Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XI

Poteva andarmi meglio.

Poteva andarmi peggio.

Poteva non andare affatto. Beh no questo no, tutto scorre quindi doveva andare per forza da qualche parte in qualche direzione buona o cattiva, qui non ci sono sfumature di grigio, qui o è bianco o è nero.
Qui se vogliono te la fanno andare male.
Non si fanno prigionieri.
Tanto siamo già prigionieri degli orari dei tornelli delle procedure dei file Excel dei monitoraggi delle valutazioni degli anni di lavoro obbligatorio.
Siamo prigionieri di già, è inutile che ci facciate prigionieri anche voi.
E infatti non lo fate, fate di tutto per peggiorare la vita a qualcuno, nel caso in cui quel qualcuno non vi piaccia.
Ed è in un certo modo una sfortuna, in altro è una fortuna.

Sono passati 15 giorni dalla chiusura del servizio, solo 15 giorni per decidere dove ricollocarci.

Io oggi faccio che mi sento fortunata.
Per come vanno le cose in generale sì mi posso sentire solo fortunata.
Pensa a quale profonda tristezza ho ormai abdicato.

Oltre ai tornelli state mettendo anche i vetri anti proiettile.

Paura o desiderio di farci sentire ancor più prigionieri ?

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U come Uomini – Prime feste, primi balli, primi no – II Parte

Lui, il ragazzetto che mi piaceva tanto, tanto da toglierei il fiato le parole e i gesti, mi ha invitato a ballare una sola volta perché a lui piaceva una mia compagna di classe e alla mia compagna di classe piaceva un altro e a quest’altro piacevo io.
Hai capito che giri strani fa la vita ?
Hai capito quale sottile ironia la contraddistingue?
In quali burle ti coinvolge già e tu non hai neanche iniziato il liceo e ancora non sai quanti tiri storti ti lancerà la monella.

E poi, dopo la festa, ti venivano a prendere i genitori, ad alcuni ragazzi no però, perché già avevano il motorino.
Ed era il periodo del SI carta da zucchero, te lo ricordi?
Alcuni avevano il bravo o il ciaetto e ci facevano le pinne, quanto era divertente vedere fare le pinne con il ciaetto!
E poi c’era anche chi aveva il vespino 50, lo specialino bianco.
Quindi sotto casa del festeggiato c’era un mix di genitori che chiacchierando aspettavano i figli e un mix di motorini e vespette dei ragazzi che un po’ già facevano sentire la loro indipendenza.

Ed era anche il periodo che i ragazzi ti chiedevano se ti volevi mettere con loro, ti vuoi mettere con me? Già ne ho parlato, no?
E tu rispondevi che ci dovevi pensare.
Ogni tanto rispondevi così, sennò dicevi subito sì, oppure no.
Ecco, il no a me faceva sentire male.
Il no a me fa sempre sentire un po’ male, in generale.
Perché sapevi che se lui te lo aveva chiesto magari il no gli poteva fare proprio male, come a te faceva male che quello che ti piaceva lo aveva chiesto ad un’altra e magari lei aveva detto di sì e ora loro stavano insieme e insomma lo sapevi come ci si sentiva. E ti chiedevi come mai non potevi essere tu l’altra e invece eri questa con lui davanti e non l’altro e insomma io sentivo in quei casi una serie di malumori.
Il mio malumore perché sapevo che avrei detto di no, e il suo malumore che lo leggevo sul viso e quindi il suo si sommava al mio e tornavo a casa che avevo tutto questo peso addosso, il peso dell’amore che da adolescente mi bruciava dentro.
Sì insomma per me era così.

Ti dicevo all’inizio che pensando alla mia timidezza mi era venuta in mente quella volta di tanti anni fa e che lui non mi ricordo neanche come si chiama e poi però ti ho parlato di un altro che lui me lo ricordo bene come si chiama e però non mi ha mai telefonato, non mi ha mai neanche chiesto il numero di telefono…invece l’altro, l’altro un giorno mi aveva telefonato, che insomma ci eravamo visti a delle feste ma niente di più, sempre in mezzo alla gente, ed eravamo ragazzini e lui mi aveva chiesto il numero di telefono e io non sono una chiacchierona di persona figurati al telefono, che magari ci sono quei momenti di silenzio che di persona puoi colmare con gesti, un sorriso, che so, con queste cose qui. Per telefono invece quando c’erano questi silenzi era un imbarazzo totale.
Allora sì, vado avanti, ho già divagato troppo.

