U come uomini – l’avvocato parafangaro

Così avevo accennato al coniatore del termine "impresepiti".

L’avvocato parafangaro.

Che deriva da parafango.

Ché in questo modo venivano chiamati quegli avvocati che negli anni d’oro avevano fatto molti soldi con gli incidenti d’auto e le assicurazioni.

L’avvocato l’ho conosciuto nel periodo rosa della mia vita.
Il periodo successivo alla conclusione di ventennali rapporti di amicizia. Un periodo in cui la mia vita si è tinta di un colore allegorico e appariscente che simboleggiava un’atmosfera zuccherosa e smielata, un’immagine apparentemente spensierata, una dimensione sospesa tra il magico e il tragico.
Dove la malinconia, anche se ben celata, era sempre presente.

Ci siamo conosciuti tramite amici comuni e considerando che all’epoca l’architettura, quella bella, faceva ancora parte della mia vita e lui doveva fare dei lavori nel suo studio, abbiamo iniziato a sentirci.

L’avvocato poi prese l’abitudine di telefonarmi tutti i giorni all’ora di pranzo, quando ero in palestra.
Ed io in palestra lo tengo staccato il cellulare e non perche ci sono i cartelli che ti invitano a farlo, ma perché entro in un altro mondo e mi concentro. E non so se dipende dal periodo degli allenamenti di nuoto che facevo da bambina che sei tu e la striscia nera. So solo che io quando mi alleno sto lì sola con me stessa, e ci sto bene, e non ci voglio nessun altro.
Quindi non rispondevo.
E per un po’ ho pensato che lo avrebbe capito e avrebbe chiamato dopo o prima.
Ma non lo faceva.
Avrei dovuto capire che c’era qualcosa sotto.

Dopo lo sai di Tim, arrivava l’sms con le parole dell’avvocato.
Sempre carine, invitanti, allegre.

Ed ogni giorno era così, tanto che ogni volta che riaccendevo il telefonino dopo la palestra ormai ero abituata a sentire il suono dell’sms del Motorola.
E c’è da dire che a me piaceva tanto il suono degli sms del Motorola. Lo avevo comprato per quello. E ho cercato di tenerlo per più tempo possibile. Quel suono che poi non hanno fatto più, però hanno fatto la suoneria hello moto e allora mi sono comprata il nuovo modello.
Ecco forse questo è un fenomeno da studiare il fatto che compravo cellulari a seconda della suoneria che mi piaceva che le altre marche non avevano.
Però ad un certo punto ho smesso, quindi qualunque cosa fosse sono guarita.
Oppure solo arresa all’evidenza che ad oggi nessuna suoneria del cellulare mi piace, tanto che la cambio ogni mese.

Fatto sta che con l’avvocato ho iniziato ad uscire e siamo usciti insieme per tanti mesi.
Perché l’avvocato era di una simpatia rara.
E non intendo quelle cose che tu chiedi – ma come è il tuo amico? – simpatico – ah ho capito è brutto – No. Proprio nel senso di sün pàscho, provare emozioni con.
E io ho provato molte emozioni e la principale, quella che mi ha fatto avvicinare, era l’allegria.
Così mi sono interessata, sensibilizzata, lasciata trascinare, coinvolgere e alla fine mi sono invischiata.

Lui era tutt’altro che impresepito anche se molte persone al suo posto lo sarebbero state, dalla sua parte anche un metro e ottanta e passa di fisico atletico, occhioni azzurri, attaccatura alta dei capelli castani sì, ma portata con garbo, e una risata travolgente.
Come quella che ci siamo fatti quando una volta mi è venuto a prendere a casa, che io ero tornata a vivere a casa dei miei, quindi mi sentivo anche un’adolescente, e mi dice scendi che ci facciamo un giro.
E si presenta con la macchina nuova rubata al padre – sì adolescenza pura, non comune, ma pura – una Ferrari f360 spider, quella con il vano motore trasparente dal quale si vedeva il V8.
E lui non è che era venuto lì per spararsi le pose, no.
Lui era venuto lì perché il padre gli aveva concesso un giro.
E mica che è venuto sotto casa con quell’aria di Sentenza Lee Van Cleef nel duello finale, più che altro aveva l’aria divertita di Edward Stratton III quando girava per la sua villa con il trenino elettrico.

Abbiamo fatto anche vacanze insieme condividendo la stessa stanza.

Come quella volta a fare snowboard sulle dolomiti, che ho fatto la gran risa con i suoi 1255 metri di lunghezza e la sua pendenza massima di 28 gradi.
Quelle piste che le fai, un po’ bene, un po’ in derapata, un po’ vorresti non averle iniziate mai, un po’ vorresti già essere in fondo e che se ti fermi e ti guardi alle spalle vedi un muro che ti sembra verticale e dici: ma io ho fatto questa pista?
Ed è allora quando ti rispondi di sì che un po’ ti senti come avessi partecipato allo slalom gigante della coppa del mondo di sci alpino, peccato per la mancanza degli sci, dei paletti e della prestazione performante.

O come quella volta del matrimonio dei suoi amici che si sono sposati fuori città, ed anche in quell’occasione abbiamo condiviso la stanza.
Uno di quei matrimoni in pompa magna, in un palazzo di stile neoclassico, con una moltitudine di invitati, uno di quegli eventi che poi torno a casa e mia madre mi chiede – come eri vestita? – che non intende chiedere di descriverle il vestito perché lei il vestito che ho indossato lo conosce bene, lei vuole sapere se la scelta era adeguata alla situazione.

E a dire la verità io non ricordo affatto cosa avessi indossato.
Ma ricordo di non avere avuto la sensazione di inadeguatezza che ho spesso avuto da ragazzina. Almeno non per il vestito.

Mi ricordo però la sensazione che ho avuto. Come fossi stata invitata ad un ballo organizzato da Paolina Bonaparte in Borghese.

L’enorme sala da ballo, i tavoli addobbati, adornati e agghindati come anche gli ospiti, il giardino che circondava la villa, le carrozze moderne con cavalli non a quattro zampe.

Mi ricordo però che c’e stato in momento dedicato ai balli lenti, proprio come nell’ottocento, ma il mio carnet di ballo era vuoto, in realtà perché pensavo e speravo che l’unico nome scritto sarebbe stato quello dell’avvocato. Ma non è stato così.
Ricordo di avere avuto in quel momento la sensazione di inadeguatezza. Perché lui ballava con un’altra, con la fidanzata del suo migliore amico.
Sai quelle sensazioni che vorresti sparire.
Speravo di sublimarmi all’istante.

Ricordo che venne il fratello a parlare con me. Perché ci sono quelle persone che hanno quella sensibilità, percepiscono quei momenti, che fiutano l’atmosfera, che colgono al volo la delicatezza della circostanza.
Oppure io avevo proprio un’espressione palese.

Una volta l’avvocato mi raccontò di quella volta in cui aveva scoperto che la ex lo tradiva. Diceva che erano circa 3 mesi che stavano insieme e che quindi dopo 3 mesi lui si sentiva tranquillo, e invece aveva poco di cui star tranquillo.
Che quindi anche io dopo quel racconto mi sono sentita che avevo poco di cui star tranquilla perché erano più di tre mesi che uscivamo insieme e non era successo nulla.
Nulla di nulla.
Le nostre labbra non si erano neanche mai sfiorate.
Ed io sfiorivo. Sfioriva la tentazione, il desiderio, e soprattutto la mia già debole audacia.
E con lei sfiorì anche la nostra frequentazione.

