U come uomini – Il maestro di sci II

Li vedo sempre quel papà e suo figlio nel passeggino, li vedo sempre perché si vede che siamo i patiti del primo vagone della metro e si vede che il tempo per noi gira sempre allo stesso modo.
E lui mantiene sempre il contatto con il suo bambino che spesso dorme, gli tiene una mano, gli accarezza la testa, i piedini, il viso, non lo lascia mai.

Io mi lascio invece ogni tanto.

Perdo il contatto.

Succede spesso quando non sono convinta di essermi comportata come avrei voluto.

Mollo gli ormeggi e mi lascio vagare nell’oceano dei miei dubbi e delle mie incertezze.

Perdo il contatto con la terra ferma.

Gli unici sintomi della sparizione dello skyline alla mia vista sono l’interruzione della lettura e della scrittura.

L’ultima volta che è successo è stato per quanto è accaduto con il maestro di sci. La lettura l’ho ripresa prima della scrittura, ma la scrittura, quella sì, l’ho lasciata per un po’. Subito dopo il post su di lui, sul maestro di sci.

Perché poi dopo la telefonata non ho resistito e il primo weekend disponibile sono andata da lui e il primo weekend disponibile era quello della stessa settimana in cui mi ha telefonato. Non ho perso tempo, ho preso subito la palla al balzo. Ma al concerto di Vasco quest’anno non vado purtroppo.

Non ho riflettuto un secondo e ho lasciato i cani e non è tanto nel fatto di lasciare i cani perché è capitato altre volte, ma è tutto nel modo in cui l’ho fatto. Perché si dice che molte volte sia come fai le cose che può dare fastidio piuttosto che le cose stesse.

E mi era già successo per questo sono consapevole che se lascio i cani in quel modo vuol dire che sono in un equilibrio precario tra il desiderio e il pozzo.

Vuol dire che sono un funambolo sulla corda tesa delle mie insicurezze.

E li ho mollati, si certo erano a casa dei miei e chi meglio di loro se ne può occupare, però li ho mollati proprio così come fossero loro a sbilanciarmi a farmi perdere l’equilibrio a farmi rischiare di mandare a puttane lo spettacolo cadendo al suolo e ridicolizzando l’intera comunità itinerante.

E vorrei raccontare come si sono svolti i fatti, vorrei raccontare di come sono passata sopra al modo in cui non ci eravamo più sentiti, al modo in cui non sono riuscita a gestire la situazione.
Vorrei raccontare di come ero eccitata all’idea di rivederlo, perché poi forse era tutto là il suo segreto tutto in quello che mi provocava.
Quello che mi provocava, il fascino che su di me esercitava la sua vita vissuta nell’aura di un’apparente anticonformismo, nel suo raccontarsi al di sopra degli schemi, nel suo proporsi agli altri con una vita scelta un giorno dopo l’altro, svicolando tra i condizionamenti e scartando i vincoli di una quotidianità banalmente comune ai più.
Vorrei raccontare di come sono stati quei tre mesi, quei miseri 90 giorni, che se li racconti volano, se li vivi però camminano, ci sono quelle persone e quelle situazioni che provocano in un lasso minimo di tempo sensazioni che rimangono incise a bulino sulla pelle dell’anima.

Ed è inutile ormai metterlo nero su bianco, perché non esiste nulla di particolare in quello che è successo. Non esiste nessuna scena degna di essere girata a colori e con il sonoro. Ma neanche in bianco e nero e con le vignette. E se è rimasta della pellicola dei mesi precedenti a questi, possiamo distruggerla, darle fuoco, il mondo non sarebbe privato di alcun capolavoro.

E poi le immagini e le parole a cosa servono se non a provocare sensazioni?

Le posso quindi tralasciare, posso cancellare tutte le nostre parole, tutte le immagini che ci ritraggono insieme perché le sensazioni le ho ben chiare.
Ma purtroppo non riesco a scinderle, queste sensazioni mi evocano immagini, davanti ai miei occhi proiettate come tanti flash ad intervalli irregolari che fendono la nebbia del risentimento che covo nei confronti di me stessa per aver perso l’equilibrio, aver mandato a puttane lo spettacolo, nella caduta aver perso la vis insita con l’inevitabile conseguenza di essere rimasta in balia dei suoi malumori e dei suoi buonumori, delle sue voglie e delle sue avversioni, del suo appagamento e del suo disappunto.

Per poi scoprire che mi potevo anche sentire peggio rispetto a come mi sono sentita ad essere un corpo roteante nel vortice dei suoi sinonimi e dei suoi contrari, ed è come mi sono sentita quando sono diventata un corpo inerte.

Come gli inerti non reagivo con l’elemento con cui ero in contatto, non subivo alcuna modificazione durante la fase di indurimento del legante e come questi contribuivo ad aumentare la velocità di reazione, a diminuire il tempo di indurimento, massimizzare la durabilità, la resistenza alla compressione, la resistenza alla frantumazione.

Lui, infatti, unico legante di questa storia – perché era di certo lui che teneva legata me, io non riuscivo affatto a tenere legato lui a me – iniziava ad indurirsi.
Indurimento dovuto ad una evidente sazietà nei confronti della mia presenza. Che non era sinonimo di soddisfazione, gratificazione e benessere che si prova dopo aver soddisfatto un desiderio o anche un bisogno.
No.
Intendo un senso di nausea, di stuccamento, a rapida essiccazione, compatto e molto resistente, formato da componenti che fornivano un’elevata protezione contro l’osmosi, di semplice applicazione, facilmente spatolabile e utilizzabile anche nelle condizioni più estreme.

Ma la comunità itinerante ne è uscita illesa, solo io, funambola invischiata nel groviglio creato dalla mia inerzia, sono rimasta offesa.

