Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XV

Alla fine si è licenziata

La sua sopportazione era al limite.
Ma lei non era fatta per questo posto.
Entrata a 21 anni e 75 mesi a riempire file.
File che alla lunga ti compromettono la stabilità, mentale e fisica.
Perché non si può stare otto ore al giorno a riempire dei fottutissimi file per 75 mesi senza che nessuno ti dia nemmeno una pacca sulla spalla per incoraggiarti.
Non si può fare se sei un giovane che hanno assunto con l’obiettivo di formarti.
Non si può pretendere di abdicare la formazione ad un file da riempire
Non si può pretendere che un giovane sia spronato se per 75 mesi, pur svolgendo il proprio alienante lavoro senza vedere la luce al di fuori del tunnel, rimane al livello minimo del contratto nazionale.
Quando davanti a te sfrecciano ai livelli più alti senza il minimo controllo.
Non si può pretendere di appellarla come irriverente e ingrata se si lamenta che nessuno investe nella sua formazione.
Perché intanto ci servì lì e se ti lamenti puoi anche andartene perché il tuo posto lo rimpiazziamo subito con la figlia di un amico mio cui devo un favore.
Cosa vuoi la formazione?
Ti devi autoformare.
Cosa vuoi un livello in più?
Mi devi dimostrare che te lo meriti.
Come faccio a dimostrare che me lo merito se mi fate solamente compilare un file pieno di dati.
Non è sufficiente dimostrare di raggiungere e superare gli obiettivi annuali assegnati?
Come faccio se la mia più impegnativa mansione è control c e control v?
Non lo fai.
E loro hanno vinto, perché ora il tuo vuoto diventa un nuovo posto a tavola che c’è un amico in più da accontentare.

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sono quella

Sono quella cui suonate quando state in macchina e io attraverso sulle strisce mentre con i pollici compongo un sms che provoca un rallentamento dell’andatura.

Sono quella cui suonate mentre state in macchina in coda perché non vado avanti subito quando la macchina davanti procede solo per un pezzetto, perché tanto credo non cambi nulla affrettarsi a raggiungerli: sempre in coda stiamo.

Sono quella cui suonate il clacson quando siete in fila semaforo rosso perché mi sto truccando in macchina, ma sappiate che un occhio è sempre vigile sul cerchio ultimo in basso e che so riconoscere al volo quando diventa verde senza bisogno di avviso né di preavviso.

Sono quella cui suonate quando state in macchina perché è un classico che la macchina davanti a voi vedendomi a passeggio con i cani si ferma per chiedermi indicazioni stradali fermando puntualmente il traffico. È che ci metto un po’ a fare mente locale però sappiate che di solito sbaglio involontariamente me ne accorgo dopo, quindi superate quella macchina perché si dovrà inevitabilmente fermare dopo poco per chiedere nuovamente indicazioni.

Sono quella che incrociate per strada e pensate che stia parlando al telefono con qualcuno con l’auricolare, ma invece no, sto proprio parlando da sola.

Sono quella che pensate stia cantando ascoltando l’iPod mentre cammina per strada, ma invece l’iPod è scarico da mesi, canto da sola le canzoni che mi rimangono in testa dalla mattina.

Sono quella che pensate > ma cosa ha da guardare questa
e invece mi sono semplicemente fissata su di voi pensando ad un’altra cosa, vi guardo ma non vi vedo.

Sono quella che discute con altre persone per strada mentre passeggia con i cani perché puntualmente accusata senza prove delle colpe di tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi – che ho tutte le borse sempre piene di sacchetti perché voi non possessori di cani non sapete che peggio di un umano che pesta la cacchina di cane è un cane a pelo lungo che con la sua zampina pelosa pesta una cacchina di altro cane non raccolta e non sa pulirsi da solo.

Sono quella che se cerca una cosa nella borsa non la trova mai al primo colpo e inevitabilmente si accuccia poggiando la borsa per terra e iniziando a tirarne fuori il contenuto scoprendo di avere dentro cose che cercava un mese fa e pensava di avere perso.

Sono quella che al ristorante chiede che tipo di acqua minerale abbiano, perché non tutte sono buone uguali e la ferrarelle non la sopporto.

Sono quella cui, camminando sui décolleté in maniera fintamente disinvolta, il tacco le si incastra tra i sampietrini lasciandola a piede nudo saltellare per riprendere la scarpa, mentre sta attraversando la strada.

Ecco.

Vita di PI – Pubblico impiegato – Riflessioni XIV

Starò diventando paranoica?
È perché io ne ho paura.
Ho paura che sia genetico
È che ci sono alcuni sintomi. Voglio dire, alle volte io vedo la realtà. Ecco io sono convinta della realtà che vedo, ma è la realtà nascosta quella che si cela dietro ai comportamenti, quella che si cela dietro le risate che io la conosco la sua risata e non è quella che lui fa quando siamo a pranzo. Lui la fa per cercare di far vedere che è tutto a posto, che va tutto bene, ma poi si immerge nuovamente nella vita virtuale del suo telefonino e non parla con noi, ride solamente quando si fa una battuta ride così con quella risata sguaiata e falsa come a far vedere che lui sta partecipando.
Ma a me non mi frega.
D’altra parte dopo essere stati colleghi siamo stati amici, molto amici.
E ora siamo di nuovo colleghi, solo colleghi, che io non mi fido più.
Lui dice che io tramo alle sue spalle.
Io.
Che neanche dopo pagine di chiarimenti, lui ci crede che non è vero, non me lo ha detto, ma si vede.
E allora si è rotto quel qualcosa.
Lui mi ha detto che sono stata troppo dura in quel che gli ho scritto.
Ma lui mi aveva detto di essere sincera.
Ecco dove porta la sincerità, io lo dicevo che a volte le bugie bianche sono meglio.
Ma gli ho detto anche di fare la stessa cosa lui con me, di dirmi tutto, scrivermi tutto, che rimanesse nero su bianco, le cose che in me non vanno. Ho insistito perché lo facesse.
Caspita non lo ha fatto.
Non lo ha fatto e si è chiuso nel mondo virtuale del suo cellulare.
Che mi parla solo se gli serve qualcosa di lavoro.
Che lui è fatto così. Se gli assegnano una pratica lui ti chiede a te cosa ti ricordi e ti chiede di fargli un riassunto. E se tu non lo sai si fa il giro dei colleghi.
Io no. Io se mi assegnano una pratica, prendo il fascicolo e me lo leggo per sapere la storia.
Ecco siamo fatti così.