Ed io mi sono inondata di domande fino quasi ad affogare, ma essendo il mio periodo rosa, la malinconia veniva celata sotto il tendone del mondo circense. Lasciai quindi che le domande venissero interrate insieme ai picchetti di sostegno della copertura.

Sono passati anni e il fratello mi contattata per alcuni lavori, ma ahimè per l’architettura nella mia vita era già l’ora che volge al disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio.

….

Ché a me Baricco piace.
Mi sono letta molti suoi libri.
Ecco, ora se qualcuno mi dice un titolo e mi chiede di raccontare di cosa parla non lo ricordo. O meglio, in un primo momento le confondo le trame. Forse perché li ho letti tutto di un fiato, uno dopo l’altro.
Non è certo colpa sua, di Baricco intendo, se non ricordo subito la trama precisa dei suoi romanzi.
Io ho una memoria così per i libri.
Che ogni tanto è ballerina. Anche se io la ballerina da grande non la volevo fare. Attrice o cantante o architetto. Ballerina no. Ma intanto ad oggi non faccio nessuno dei tre mestieri precedenti. Quindi siamo pari.

Insomma, in un libro che non ricordo quale sia scriveva, più o meno, che nella vita accadono cose che sono come domande, passano anni e poi la vita risponde.

A me la risposta l’ha data il fratello dell’avvocato, perché poi ci siamo visti dopo che mi ha chiesto consulenze per i lavori, e lui forse aveva proprio quella sensibilità lì, perché mi ha detto che lui all’avvocato ad un certo punto ha detto – ma cosa vuoi da Emma? Se non vuoi nulla lasciala stare – perché l’avvocato era da tempo innamorato della fidanzata del suo migliore amico, quella con cui ballava quando volevo sublimarmi nella sala da ballo.

Ed alla fine lui ci è riuscito, ha avuto anche una figlia con lei, ed ha litigato con il suo migliore amico.

Ché poi la vita è bizzarra, infatti, poco dopo questa notizia e proprio mentre andavo in palestra, dalla macchina l’ho visto l’avvocato che spingeva il passeggino sul marciapiede.

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U come uomini – Mario – What goes up must come down

Attesa prevista 5 minuti.

Oggi che volevo fare presto che sono sgattaiolata via pochi minuti prima dall’ufficio.
Mica tanti.
6 minuti per essere precisi.
Ed ora che la metro è in ritardo perdo tutto il vantaggio.
Quando non riesco ad allontanarmi al più presto dal luogo dove lavoro, anche fosse solo il quartiere, mi innervosisco.

Attesa prevista 4 minuti.

Mi viene in mente Mario che quando eravamo ragazzini adolescenti era bello, biondo, alto, occhi marroni intensi, affettuoso, cortese, aristocratico, elegante e ricco. Molto ricco.

Mario oggi prende la metropolitana.
Mario prima di oggi non aveva mai preso la metropolitana e nessun altro mezzo di trasporto di gestione pubblica.

Che io tutto avrei pensato quando l’ho conosciuto tranne che oggi avrebbe preso la metropolitana.

E perché prende la metro?
Perché va a lavorare.
Va a lavorare? Mario?
Sì proprio lui… E prende mille euro al mese, Mario.

E quindi sono qui sotto al livello stradale, in mezzo a tanta gente che mano a mano aumenta e la banchina si riempie tanto che mi metto spalle al muro. Perché io ho quella strana paura lì, paura che qualcuno mi spinga oltre la linea gialla quando arriva il treno. Boh è una paura così.
E chissà se Mario ha la stessa paura. E chissà se il servizio è rallentato anche per lui.

Attesa finita. Treno in arrivo.

E il treno in arrivo è completamente pieno. Così pieno che la gente dentro guarda la gente fuori e la minaccia silenziosamente di non salire.
No, infatti non volevo salire, rimango sulla banchina.
Prendo il prossimo. Perché va bene che volevo fare presto, ma io non sopporto stare tutti appiccicati.
Chissà se Mario lo sopporta.

Quando ho conosciuto Mario erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dei party, del look, dei mondiali vinti, dell’ottimismo come regola, del Commodore 64, di wall street, degli young urban professional, dei capelli cotonati, delle spalline, dei colori fluo, dei vestiti taffettà con le balze.

Mario era uno di quei ragazzi appena affacciati all’adolescenza che sono abituati che a pranzo c’è l’argenteria e c’è quel signore dietro che appena il bicchiere è mezzo vuoto allora te lo riempie che tu quasi ti spaventi.
Perché non è che i miei non mi abbiano insegnato l’educazione estrema e non è che non pranzassero con le posate d’argento, e so bene che si inizia sempre dalle posate esterne e che devo tenere le mani sulla tavola e no, i gomiti no, che le sgridate che ci ho preso me le ricordo. È che io mi sento solo una ragazzina a pranzo da un amico. È che sono timida e se mi dai tutte queste regole io mi ci rinchiudo dentro e non ne esco più.
E poi c’è quella questione che il sapore dell’argento in bocca mischiato al cibo non mi piace.
Chissà se a Mario piace.

E chissà se Mario se la ricorda la festa in cui ci siamo conosciuti.
Io me la ricordo bene perché era la mia prima festa di sera.
Il mio primo vestito di taffettà colorato con le balze.
Le mie prime calze eleganti.
I miei primi tentativi di trucco.

Mario in quel contesto ci stava proprio bene, signorile, blasonato, accompagnato sempre dalla sua sfilza di cognomi.
Ha intrattenuto me e la mia amica tutta la sera con fare distinto, sensibile e delicato.

Mario ed io siamo stati amici per un paio d’anni. In città e al mare.
Mario si è preoccupato per me quando mio padre mi ha regalato il motorino.
Mario mi diceva sempre di non andare troppo veloce e di non frenare in curva e se proprio devi, non frenare con i freni davanti.
Mario non si arrabbiava quando il mio cane si attaccava alla sua gamba e la usava come sua amante.
Mario mi portava spesso alle feste dei suoi amici ugualmente blasonati, i partecipanti a dire il vero non erano necessariamente tutti corredati da pluricognomi, ma c’era una cosa che li accomunava: erano tutti sempre accompagnati da suffissi elativi nel loro essere conformati, strutturati, impostati, affettati, eleganti, educati.

Impresepiti insomma.

Che deriva da presepe, dalle statuine del presepe, come disse uno dei tanti che ho frequentato che mi piaceva tanto, ma io a lui no.
Quindi ieri che l’ho visto che entrava mentre io uscivo dalla palestra nuova dove mi sono iscritta ho abbassato lo sguardo, perché non avevo proprio voglia di vederlo e lo so che non si fa che ho criticato quelli che lo fanno, ma alle volte mi concedo di disattendere le mie regole.

Mario era il classico ragazzo che mia madre mi sponsorizzava e più lei tesseva le sue lodi, meno io pensavo a lui come possibile fidanzato.
Che poi mica ci ha mai provato o ha mai detto quello che si diceva:
"Ti vuoi mettere con me?"
"Ci devo pensare".
Che erano mesi che ci pensavi, ma a dire subito sì facevi la figura della facilona.
Mario non lo ha mai chiesto.