Offesa con me stessa.
Per non aver reagito in un primo momento e aver reagito in modo del tutto diverso rispetto a come avrei voluto in un secondo momento, quando durante quella telefonata lui mi ha chiesto se pensavo che stessimo insieme perché la sua amica gli aveva chiesto di me ma lui le aveva detto che non stavamo insieme e lei gli aveva consigliato allora di non avere con me quegli atteggiamenti che aveva di non comportarsi così con me anche in mezzo alla gente perché dal suo comportamento sembrava proprio che stessimo insieme e lui durante la telefonata voleva sapere cosa io pensassi perché se avessi pensato così ossia che io e lui stavamo insieme allora lui con quella telefonata voleva chiarire tutto voleva dirmi che non aveva intenzione di stare insieme a me che non l’aveva mai pensato che non voleva farmi credere questo con il suo comportamento che allora se era così forse sarebbe stato meglio non vedersi più perché lui non voleva stare insieme a nessuna e non voleva che io continuassi a fraintendere e io certo ma che dici non lo avevo mica pensato che stessimo insieme che anche io mica voglio stare con te che non avevo assolutamente frainteso il suo comportamento che non c’era bisogno di nessuna spiegazione che potevamo tranquillamente continuare a vederci che così a me andava bene è sempre andata bene così che mica da oggi in poi non ti farai più sentire che guarda che ho capito benissimo la situazione a me sta bene così continuiamo a vederci.

Il prevedibile epilogo della storia: lui non ha più chiamato e non ha più risposto alle mie telefonate.

"Ho un amico – disse alla fine Lisa – è un’artista, uno scultore.
[…]
L’ultima volta che sono passata da Jason stava lavorando ad una nuova idea. Riempiva di gesso degli imballaggi vuoti, usava la plastica con le bollicine che usano per avvolgere i giocattoli, o i pezzi di polistirolo per proteggere i televisori, hai presente? Bene, lui li chiama: "
spazi negativi".
Li usa come stampo e crea delle sculture.
Aveva centinaia di oggetti nel suo studio…forme fatte con porta uova, blister di spazzolini da denti, la plastica sagomata di una confezione di cuffie stereo… …camminavo nel suo studio guardando tutte quelle sculture bianche e ho pensato:
È esattamente ciò che sono io.
È ciò che sono sempre stata, per tutta la vita.
Spazio negativo.
Sempre in attesa di qualcuno, o di qualcosa, sempre in attesa di un sentimento reale che mi riempisse e mi desse una ragione…"

Shantaram

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Vita di PI – Pubblico Impiegato -Riflessioni VII – take it easy

Il mio periodo di sosta nel limbo sta per scadere.
È arrivata la temuta comunicazione a firma del nostro eminentissimo, amabilissimo, egregissimo, illustrissimo, empaticissimo, dott. Avv. Comm. Ing. Arch. Direttore del personale.

Con la nota protocollonumerodel, sua superiorità comunica che il servizio cui appartengo entro la fine del mese chiuderà.

Con medesima nota protocollonumerodel, sua elevatezza, chiede al disponibilissimo, professionalissimo, preparatissimo, sorridentissimo, onoratissimo nostro Direttore Generale di ricollocare le risorse umane dell’invidiatodatutti limbo in altri servizi, a seconda della professionalità.

Orbene, questo sembrerebbe una cosa semplice.

Niente affatto.

Innanzitutto le uniche risorse umane che sono rimaste nel servizio siamo io e la mia fantastica – e questa volta non sono ironica – collega Ca.
Che meno male che c’è lei altrimenti…altrimenti tutto.
Perché tutti gli altri appartenenti al servizio nel corso di questo periodo di limbo si sono defilati, nei modi meno trasparenti possibili, e sono stati inseriti in altri servizi.

Bene, sua squisitezza Direttore Generale non ricorda il cognome di Ca, la colpa è che il cognome suona come quello di un’altra collega di un altro servizio. Durante questi anni numerose sono state le occasioni di scambio, sua perfezione chiamava Ca, volendo invece parlare con Ba.
Sua ineccepibilità confonde Ca e Ba anche fisicamente.
A poco serve che l’una sia un ingegnere pesi circa 40 kg, sia mora, con spiccato accento del nord Italia, e che l’altra sia ragioniera, pesi cerca 70kg, sia bionda quasi platino, con spiccato accento del sud Italia.
Nessuna scusante possibile si può trovare nel fattore tempo entrambe lavorano qui da oltre 10 anni e sua incontestabilità almeno la metà.
Nessuna scusante si può trovare nel numero di dipendenti.

Sua onestà anche di me sa poco e niente.
In questo ultimi anni l’ho visto una volta.
Tutti i documenti da me redatti e che devono portare anche la sua firma giacciono in un faldone sulla scrivania, ma non la principale, quella di seconda scelta, quella dove ci sono le cose che possono aspettare e, quindi, tutti i processi (che ci si riempiono tanto la bocca con questa parola) a loro collegati, aspettano – chi da 4, chi da 3 chi da due, eccetera – anni.
Da quando ha preso posto sulla sua ergonomica sedia in pelle ne ha firmata solo uno, giusto appunto quell’unica volta che l’ho visto.

Prendere un appuntamento per parlare con lui è cosa pressoché impossibile, filtrato dalla sua fedele segretaria bonsai, pare che lui abbia tempo solo per gestire quelle che qui chiamano macropratiche, di evidente macroscopico interesse, con macroprocessi da gestire, macroattività da coordinare, con macrocervelli coinvolti in macrobrainstorming, da cui escono macrosoluzioni, macroteorie, macroidee, macroobiettivi da raggiungere, macrostrategie da adottare, e chi più ha macro più ne metta.