Lui mi telefona un pomeriggio e mi dice: ti posso passare a trovare ti devo dire una cosa.
Che io, io…no lo so.. mamma mia, mi è preso un colpo, perché a me nessuno mi era mai passato a trovare, a mia sorella sì, lei aveva tanti amici, maschi e femmine, e la passavano a trovare, ma io no, e io subito ho pensato: mica me lo vorrà chiedere.
E penso: No, per favore non me lo chiedere, che ho fatto mai per farti pensare che ti direi di sì?
A me piaceva l’altro che gli piaceva l’altra che le piaceva l’altro che gli piacevo io. Insomma mi sembravo già incasinata così.
Ma non gli dico niente e gli dico ok passa.
E tutto il tempo da quando ho attaccato il telefono a quando ha citofonato ero troppo agitata, avrei tanto voluto che lui fosse un altro che io pure fossi un’altra, avrei voluto che un po’ mi piacesse e invece non mi piaceva, ed era un peccato però perché era carino ed era anche simpatico, gentile, educato, uno nei ranghi insomma.
E allora perché non mi piace?
Ah sì, perché sono un adolescente di quelle che gli piacciono quelli fuori dagli schemi, ma quali schemi poi ci puoi avere a quell’età? Mica lo so.
Fatto sta che ‘sta cosa degli schemi me la sono portata dietro un sacco di anni.
E non è stata una cosa buona.
Ma non è tanto questo il punto, oppure purtroppo è proprio questo il punto.
Fatto sta che lui citofona e mi dice di scendere e lui era tutto carino con la sua camicetta bianca, il suo golfino blu, i suoi jeans e le scarpe da ginnastica, i suoi occhioni celesti e i capelli con quei ricci gentili un po’ scompigliati dal motorino: il suo SI carta da zucchero.
Il Si sul cavalletto e lui seduto sul sellino, un po’ imbarazzato e un po’ a cercare di trattenere l’imbarazzo.
Io una statua di timidezza che mi tremavano un po’ le ginocchia che però non era un tremolio di emozione felice era un tremolio di emozione triste.
E lui che me lo dice così e subito, che lui è venuto perché non c’è la faceva più, doveva farlo.
Dice proprio così: doveva farlo.

Perché? Forse perché lo sa già che la risposta molto probabilmente non sarà proprio quella che lui spera, ma lui ha preso il suo motorino e si è fatto tutto il tragitto e chissà cosa ha pensato durante quel tempo, chissà cosa ha sperato. Magari ha sperato di sbagliarsi, ha sperato che io poi avrei detto di sì, magari è rimasto con questo pensiero tutto il periodo del tragitto, con questa speranza che gli ha dato la forza, perché accipicchia ha avuto un gran coraggio io lo so, lo sapevo anche allora, e io questa cosa la apprezzavo e mi sentivo un po’ male. E lui lo doveva fare forse perché doveva proprio sentirlo dire da me, per toglierselo dalla testa, perché sennò poi la speranza che è l’ultima dea non gli avrebbe dato tregua e allora mi chiede:
ti vuoi mettere con me?

E c’è stato un attimo di silenzio un attimo che ad entrambi sarà sembrato un’eternità, uno di quegli attimi così lunghi che riesci a pensare molte più cose di quante ne riesci a pensare quando ti rigiri nel letto per ore che non riesci a dormire, uno di quegli attimi in cui io ho pensato che forse avrei potuto dirgli di sì, perché magari poi sarebbe andata bene, ma poi io non ero mai stata con nessuno ancora, mai nessuno me lo aveva chiesto, lui è stato il primo in assoluto nella mia vita, allora ero anche un po’ tentata, perché poi ero curiosa insomma di sapere che vuol dire stare insieme a qualcuno, però non era lui che mi piaceva, mi piaceva un altro che gli piaceva un’altra e magari nello stesso lasso di tempo lui avrà pensato che magari stavo per dir di si.

E invece no.

Ho riposto: no.
È uscito così.
No.
Non ho detto prima qualcosa. No.
Ho detto: no.
E dopo averlo detto, non ho detto altro.
È rimasto solo il No.
Solo: no.
Silenzio.
Io ero pietrificata e risentivo: no.
E mi dicevo porca miseria Emma mica puoi dire no e basta. Emma dì qualcosa. Emma! Emma!
Ma non rispondevo ero lì davanti a lui, muta.
No.
E allora lui ha ridetto, lo dovevo fare.
E io sempre niente.
Lui è risalito sul motorino, ha tolto il cavalletto e mi ha salutato.
L’ho guardato mente faceva inversione, ho fissato la sua schiena col suo golfino blu e la camicetta bianca e i suoi jeans e le scarpe da ginnastica e il suo SI carta da zucchero fino alla curva fino a che sono spariti dietro gli alberi.

Io sono rimasta lì e le mie gambe tremavano e non so quanto tempo sono rimasta ferma vicino al cancello del condominio in quella piccola via dove all’epoca non passava nessuno e non avevo voglia di tornare a casa perché non avevo voglia di raccontare a nessuno questa cosa e io capisco che non è comprensibile il perché io mi sentissi così, ma io mi sono sentita triste per entrambi.
Ma molto di più per me, perché lui ha avuto il suo coraggio da adolescente di uscire di casa con uno scopo, per cercare di raggiungere il suo obiettivo, lui si sentiva che doveva farlo e lo ha fatto.
Io no.
Io non ho avuto il coraggio di dire niente altro che no.
No.
Rimanendo ferma.
No.
No.
E quante volte sono rimasta ferma poi dopo quella volta.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a fare.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a dire.
Troppe.

Poi magari lui oggi neanche se lo ricorda e tutto questo peso anche al tempo l’ho sentito solo io.

U come Uomini – prime feste, primi balli, primi no – Parte I

Che poi a proposito di come la timidezza abbia condizionato i miei rapporti interpersonali mi viene in mente quella volta di tanti anni fa.
E lui non mi ricordo neanche più come si chiama.
Ma ho la scusante degli anni.
No, non di quanti ne ho ora, di quanti ne sono passati da quel giorno.
Io ero alla scuola solo femminile, sono sempre stata lì dall’asilo ed è stata a suo modo anche divertente, alcuni episodi poi te li racconterò.
Era il periodo che si facevano le feste a casa il sabato pomeriggio, perché ancora non si usciva la sera, ero alle medie, in terza media per la precisione, che poi precisione con me alle volte è comico. Infatti ora che ci penso non sono sicura della precisazione, facciamo comunque che ero alle medie.
E i ragazzi della scuola solo maschile invitavano noi della scuola solo femminile e le ragazze delle altre scuole solo femminili e noi e le altre invitavamo altre compagne di scuola, era una sorta di passaparola, e poi ci si conosceva di persona e allora si veniva invitati direttamente, sì insomma gli o le escluse c’erano sempre, e allora tu potevi portare un’amica e viceversa se la festa era di una ragazza allora i ragazzi invitavano i loro compagni di scuola e così via.

