U come uomini – Il maestro di sci II

Li vedo sempre quel papà e suo figlio nel passeggino, li vedo sempre perché si vede che siamo i patiti del primo vagone della metro e si vede che il tempo per noi gira sempre allo stesso modo.
E lui mantiene sempre il contatto con il suo bambino che spesso dorme, gli tiene una mano, gli accarezza la testa, i piedini, il viso, non lo lascia mai.

Io mi lascio invece ogni tanto.

Perdo il contatto.

Succede spesso quando non sono convinta di essermi comportata come avrei voluto.

Mollo gli ormeggi e mi lascio vagare nell’oceano dei miei dubbi e delle mie incertezze.

Perdo il contatto con la terra ferma.

Gli unici sintomi della sparizione dello skyline alla mia vista sono l’interruzione della lettura e della scrittura.

L’ultima volta che è successo è stato per quanto è accaduto con il maestro di sci. La lettura l’ho ripresa prima della scrittura, ma la scrittura, quella sì, l’ho lasciata per un po’. Subito dopo il post su di lui, sul maestro di sci.

Perché poi dopo la telefonata non ho resistito e il primo weekend disponibile sono andata da lui e il primo weekend disponibile era quello della stessa settimana in cui mi ha telefonato. Non ho perso tempo, ho preso subito la palla al balzo. Ma al concerto di Vasco quest’anno non vado purtroppo.

Non ho riflettuto un secondo e ho lasciato i cani e non è tanto nel fatto di lasciare i cani perché è capitato altre volte, ma è tutto nel modo in cui l’ho fatto. Perché si dice che molte volte sia come fai le cose che può dare fastidio piuttosto che le cose stesse.

E mi era già successo per questo sono consapevole che se lascio i cani in quel modo vuol dire che sono in un equilibrio precario tra il desiderio e il pozzo.

Vuol dire che sono un funambolo sulla corda tesa delle mie insicurezze.

E li ho mollati, si certo erano a casa dei miei e chi meglio di loro se ne può occupare, però li ho mollati proprio così come fossero loro a sbilanciarmi a farmi perdere l’equilibrio a farmi rischiare di mandare a puttane lo spettacolo cadendo al suolo e ridicolizzando l’intera comunità itinerante.

E vorrei raccontare come si sono svolti i fatti, vorrei raccontare di come sono passata sopra al modo in cui non ci eravamo più sentiti, al modo in cui non sono riuscita a gestire la situazione.
Vorrei raccontare di come ero eccitata all’idea di rivederlo, perché poi forse era tutto là il suo segreto tutto in quello che mi provocava.
Quello che mi provocava, il fascino che su di me esercitava la sua vita vissuta nell’aura di un’apparente anticonformismo, nel suo raccontarsi al di sopra degli schemi, nel suo proporsi agli altri con una vita scelta un giorno dopo l’altro, svicolando tra i condizionamenti e scartando i vincoli di una quotidianità banalmente comune ai più.
Vorrei raccontare di come sono stati quei tre mesi, quei miseri 90 giorni, che se li racconti volano, se li vivi però camminano, ci sono quelle persone e quelle situazioni che provocano in un lasso minimo di tempo sensazioni che rimangono incise a bulino sulla pelle dell’anima.

Ed è inutile ormai metterlo nero su bianco, perché non esiste nulla di particolare in quello che è successo. Non esiste nessuna scena degna di essere girata a colori e con il sonoro. Ma neanche in bianco e nero e con le vignette. E se è rimasta della pellicola dei mesi precedenti a questi, possiamo distruggerla, darle fuoco, il mondo non sarebbe privato di alcun capolavoro.

E poi le immagini e le parole a cosa servono se non a provocare sensazioni?