Quindi si può ben comprendere che sua macrosità nutre per il microlimbo cui appartengo lo stesso interesse che Schroeder nutre per Lucy Van Pelt.

E allora io e Ca, indipendentemente dalle nostre professionalità, potremmo indifferentemente capitare con:
la dottoressa che cammina come fosse Marylin nella scena con il vestito rosso in Niagara, ma in realtà ha l’aspetto e le curve della signorina Minù, piazzata qui da un potente parente – cui telefona sempre se qualcuno le pesta i suoi dolci piedini piatti piagnucolando di rimettere tutto e tutti al loro posto.

La dottoressa fisarmonica che a furia di ingerire fat burning continua perdere e a riprendere chili, si gonfia e si sgonfia come Eddie Murphy ne Il Professore Matto. Ed ha come ulteriore conseguenza che la sinusoide che disegnano i suoi attacchi uterini è completamente imprevedibile. Anch’ella utilizza come deus ex machina il suo importante parente.

La dottoressa che per osmosi passata da ogni suo parente è anche tuttologa, aspirante direttora.

Il dottore che tutto sa sulla voga longa, ma tutto ignora su quel che è inerente il suo ruolo di responsabile, delega tutto ciò che può delegare e anche quello che non potrebbe, ma è preparatissimo sulla materia rimorchio infrasettimanale, ossia di chi come lui si trova in un’altra città in trasferta.

Il dottore che narrano assomigli a quel bell’attore, che ancora nessuno ha capito quale. A me, detto tra noi, ricorda Bobby Solo. Cio è dovuto alla sua anacronistica pettinatura e a quel modo di dondolarsi mentre cammina che sembra dire che da una lacrima sul viso ha capito molte cose.

Entrambi arrivati fin qui dopo un girovagare per l’Italia, sempre rigorosamente il più lontano possibile da casa, che sembra che se stai più lontano da casa e ci torni solo il fine settimana allora diventi un degno responsabile di settore.

Il dottore ad angolo retto perché a forse di ossequiare i suoi pari grado, i suoi superiori e tutti i suoi interlocutori anche la sua postura si è adeguata. E tutte queste riverenze lo fanno evidentemente sforzare tanto, perché l’odore della sua fatica impregna tutta la sua stanza e lascia la scia quando passa.

Il dottore che se mi qualcuno mi dicesse che abita allo 0001 di Cemetery Lane non stenterei a credergli, non solo perché è troppo magro per essere così alto, oppure è troppo alto per essere così magro, ma anche perché quando lo incroci lui abbassa repentinamente lo sguardo, non risponde al saluto se non alle volte con un grunt che io ogni tanto penso che alzerà lo sguardo e mi dirà con la voce tipica di Lurch: chiamatooo?. Io non so come è arrivato qui, so che è arrivato però circa tre mesi fa e che sua autorità lo ha incaricato di studiare e risolvere il caso mio e di Ca.
Ovviamente ignorando tutto di noi e senza neanche convocarci per un colloquio.

Take it easy.

Il lato positivo – citazioni

Con lo giusto stato d’animo tutto è possibile, credo che spesso restiamo impantanati in questo stato di negatività ed è un veleno come niente altro.

[…]

Excelsior.
Lo sai cosa farò? Prenderò tutta questa negatività e la userò come carburante per trovare il lato positivo. È questo che farò e non è una stronzata. Non è una stronzata, ci vuole impegno e questa è la verità.

[…]
Fammi dire una cosa, devo dire una cosa. Ecco cosa credo sia la verità, ecco cosa ho imparato in ospedale: uno deve fare tutto quello che può, deve impegnarsi al massimo. Se fai così, se rimani positivo vedrai spuntare il sole tra le nuvole.

[…]

  • …ma la pressione…è come se…
  • Stai bene?
  • Io non sto bene ma non dirlo a nessuno. Stammi a sentire. Mi sento come se fossi schiacciato.
  • Schiacciato da cosa?
  • Da tutto, la famiglia la bambina, il lavoro, quei cazzoni dell’ufficio. Ed è come…come…come se cercasse di fare così ecco ..e poi mi sento soffocare.
  • Porca vacca!
  • Non si può essere felici continuamente.
  • Chi ti ha detto che non lo si può essere?
  • È così. Devi fare del tuo meglio, non hai scelta.
  • Non è affatto vero.
  • Non si può e basta.

[…]

Ci sarà sempre una parte di me che è smandrappata e sudicia, ma questo mi piace. Insieme alle altre parti di me stessa. Puoi dire la stessa cosa di te, fesso? Sai perdonare? Sei bravo in questo?

[…]

Magari non avrai sperimentato le merdate che ho fatto, ma godevi nel sentire parlare vero? Tu hai paura di essere vivo. Tu hai paura di vivere. Tu sei un ipocrita un conformista sei un bugiardo io mi sono aperta con te e tu mi hai giudicato sei un grande stronzo!

[…]

Senti a volte va bene con le ragazze così vogliono divertirsi e altre volte non va perché hanno un’ala spezzata e sono ferite, sono un bersaglio facile. E in questo caso, in questo particolare caso credo che quell’ala sia in via di guarigione amico mio e devi assicurarti che sia riparata e tu ti stai mettendo in mezzo è chiaro? Perché lei è sensibile intelligente è un’artista è una ragazza fantastica e tu devi averne rispetto.

[…]

  • Lo so. Ma io faccio così e lo rifaccio, lo rifaccio, lo rifaccio. Faccio un sacco di cose per le persone e poi mi sveglio e sono vuota non ho niente.

  • Ma di che stai parlando? A me sembri una ragazza tosta. Perché le cose non le fai da sola?