Alle feste il pomeriggio ad un certo punto si ballava, c’erano i lenti e i ragazzi ti invitavano a ballare, beh sì non sempre, cioè non tutte venivano invitate a ballare. A me sì mi invitavano, me la cavavo abbastanza bene con il mio carnet di ballo, no, non avevamo proprio il carnet di ballo, no, dicevo così per dire che venivo invitata.

Ti immagini come mi sentivo io quando venivo invitata?
Io che neanche pensavo che i maschi si ricordassero il mio nome.
Certi colpi al cuore che non ti dico nemmeno.

A me in quel periodo piaceva un ragazzo, tanto mi piaceva, mi piaceva da bloccarmi il fiato, che andavo in apnea quando lo vedevo, e mi ero disegnata le sue iniziali sui jeans, si avevo quel paio di jeans che adoravo e ci disegnavo sopra, di solito disegnavo animali, io li disegno ancora per i miei nipoti però sono disegni semplici tipo quelli dei film di animazione, li disegno ai miei nipoti che a loro piace tanto, gli faccio i coniglietti, le paperelle, i gattini, i cani no, pensa che strano, i cani non li ho mai disegnati.

E insomma questo ragazzo che mi piaceva tanto un giorno l’ho pure rivisto, un giorno di tanti anni dopo, no nulla di strano nel fatto che lo abbia rivisto, è dove l’ho rivisto la prima volta dopo tanti anni che mi è sembrato strano:
l’ho rivisto in televisione!
Ahahahahahah no, non era sul trono di Maria, e quando l’ho rivisto mi è preso un colpo perché erano anni che non lo vedevo, voglio dire forse erano passati 25 anni, ora ne sono passati quasi 30, si insomma ma che importanza ha fare tutti questi conti? Sai che parlare di età fa cafone no? Come diceva la Audrey in colazione da Tiffany, ah si riferiva ai diamanti, che non si indossano sotto i 40?
Ah, ok.

Quindi un giorno guardavo uno di quei programmi del giorno quelli che c’è un po’ di tutto dentro per far passare la mattina con i fatti di cronaca e i settimanali di gossip e i quotidiani e loro che suonano e cantano e il gioco a premi con le telefonate da casa e le ricette e l’oroscopo che mia zia appena mi vede dice che lo ha sentito e che il mio segno va bene o va male, a seconda…che io le dico zia ma tu sei cattolica e lo sai che questa cosa delle stelle dell’astronomia e le previsioni e il futuro e le cartomanti cozzano con la religione, e lei però continua e mi ripete che questo andrà bene che questo andrà male, che io non lo leggo più l’oroscopo da quando un giorno ho pensato mi abbia portato sfortuna per un esame all’università…

Insomma arriva il momento della consulenza ed ecco arriva lui *apre piano la porta poi si butta sul letto e poi e poi ad un tratto lo sento afferrarmi le mani le mie gambe tremare * Ehm no, non c’entra nulla, arriva lui come consulente perché è….dai non lo posso dire chi è! Però grazie al suo lavoro sta spesso in televisione, dico spesso perché poi dopo quella volta l’ho rivisto nella sua veste professionale e parla così bene, ed è sempre tutto compito e forbito e manierato e però poi dopo quell’occasione l’ho rivisto altre volte, perché la vita è bizzarra e alle volte succedono delle cose che non ti sai spiegare ed una di queste cose è per esempio che non vedi una persona per anni, una persona che magari hai anche conosciuto bene, che hai frequentato assiduamente per un diverso periodo di tempo e poi la vita vi divide e tu non la vedi più, non la vedi magari per mesi o per anni, come se si fosse incastrato qualche meccanismo, perché magari incontri delle persone collegate con lei, ma lei no, e le persone magari te ne parlano e tu sai che è ancora nella tua città però per colpa di un ingranaggio capriccioso non la incontri, sarà colpa delle stringhe o dell’energia oscura o degli universi paralleli o di quelle particolari vicende che Stephen Hawking saprebbe spiegare bene o anche Obi-Wan, dipende.
Poi in un giorno che non ti aspetti il congegno si disincastra all’improvviso, che non hai capito che è successo però un giorno qualunque in un momento qualsiasi mentre stai guardando una trasmissione che non guarderesti mai ma che quel giorno non sai perché ti ispira, rivedi quella persona di tanto tempo fa e poi dopo quella volta proprio perché il congegno disincastrato ha fatto sì che si aprisse probabilmente un varco spazio – temporale allora la incontri per alcune volte di seguito e poi magari il meccanismo si inceppa di nuovo e non la rivedi più.
boh io questa cosa non l’ho mica mai capita…

E lui dopo quella volta l’ho rivisto anche non in televisione, ma la sera in giro per la città, nelle piazze quelle che le sere d’estate stai fuori a bere una cosa e fare due chiacchiere o nei ristoranti o nei locali quelli con tante stanze con la musica differente o anche quelli che hanno la musica dal vivo o quelli che anche se hanno la musica a nessuno interessa.