Poi io ho cambiato gruppo, ho lasciato la terra dei suffissi elativi per l’oceano dei prefissi elativi, il cui uso era meno frequente, limitato ad alcuni ambiti, alcuni in un linguaggio familiare, altri per la creazione di neologismi.
Il periodo iniziato col lavoro in discoteca il sabato pomeriggio.

E ci siamo persi di vista con Mario.

Fino a quando poche settimane fa aspettavo fuori da un locale e l’ho visto.

Lo sguardo si è fissato su di lui e ho visto un uomo che ha da poco superato i suoi primi anta, che adesso porta con sé, oltre a i tanti cognomi, anche una ventina di chili in più, e nel tragitto che lo ha portato a questo punto ha perso alcune cose, la sua acutezza visiva, la maggior parte dei capelli, quasi tutto il suo patrimonio e la sanità mentale.

Mario è entrato nel locale prima di me e all’interno l’ho ritrovato con la sola compagnia di un bicchiere di liquido trasparente, ad un tavolo, tre sedie vuote ed una occupata da lui. Seduto in una posizione leggermente legnosa, con lo sguardo fisso su un punto indefinito della parete vetrata dietro il bancone del bar, un sorriso in sintonia con lo sguardo che se pur fisso era di un sereno artificiale.
Sono riuscita a guardarlo solo pochi secondi così.

  • Mario!
  • Emma!
  • Sono contenta di vederti.
  • Te lo dico subito Emma ho un grande problema alla schiena quasi non mi muovo, ma sono uscito…sono sotto un sacco di medicinali.

Inizia a snocciolare una serie di nomi, morfina, bentelan, punture di qualcosa, anti dolorifici, altre pasticche che butta giù coll’aiuto di super alcolici.
Mi offre da bere, brindiamo insieme, lui è lì da solo (?) non glielo chiedo, lui lo chiede a me, io ho un compleanno, gli amici con cui sto li conosce ed infatti a rotazione passano e si salutano.
Mario mi chiede se può scendere con me per metterci da una parte a parlare, per stare un po’ insieme, così dice che si sentirebbe un po’ meno in imbarazzo.

Mario racconta subito che ha dilapidato il suo patrimonio.

Mario dice che nel dilapidarlo faceva conto su una serie di mobili antichi di elevato pregio e valore però con la crisi il loro valore è crollato di un’alta percentuale.

Mario dice di avere ancora due brillanti. Dice che se le cose poi andranno ancora peggio conterà su questi carati.

Mario ora è un impiegato, lavora per mille euro al mese, prende la metropolitana e dal suo prestigioso appartamento nel centro storico che quello ancora ce l’ha in affitto, impiega un’ora per arrivare in periferia.

Mario non è chiaro riguardo quale tipo di lavoro svolga, ma è chiaro che vuole usufruire della copertura assicurativa dell’Inail, parla di infortunio in itinere, ha intenzione di dimostrare il collegamento tra il mal di schiena e l’utilizzo della metropolitana, dimostrare l’infortunio durante il percorso da casa al luogo di lavoro.
Mario si allarga e parla anche di causa alla società di trasporti.
Ma il mal di schiena ti è venuto per la metro?
Mario dice di no, ma se può servire…

Mario dice che è tutto più difficile perché la madre ha 80 anni e si sopportano a mala pena.

Mario mi dice le solite frasi consolatorie sulla mia storia da Pubblico Impiegato.

Mario ha raccontato che i suoi amici blasonati non lo hanno mai aiutato, certo sì sono ancora amici, ma da punto di vista dell’aiuto economico nessuno si è mosso.

Mario racconta che da alcuni anni soffre di disturbo bipolare, che passa alti e bassi, che questo è un periodo di transizione e sta bene, ma poi magari tra un po’ rientra nel vortice.

Mario dice che oggi sta bene grazie ai medicinali.

Mario chiede se mi sono mai sposata, se ho avuto dei figli.

No, nessuna delle due cose.

Mario mi chiede perché. Perché non ho fatto figli. Avrei dovuto fare figli.

I figli non si devono fare. I figli ti viene voglia di farli se incontri qualcuno che…

Mario dice di sbrigarmi perché sono grande ormai, che non ho più molto tempo. Che per gli uomini è diverso.

Sarà anche vero, ma non è il caso di sbrigarmi e fare figli solo perché ho poco tempo.

Mario mi chiede allora perché non li ho fatti prima.

Che razza di domanda. Credo che sia semplicemente per il fatto che non ho trovato nessuno con cui mi sentissi di averli.

Mario insiste.

Io pure.
E tu Mario?

Mario racconta che lui ha divorziato. Che ha costretto l’ex moglie ad abortire.
Mario dice che ora se ne è pentito.
Mario racconta dei tratti somatici del suo figlio mancato, di che colore sarebbero stati gli occhi, i capelli, di come sarebbe stato bello perché l’ex moglie è bellissima.

Mario mi dice di essere stato indeciso prima di uscire per via del mal di schiena, ma ora è contento di averlo fatto perché stasera io sono la sua ancora di salvezza.

Mario dice che magari ci rincontriamo tra 10 anni, però forse è meglio così che lui non sta bene, però oggi sì, ora sì, perché abbiamo chiacchierato e l’affetto c’è sempre.

Poi Mario mi consiglia di raggiungere i miei amici, che tanto poi magari arrivano anche i suoi e mi saluta.

Io non lo so se i suoi sono arrivati perché poi il locale si è riempito e Mario l’ho perso di vista.

I miei amici hanno detto che mi sono fatta attaccare un bottone, che dovevo mollarono prima, che Mario è da tempo che è fuori di testa, che il lavoro da impiegato glielo avrà trovato qualcuno, che da pischello era uno stronzo ricco figlio di papà, e pure bello e le aveva tutte lui, che non c’è da commiserarlo, che è stato un grande idiota a dilapidare il suo patrimonio, che se si trova in questa situazione sarà il suo karma, avrà fatto qualcosa per meritare tutto questo e un lavoro a mille euro, che così finalmente si rende conto di come vive la maggior parte della gente. Che così magari la sua vita si tara sulla realtà comune.

What goes around comes around.
What goes up must come down.

Ecco io mi sento bipolare nei confronti di questa storia.

Perché quello che hanno detto i miei amici lo penso anche io, in linea generale.

Ma nei confronti di Mario quasi non mi riesce.
Forse per i ricordi che ho legati a lui.
Forse perché mi intendo di quei momenti in cui ti senti giù e non ti va di uscire, ma poi esci e la vita ti fa una sorpresa e ti lancia un’ancora di salvezza e anche se te la lascia a disposizione per poco tempo ti dà la forza per continuare, fosse anche un piccolo passo avanti.

E io l’altra sera sono stata l’ancora di salvezza di Mario, lo ha detto lui.
E se ci penso mi sento serena.
E poi mi viene in mente che forse non ci riesco nei confronti di Mario solo per puro narcisismo.
In fondo essere stata la sua ancora di salvezza potrebbe avere alimentato il mio io vanitoso.

Eppure se ripenso a quante cose avrebbe potuto fare e non le ha fatte, alla storia dei figli, alla storia dell’Inail, alle parole scontate dette sulla mia situazione lavorativa…mi sale una rabbia!