  • Io mi caccio sempre in queste cazzo di situazioni, io dò tutto agli altri sempre e nessuno mai..non ho mai…io..non ottengo mai quello che voglio. Capito? Non sono mia sorella.

[…]

Ti dico una cosa, so che non vuoi ascoltare tuo padre, io non ascolterei il mio, ma ti dico che devi dar retta ai segnali quando la vita ti manda un momento come questo è un peccato se non l’afferri, è un peccato se tu non lo afferri, ti perseguiterà sempre come una maledizione. Hai una grande sfida da affrontare proprio adesso in questo momento, proprio qui.

[…]

Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile, questo è garantito, e io non so come fare a spiegare questa cosa né la pazzia che è dentro di me e dentro gli altri, ma indovinate un po’ domenica è di nuovo il mio giorno preferito, penso a tutto quello che gli altri hanno fatto per me e mi sento tipo uno molto fortunato.

Consiglio: in lingua originale è nettamente migliore.

A come Amore – Nipoti e figli

No infatti no, posso solo immaginarlo.

Io poi non sopporto le frasi che iniziano con un no.

Come quelle persone con cui parli ed esprimi un concetto e loro ti rispondono iniziando la frase con un no, ma poi esprimono la stessa tua opinione. Non so, anche nelle cose importanti.

  • Sai ho provato la matita collistar per gli occhi (ma si può dire la marca in televisione?), è la migliore.

  • No, guarda io ne ho provate diverse, Dior, Chanel (che non è la figlia di Totti), la migliore è la collistar.

Ecco appunto ma non dicevamo la stessa cosa? E allora perché inizi la frase con un "no"?

Che poi non è neanche collistar la migliore, secondo me, non so come mi sia venuta in mente.

Ricomincio.

Sì infatti, posso solo immaginarlo.

Perché l’ho già detto: figli non ne ho.

Che mi ricorda un po’ la Bertè.

Quindi dicevo, sono sola a casa mia che mi faccio compagnia, io che gioco con la mente, che non sono intelligente, me la prendo con la gente, ho due nipoti.

E mi ricordo perfettamente il giorno in cui sono nati.

Il giorno in cui è nato lui.

Il giorno in cui è nata lei.

E lo sai quale è stata la cosa che più mi ha stupito?
Di me stessa intendo, la cosa che non mi aspettavo da me.

L’amore.

Sì l’amore mi ha stupito.

Perché io non pensavo di poter provare qualcosa del genere.

O meglio, non pensavo di poter provare l’amore con questo slancio.

O meglio, slancio non è il termine esatto. Credo che non sia appropriato, che non esprima bene ciò che intendo, ma non ne sono sicura. La ragazza vicino a me in metropolitana ha altissimo il volume del suo iPod, e la musica rock che ascolta rimbomba anche nelle mie orecchie e arriva nella mia testa e non è proprio il genere che ascolterei prima di mezzogiorno e mi concentro su questo rumore e mi distraggo e non ricordo più quello che ti volevo dire.

Ora però sono scesa dalla metro e mi ricordo, mi ricordo che volevo dirti del sentimento che ho provato quando li ho visti per la prima volta e non li conoscevo e non potevo credere che io potessi provare un sentimento così nei confronti di esseri umani di cui ancora non sapevo nulla.

Un sentimento così ardente come quando ho dato il primo tiro di sigaretta della mia vita che mi ha raschiato la gola bruciandomi i polmoni.

Così travolgente come i cavalloni di fine estate quando mi ci tuffavo dentro e mi lasciavo trascinare dal vortice fino alla battigia.

Così vigoroso come la mano di mio padre che stringeva la mia di bambina trascinando tutto il mio corpicino in una corsa a perdifiato per il vialetto della casa al mare.

Così inarrestabile come la risata che mi provocava il divertimento di quella folle corsa.

Così generoso come quando mia sorella mi lasciava staccare e mangiare il "cappello" della rosetta.

Così sfacciato come quando da adolescente mi sentivo depositaria di verità assolute.

Così fresco come l’aria che avevo sul viso quando mio zio mi portava in giro sulla sua spider decappottabile.

Così incontenibile come l’acqua della fontanella con cui da bambina riempivo il bicchiere telescopico di plastica, che a me usciva sempre fuori.

Così limpido come il cielo che ho visto solo quando sono stata di notte in mezzo al mare che senza luci puoi contare tutte le stelle.

Così incontrollato come quando mi lanciavo in discesa sulla neve con quello strano disco slitta in plastica che non aveva neanche i freni.

Così solido come le spalle di mia madre che mi consola a qualsiasi età.

Così piacevole come andare a casa di mia nonna che mi faceva sempre trovare le gelatine di frutta e gli after eight.

Così caldo come il mio cane che si accuccia nello spazio che si forma tra le gambe e la pancia quando mi accoccolo sul divano a leggere un libro.

Così temibile come l’apprensione che aveva mia madre quando ritardavo il coprifuoco la sera.

Così impegnativo come gli allenamenti che non potevo saltare perché dopo poco avevo le gare.

Così pieno come il secchiello che da bambina riempivo di sabbia per portarlo a mio zio che costruiva un vulcano.

Così emozionante come quando mio zio prendeva i fogli di giornale li accartocciava lì metteva sotto al vulcano e accendeva il fuoco e io vedevo il fumo uscire dal cratere.

Così avvincente come le favole che mi raccontava mia madre per distrarmi e non farmi pensare alla paura quando dovevo fare la puntura.

Così istintivo come quando infilavo il dito nell’impasto della torta che riposava nella ciotola prima di essere messo nella teglia del forno.

Così sensato come i sillogismi di Aristotele.