E ti devo dire la verità che la veste professionale in queste occasioni viene stracciata completamente e si torna ad essere quello che si è sul serio, però è così, pure io lo faccio e come me e come lui tanti professionisti che conosco lo fanno.
Io no, in effetti, io non mi ritengo più poi tanto una professionista, io sono un’impiegata e la mia professione da tanto che non la esercito, l’ho stracciata quando ho preso questa decisione, ma tant’è.

Insomma le feste il pomeriggio erano tutte coca cola e panini i ripieni e balli lenti e balli veloci e si ballava maschi con femmine ed era bello, ed i lenti si ballavano che tu mettevi le mani sulle spalle di lui e tenevi le braccia tese come a tenerlo lontano da te e lui teneva le sue mani sui tuoi fianchi anzi sopra sulla vita e le braccia tese e poi spostavi il peso del corpo da un piede all’altro e contemporaneamente giravate a formare un cerchio.
Questo se non ti piaceva.

Altrimenti c’era il momento in cui ti invitava quello che ti piaceva e allora si ballava che tu le braccia un po’ gliele tenevi intorno al collo e un po’ ti appoggiavi con la tua guancia sulla sua spalla oppure mettevi solo un braccio intorno al suo collo e l’altra mano l’appoggiavi sulla sua spalla corrispondente e il tuo avambraccio allora si appoggiava sul suo petto, certo se lui era più alto perché se lui era più basso allora no e poi un po’ vi guardavate e un po’ vi parlavate e un po’ appoggiavi il viso sul tuo braccio che stava intorno al suo collo e le sue braccia ti avvolgevano sì ma non tanto solo un po’, era tutto fatto con quel timore che hai paura di esagerare che vorresti ma ti batte il cuore e non sai bene che dire e io cercavo sempre qualcosa di intelligente da dire e la mia mente invece era vuota e vuoi che la canzone non finisca e poi quando finisce cosa fai?
Mi allontano dall’abbraccio, sì, ma poi vado via o continuo una conversazione che praticamente non è mai iniziata ?
Io credo che Nanni Moretti per quella scena di Ecce Bombo l’ispirazione l’abbia presa da feste del genere, mi si nota di più se finita la canzone mi allontano subito o se rimango lì vicino a lui, e se io rimango lì e lui si allontana mi si nota di più se rimango ferma come un baccalà ma cerco di fare la vaga o se magari mi avvicino al tavolo del buffet…?
insomma un imbarazzo, però bello.


  • Continua –

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni X – La memoria

Oggi cambio, oggi vado all’ultimo vagone della metro.

Oggi mi sento così, mi sento da ultimo vagone della metro.

-Visto che non mi sembrate molto acuti ve lo rispiego – così il mio vicino in metro si rivolge al suo interlocutore al di là del cellulare.

Davanti un ragazzo dorme, dormirei anche io oggi, dormirei ma vorrei che il tempo si fermasse, per poter dormire in pace senza perdermi nulla.

Ecco: il tempo, riflettevo sul tempo che passa.
Provo un sana invidia nei confronti di quelle persone cui poco importa che il nostro corpo venga segnato dall’inesorabile scorrere del tempo.
Io che amo uscire la sera e che quando esco di solito non amo tornare a casa presto che una volta che sono uscita è come un vortice cui mi abbandono e che non voglio abbandonare.
Io che quando esco la sera amo bere qualcosa.
Io che odio gli effetti dell’alcol sul mio viso l’inevitabile gonfiore della ritenzione idrica prodotta.
Io che odio l’inevitabile nuovo reticolato di rughe che si forma intorno agli occhi dopo serate del genere.
Io provo questa sana invidia per chi se ne fotte beatamente di tutto ciò.
Per chi i suoi capelli bianchi li porta con fierezza.
Per chi le sue rughe non vuole farle andare via perché ci ha messo anni per farsele venire, come la Magnani.
Ma sai che ti dico, è inutile che faccio giri di parole io le donne che dicono che non si farebbero mai toccare il viso le invidio. Le invidio perché io ho una fottuta paura di invecchiare.
Ecco come sono fatta io.
Io ho paura di questo.
Io non ho paura del licenziamento.
Io non ho questo terrore che hanno alcuni miei colleghi, no.
Sono sfrontata, inopportuna e irriverente a dire così in questo periodo storico.
Sì.
Anche se l’Italia è sempre stata la patria di chi pensava che la svolta nella vita fosse il posto fisso, quindi sarei sfrontata comunque.
Ok ok pensa anche che sia un’uscita infelice.

Non lo so, ieri il mio sacco era vuoto, oggi è di nuovo pieno, ma ho la sensazione che siano opinioni vaghe, anzi opinioni certe, ma che io vorrei cercare di esternare in modo vago, o meglio in modo diplomatico perché impopolari.
Ma tanto che ci provo a fare, so bene che le opinioni usciranno convulsamente in maniera tagliente come ieri che ho nuovamente discusso con il terzo coabitante coatto della stanza d’ufficio.

E così oggi, oggi mi sento da ultimo vagone della metro, e il tempo che passa, pensare al tempo che passa e lascia i suoi segni mi infastidisce.

Ció (voce del verbo ciavere) pensato un po’ anche ad un altro fatto.

Ho scoperto perché il mio capo mi ha portato alla riunione: ho vinto l’incarico di rivedere e riscrivere la memoria.
Sì certo c’era la precedente nota, ma si deve ovviamente integrare modificare perfezionare arricchire rifinire completare e apri i fascicoli e cerca i documenti e rileggili tutti e respira la polvere che li accompagna e integra e modifica e perfeziona e arricchisci e rifinisci e completa e da una nota di 2 pagine ne fai uscire una relazione di 6 e condividi e ottieni l’approvazione e poi vedi che nell’email che il tuo capo ha mandato a tutti i partecipanti alla riunione tu sei in copia conoscenza nascosta e chiedi al tuo capo il perché e ti dice che ha fatto così altrimenti appesantiva l’email con troppi indirizzi.