Vita di PI-Pubblico Impiegato – Riflessioni V

Oggi il corso sulla sicurezza sul posto di lavoro. Obbligatorio per legge.
Estensore del testo unico. Ecco il nostro docente.

Il docente e il corso sono presentati da uno dei "nostri" abbienti ingegneri.
Uno di quelli da 5 zeri all’anno.

Il Processo deve esser codificato, deve avere punti di controllo.
Monitoraggio e controllo sono fondamentali.
Tutto il sistema codificato lo troviamo in dettaglio sulla nostra intranet aziendale.

Ed ecco che il nostro ingegnere ci descrive i passaggi per arrivare agevolmente al link, il tutto dal pc portatile connesso al proiettore che sgrana l’immagine dietro la scrivania del docente.

Docente il quale scopre che il decreto sicurezza che è presente sulla nostra intranet non è aggiornato.
Monitoraggio e controllo non erano fondamentali…?
Esempio tipico di efficienza di questa azienda.
Soprattutto se ne sono accorti oggi, il penultimo giorno di corso.

Intanto questi geniali e ricchi ingegneri a capo di direzioni che in un corso sulla sicurezza utilizzano slide non aggiornate, viaggiano con vetture a totale carico aziendale, compresa manutenzione, assicurazione, bolli, permessi e quindi a totale carico del popolo sovrano…sovrano…sovrano…

Gli RLS raccolgono le sensazioni che ha il personale in materia di alcuni temi e le segnalano al responsabile servizio prevenzione e protezione, che non si è neanche accorto che il decreto non era aggiornato.
Quindi sono sicura che siamo in buone mani.

Seguono una serie di slide.
Cenni rapidi.
Slide dell’organizzazione delle persone che entrano in gioco, spiegazione dell’ingegnere a 5 zeri:

"Esiste un preposto che coadiùva il responsabile".

Coadiùva?!

Tutti quei mila euro al mese e tu sei uno che pensa si dica: coadiùva!!??

Ahi ahi, poveri noi…

Cambio di docente costui viene direttamente dal ministero del lavoro.

Bene direi.

  • Chi non ha mai sentito parlare della legge 626?

Dal fondo della sala:

  • * sì! Beghelli!!*

Sempre meglio.

Quanto è importante seguire le procedure.
Noi dobbiamo bla, bla, bla…

Chi ci spiega utilizza molto il termine "purtuttavìa".
A me piace molto il suono della parola: pur tuttavia.

Scopro che sono obbligata a prendermi cura della mia salute (ah quindi è un dovere, non un piacere…), e poi sono obbligata a prendermi cura della mia sicurezza sul posto di lavoro e anche di quella degli altri. Quindi gli altri sono obbligati a prendersi cura di me.
Mi viene in mente quando in chiesa si chiede agli altri presenti di pregare per noi il Signore Dio nostro. Che io mi sono sempre chiesta se poi qualcuno veramente lo fa.

Sono obbligata a segnalare al datore di lavoro le deficienze dei mezzi e dei dispositivi di protezione messi a mia disposizione.
A parte che sono l’unico tecnico dell’azienda cui non hanno dato i dispositivi di protezione, e mi chiedo se questo fatto devo interpretarlo come un segnale…vogliono farmi forse fuori?
Ma io vorrei denunciare e segnalare al datore di lavoro le deficienze di alcune persone messe a disposizione dell’azienda…va bene uguale?

Fortunatamente pare ci sia una notevole diminuzione degli infortuni sul lavoro. E questa è l’unica nota positiva del corso.

Ciascuno è responsabile della sicurezza in relazione ai propri obblighi.
Ecco questo concetto non farà mai presa qui dove lo scarica barile pieno di responsabilità è l’abilità più diffusa, a cascata dai direttori di settore, ai responsabili delle unità organizzative, alle risorse umane impiegate nella struttura, che se tocchi un foglio sulla scrivania di un altro allora lui è subito pronto a scaricarti tutta la pratica.
Ma no, stavo cercando un’altra cosa!
E non importa! Ormai l’hai toccata: è tua!
Un po’ come si faceva da piccoli con le suore: tua! Toccavi l’altro e si diceva gli passassi la sfortuna. Qui, invece, si passano le responsabilità.

Una collega si lamenta perché l’assunzione di stagisti crea un problema di sovraffollamento delle stanze.
Quindi secondo lei sarebbe meglio non prendere stagisti.
Un’ottima idea, grande esempio di solidarietà.
Simpatica collega riccioluta la tua massa di capelli mi infastidisce. Tagliateli.

Rischi: infortuni e malattie professionali.
Tra queste sulla slide però non è elencata la demenza precoce, né l’usura mentale, provocata dalla monotonia dell’impiego pubblico.
Va bene, tanto contro il logorio della vita moderna io metto un tavolino al centro della strada e mi bevo un cynar.

Nel delirio totale è uscito che il Ministro del lavoro porta jella.
Però non so dire la motivazione…mi ero distratta a fotografare gli astanti.

I comportamenti sono importanti…
Mi ricorda Nanni Moretti..che film era? O era un’imitazione? "Le parole sono importanti!".

Pericoli: caduta di materiale disposto in modo disordinato.
Dal fondo si propone come soluzione di dare fuoco alle pratiche.
Tanto è inutile archiviarle.
E purtroppo la grande tristezza è che è vero, è inutile…

DVRI. Interferenziali.
Interferenze per esempio con chi viene a fare le pulizie dell’ufficio.
Dovrebbero essere concluse alle 8 del mattino orario di entrata degli impiegati.
Sì sì proprio così.
Solitamente quando entro, mai alle 8, trovo le cape degli addetti alle pulizie impegnate nel faticoso compito dello spingere il pulsante del caffè alla macchinetta. Mentre i loro sottoposti ancora girano per i corridoi con le loro attrezzature sparse per le stanze. E quell’odore di ammoniaca che mi dà la nausea.

Ora dice che il Ministro ci farà fare arrivare ai 40 anni di lavoro prima della pensione.
Facendo un rapido calcolo…considerando i rischi del mio stile di vita del weekend …non ci arrivo a 40 anni di contributi. Ma poi si chiamano ancora contributi?
Caro Ministro, ma che ci arrivo a fare alla pensione dopo 40 anni di questa vita?
Sarò così avvilita che non riuscirò neanche a godermela, saranno così pochi i soldi mensili che non mi basteranno.

No! Per favore istruzioni su come usare la cucitrice no! Mi sento vilipesa nella mia integrità intellettiva.
Non sbattere la cucitrice sulla scrivania se questa non funziona, si rischia di rovinare l’attrezzatura!
Aiutatemi.

Il toner va messo nella sua busta e poi nel cartone apposito per lo smaltimento.

Ora si parla di corrente e io penso che supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare e un pochino mi commuovo.

La postazione è composta da due schuko e due bipasso.
La spina che può andare su quelle prese è la spina classica o la spina piccola.
Guardi io prendo una spina media chiara, due olive e i salatini quelli di riso, un po’ piccantini. Non ricordo come si chiamino, ma li adoro con la birretta.

Breve riassunto della segnaletica.
Indicazione dei luoghi sicuri.
Mi viene in mente solo casa come luogo sicuro.