Così profondo come il pozzo nel giardino della casa in campagna di mio nonno, che ci buttavi un sassolino e non sentivi mai il rumore dell’impatto con il fondo.

Così inebriante come l’odore della mortella, che si conosce meglio come bossolo o bosso comune, che mi riempiva le narici quando arrivavo sul viale di entrata della casa di campagna.

Così schietto come le parole che danno voce ai pensieri dei bambini.

Così infinito come il luogo dove si incontrano due rette parallele.

Così disorientante come la prima volta che ho fatto l’amore che ho avuto bisogno di altre volte prima di rendermi ben conto di cosa stesse succedendo.

Così trepidante come la prima volta che ho letto il diario di Anna Frank.

Così disarmante come le giustificazioni che mi ha dato mio zio quella volta che l’ho incontrato mentre usciva dall’enoteca con la bottiglia di superalcolico nascosta nella busta di carta del pane.

Così incoraggiante come i complimenti inaspettati.

Così commovente come quando ho visto per la prima volta mio padre piangere.

Così rinvigorente come quando ho visto per la prima volta mio padre difendermi con tutte le sue forze.

E continuerei a cercare di spiegare, perché non so se poi ci sono riuscita, perché mi è venuto questo di modo per spiegare l’amore che provo e non ne trovo altri al momento, che poi sai non è mica che sia una questione semplice questa dell’amore e in tanti ci hanno provato e molti hanno detto delle parole che condivido, ma non me la sento ora di fare citazioni, ché volevo provare da sola e mi sono venute queste parole qui…
ma sono arrivata in ufficio e me ne scappo subito in stanza che oggi non ho proprio voglia di incontrare le regine di cuori.

Va bene, volevo solo dire che se questo è quel che provo io per i miei nipoti, con le dovute proporzioni, posso solo immaginare cosa un genitore provi nei confronti dei figli.

Sì, lo so.

Solo un’altra piccola cosa, concedimi solo di dire che a me non piace, non piace il potenziale offensivo che percepisco celato nella frase:

"tu non puoi capire perché non hai figli".

Vita di PI – Pubblico Impiegato riflessioni VI -no way

Ho letto che qualcuno sostiene che il carattere sia genetico.

Altri sostengono che si formi e muti crescendo a seconda delle esperienze.

Credo sia un mix di entrambe le cose.

E non ho letto mai niente sulla mimica facciale.
Però da quel che posso raccontare io, secondo la mia esperienza, la mia mimica facciale, almeno una espressione in particolare, mi è stata consegnata geneticamente.

Io la chiamo: espressione no way.

Ed io la mia espressione di default l’ho sempre avuta.
Ne ho le prove.
Una foto di quando avevo circa 6 mesi.
E allora penso che insomma sei mesi di vita siano un po’ pochi per formarsi definitivamente il carattere.
E poi magari l’espressione l’avevo anche prima, ma mai nessuno mi aveva fotografato.
Ho foto solo del periodo di circa 6-7mesi e poi c’è un salto fino all’asilo e anche in quella foto, quella di scuola all’asilo, ho la stessa espressione, è proprio lei, sono proprio io.

Ce ne sono anche altre di foto da adulta con quell’espressione.

Insomma c’ho le prove.

E allora la responsabilità in parte è della genetica.

Sì perché la stessa espressione l’ha mio padre e l’ha mio zio, i fratelli no way (che io c’ho le prove anche di quello perché quel giorno che eravamo tutti andati a fare una gita io li ho fotografati che ho colto proprio quel momento in cui tutti e due avevano la loro espressione simultaneamente e me la porto sempre appresso la foto in tutti i cambi di casa), ma la loro sorella non ce l’ha e loro l’hanno presa dal padre, che la presa dal padre, che forse la presa dal padre a giudicare dalle foto, ma mio padre non ha nessun figlio maschio, quindi et voilà, è toccata a me.

Ma c’è anche la questione di quello che succede mentre sei lì nella pancia della mamma, che mia mamma non mi ha mai raccontato nulla della gravidanza, solo che lei il prosciutto lo mangiava perché ancora non si sapeva nulla e poi fumava, ha sempre fumato, ha smesso a 70 anni.
Sarà il prosciutto.
Anche perché poi io vado matta per il prosciutto.
Sarà anche il fumo.
Anche perché io non riesco a smettere di fumare che ora sono passata a quella elettronica, così giusto per non fare tre piani di scale per uscire dall’ufficio e appollaiarmi sulle scale ché poi vedo il mondo fuori e mi viene voglia di scappare.

E mentre rifletto sulla genetica, su Mendel e sui suoi esperimenti sulle piante di pisello, l’orologio sul display all’entrata della metropolitana segna le 8.39, l’orologio del tornello di entrata segna le 8.31, l’orologio appeso al soffitto della banchina del piano terra le 8.37, scendo al piano seminterrato e l’orologio alla banchina dove prendo il treno segna le 8.34.

Allora inizio a cercare con gli occhi il cappellaio matto, ma ora non lo vedo, non importa perché sono certa che in ufficio troverò la regina di cuori che urlerà: tagliatele la testa!
E io sceglierò la pillola rossa, perché ci voglio vedere chiaro in questa storia e so che Neo prima o poi mi salverà.

Insomma io ho questa espressione così, praticamente da sempre.
Ed è l’espressione che assumo quando sono sovrappensiero, che magari mi fisso anche su qualcuno o su qualcosa, guardo sì, ma non vedo.
Quell’espressione che poi mi chiedono, tutto ok?
E alle volte è tutto ok. Alle volte no.
È la mia espressione "no way".