È che dopo che ció pensato a questo fatto ho capito che oggi hanno vinto loro e io sono stanca e mi sento da ultimo vagone della metro.

E il tempo passa.

U come Uomini – Zio

È tutto il giorno che ci penso, sì certo la giornata non è finita e avrei ancora tempo ma volevo dedicartene un po’ solo a te proprio oggi che è il tuo compleanno e non ce la faccio, che ti avrei voluto dire qualcosa riguardo alle grandi cose ora che sono passati 18 anni, ma non so se ti è mai capitato di avere la mente vuota o forse troppo piena.
O forse alla fine è che non ci sono grandi cose in realtà.
Quindi ti dedico il post che scrissi nel 2010, che ci vuoi fare zio è un regalo riciclato, ma sempre farina del mio sacco, che oggi mi sembra un po’ svuotato.


Mettere in ordine quella parte di casa che un tempo era un ufficio, archiviare i documenti, archiviare la memoria.

Decidere cosa buttare si rivela essere una scelta fra quali ricordi incollati sugli oggetti vuoi gettare e quali vuoi tenere.

Sperare che portando tutto al macero la distruzione si porti via anche l’amarezza, quella parte di un passato che hai voglia di cancellare.

Sapere che anche se le cose andranno distrutte i ricordi non le seguiranno, perché sono incollati a te, non alla materia.

Cercare di tirare fuori solo i momenti piacevoli vissuti, metterli in ordine insieme alle vecchie fatture.

Trovare per caso un foglio a quadretti, strappato da uno di quei block notes che usavo spesso prima della tastiera e dove, con poche parole, buttavo giù le idee.

Riconoscere la calligrafia di una persona cara…sentire l’emozione che sale fino a bloccarsi in gola.

Iniziare a leggere e conteporaneamente permettere ai ricordi di riaffiorare come una sequenza di lampi in una notte senza luna.

Cedere alla tempesta di emozioni che si sta avvicinando e lasciare scorrere le immagini nella mente.

Riuscire a farsi travolgere dai ricordi tanto da sentire di nuovo la voce che da tempo non si udiva.

Così mi vieni in mente in tante occasioni, frammenti del passato che ritornano vividi nel presente.

Ricordo il modo in cui tagliavi il baccello delle fave, lasciavi solo un filo a congiungere due lembi, creando una bocca e la fava diventava uno strano personaggio che parlava tramite la tua voce contraffatta.

O quando disegnavi occhi e bocca su quelle buste di carta del pane e coprendoti il volto inseguivi me e sorella fingendoti il mostro del cartone.

Mi viene in mente come camminavo e parlavo piano per non svegliarti quando la tua porta era chiusa e aspettavo trepidante il momento in cui saresti uscito, perché certa che sarebbero stati momenti di grandi giochi e risate.

O quando mi potevo sedere vicino a te mentre guardavi la partita, anche se in fondo non ne capivo nulla, imparavo a memoria la formazione della squadra e la ripetevamo insieme in una sequenza veloce come i tifosi allo stadio.

Ricordo che abbandonavo le bambole in un angolo perché l’interesse nei loro confronti improvvisamente spariva non appena ti vedevo preparare in giardino il fortino, correvo fuori e tu facevi rivivere gli indiani e i cowboy.

Ti guardavo incuriosita quando preparando i panini li facevi prima abbrustolire: spiedini sul fuoco del gas, come se fossimo in un campeggio lontano dal mondo.

Ricordo i tuoi pennelli da barba, che strano ricordo da concatenare con tutti gli altri che mi balenano in mente, in un susseguirsi veloce di istantanee che la mia memoria mi ripropone come una serie di diapositive proiettate sul muro della mia mente:

il tuo sorriso, i tuoi occhi blu, i tuoi libri, i fumetti, tu seduto sul divano, il tuo borsello, la tua catenina e suoi ciondoli, il tuo anello, le tue sigarette, i tuoi occhiali, tu con nonna, le tue foto da giovane, il tuo bicchiere, le tue mani, la tua radio, tu nella macchina, tu che tieni per i piedi mia sorella per farle sputare la caramella che la stava strozzando, tu che bevi la birra e ti sporchi di proposito la punta del naso con la schiuma per farci ridere, la foto con te che spingi il passeggino con me sopra e sorella accanto, in piedi, sorridente e fiera; tu al tiro a volo; la tua macchina; il tuo portacenere; tu che mi spingi nella mia piccola macchina a rotelle; tu che ti complimenti per i miei successi scolastici…la sequenza di queste e altre mille immagini ha come sfondo la serenità e la felicità che avevi nell’affrontare tutti gli eventi, sono da sfondo, ma spiccano su tutto l’insieme.

E la colonna sonora è la tua risata contagiosa.

La proiezione sfuma sull’ultima immagine: al ristorante tutti insieme, quando hai detto che quello per te sarebbe stato un buon momento per morire, perché avevi raggiunto la serenità nei confronti del tuo passato ed eri felice nel presente. Ti sarebbe dispiaciuto solo lasciare noi.

In quel momento ho pensato fosse una strana frase, ma non ti ho mai chiesto di poterla approfondire. Non ne ho avuto il tempo.

Lassù erano d’accordo con te, perché dopo poco ti hanno ripreso con loro, così senza alcun preavviso, in una notte che pensavo sarebbe stata uguale a tutte le altre.

