Alle volte a me basta questo.

Ecco.

Però in buona compagnia è meglio.

Annunci

In my shoes – Risalire la china

Mi ricordo che era il 25 aprile.

Il 25 aprile del 2008.

Mi ricordo la sensazione.

È stato il giorno in cui ho bevuto l’amato calice fino alla feccia.
Il giorno del rischio.
Rischio di rimanere intrappolata nella feccia.

Sono stata fortunata.
Sono riuscita a liberarmi.

Ma non mi ricordo l’intera giornata.
Il primo ricordo è come un primo ciak di una scena di un film che non necessariamente è l’inizio del film.

Ricordo come un flash.
Come se quella giornata fosse iniziata in macchina.
Io in macchina verso il mare.
Da sola.
E non avevo nemmeno i cani con me e non mi ricordo perché non ci fossero neanche loro.
Non ti so dire.
Lo sai che mi piace il mare.
Ma evidentemente sono partita tardi perché sono rimasta bloccata nella fila.
Così ho cambiato strada.
E nel cambiare strada la sbaglio e mi ritrovo nella direzione opposta e per ritornare indietro ci metto tanto perché non c’è alcuna possibilità di cambio direzione per chilometri e io inizio lì a sentire il fondo la fila non c’è più e io macino strada senza nessuno davanti a me, ma non era lì che volevo andare.

Quando riesco a trovare il modo per cambiare direzioni ormai i miei occhi si sono gonfiati e sgonfiati di lacrime più e più volte.

Un vuoto di nuovo.

Altra scena che inizia all’improvviso nella mia memoria.

Uno stabilimento a me sconosciuto in un posto di mare che conosco benissimo.

Non so neanche perché ho scelto quello stabilimento, non lo ricordo affatto.

Forse proprio perché era sconosciuto.

Forse per evitare qualsiasi possibilità di incontro con qualcuno di conosciuto.

Forse sono proprio io che sono andata incontro al mio volermi sentire il più sola possibile oppure veramente…Non lo so.

Ho preso una pizzetta rossa e mi sono seduta sulla spiaggia.

E sono rimasta lì a guardare il mare ad ascoltare il mare per non ricordo quanto tempo.

E poi le immagini della giornata finiscono.

Non ricordo assolutamente cosa altro io abbia fatto.

Ma ho perfettamente chiara la sensazione.

Ho chiaro che è dal 25 aprile del 2008 che io ho iniziato a risalire la china.

In my shoes – Vuoto

Vuoto.
Cosa?
Un post. Nuovo. Vuoto.
Come il mio cervello alle volte.
È vuoto.
Non ho opinioni.
Non ho idee.
Non ho nulla da dire sulle idee degli altri.
È una cosa che alle volte mi preoccupa.
Lo portai come argomento, una volta.
Ad un esame?
No.
Come argomento, alla mia terapista.
Le dissi che alle volte non ho opinioni.
Tutti parlano. Hanno da dire la loro.
E io li guardo.
E non ho niente da dire.
E mi spavento.
Il vuoto del mio cervello mi spaventa.
E poi capita che parlo di un argomento e dico delle cose che anche io stessa è la prima volta che le sento.
Strano no?
Lei mi diceva che non era strano. Che non dovevo sentirmi strana se alle volte non avevo opinioni.
Ho ancora dubbi se lei me lo abbia detto per non aggravare il mio spavento o proprio perché credeva in quello che diceva.
Non le ho mai chiesto chiarimenti.
Un po’ me ne pento, avrei dovuto.
Anche se lì per lì mi aveva rinfrancato.
Quindi, ora penso, avrò fatto bene a smettere la terapia?
Anche perché avevo aperto il blog per scrivere di tutt’altro.