A scuola non dicevano a mia madre "è brava ma non si applica", dicevano " ti guarda sempre con quell’espressione…"
Quell’espressione che sembra che ti chieda:
"Ma tu, Cosa vuoi da me? Che pazzo stai dicendo? Vaporizzati. Lasciami in pace."
Ed in effetti la maggior parte delle volte che ho quell’espressione poi ‘ste cose le penso sul serio.
È che mi si legge tutto in faccia.

Ovviamente i prof non riportavano proprio queste parole, ma mia madre quando tornava a casa mi pregava di sorridere e di non guardarli così.

E quindi ero brava o no a scuola?

Mia sorella durante il trasloco ha trovato le mie pagelle, mia madre felice me le ha portate.

Il nodo alla gola, il bruciore allo stomaco, il senso di soffocamento che ho provato nel corso di alcune lezioni nei 5 anni di liceo sono tornati così come un lampo alla sola visione della inaspettata pagella.

E la risposta è: andavo benino, la sufficienza, uno o due sette, niente di che.

Eppure studiavo.
Era l’espressione che mi fotteva.

Perché io la soffrivo la scuola e la gastrite che mi è venuta me la ricordo bene.
E mi ricordo che spesso li guardavo così, come quella volta che durante la ricreazione leggevo il giornale ed ero seduta per terra perché così il giornale lo riuscivo ad aprire bene che sui banchi non entrava, e la suora entra in classe e mi urla Emma che fai? – Leggo il giornale – io e la mia espressione no way – e la suora mi ha dato un giorno di sospensione ché non si legge il giornale seduti per terra, però a scuola sono dovuta andare che era un giorno di sospensione con presenza (?).

In realtà io e la mia espressione no way a scuola non siamo mai arrivate impreparate, era che non piacevamo a molti prof, solo a quella di latino e greco, che infatti poi io l’espressione no way non l’ho più portata alle sue lezioni ché lei era una gagliarda, io le ci volevo anche un po’ di bene alla prof di latino e greco.

Dunque era no way che mi fregava, non ero poi così male come studentessa, ché poi infatti mi sono laureata in architettura a 25 anni, che detta così sembra niente di che, ma se poi leggi le statistiche allora 25 anni è poco, che devi anche considerare che al primo anno c’erano ancora gli strascichi della pantera e alcune aule ancora erano occupate e le lezioni erano a singhiozzi, e quindi non è che mi voglio vantare è per dire che sono una che rende se studia e che non bisogna fermarsi all’espressione e poi penso anche che a me architettura piaceva così tanto che forse io quell’espressione in quegli anni non l’ho mai avuta, e poi da quando ne ho 26 di anni sono iscritta all’Albo, che molti li vogliono abolire gli albi e io alle volte pure, soprattutto da quando sono un’impiegata che le cose che vedi poi ti chiedi, ma gli albi cosa fanno? Però ora ai prof del liceo glielo vorrei dire che sono arrivata tra i primi 50 all’esame di Stato.

Ecco.

Poi però non sono mai tornata a dirglielo.

Perché poi io neanche ci torno molto spesso a pensare a questa cosa, ché penso che non mi sono data retta e che ho buttato tutto e ho buttato pure me stessa qui dentro, ché invece con no way sarei potuta magari andare anche oltre oceano.

E poi qui, anche qui è l’espressione che mi fotte, tutt’ora.

Perché posso anche lavorare bene, ma se poi i miei capi o i mie colleghi li guardo così…Così, con quell’espressione che probabilmente avevo con la mia ex capa, che quella proprio non mi sopporta eh, neanche oggi che sono passati tre anni da quando ha cambiato servizio.

Non che io la sopporti, sia ben chiaro.

Però non da subito, da dopo.

Da dopo che per l’ennesima volta mi diceva come sei vestita carina, alzati in piedi fammi vedere bene il vestito, dove lo hai comprato, come sei magra, come fai a essere così magra, come sei sempre ordinata e pulita, io pensavo che visto che vivi con due cani non lo fossi, però non sei brava con la punteggiatura, ti devo sempre correggere, le virgole non si mettono così, hai trovato un fidanzato? No? Ma che ti importa così scopi con chi ti pare quando ti pare che poi se ti sposi come me poi ti devi scopare sempre lo stesso. Ma che profumo usi? Ma guarda che qui il punto non ci va. Ma stasera esci ? Ma ieri sei uscita? Hai scopato? Ma che bella questa borsa l’hai comprata in vacanza? E perché non l’hai comprata anche a me? No guarda il direttore quest’anno non lo dà a te il premio di risultato. Però la prossima volta comprala anche a me la borsa. E metti bene la punteggiatura.

Insomma quando la incontro in ufficio io cerco, cerco di sforzarmi per non assumere l’espressione no way, che però mica mi riesce sempre, perché a lei si addice, altroché se si addice la mia espressione.

Ed anche perché io, l’ho già detto, sono sovrappensiero spesso e soprattutto durante il tragitto che mi porta a lavoro, ché io mi faccio tanti pezzi a piedi prima e dopo la metropolitana e poi passo per quella scorciatoia che si attraversa quel giardino pubblico che mi piace tanto, perché ci sono le palme e i pini e quelle foglie grandi verdi, che non so cosa siano, ma coprono tutta la collinetta, le fontanelle e i giochi per i bambini e i cani che giocano con i padroni e praticamente è il mio tunnel spaziale fra due stargate, la mia realtà e la realtà lavorativa.

Insomma quando esco dal secondo stargate, quello dopo il quale entro nella realtà lavorativa, sono, in un primo momento, ancora un po’ stralunata e se la incontro in questo frangente ho sul viso la mia espressione.