E poi c’è l’altro, che l’altro è il mio capo.
Che il mio capo a me mi ha realmente stufato.
E allora lo sai che a me si legge in faccia quando qualcuno mi è arrivato a saturazione, che io lo so che questo discorso dell’espressione lo abbiamo già fatto.
Ma poi ti dico.
Ti dico che lui però mi sta mettendo in mezzo ultimamente.
Ecco perché ti dico che sono paranoica.
Che se chiedo ai miei colleghi alcuni dicono di no.
Insomma che ieri ancora è successo, durante la riunione ed è già la seconda volta che durante la riunione mi mette in mezzo. Che se pensi che abbiamo fatto solo due riunioni con i nuovi colleghi allora risulta che mi ha messo in mezzo il 100% delle volte.
Direi un bel record.
E io ieri mi sono innervosita, tanto, ma tantissimo, che la voce era tutto un tremolio, che io mi sarei alzata e gli avrei urlato brutto pirla mollami!
Perché mi vuoi far apparire come non sono davanti ai nuovi colleghi?!
Ma che problema hai?
Da dove deriva il tuo accanimento nei miei confronti?
Ma soprattutto per quale razzo di motivo è iniziato?
E invece no.
Che poi ho chiesto, perché a me scocciava e allora ho chiarito ma mi hanno detto che non sembrava che mi volesse mettere in mezzo.
Ma io lo so, ne sono convinta.
Ma ho le mie ragioni che io ovviamente sola so.
O credo di sapere.
E allora ho paura.
Paura che io sia paranoica.
Che magari è la genetica.
Che la mia nonnina negli ultimi anni era un po’ picchiatella.
Era una picchiatella tenerissima.
Che lei vedeva le cose.
Soprattutto degli animali. Una specie di parameci. Lei vedeva i parameci che camminavano ovunque.
Lei poi non le piacevano alcune persone.
E veniva da te e ti diceva all’orecchio che tu ti dovevi abbassare per farla arrivare al tuo orecchio perché lei si era tutta accorciata. E ti diceva che quella persona non le piaceva per un motivo e quella per l’altro.
Trovo che però a me il senso tornava.
Che io ci ho pensato anche dopo e lei in fondo non aveva neanche torto.
E lei però ad un certo punto forse era tanto triste dopo la morte di mio zio e allora vedeva di continuo i parameci.
E i parameci poi non ho mai scoperto se erano veri o no.
Beh io poi nella sua casa ci ho abitato ed in effetti c’erano gli scarafaggi e alle volte erano proprio tanti.
Così tanti che poi io ho sclerato ho preso i cani due valigie e sono andata via.
Che io ero fortunata che avevo un altro posto dove andare, lei invece no.
Allora ho pensato che poi tutti i torti mia nonna non li aveva neanche in quell’occasione.
Allora forse tutti i torti non ce li ho neanche io.
O forse sono un po’ paranoica e picchiatella anche io.
Non so.
Sono compulsiva sicuramente che sono andata in un negozio e mentre mi provavo gli stivali ho avuto un flash che li avevo uguali a casa allora ho detto che mi stavano un po’ grandi.
Le vado a prendere il suo numero giù in magazzino.
No non si preoccupi che vado un po’ di fretta, magari passo con calma un’altra volta e guardo anche tutto il resto.
Grazie, ‘rivederci.

Vita di PI- Pubblico Impiegato – Riflessioni XIII

Oggi si è uno di quei giorni quei giorni che conosco bene quelli che ti si blocca il respiro quelli che sento che qualcuno sta stringendo le sue dita contro il mio collo e mi impedisce di respirare, i respironi li chiamavo da piccola, si perché non riuscivo a incamerare aria e allora respiravo il più profondo possibile ma non era mai sufficiente e ogni respiro cercavo di farlo più profondo e dicevo a mia madre che non riuscivo a respirare.
La mano non allentava la presa e mi assaliva l’angoscia e allora per farla passare mi immaginavo dall’esterno, e vedevo me stessa prima da vicino, poi sempre più in lontananza, io dentro alla mia camera, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo, io dentro la mia camera all’interno del palazzo nel mezzo del comprensorio, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città nel centro della regione, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città nel centro della regione nel mezzo dell’Italia, poi iniziavo a vedere immaginare l’Italia dall’alto, con i paesi confinanti, i continenti, il mondo, che si faceva più piccolo fino a che non arrivavo nello spazio e nell’universo ed era una sensazione magnifica di libertà assoluta avevo a quel punto perso qualsiasi contatto con cosa e con chi mi stava vicino e vagavo, fluttuavo in un mare limpido di serenità.

Non riesco più a farlo.

Ed oggi invece sarebbe uno di quei giorni, che io non resisto più in quel posto, che non lo si può neanche dire a voce alta che ti rispondono che sei fortunata ad avere un posto di lavoro.
Che non è infatti quello, è tutto l’intorno di quel posto di lavoro che mi soffoca.