Dicevi a tutti: “vedrete Maria Emma, farà grandi cose.”

Sono passati 15 anni ed io non lo so se sono riuscita a fare grandi cose, ma quando incontro i miei nipoti e li vedo corrermi incontro sorridenti per abbracciarmi, penso che se quel sorriso è la testimonianza che riesco a trasmettere loro anche solo la metà della serenità e della felicità che tu mi trasmettevi, allora sì sono riuscita a fare grandi cose, perché ho avuto un grande maestro.

Grazie Zio.

Vita di PI -Pubblico Impiegato – Riflessioni IX – La riunione

Ogni mattina dopo la puntata di Report mi aspetto di trovare una rivoluzione alla quale aderirei volentieri e invece nulla.

Quindi mi tocca comunque andare in ufficio come tutti i giorni, farmi spazio tra la folla della metropolitana trovare uno spazio dove riuscire ad appoggiarmi o se non riesco un posto dove riuscire a tenermi con una mano così con l’altra riesco a tenere l’iPad, mi serve ne ho bisogno per riuscire a sprofondare nel mio mondo di letture, per cercare di estraniarmi dalla folla, per cercare di resistere al fastidio che mi procura l’avere lo spazio intimo completamente occupato, sì perché in metropolitana le distanze intima, personale, sociale e pubblica sono tutte occupate, così mi capita quando posso di iniziare ad attraversare la metro per riuscire a trovare uno spazio vitale perlomeno sufficiente che difficilmente trovo così alle volte mi metto nello spazio di snodo tra i due vagoni preferisco il dondolio e il movimento del pavimento rotante piuttosto che avere qualcuno vicino. L’altro giorno è entrato un signore ben piazzato che pensava di essere un buon equilibrista perché non ha cercato appoggio da nessuna parte e alla prima frenata alla fermata successiva si è sbilanciato e tutto il suo peso aumentato dalla forza della spinta è finito sul mio piede, e dalla mia bocca è uscito un gemito che io ho cercato di soffocare, ma lui è rimasto illeso ed è uscito, il signore si è prodigato in mille scuse che io per carità ho accettato ma in ufficio sono arrivata con un ematoma sul piede, va bene io sono molto delicata questo sì, e in più con gli stivali sporchi, gli stivali sporchi! E sarà anche difficile da capire ma per me che sono abituata agli ematomi è più difficile superare lo scoglio di uno stivale sporco, si sono una maniaca delle scarpe di quelle che tornando a casa le pulisce per bene prima di riporle nelle loro apposite scatole che gelosamente conservo, alle volte dentro le scarpe metto anche le “forme” create con i fogli di giornale e sì va bene che vuoi che ti dica sono una disordinata cronica ma le scarpe no! Pensa che l’altro giorno indossavo un paio di stivali che la mia collega Ca mi ci ha fatto tanti complimenti e mi ha chiesto dove li avevo presi e io le ho detto che se me lo fossi ricordato glielo avrei detto e magari l’accompagnavo pure, ma forse non li avremmo neanche trovati perché io quegli stivali li ho comprati circa 20 anni fa, ecco sì, e lei non ci credeva perché in effetti non dimostravano la loro età, ma mica sono gli unici stivali che ho che hanno quell’età ne ho anche un altro paio rossi, che però non metto spesso, e poi altre due paia di scarpe a stivaletto, anzi quelle sono più vecchie che le ho comprare che avrò avuto 16 anni, ma sono un evergreen, ora le hanno rifatte uguali, insomma quindi sono fatta così alcune cose riesco a preservarle…beh alcune cose, le scarpe, ecco le scarpe sì, sul resto non garantisco, ecco insomma con Ca quindi sono apparsa come quelle classiche donne che non ti vogliono dire dove comprano le cose.

Insomma come è che si cerca di ovviare alla brutta sensazione che senti quando c’è questa invasione dello spazio intimo?
Nei più svariati modi, si guarda per terra, si legge un libro, il giornale, si ascolta la musica, si parla al telefono, io scrivo e leggo, anzi scrivo o leggo, alle volte però sì scrivo e leggo, mi rileggo.
Sì.

Che io poi abolirei i tavoli da riunione in vetro.
Dico, ma chi li ha inventati?
E poi perché hanno avuto successo?
All’inizio pensavo li avesse inventati un uomo, che dico una donna non può averli inventati ma poi dopo che ho visto le scale del Maxxi di Roma ho pensato che la Hadid forse porta sempre i pantaloni e allora è caduta la mia teoria.
Ma anche se è caduta, spero sia rimasta illesa e quindi secondo me i tavoli da riunione in vetro non può averli inventati una donna, innanzitutto si sporcano subito che appoggi la mano e rimangono le ditate, che sembra che non ti lavi le mani da mai, se poi ci sono le bottiglie dell’acqua le appoggi e lasciano l’alone, la polvere si vede subito, e poi sono trasparenti!