E l’altro giorno è andata proprio così, l’ho vista da lontano che camminava davanti a me e ho tentennato, ho rallentato il passo.
Sì, perché non ce la facevo a salire in ascensore con lei, quindi ho così rallentato che mi sono quasi fermata e ho aspettato all’entrata, ho aspettato che lei percorresse tutto il corridoio e arrivasse all’ascensore, e lei a metà corridoio si è girata e mi ha guardata e io l’ho guardata, ma lo stampo del sorriso sul mio viso non era pronto. E lei è salita.

Tutto ok penso.
Ma no, tempo un’oretta è andata dal mio capo e gli ha detto che mi ha vista strana.
Che lei mi ha visto tentennare all’entrata dell’ufficio, che l’ho guardata strana e che quindi lei ha capito perfettamente che cosa avessi intenzione di fare, che lui mi deve controllare perché è ovvio che io stessi beggiando per i miei colleghi.

Che io c’ho pure l’espressione no way, ma queste cose non le ho mai fatte.

E io al mio capo glielo ho detto che ho tentennato perché non la volevo vedere, non perché dovevo beggiare per altri. E spero che lui mi abbia creduto perché anche lui mica la sopporta tanto a lei.

Ché poi io al mio capo ‘sta faccenda dell’espressione gliel’ho anche spiegata, perché anche lui un po’ ci si era interrogato al riguardo e anche a me mi aveva interrogato. Però ci abbiamo messo quasi tre anni, però ora è tutto chiaro.

Ed è riaccaduto anche l’altro giorno, ma io ero preparata, l’avevo vista da lontano, che però non era la mia ex capa era un’altra che fa l’avvocato ed è una di quelle persone che qui sono numerose che non sono abituate che qualcuno non sia un galoppino adulatore.

E la questione credo sia legata al fatto che per un certo periodo siamo state più a contatto e in quel periodo lei non capiva mai le mie relazioni tecniche e mi chiamava e mi chiedeva spiegazioni e io lì al telefono che cercavo sinonimi e che gli spiegavo e che lei continuava sempre a ripetere: perché io non sono un tecnico e quindi me lo devi dire te. Ma io infatti te lo dico, te lo scrivo e te lo ridico pure.
E poi pensavo che se riuscivo a spiegarmi in tribunale con il Giudice e con il P.M. con quell’emozione che ho quando entro in aula che faccio il CTP, pensavo come faccio a non riuscire a spiegarmi con te?
E allora ammetto che un po’ alzavo i toni della conversazione e quando li alzavo lei tutta gentile mi ringraziava e poi, me lo ha detto più di un suo compagno di stanza, dopo aver riagganciato esclamava puntualmente:

"Ma guarda questa! Ma vaffanculo!"

Insomma, la incontro anche a lei proprio all’entrata e le dico ciao e lei non risponde e io ho il tono basso allora le ripeto ciao e accompagno il ciao con il suo nome e con un buongiorno e lei alza il viso mi guarda e io la guardo e lei poi mi dice ciao.

Epperò tempo un’oretta è andata dal mio capo e gli ha chiesto che cosa ho, che mi ha visto un po’ strana, che voleva sapere che cosa era successo e che forse ero strana per quel colloquio che ho fatto con la direzione del personale, che forse è successo qualcosa.
Ma invece io al colloquio non ho usato mica l’espressione no way, l’ho raccontato qui: Pagliacci.

E da quel giorno il mio capo mi canzona bonariamente e mi canta quella canzone dei doors:
people are strange when you’re a strangers faces look ugly when you’re alone, women seem wicked when you’re unwanted…

Ecco, io ho questa espressione qui.
Che un po’ mi frega, alle volte, quando non riesco a mascherarla al momento giusto.
E soprattutto nella mia vita di PI dove i meriti sono dovuti per il 20% (ma forse sono buona) ad un lavoro ben eseguito e per l’80% a come lo vendi il tuo lavoro oltre che te stesso, l’espressione no way non paga.

Alle volte invece sono contenta di averla con me, perché basta lei, senza tante parole.

Questa espressione qui. Che ora metto una foto, che sono io a 6 mesi circa, che quindi io c’è l’ho di default, che se mi incontri può darsi che ce l’ho con te, ma magari no.

Che ho anche altre foto con questa espressione eh, ma questa è la prima e neanche parlavo ancora.

No, non ce la faccio è che mi vergogno un po’..

Noi siamo infinito – citazioni

The perks of being a wallflower – diretto da Stephen Chbosky

[…]

Sam hai dei bellissimi occhi marroni, sai. Di quella bellezza che va trattata come una questione importante. Non so se mi spiego.

[…]

  • Ehi state tutti a sentire. Tutti qua. Amici cari, in alto i calici per Charlie.

  • Perché? che ho fatto?

  • Non hai fatto niente. Voglio brindare a un nuovo amico. Tu osservi le cose e le comprendi. Sei un ragazzo da parete. …. Che c’è che non va?

  • Credevo che nessuno mi avesse notato.

  • Pensavamo non ci fossero altri fichi da conoscere. Forza, tutti quanti: a Charlie.
    Benvenuto sull’isola dei giocattoli difettosi.

[…]

  • Che c’è ?

  • Mi sento infinito.

[…]

  • Sig. Anderson posso farle una domanda?

  • Certo.

  • Perché capita che le persone carine escano con le persone sbagliate?

  • Stiamo parlando di qualcuno in particolare?
    Bene.
    Accettiamo l’amore che pensiamo di meritare.

  • E possiamo dirgli che meritano di più?

  • Possiamo provare.

[…]

Innocente: il peggior tipo di ragazzo. Non lo riesci mai a capire davvero e i genitori lo adorano. E questo è un pericolo aggiuntivo.

[…]

  • Mary Elizabeth sto sentendo il CD di Billy Holiday ogni sera.

  • È troppo tardi, Charlie.