Le posso quindi tralasciare, posso cancellare tutte le nostre parole, tutte le immagini che ci ritraggono insieme perché le sensazioni le ho ben chiare.
Ma purtroppo non riesco a scinderle, queste sensazioni mi evocano immagini, davanti ai miei occhi proiettate come tanti flash ad intervalli irregolari che fendono la nebbia del risentimento che covo nei confronti di me stessa per aver perso l’equilibrio, aver mandato a puttane lo spettacolo, nella caduta aver perso la vis insita con l’inevitabile conseguenza di essere rimasta in balia dei suoi malumori e dei suoi buonumori, delle sue voglie e delle sue avversioni, del suo appagamento e del suo disappunto.

Per poi scoprire che mi potevo anche sentire peggio rispetto a come mi sono sentita ad essere un corpo roteante nel vortice dei suoi sinonimi e dei suoi contrari, ed è come mi sono sentita quando sono diventata un corpo inerte.

Come gli inerti non reagivo con l’elemento con cui ero in contatto, non subivo alcuna modificazione durante la fase di indurimento del legante e come questi contribuivo ad aumentare la velocità di reazione, a diminuire il tempo di indurimento, massimizzare la durabilità, la resistenza alla compressione, la resistenza alla frantumazione.

Lui, infatti, unico legante di questa storia – perché era di certo lui che teneva legata me, io non riuscivo affatto a tenere legato lui a me – iniziava ad indurirsi.
Indurimento dovuto ad una evidente sazietà nei confronti della mia presenza. Che non era sinonimo di soddisfazione, gratificazione e benessere che si prova dopo aver soddisfatto un desiderio o anche un bisogno.
No.
Intendo un senso di nausea, di stuccamento, a rapida essiccazione, compatto e molto resistente, formato da componenti che fornivano un’elevata protezione contro l’osmosi, di semplice applicazione, facilmente spatolabile e utilizzabile anche nelle condizioni più estreme.

Ma la comunità itinerante ne è uscita illesa, solo io, funambola invischiata nel groviglio creato dalla mia inerzia, sono rimasta offesa.

Offesa con me stessa.
Per non aver reagito in un primo momento e aver reagito in modo del tutto diverso rispetto a come avrei voluto in un secondo momento, quando durante quella telefonata lui mi ha chiesto se pensavo che stessimo insieme perché la sua amica gli aveva chiesto di me ma lui le aveva detto che non stavamo insieme e lei gli aveva consigliato allora di non avere con me quegli atteggiamenti che aveva di non comportarsi così con me anche in mezzo alla gente perché dal suo comportamento sembrava proprio che stessimo insieme e lui durante la telefonata voleva sapere cosa io pensassi perché se avessi pensato così ossia che io e lui stavamo insieme allora lui con quella telefonata voleva chiarire tutto voleva dirmi che non aveva intenzione di stare insieme a me che non l’aveva mai pensato che non voleva farmi credere questo con il suo comportamento che allora se era così forse sarebbe stato meglio non vedersi più perché lui non voleva stare insieme a nessuna e non voleva che io continuassi a fraintendere e io certo ma che dici non lo avevo mica pensato che stessimo insieme che anche io mica voglio stare con te che non avevo assolutamente frainteso il suo comportamento che non c’era bisogno di nessuna spiegazione che potevamo tranquillamente continuare a vederci che così a me andava bene è sempre andata bene così che mica da oggi in poi non ti farai più sentire che guarda che ho capito benissimo la situazione a me sta bene così continuiamo a vederci.

Il prevedibile epilogo della storia: lui non ha più chiamato e non ha più risposto alle mie telefonate.

"Ho un amico – disse alla fine Lisa – è un’artista, uno scultore.
[…]
L’ultima volta che sono passata da Jason stava lavorando ad una nuova idea. Riempiva di gesso degli imballaggi vuoti, usava la plastica con le bollicine che usano per avvolgere i giocattoli, o i pezzi di polistirolo per proteggere i televisori, hai presente? Bene, lui li chiama: "
spazi negativi".
Li usa come stampo e crea delle sculture.
Aveva centinaia di oggetti nel suo studio…forme fatte con porta uova, blister di spazzolini da denti, la plastica sagomata di una confezione di cuffie stereo… …camminavo nel suo studio guardando tutte quelle sculture bianche e ho pensato:
È esattamente ciò che sono io.
È ciò che sono sempre stata, per tutta la vita.
Spazio negativo.
Sempre in attesa di qualcuno, o di qualcosa, sempre in attesa di un sentimento reale che mi riempisse e mi desse una ragione…"

