paga, e tu non le hai regalato nulla e state a pace.
No?

Potevo godere di altre scene spassose all’ orario di uscita.

Ovviamente ci si preparava a scendere verso i tornelli all’incirca 10 minuti prima perché tempo che indossi il soprabito, chiudi la sessione, arresti il sistema, saluti i tuoi compagni di avventura sparsi lungo i corridoi di un edificio per uffici di circa 1000mq…

Bristow – di Frank Dickens

…prendi l’ascensore che intanto non arriva mai perché lo prendono anche quelli del primo piano e poi tutti alla stessa ora e poi non è mica che lavori a New York che gli ascensori prendono la prenotazione di chiamata.

Insomma, tutta questa tiritera è calcolata alla perfezione (dopo anni di servizio) perché si arriva sempre qualche minuto prima davanti alla fila di tornelli e ci si compiace vivamente con se stessi nel momento in cui si riesce ad essere i primi della fila, sì perché regola vuole che se arrivi per primo ti infili nello spazio esistente tra il braccio e il corpo del tornello, infilando il badge nell’apposita fessura appoggiandolo lì mentre il tuo sguardo è fisso sull’orologio digitale cosicché non appena scatta l’attesissima ora sei già pronto a spingere la tesserina in avanti e a far scattare in basso il braccio metallico e questa volta sì (penso io) che non si regala neanche un minuto all’azienda!

Quindi la scena finale della giornata lavorativa era la visione di una fila di lavoratori indefessi davanti ai badge in attesa dei lunghissimi minuti che li separavano dalla libertà. I più fortunati già con la card pronta, i meno fortunati che riproponevano la stessa pazza corsa della mattina questa volta in senso opposto.

E anche con più senso in generale.

Un’altra faticosa giornata lavorativa è finita.

Io lo leggevo Bristow da piccola, ma mai avrei immaginato che un giorno avrei lavorato insieme a lui!

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