Rimane comunque la questione del vuoto.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVI

Guarda che qui l’unica strana sono io.
Qui si rubano le pratiche, ma solo quelle che fanno produzione, il resto può rimanere a marcire negli appositi contenitori di plastica con su scritto “da lavorare”, poco importa di cosa si tratti.
Ieri mi ha chiamato un C.T.U.
Non era una pratica che faceva produzione ed in più riguardava una annosa ricerca di documentazione per una causa in provincia.
Ovviamente il capo l’ha data a me, che sono l’unica cui non importa assolutamente nulla dei numeri, delle valutazioni, dei codici rintracciabili per la produzione, di quanto fanno gli altri se è più o meno di quanto faccio io, a me importa lavorare bene, risolvere questioni e cercare di mandare avanti quelle che giacciono nei contenitori, perché ci sono persone che aspettano, e loro non possono aspettare solo perché le loro pratiche non sono consuntivabili, che io mi chiedo se alcune persone qui dentro abbiano idea di cosa sia lavorare.
No, non è vero non mi sto dando le arie, sì ogni tanto penso di essere migliore lavorativamente parlando, altre volte riconosco la preparazione altrui, altre volte non sopporto nessuno, compresa me stessa.
Ma insomma, quello che a me importa e che mi da soddisfazione è per esempio quello che è successo ieri che quando il C.T.U. ha telefonato si è stupita che io le avessi già inviato i documenti richiesti, credo avesse chiamato già pronta ad una sorta di lite con la burocrazia.
Ecco.
Alla faccia delle vostre consuntivazioni.
E io però devo capire il mio capo a che gioco gioca.
Che ora si è imparato l’allert di outlook express.
Così non ti parla quasi più e indice riunioni prima con email poi inserisce l’evento riunione che ti appare lampeggiando per ricordarti che hai la riunione.
Come?
Ricordati che hai la riunione!
Va bene.
Ricordati che hai la riunione!!!
Sì, sì…mò me lo segno proprio…c’ho una cosa…non vi preoccupate…

Sì ho capito quando mi dici che è normale, che si fa così.
Ho capito che non capisci di cosa mi stupisca io.
È che non so come fare a spiegarti che qui è un mondo strano, un mondo di scarica barili.
E dai che te l’ho già raccontato altre volte.

Chi è abituato a lavorare non è che si può stupire tanto.
La stupefacenti e/o stupidità del fatto sta nel fatto (appunto) che alcuni non hanno visto altra realtà lavorativa che questa.
È chiaro che il loro metro di parametro (niente mi vengono le ripetizioni) sia sfalsato.

E ieri che portavo a spasso i cani ho incontrato il miglior professore che abbia mai avuto in vita mia.
Il prof. dell’università di uno dei più impegnativi esami del biennio, che mi ha fatto piangere, ridere, sperare, arrabbiare, perdere amicizie e acquisirne di nuove, nulla per me a confronto di esami come scienza o tecnica delle costruzioni, l’esame di geometria descrittiva.

Lui faceva lezione sempre in un’aula magna gremita fino agli ultimi banchi, l’unico che negli anni della pantera e dei suoi strascichi non ha mai saltato una lezione, l’unico che ci diceva la verità ossia che l’architettura in Italia era finita, che saremmo dovuti andare all’estero, che la Germania sì, la Germania ci avrebbe superato con la sua architettura, ed il muro era appena crollato.

Ecco qui.

Quando lo vedo mi emoziono.
Lui mi guarda e mi dice che tre cani in effetti sono impegnativi. Gli sorrido e lo fisso per un po’.
Lui inizia a cambiare espressione.
Eccerto lo sto fissando come un’allocca.

Lei è stato il mio professore all’università.
Lei è stato il miglior professore che io abbia mai avuto.
Ricordo ancora la prima lezione che ci fece.

Lui allora si rilassa e sorride.
E sorride tanto.
E mi dice grazie.

Grazie a lei professore.

Ti sei laureata, mi chiede.

La percentuale di laureati all’epoca, rispetto agli iscritti, era bassa, tanto bassa.

Sì, prof, 16 anni fa.

Sorride.

E fai l’architetto?

Ed ora sono io che cambio espressione, che mi cala un velo nero sul volto.
L’architettura la mia grande passione, mi sono lasciata convincere così, che il posto fisso è buono, che il posto fisso è un bene.
Ecco che fine ho fatto.

No, prof.
Faccio l’impiegata.

Ora non sorride più neanche lui, ma fa una smorfia.

Neanche tu, è ?

Perché diciamolo, lo sai che una larga percentuale di architetti non fa l’architetto. Ti ricordi quando sono andata a pagare il bollo della macchina, ecco si quel ragazzo lì, anche lui è architetto. Eh, sì, ha aperto un punto Aci. Ecco sì.