Oddio il docente stava cadendo dal palco su cui è messa la scrivania e le sedie.
E durante il corso sulla sicurezza nei posti di lavoro è il colmo.
O forse è fatto apposta per rendere tutto più credibile.
Ok, ti credo.

Ecco è tornato il nostro ingegner nababbo che coadiùva.
Ci illustra le differenze degli estintori.
Possono essere con:
Ossido di carbonio: CO2. Anidride carbonica.
CO2 è ossido di carbonio?!
Ingegnere coadiuvante dai indietro una parte del tuo stipendio e devolvilo ai liberi professionisti che in fondo sono loro che ti pagano. Non te li meriti.
E visto che ci siamo tagliati anche tu i capelli.

In caso di incendio nel momento dell’evacuazione dobbiamo farci carico degli ospiti, di eventuali persone esterne che, purtroppo per loro, hanno a che fare con noi.

Le colleghe dietro di me escogitano metodi per poter eliminare durante un incendio una collega sgradita.
Nell’archivio. In bagno. Lanciarla dalla finestra.
Io su questo prendo appunti, mi potrebbero servire suggerimenti per il futuro.

In caso di calamità è necessario mantenere la calma.
Quella che qui stiamo perdendo se non la finite con questo corso.
Sono passate 4 ore dal suo inizio.
I primi sintomi di insofferenza generale si fanno sentire.
Ora c’è sul serio pericolo di una calamità naturale.

Ora c’è l’illustrazione della procedura da seguire nel caso di presenza di un folle.
Noi li abbiamo avuti svariate volte i folli da 6 anni che lavoro qui.
Ma poi tanto folli non erano, erano solo poveri cittadini esausti di non avere riposte.
Hanno dimostrato all’interno dei nostri locali, c’è chi ha minacciato, chi si è incatenato, chi si voleva dare fuoco.

….

Mmmh sì…è la verità.

Fortunatamente mai nessuno di loro si è fatto male.

Ora a gran voce si chiede all’ing. di lasciarci andare.
E lui ci lascia andare, tronfio di essersi guadagnato i suoi 5 zeri annuali.

Vita di PI – Pubblico Impiegato. Riflessioni IV.

Io ne ho viste cose che voi liberi professionisti non potreste immaginarvi.

Automobili appositamente comprate diesel per fare il pieno gratis a spese dell’azienda.

Letti da campo nascosti tra i macchinari per le pennichelle mattutine e pomeridiane.

Sampietrini posizionati alla base delle porte di emergenza per evitare la loro chiusura e facilitare il rientro degli impiegati dopo la fuga.

Impiegati perdere il controllo per non aver ricevuto il gadget aziendale (calendario da tavolo) causa esaurimento scorte e guardare con invidia il collega che invece lo sfoggia sulla scrivania.

Impiegati sottrarre l’agognato calendario a malcapitato collega con stanza su altro piano e posizionarlo sulla propria di scrivania.

Impiegati adirarsi perché un collega si permette di buttare la carta straccia o qualsivoglia altro oggetto da buttare nel loro cestino della spazzatura convinti che ognuno debba usare il proprio.

Impiegati scrivere il proprio nome sulla spillatrice con il pennarello indelebile, come quello che facevano alcune mamme sulla gomma da cancellare dei figli che ti dicevano poi però ridammela che sennò mamma si arrabbia.

Dirigenti sottrarre risme di fogli A4 perché a casa le avevano finite.

Impiegati e dirigenti portare a casa il computer portatile dato in comodato d’uso dall’azienda per farlo utilizzare ai figli.

Impiegati cucinare con fornello da campo all’interno di una stanza di ufficio per preparare pranzo cui si può partecipare solo con invito strettamente personale.

Impiegati e dirigenti arrivare con borsa del cambio abito per poter disputare partita a calcetto rigorosamente dopo aver timbrato l’entrata in ufficio.

Impiegati e dirigenti organizzare sopralluoghi presso presunti reali siti aziendali dislocati appositamente durante l’inverno in montagna e durante d’estate al mare.

Impiegati sostare tutta la mattina presso il bar aziendale.

Impiegati aspettare l’apertura delle porte della mensa aziendale e poi correre verso il bancone dove si distribuisce il pranzo spintonandosi tra loro per riuscire ad essere i primi della fila.

Sindacalisti beffeggiare direttori generali lungo i corridoi minacciando che prima o poi li avrebbero fatti fuori.

Sindacalisti cercare di mettere in difficoltà un dirigente “prescelto” insistendo frequentemente con le donne della corrispondente unità organizzativa per cercare di trovare un momento in cui per forza è possibile che sia successo un avvenimento, un gesto, una parola, uno sguardo, una battuta che inevitabilmente può essere classificata come molestia sessuale o come discriminazioni nei confronti di una donna per poi partire all’attacco e creare guai seri al malcapitato.
(a tal proposito ci fu un episodio che alcune colleghe che ho conosciuto avrebbero denunciato come discriminazione, ma a me ha fatto tanto ridere. Lavoravo all’epoca in un’unità organizzativa composta da soli uomini a parte me, c’erano stati dei problemi su un cantiere e il dirigente alla fine della riunione per spronarci: “Perfetto da oggi in poi andremo in giro tutti a cazzo dritto!”).

Dirigenti ritenere di essersi guadagnati lo stipendio perché durante un’intera giornata lavorativa sono riusciti a produrre una letterina. [sarà quella indirizzata a Babbo Natale?]

Impiegati essere destituiti dall’incarico di collaudatore per aver detto la verità e quindi non aver fatto passare il collaudo di una determinata macchina da mettere in commercio poiché non funzionante a regola d’arte e sostituiti con chi preferisce barattare la verità con un fruttifero imbroglio.

Impiegati essere allontanati dal cantiere per avere criticato le applique scelte e portate dalla ditta. [in particolare delle applique da parete costituite da piastra rettangolare in vetro satinato verde con sagoma del segno zodiacale in vetro satinato bianco da utilizzare nel corridoio di accesso alle stanze dei direttori e amministratori, nel palazzo sede degli uffici dirigenziali dell’azienda – palazzo di fine ‘800 …].

Intere forniture di materiale di ricambio inutilizzato e lasciato a degradarsi in locali chiusi e nascosti nei meandri di ampie sale archivio sconosciute ai più.

Stanze di ufficio, soprannominate tra gli impiegati “cimiteri degli elefanti”, arredate con scrivanie e sedie di recupero prive di attrezzatura d’ufficio e dedicate ad ospitare, con indici di affollamento decisamente elevati, altri impiegati completamente demansionati impegnati ad arrivare a fine orario lavorativo e, bene che vada, fino alla pensione, avendo nulla da fare.

Impiegati con al contrario tante cose da fare, non farle, motivandone la scelta ai dirigenti nel modo più semplice possibile:
“non ne ho voglia”.

Impiegati svolgere i propri compiti motivando la scelta ai dirigenti in un modo altrettanto semplice: “giusto perché sei tu, mi stai simpatico”.

Impiegati biasimare colleghi che non fanno straordinario mentre impiegano le loro ore facendo tutto il possibile tranne cose inerenti il lavoro.