E a me cosa capita il giorno dopo Report ?
A me capita una riunione intorno ad un tavolo di vetro, una di quella con i vertici aziendali, una di quelle che penso mi metto una gonna con una giacca per cercare di apparire più professionale perché è inutile negarlo l’abito qui dentro fa il monaco anche se vorrei mandare in giro le foto del forum in Idaho dove i potenti della terra si sono incontrati con le loro camicie colorate e sono state sdoganate le infradito. No, le infradito in effetti non le metterei a lavoro, anche se la Diane Von Furstenberg in quell’occasione ne sfoggiava un paio troppo carine, se non altro per il fatto della metro che metti che trovo il signore di cui sopra, un conto è incontrarlo con ai piedi un paio di stivali, un conto è con le infradito, altro che ematoma.
Comunque non la metto più la gonna alle riunioni che casomai mi dovesse ricapitare il tavolo a vetri che mi siedo e la gonna mi si alza e avevo le calze coprenti sì però non so perché stamattina avevo proprio scelto coprenti colore beige però con disegno a rilievo che, non lo so perché, sembrava con un effetto ottico strano che le calze sotto fossero color carne, che le calze color carne a mio modesto avviso dovrebbero essere vietate dalla costituzione sul posto di lavoro, e quindi inizio a fare dei movimenti strani per cerare di tirare giù la gonna perché dal tavolo a vetri si vede e si vede pure la mia mano sotto il tavolo che tira giù la gonna e io che sono goffa faccio tutto questo con la stessa leggiadria dell’ippopotamo di Fantasia con il tutù, anzi no, lei era più delicata.
E allora mi monta un po’ di ansia tanto per non farmi mancare nulla perché insomma già ero lì che non sapevo che dire e che ci sei andata a fare mi dirai tu e non ne ho idea ti dico io, me lo ha chiesto il mio capo e io sono andata ma la pratica non la seguo dal 2011, ma tanto poi ho scoperto che non siamo andati molto avanti.
E allora capisco che sto andando in apnea e inoltre vicino a me c’è lei, la simpatia di cui ho parlato qui, che il mio capo che stava di fronte a me ogni tanto se incrociavo il suo sguardo mi diceva col labiale: sei strana, e io dovevo abbassare lo sguardo che altrimenti ridevo.
E mi inizio a concentrare sulla respirazione e sulla mimica facciale cercando di evitare l’espressione no way, e cercando di assumere delle posizioni intelligenti, ma esistono posizioni intelligenti? Allora comincio a cercare di ricordare cosa diceva quel libro sul linguaggio del corpo e cosa indicava come posizione da assumere per mostrare interesse in quello che si sta dicendo, allora testa un po’ inclinata, annuisco lentamente, le dita sul mento, respira…
Dall’altro lato un tale nuovo che non conoscevo, che però dopo un po’ mi fissava dalla trasparenza del tavolo le gambe e la gonna che io tiravo giù che mi era venuto un imbarazzo che mi sono detta sta gonna la brucio ma non ora che poi è peggio.
E la riunione è stato tutto un suv, sul, mit – che magari fosse stato il Massachusetts Institute of Technology -, project financing, project manager, strumenti attuativi, strumenti non attuativi, la parte rossa del progetto, ma quello non è rosso è viola a me sembra magenta a me sembra rosa a me sembra bordeaux io sono daltonico, ma non ho capito qual’è l’esistente e quale è il progetto, la parte blu esiste quella gialla è di progetto, ma tanto lui è daltonico cosa glielo diciamo a fare, che infatti l’altro ad un certo punto ha tratteggiato il disegno con i confini e con la parte reale che intanto sui colori non ci trovavamo d’accordo, ma chi lo ha fatto, chi lo ha approvato, la responsabilità di chi è, non saprei ma non prendiamola noi, facciamo in modo che se la prendano loro, ma loro chi, un loro qualsiasi basta che non siamo noi, fammi una memoria che riassuma tutta la storia, ma ti ho già scritto una nota lunedì su tutta la storia, non l’ho ricevuta, ne ho una copia, fammi vedere ah sì l’ho letta ma velocemente riscrivimela, ma se c’è l’hai già perché te la devo riscrivere, perché mi serve una memoria non una nota, allora uso quello di lunedì faccio copia e incolla e sopra ci scrivo memoria, non mi devi fare un copia incolla allora proprio non ti va di fare nulla, allora la faccio uguale e ti metto anche i precedenti e i pareri, no non mettere né i precedenti né i pareri che se si accorgono che ci sono precedenti allora è un macello, e se poi qualcuno lo scopre, allora ci penseremo quando succede, scarichiamo tutte le responsabilità su di loro, ma gli abbiamo chiesto i soldi a quello, sì nel 2011, va bene glieli richiediamo, ma se li chiediamo noi poi non ne usciamo più perché diventiamo noi i responsabili, allora scrivi a loro di scrivere a lui, poi però se lui paga a loro e non a noi, in effetti questo è un problema, però poi noi possiamo rifarci su di loro, perché se poi passa questa linea a loro gli passiamo anche tutte le altre pratiche, e sì perché questa questione deve trovare una soluzione, ma i soldi stanziati quanti sono, così tanti allora bastano, no devono essere ripartiti tra tutti i progetti, e i progetti quanti sono, così tanti, e allora non bastano, ci hanno messo anche cose vecchie tirate fuori dal cassetto si perché bisognava far vedere che tutti partecipavano, ma il problema quale è, il problema è mediatico, perché sai questo è un momento delicato.

Ecco qui il punto. Il nocciolo della questione, un’ora e mezza di riunione piena di fuffa e scarico responsabilità per svelare che l’unica cosa importante è il circo mediatico.

Respira prendi aria e riempi la pancia, espira svuota la pancia e butta fuori tutta l’aria prima di riprendere una nuova boccata.

Inizio a pensare di organizzarla io questa rivoluzione.