Shantaram

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14 thoughts on “U come uomini – Il maestro di sci II

    1. Ciao Alice, sì questo è vero, alle volte ho il dubbio di quale sia il male peggiore, sparire senza una parola e far male, o parlare far male e poi sparire e far male ancora, ma avere qualcosa su cui riflettere.

  1. ciao Maria Emma,

    …”Mollo gli ormeggi e mi lascio vagare nell’oceano dei miei dubbi e delle mie incertezze”…

    la chiamano “femminilità”

    TADS

  2. Fai paura.
    Fai paura come tutte le donne che sanno di valere e che gli uomini riconoscono come potenziale letale nel loro sviluppo di espansione. Con un a come te non si può giocare, ne si vuole giocare. Perche tu leghi. Perche sei tanta lana.
    E chi lega fa paura
    E lui ha solo voluto dirti che ha paura.
    Paura di amarti
    Perchè è piu piccolo di te. E ti ha chiesto aiuto.
    Aiutami ad amarti….Io da solo non ce la faccio. Ho paura, mi basta una mia amica che vado in pallone. Ti chiamo per dirti di aiutarmi e tu che fai? mi dici qualcosa che mi fa capire che forse non vuoi farlo ma solo che io mi prenda le mie responsabilita di uomo con le palle.
    Ma io le palle non ce le ho e tu lo sapevi e adesso mi accusi di non averle?
    e sai che?
    allora ti dico che non ho la minima volontà di mettermi con te…

    PS: lo ripigli come e quando vuoi…
    se vuoi

    PPS: ma lo vuoi davvero?

    1. Come sempre i tuoi commenti mi fanno tanto riflettere, e in questo ci sono tanti temi che non so da dove iniziare e cerco però di riassumere. Parto dai p.s. È passato tanto tempo e la risposta è no, già da un po’. Inoltre credo che non lo avrei ripreso, o meglio sì lo avrei ripreso, ma solo nell’unico senso che ci ha tenuto uniti ossia l’attrazione fisica, non credo si potesse parlare di amore, non credo neanche lui abbia avuto paura di me, credo che lui abbia avuto paura del fatto che io apparivo più legata rispetto a lui per questo io durante la telefonata non ho detto quello che avrei voluto, ero io ad avere paura, paura che lui sparisse, ma poi tanto il risultato è stato lo stesso ed io non mi sono sentita tanta lana, ma solo un misero scampolo. Ed è questo quello che mi ha fatto più male.
      Il discorso della paura io non lo so… È difficile, non credo più a questa storia, una volta su questo discorso un mio ex mi disse che se a un uomo piace una donna per lei fa i numeri a colori, se non li fa vuol dire semplicemente che non gli piace più di tanto.
      Insomma sì, ci saranno certamente delle eccezioni, ma in linea di massima direi che credo a questa versione. 🙂
      Grazie delle tue belle parole.

  3. La tua descrizione rende benissimo l’idea dell’evento. Si direbbe un’infatuazione che ha provato a sognare un po’ più in grande, come fosse già un innamoramento. Secondo me l’amore fa perdere completamente l’equilibrio perché bisogna che il campo sia sgombro per un nuovo e più profondo equilibrio. Tu mi sembri abbastanza in equilibrio, tra un’incertezza e l’altra. Nulla di nuovo sotto il sole… non ancora. Buona Pasqua, Si.

    1. 🙂
      Sì su questa storia ero proprio come dici tu in equilibrio tra un’incertezza e l’altra, ma pazienza, è passato del tempo e le certezze poi le ho avute.
      Era la sensazione che mi ha dato il mio comportamento che più mi ha fatto soffrire…
      Buona Pasqua anche a te!

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