[…]

Che poi per alcuni sono cose note, che se le racconti c’è chi non si stupisce, che per carità alcune vicende possono non essere così eclatanti come i raggi B che balenano nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, che se pensi però che io venivo dalla libera professione, che quando mi vedevano avvilita per anni mi hanno ripetuto “pensa alla salute”, che lo stipendio è un diritto, che il lavoro si paga a parte, che fino a che dura fa verdura, che fino a che sul conto in banca arriva lo stipendio va tutto bene, che ci sono cose peggiori nella vita, che non è bello dire “che lavoro schifoso” perché qualcuno potrebbe rispondere: “potrebbe essere peggio” – “e come?” – “potrebbe piovere”.

E non so se sperare che un giorno tutti quei momenti vadano perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.

Per me, però, sarebbe tempo di emigrare.

A come amore – forse un giorno sarà bello ricordare tutto questo

Pensavo come alle volte la vita possa sembrare irriverente e lesiva, ma si rivela invece sensibile e celebrativa.
Ti si presenta lì all’improvviso con la sua dose di ironia e sta a te poi deciderne il gusto, amaro o dolce.
E alle volte l’assurdità di determinate situazioni ti dona una certa euforia rivitalizzante.

Perché a me è successo, mi è successo che mi è venuto tanto da ridere di fronte al riesumarsi di una vicenda successa un quarto di secolo fa.
Mi ha fatto ridere per l’assurdità della situazione e mi ha fatto ridere perché ho scoperto che quell’episodio era stato scomposto dai miei enzimi, una parte assimilato come sostanza nutritiva e riutilizzabile per esperienze future ed una parte espulsa come rifiuto tossico.

Non pensavo che ce l’avrei fatta.

All’epoca avevo circa 15 anni, sì la maggior parte dei ricordi ora sono un po’ confusi e annebbiati, e solo alcuni episodi sono vividi.

Non ricordo come l’ho scoperto, né tantomeno quale è stato il giorno in cui l’ho saputo.
Ora mi appare come se fosse stato un giorno qualunque all’improvviso, dopo la sveglia della mattina.
C’è vento e piove, non fa altro che piovere, il caffelatte è pronto e mio padre ha una relazione con un’altra donna, va bene due cucchiaini di zucchero per me e mi sa che oggi metto anche il cappello perché fa freddo, ah sì e con chi e da quando?

Credo di ricordare che lui ne avesse parlato con mia sorella, per chiedere consiglio, o per metterla a conoscenza.
Ricordo perfettamente chi è lei e la sua fisionomia dell’epoca, mio padre è una persona cui parte un treno ogni dieci minuti e quella era la volta dei viaggi, così aveva preso una piccola quota dell’attività di lei.

La ricordo perché all’epoca io volevo fare l’attrice e lei dice che aveva uno che conoscevo un altro che stava nel giro insomma mi sono ritrovata più volte in un gruppo di comparse per film che questo tipo organizzava.
Ricordo il mio atteggiamento distaccato nei suoi confronti.
Ricordo che proprio non mi andava a genio, ma non so mica perché, perché io ancora non sapevo, sarà stato perché lei aveva una tendenza a fare la simpatica con me, la sdolcinata, l’apprensiva, troppe attenzioni non richieste.
Ricordo che quando l’ho saputo la rabbia mi è salita dal profondo e il rancore nei confronti di chi mi aveva messo in quella situazione è diventato un fuoco indomabile.
Ricordo la cena di Natale, ecco quella la ricordo.
Ricordo una telefonata e mio padre che esce di casa perché arrivano i cinesi e bisogna controllare non so quale prenotazione di quale albergo e la porta di casa che sbatte e mia madre che urla e mia zia che cerca di calmarla e la porta della cucina che si chiude alle loro spalle.
E io che però un po’ sento quello che si dicono perché i muri sono sottili e perché io sono l’unica che è rimasta fuori dalla porta e che però mia zia dice che forse è meglio che anche io sappia, e no, non devo ancora sapere, ancora no, sono ancora troppo piccola, dicono.
Ricordo poi una sera a cena e loro che litigano e mia madre che si alza urlando e urla che va ad ammazzarsi che va a buttarsi giù dal balcone. E io che non riesco a dire niente e mi chiedevo sempre che effetto mi avrebbe fatto la paura, mi avrebbe paralizzato o mi avrebbe fatto reagire?
Ecco l’ho scoperto la paura mi paralizza. Tutto. Gli arti. Il respiro. La voce. Ma l’udito no. Quello mi si amplifica e mi rimbomba.
Mi ammazzo. Mi ammazzo. Mi ammazzo. Mi butto giù dal balcone. Mi butto giù dal balcone. Mi butto giù dal balcone. Dal balcone.

Ricordo che mia madre mi ha raccontato di aver messo un santino sotto il cuscino e che pregava perché tutto si sistemasse.
Ricordo che scrivevo sul mio diario che non sapevo come facesse lei a sopportare tutto questo.
Ricordo che scrivevo che avrebbe dovuto cacciarlo di casa.
Ricordo di essermi ripromessa che quando sarei diventata grande ricca e famosa avrei portato mia madre in giro per il mondo per farle vedere tutti quei posti belli che desiderava.
Ricordo che mia madre ha iniziato ad andare in palestra, forse per sfogo o per distrazione, ricordo che è dimagrita tanto da arrivare ad una taglia 40, e che per una che da giovane era considerata una bonona formosa è tanto.
Ricordo che mi è sembrato che il tutto durasse un tempo infinito.

Ma non ricordo quando è veramente finito.

Ora mi appare come se fosse stato un giorno qualunque all’improvviso, dopo la sveglia della mattina.
C’è il sole, non fa altro che splendere il sole, il caffelatte è pronto e mio padre non ha più una relazione con un’altra donna, va bene due cucchiaini di zucchero per me e mi sa che oggi non lo metto il capello perché fa caldo, ah sì e da quando?

Ricordo che non avevo più la sensazione di essere sopra una barca alla deriva in balia della burrasca, senza comandante e scialuppe di salvataggio.

Ricordo che sono finite le urla e la tensione.

E non so se sia stata lui a lasciare lei o viceversa.

E ti dicevo come la vita possa sembrare alle volte irriverente e lesiva, ma si rivela invece sensibile e celebrativa.

Perché io mi sono ritrovata in Florida, che tu vai lì in vacanza per non pensare per prenderti quel tempo solo per te e l’ultima cosa cui pensi è che dopo quasi un quarto di secolo conosci a cena un uomo la cui sorella lavora con quella che 20 anni fa ti ha mezzo distrutto la famiglia, ha cercato di portarti via il padre, e ha fatto tanto soffrire tua madre.

E ti viene da ridere.

E infatti ridi.

Ed è un euforia surreale e imprevedibile.

Ed anche lui ride, ma non è una risata di scherno è disapprovazione nei confronti di una donna ormai 65enne che continua a vivere come quando ne aveva 40.

E scopri che tuo padre non è stato l’unico uomo alla mercé di questa signora, oltre a lui ce ne erano altri ed in contemporanea, perché lei vive così, prima ed ora.

Sorridi perché la vicenda è ora illuminata da un’ulteriore luce, sotto quel riflettore tuo padre ti appare semplicemente come un uomo, che magari l’ha saputo di non essere l’unico, che magari anche lui era in balia di una tempesta.

Sorridi perché vedi chiaramente la forza di tua madre che ha lottato per non mandare in frantumi la sua vita e quella della sua famiglia.

Sorridi perché ti riscopri a volere bene alle due persone più importanti della tua vita che durante l’adolescenza hai spesse volte disprezzato.