  • Sì lo so, però mi sento in colpa per quello che ho fatto. È che a volte mi incasino dentro ed è come se non ci fossi.

[…]

  • Perché non puoi salvare tutti?

  • Non lo so.

  • Non fa niente.

[…]

Alla sua festa d’addio volevo parlarle di quella sera che avevamo attraversato il tunnel e dirle che per la prima volta mi ero sentito nel posto giusto. E domani se ne va. Così ho pensato di donarle una parte di me.

[…]

  • ….sono andata via e mi sentivo così piccola. E mi sono chiesta perché io e tutti quelli a cui voglio bene finiamo per scegliere persone che ci trattano male?

  • Accettiamo l’amore che pensiamo di meritare.

  • Allora perché non mi hai mai chiesto di uscire?

  • Io non penavo che tu lo volessi.

  • Ma tu che volevi?

  • Volevo solo che tu fossi felice.

  • Non lo capisci Charlie? Io non posso essere felice. È molto dolce da parte tua, ma non puoi mettere la vita di tutti gli altri davanti alla tua e pensare che quello sia amore. Io non voglio essere la cotta di nessuno. Io voglio che alle persone piaccia la vera me.

  • Io lo so chi sei Sam. Lo so che sto sempre zitto e lo so che dovrei parlare di più, ma se vedessi le cose che c’erano nella mia testa la maggior parte del tempo sapresti quello che ho provato e quanto ci assomigliamo e che abbiamo sofferto le stesse cose e tu non sei piccola, tu sei bellissima.

[…]

La mia dottoressa dice che non possiamo scegliere da dove arriviamo, ma possiamo scegliere dove andare da lì in poi. So che non era una risposta esaustiva, ma era abbastanza per cominciare a rimettere insieme i pezzi.

[…]

…perché io so che esistono persone che dicono che queste cose non esistono. E che ci sono persone che quando compiono diciassette anni dimenticano come era averne sedici. So che queste un giorno diventeranno delle storie, e che le nostre immagini diventeranno vecchie fotografie e noi diventeremo la madre o il padre di qualcuno. Ma qui adesso questi momenti non sono storie, questo sta succedendo. Io sono qui. E sto guardando lei. Ed è bellissima.
Ora lo vedo. Il momento in cui sai di non essere una storia triste. Sei vivo. E ti alzi in piedi e vedi le luci sui palazzi e tutto quello che ti fa restare a bocca aperta. E senti quella canzone, su quella strada con le persone a cui vuoi più bene al mondo. E in questo momento, te lo giuro, noi siamo infinito.

A come amore – nipoti – Domande giuste al momento giusto

Perché mio nipote è un bambino così, di quelli che quando gli interessa un argomento ci torna su più volte.
Se lo fa spiegare.
Poi ci pensa.
Metabolizza.
E ci impiega il suo tempo.

Dipende dall’argomento, magari ci ritorna dopo pochi minuti di silenzio, magari dopo giorni.
Così, quando meno te lo aspetti, il mio piccolo supereroe ti ripropone la questione.
Ti spiega quello che lui ha capito e ti piazza lì altre domande.

Credo lo faccia per chiarirsi ulteriormente le idee.
Anche se secondo me spesso le idee le ha già chiare.
Però è un bambino che vuole essere sicuro.
Vuole essere sicuro di aver capito bene.
Vuole essere sicuro di ricordare bene.

Così quel giorno con mia sorella eravamo andate al cinema a portare i nipotini a vedere un cartone animato e poi ci eravamo fermati a mangiare una cosa.

Siamo andati nella trattoria tipo tirolese, quella che fanno i piatti per i bambini con il secondo e il contorno e poi il giochino.
Ma è meglio del Mac. A me non piace il Mac. Voglio dire, quell’hamburger è troppo sottile per meritare quel nome.

Insomma, io e mia sorella avevamo ordinato la grigliata mista ed erano arrivati anche i piatti ai bambini, e mentre G. mangia una patatina gli viene in mente una domanda.

E gli viene in mente proprio in quel momento, e non prima e non dopo, e non si comprende bene neanche da quanto tempo ci stesse pensando.

Ed inoltre lui sa anche già la risposta.

Ma si vede che sente che quello è il momento giusto nella sua vita di bambino per rinforzare nella sua memoria come nascono i bambini.

E ci apparecchia lì la domanda.

  • Mamma come nascono i bambini? Ma non la storia di come si fanno. No, no. Voglio che mi racconti di nuovo come nascono dopo che stanno nella pancia.

E mia sorella inizia la spiegazione.

Che lei è una in gamba, lei è una che i termini le vengono in mente subito.
I termini quelli giusti al momento giusto.
Lei mica ci pensa. Lei ha la sua spiccata proprietà di linguaggio.
Ma mica da ora. Da sempre.
Infatti ora organizza e tiene corsi di formazione per dirigenti.

Non è mica come me, che ogni tanto devo andare a riacchiapparlo il cervello, che quello è gitano, se ne va ogni tanto in viaggio e a me tocca riprenderlo ogni volta.

Memento.

Alle volte anche giù dalle nuvole mi tocca riportarlo.

E penso ai termini che non mi vengono e inizio a dire "coso" in tutte le sue coniugazioni, declinazioni, singolare, plurale, cosale.

Dai il coso. Quello lì, no? quello che serve per cosare!

Uffa.

Insomma lei è lì che spiega da mamma con la proprietà di linguaggio di una mamma manager.

Ché loro la ascoltano sempre estasiati la loro mamma, ché si vede che le vogliono un bene grande così.

E G. finito il racconto fa quella cosa che fa spesso. Sta zitto. E pensa.

Poi posa la patatina.
E parla:

  • Ah e quindi escono da lì. Oh!
    Meno male che sono nato col parto cesareo!