In my shoes -Ricordi e quaderni

Stavo pensando di prendere un motorino o una macchinetta elettrica così, perché…te l’ho detto vero? Che ci stanno mettendo i tornelli.
Sì, neanche fossimo in catena di montaggio.
Quindi non vorrei fare tardi la mattina, ma se poi smetto di prendere la metropolitana poi tu ed io parleremmo molto meno, avremmo meno tempo a disposizione, perché la maggior parte delle volte lo facciamo quando sono in metro o mentre cammino per raggiungere le mie tappe pre e post ufficio, quindi sono combattuta.
Ci penserò.
Oggi.
Va bene insomma magari non solo oggi o non proprio oggi.

Oggi, piuttosto, mi era venuto in mente quello che è successo alcuni weekend fa, sai come sono fatta io, prima di raccontare qualcosa devo metabolizzare, ho i miei tempi, ma lo so che tu non te la prendi, ho avuto a come amica che invece se la prendeva, lei non accettava che io le raccontassi le cose in differita, lei voleva sapere tutto ciò che succedeva meglio se nel momento in cui accadeva, ma se non altro almeno entro le 6 ore successive, altrimenti non dimostravo di essere sua amica.

Ma io sono così, ho bisogno dei miei tempi e alle volte prima di raccontare qualcosa magari passano ore o giorni o mesi o anni oppure non le racconto proprio e rimangono solamente nei mie ricordi e però succede che un giorno mi accorgo che questi ricordi non raccontati sono diventati troppi nella mia mente ed è come se non ci fosse più posto come se lo spazio libero rimasto fosse insufficiente per contenerli tutti fosse diventato troppo angusto misero e tutti i ricordi fossero sacrificati lì dentro come se fossero tutti ammassati uno vicino l’altro i miei ricordi.

È come adesso nella metropolitana: parlano tutti, alcuni tra loro, alcuni al cellulare, che da quando hanno messo la linea è un disastro ci sono dei momenti in cui la confusione è tale che io non sento neanche i miei pensieri. Alle volte è così come se i miei ricordi avessero bisogno di uno sfogo, di una via di fuga come in questo momento in cui ne ho bisogno io, avrei bisogno di scendere sulla banchina e non sentire più la confusione.
E allora ne devo buttare fuori uno o due di ricordi per fare posto e farli stare più comodi, ma non è una cosa necessariamente pensata, loro, i ricordi, escono, si prendono il loro libero sfogo, si prendono lo spazio di cui hanno bisogno, approfittano della mia voce, la ingannano e io mi ritrovo a raccontarli.
Io, capisci?
Io, che al tempo non parlavo con nessuno che riempivo pagine di quaderni queli a quadretti mi piacevano i quaderni a quadretti con la copertina rigida e scrivevo, ecco perché quaderno mitico, li chiamavo così i miei quaderni: quaderni mitici, davano asilo ai miei ricordi sfrattati dalla mia mente.

E invece ad un certo punto della mia vita oltre che lasciarli all’inchiostro aggrappati a quelle pagine con i quadretti ho iniziato a lasciarli svolazzare insieme alle parole, li lasciavo volare e lasciavo che il mio interlocutore li raccogliesse e li raccontavo e magari non erano inerenti con l’argomento perché loro non mi avvertono e ne spingono fuori uno a caso il più vecchio o il più debole? O semplicemente quello più vicino all’uscita, quello che si era messo lì che pensava fosse un angolo sicuro invece era l’uscita e si ritrova fuori alla mercé del mio interlocutore.
No, non c’è criterio, ne esce fuori uno così e io mi ritrovo a raccontarlo e poi magari me ne pentirò, che avrei voluto alcuni rimanessero con me e basta e invece mi ritrovo a ricordare che alcuni ricordi li ho distribuiti a delle persone che ho incontrato nella vita glieli ho dati così in un giorno qualsiasi e poi magari queste persone può darsi che neanche le ho più riviste e pensare che loro vadano in giro per il mondo con un mio ricordo così che io gli ho donato senza volere un po’ mi fa strano.

Mi chiedo: cosa ci faranno con questi ricordi?

Li tratteranno bene, ne avranno cura ?

Oppure li lasceranno lì in mezzo ad una strada una sera di maggio magari, in centro, insieme ad una vodka di troppo, li lasceranno li sul marciapiede.
E poi verrano sciacquati via dall’acqua di quelle macchinette della società partecipata dal comune.

Oppure li dimenticheranno.

Oppure ci sarà chi li ricorda, chi li conserva con cura, li custodisce per non farli appassire.

E ci sarà anche chi li ha regalati a qualcun altro come un regalo che non è piaciuto e lo hanno riciclato.

Perché tu non hai mai riciclato un regalo?
Io sì.
Però i racconti no, le confidenze non le ho mai riciclate, le confidenze che mi hanno fatto le ho sempre tenute per me.

Sì un po’ sono cambiata con il lavoro da impiegata un po’ mi sono ritrovata in mezzo a tante parole che neanche volevo sentire e magari le ho anche riferite a mia volta, ma i ricordi degli altri mai.
Li custodisco e ne ho cura.

E alle volte mi fa paura pensare a chi ho dato i miei.

Però per esorcizzare questa paura allora ora li lascio nella rete.

Alcuni si incastreranno da qualche parte altri troveranno dei buchi e scopriranno altri mondi, altri saranno custoditi.
È questo il motivo, non riesco più a farli stare nella mia mente e basta.

Però ora ti volevo raccontare cosa è successo alcuni fine settimana fa e non l’ho fatto, ma la corsa è finita, scendo sulla banchina e mi godo la passeggiata un po’ nel mio silenzio.

Te lo racconto un’altra volta, forse ancora questo ricordo non era pronto a volare, forse doveva fare ancora un po’ di esercizio, come i falchetti che c’erano nella casa in campagna.