Ridi perché scopri che la vita è sensibile, con delicatezza ha aspettato il tempo giusto, ha aspettato che tu metabolizzassi il tutto, ha aspettato il momento in cui riproporti la faccenda proprio quando tu non hai più la vista annebbiata dalla rabbia, come quando il cielo è terso e riesci a distinguere i particolari del panorama senza confonderli.

Ridi perché scopri che la vita è celebrativa, celebra due persone che hanno sorpassato un periodo buio che li ha portati a festeggiare 43 anni di matrimonio sfidando ogni probabilità.

Revocate animos maestumque timorem mittite: forsan et haec olim meminisse iuvabit.**
Richiamate agli ordini gli animi e mettete da parte il triste timore: forse un giorno sarà bello ricordare tutto questo.

Eneide Libro I

Rapporti interpersonali – i primi 40 anni – Demoni e Montagne

Come? Quale faccia? Ah, la mia… È che stavo pensando. No, nulla. Sì insomma….
Che anche se è una grande città nei locali ti capita di rivedere le stesse persone, anche se passano gli anni sembra che alcuni siano lì da sempre che non si siano mai mossi che il tempo si vede che è passato solo perché hanno più rughe intorno agli occhi.
Gli uomini, perché le donne no. Le donne non si capisce bene che età abbiano, ma tu lo sai perché erano lì quando c’eri anche tu, lustri fa. Perché alcune donne a queste cose ci tengono. Sì è vero, lo sai, io anche ci tengo. Le rughe no, quelle no, quelle proprio non si intonano con quel vestito che ho comprato l’altro giorno. E no, non riesco a fare come la Magnani. Sì lo so che non è di marca il vestito e l’ho preso dal cingalese quello che ogni due settimane sta alla fermata della metro, però a me piaceva e poi ormai cosa me ne può importare più delle marche.
Poi sai che ti dico che io non ho mica più 15 anni, mica ancora vado a scuola quella solo femminile, quella che se non hai la marca non fai parte del gruppo delle fiche. No, io ora vesto low cost.

E insomma loro te li ritrovi lì anche dopo anni e non è quello che mi distrae perché anche io sono in giro da tanto. Te lo ricordi, no? Sono passati quasi 25 dai sabato pomeriggio in discoteca. Quindi no, non è quello.
È l’atteggiamento che mi disturba. Quell’aria di superiorità che si portano dietro da sempre.
Quell’atteggiamento da ragazzaccio che fà un po’ vissuto, che fà un po’ più grande. Quell’aria che quando eri adolescente sembrava normale assumere. Che però ora è un po’ stonata.
Quello sguardo dalla testa ai piedi che ti scruta per vedere se sei di cachemire o di lana caprina. Che a me ad oggi sembra del tutto superfluo. Appunto mi sembra proprio de lana caprina. No, non de romano, complemento…vabbè anche de romano ci sta bene.

Quell’aria sfrontata di chi ha scalato le montagne più alte. Che invece le vette con maggior pendenza su cui solitamente si inerpicano sono i gradini che li portano nei privé dei locali.
Quell’aria di chi ha tante storie da raccontare perché ha girato il mondo perché le possibilità c’è l’ha, ma poi invece il mondo più lontano che ha visto è quello a due ore di macchina o ad un’ora di volo perché l’estate la passa sempre nello stesso luogo e i soldi di papà e le sue possibilità se le gioca tutte là.

Quell’aria di chi è sopravvissuto a chissà quali avventure al limite del possibile e provato chissà quali emozioni che a raccontarle non ci si può credere, che invece la cosa più avventurosa che sono riusciti a fare è il safari in mezzo al traffico con il macchinone per riuscire a schivare le vetture più piccole e l’emozione più grande provata è quella di aver trovato parcheggio vicino al locale.

Perché quelli che invece i soldi di famiglia li hanno saputi sfruttare e far fruttare qui ci tornano solo in vacanza e sono quelli che quando li rincontri è come se non fosse passato un giorno, quelli che se ti vedono non si chiedono più se saluti prima te o loro, quelli che ti saltano al collo e non hanno atteggiamenti superiori perché un po’ di mondo al di là di questo lo hanno visto e hanno dato il giusto peso alle cose che quindi anche se hai il vestito comprato dal cingalese non importa, quelli sì che secondo me hanno da raccontare avventure e che se pure tu non ne hai tante da raccontare a loro perché la tua vita è sempre qui nella solita routine non ti fanno sentire un idiota e anzi ti senti in sintonia perché mica è più importante quello che pensavamo quando eravamo quindicenni che noi quindici anni non ce li abbiamo più e che i 40 sono un’altra cosa non sono i nuovi venti, perché la vita va avanti quindi sono proprio 40 e basta.

Perché poi quelli lì quelli di prima hanno quell’aria lì quell’aria di chi nella vita ha dovuto combattere contro il demone che ha dentro, perché avere l’aria di chi ha dovuto combattere per essere ancora qui fa fico, magari rimorchio, quell’aria un pò di mistero di chi ha dovuto chissà cosa passare nella vita ha sempre il suo fascino. Che invece l’unico diavolo che conoscono è quello che hanno urlato contro chi gli stava per rigare la macchina nuova per una manovra troppo azzardata.

Perché io poi mi fermo a pensare a quelli che ho conosciuti quelli che con il diavolo dentro ci hanno combattuto sul serio, quelli che per esempio il demone della droga lo hanno vinto, quelli che dopo aver vinto magari gli è successo che lo stesso demone gli ha portato via il fratello in una notte qualunque, così quando meno te lo aspetti e il demone del guidatore dell’altra auto che magari lui non c’era riuscito a vincerlo e quindi non ha visto e al fratello lo ha proprio preso in pieno mentre camminava sul bordo della strada per tornare a casa.
E allora poi ti rimane dentro tutto questo e tu devi riprendere a combattere quell’incendio che ti divampa internamente e lo devi spegnere che se non riesci a spegnerlo poi sai dove ti può portare perchè lì ci sei già stato, ma non ci vuoi più tornare.
Ed è nei loro occhi che tutto si vede realmente, nei loro occhi si vede, ma poi se ti incontrano sono tutto tranne che supponenti non sono lì che ti vogliono insegnare qualcosa, eppure tu da loro potresti imparare tanto, potresti imparare come non mollare quando tutto sembra che ti crolli addosso.

Quelli che le montagne le hanno scalate sul serio, le montagne di una partenza improvvisa per un paese di cui non si conosce neanche la lingua, le montagne del dover mollare tutto perché qui è diventato pericoloso rimanere, le montagne dell’essere solo senza famiglia e amici e ti tocca cominciare da capo, che senti la voce al telefono rotta dal pianto perché il tuo è l’unico numero che ricordano a memoria e gli hanno rubato lo zaino e non hanno più niente solo queste poche monete per fare una telefonata e scelgono di chiamare te per dirti che stanno partendo, ma non credono di tornare un giorno, ma forse sì, però ti chiamo io o ti scrivo perché è più sicuro se neanche tu sai dove sono. E quando li rivedi hanno quella luce negli occhi che illumina anche te che sei lì davanti a loro.
Quelli che sono arrivati in cima alle montagne e sono riusciti a godersi il panorama.

E per tanti che ci sono riusciti a godersi il panorama c’è ne sono altrettanti che non ce l’hanno fatta e il demone magari quello della depressione li ha ingoiati, ma prima di ingoiarli ha cercato di salvarsi passando a qualcun altro, quel qualcuno che è stato chiamato poco prima che l’altro la facesse finita. E ci sono le persone che rimangono che il loro lutto se lo portano dentro e che però non ti fanno pensare che loro una storia vera c’è l’hanno da raccontare che però se guardi bene lo vedi e se vuoi loro te la raccontano anche, ma non pretendono nulla.

Quelli però se li incontri una sera non gli importa niente se hai il vestito del cingalese, quelli no e a me neanche e non so a te, ma se non importa neanche a te allora se vuoi ti ci accompagno dal cingalese.

In my shoes – senso di colpa

Convivo con un senso di colpa invadente e ficcanaso che sto cercando di educare al rispetto e alla riservatezza.

Così ho scritto rispondendo a corvobianco213 sul mio post.

Sì, perché è capitato spesso che lui (il senso di colpa non corvobianco!) si sia intromesso nelle mie decisioni quotidiane condizionandomi e manovrandomi verso l’alternativa da lui suggerita affinché assecondandolo si potesse acquietare, ma che non necessariamente sarebbe stata quella che io avrei scelto in sua assenza.

Lo sfacciato è figlio di un senso del dovere inculcatomi sin da piccola grazie alla regola: “prima il dovere dopo il piacere”, tramutatasi in stile di vita tanto da farmi arrivare al punto che fare le cose per il mio puro piacere, tralasciando il dovere, mi scatenava un senso di colpa tale da non farmele gustare.
E se non assapori l’aroma e non avverti il gusto il piacere non è più né seducente né desiderabile.

Il senso di colpa ha avuto nel corso della mia vita un ruolo importante anche nei rapporti interpersonali.
Per esempio a seguito di discussioni in cui magari ero convinta di essere nel giusto ed avevo quindi reagito facendo valere le mie ragioni.
O a seguito di comportamenti che io ritenevo insoliti nei miei confronti in cui non riuscivo a trovare una spiegazione o un’azione da me compiuta che avesse potuto scatenare una reazione spiacevole.
In queste occasioni sentivo il malandrino svegliarsi, sgranchirsi gli arti e con passo del leopardo, armi in mano, intrufolarsi nelle mie idee, attaccarne le fondamenta corrodendole, insinuare il dubbio nelle fessure createsi, fertilizzandone il terreno gli faceva prendere forza a poco a poco.
E come è noto: alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia e produce un’esplosione.

La deflagrazione mi portava a pensare che alla fine le cose si fanno in due, la mia parte di colpa esiste, non la vedo, ma esiste, non c’è dubbio. Posso mica ritenere responsabile esclusivamente un altro essere umano. Posso mica pensare che il suo comportamento non sia una reazione giustificata da una mia azione precedente. È non c’è alcun dubbio, la mia azione comparata alla sua reazione è sicuramente più criticabile.

Che poi se il senso di colpa va a braccetto con una timidezza atavica diventa un tumulto generale.

Ci sono andata anche in terapia. In un primo momento singola e poi, quando la dottoressa mi ha ritenuto matura al punto giusto, sono passata al livello successivo della terapia di gruppo.

Devo ammettere che queste terapie sono state utili.

Utili perché mi hanno permesso di riconoscere il groviglio di confusione che si era creato dentro di me.

Non che io abbia sconfitto tutti gli aspetti bui della mia personalità, ho imparato però a conoscerli, e a riconoscere quando il filibustiere si risveglia. Alle volte riesco a farlo riassopire, alle volte no, in alcune occasioni sono riuscita a disarmarlo, altre no.
Ho imparato anche a gestire meglio la timidezza, quella che ti paralizza.
Ho imparato anche a non dire sempre sì, a non essere sempre accomodante ed a non essere sempre io che mi adeguo alle esigenze altrui.

L’ultima volta in cui ho sperimentato tutto ciò mi si è chiarito un grande dubbio.

A come amica, qui meglio descritta, che infatti non so poi se amica vera sia stata, sin dall’inizio qualche dubbio me lo dovevo fa venire vedi qui, si è trasferita in un’altra città per lavoro.

Già quando stavamo nella stessa città le sue chiamate erano rare, però può essere così in un rapporto c’è a chi piace cercare e a chi piace essere cercato, lei sempre indaffarata e meno flessibile nei confronti di organizzazioni diverse da quelle da lei scelte, io, anche se ugualmente indaffarata (perché intendiamoci nessuna delle due è un chief executive officer), sono di carattere più accomodante, quindi è anche normale che in un rapporto si creino degli equilibri basati sulle diverse inclinazioni.

Metti il fatto che quando torna ha pochi giorni per incastrare incontri con amici e parenti, che deve avanzarle anche un po’ di tempo per coltivare il suo hobby (perché alle volte le dà anche lavoro), che frequenta sempre lo stesso gruppo, che questi amici sono anche quelli che le permettono di coltivare il suo hobby, che solitamente si vedono in locali dislocati in quartieri che io non amo perché devo attraversare la città per raggiungerli, e che lei con i miei amici non ci vuole mai venire e infatti non ci viene.

Considera che la penultima volta in cui è tornata non mi sono adeguata ai suoi programmi e quindi non ci siamo viste.

Metti il fatto che l’ultima volta che le ho mandato un sms per sapere quando sarebbe tornata non mi ha risposto e che ho scoperto tramite fb che era qui e in più, per una volta, in un locale a 5 minuti da casa mia e con un’amica comune che non c’entra niente col gruppo di cui parlavo prima, metti il fatto che allora le ho telefonato e non mi ha risposto, metti il fatto che non mi ha mai richiamato.

Insomma metti tutto ciò.

Sentimenti di rabbia, di delusione, di incredulità nati in un primo momento sono stati spazzati via in un secondo momento dal più forte senso di colpa che mi ha fatto iniziare a pensare di aver fatto qualcosa che non andava. Ho quindi ripercorso tutti i mesi precedenti, cercando di valutare i vari episodi.

E poi un giorno, quando ancora oscillavo tra moti di collera e senso di colpa, mi trovavo nel locale dove vado di solito e mi sento chiamare. Era lei in città, non lo sapevo. Fa tutta la simpatica, come se niente fosse successo, io sono presa alla sprovvista e cerco di fare anche io come se non fosse successo niente e poi però mi manda in bestia perché mi dice:

Anche tu qui a fare l’aperitivo?

(Come anche io qui?! Io sto sempre qui, ma così tanto spesso che appena varcata la soglia del locale già il barman mi prepara un bicchiere di Franciacorta. E mi conosce così bene che me lo fa anche generoso. Vengo così spesso qui e mi sento così a casa che l’altro giorno me ne sono andata un po’ storta e mi sono dimenticata di saldare il conto, ma il proprietario il giorno dopo quando sono arrivata completamente mortificata si è fatto semplicemente una gran risata.)

Mi è risalita quella sensazione amara che mi ha sempre provocato il suo atteggiamento da prima donna.

Sai cosa ti dico senso di colpa?

Magna pure tranquillo perché per il momento non vincerai, questa volta scelgo me e con grande tranquillità mi scagiono anche dal dovere di parlare della faccenda con Alfaprivativa.