Vita di P.I. – Riflessioni XXIV

Retaggi antichi di una pubblica amministrazione che pensa di svecchiarsi rinfrescando la facciata con termini anglosassoni, ma che al suo interno pensa ancora che il potere si misuri con la grandezza delle piante nella stanza ed esercita il suo potere conferendo incarichi di sudditanza

Il direttore ha chiesto di annaffiare le piante durante la sua assenza per ferie.

Fanno a gara per occuparsene.

D’altra parte è noto che i premi non vengono assegnati in base alla produttività.

Ecco, il cbd

Mi piacerebbe per un giorno o due, forse meglio tre, sapere cosa si prova ad avere una sicumera tale da pensare di essere sempre nel giusto.

Pensare la cosa giusta, dire la cosa giusta, farlo al momento giusto, agire nel modo più giusto.

Io mi metto sempre in discussione.

Una volta un mio collega, dopo un episodio che ritengo superfluo raccontare mi disse “ora ho capito cosa significa essere belli”.

Ecco io vorrei poter dire “ora ho capito cosa significa essere sicuri di se stessi”.

Perché sarò stata pure bella e ora avrò ancora su di me i segni di una passata bellezza, ma non sono mai stata sicura di me stessa.

L’insicurezza è come un’armatura inscalfibile.

Ti stringe in una morsa soffocante. Ti toglie il respiro. Ti intrappola l’energia e la fa uscire in maniera esplosiva con un timing sbagliato e con una dirompenza inopportuna che ti fanno sprofondare in una odiosa sensazione di inadeguatezza.

E come se non bastasse le frasi dette e i gesti compiuti ti rimangono nel cervello, che, bastardo, te li ripropone quando meno te lo aspetti facendoti ricadere a piombo nel baratro di quella misera sensazione.

Non mi vergogno a dirlo, tra i tanti rimedi a un qualcosa di irrimediabile il più efficace che ho trovato ultimamente è il cbd.

Ecco, il cbd.

Nessun rimedio all’insicurezza, ma all’ansia da prestazione che essa ti provoca sì.

Ora ci penso

Ci rivediamo qui tutte insieme a 50 anni.

Sulla scalinata della chiesa, quella chiesa la cui architettura ho sempre amato.

Era l’ultimo giorno di scuola ma non l’ultimo assoluto, un ultimo qualunque.

Meno male che non si fa questo incontro.

Ricordo che mi immaginavo superlativa a 50 anni. Chissà le cose che avrei creato.

Perché io questa cosa di creare l’ho sempre avuta dentro di me.

Disegni, colori, idee, progetti, fotografie, scritti.

Chissà.

E infatti chi lo sa.

Sto qui in un ufficio a controllare la regolarità delle documentazione.

Che poi in questo paese essere regolari è così difficile. E ancora più difficile è capire come essere regolari.

Che poi ti guardi Report il lunedì e pensi fanculo al controllo della regolarità dei documenti.

E mi sento così affranta perché non ho creato niente.

Eppure molti miei colleghi sono così fieri.

Sembra che occupino il posto più importante del pianeta.

Lo si nota soprattutto dall’abbigliamento.

Ecco io sono così annoiata che non creo nulla neanche quando mi vesto per andare in ufficio. Ho comprato una serie di maglie nere e maglie bianche, le abbino con i jeans e il colore a volte solo per le giacche o le sciarpe. Alle volte neanche mi trucco. Sto ore davanti a carte e pc, per quel che mi riguarda gonna, vestito, jeans o caftano poco cambia.

Mi ero detta smetto quando voglio.

E non ho smesso mai e ora so che non potrò smettere mai. O meglio fino a quando l’onda narrativa lo consentirà.

Intanto mi sono iscritta a un corso di fotografia e mi sono detta che avrei dovuto farlo per professione, quando avrei voluto, senza incertezze.

Ma questa è la mia parte distruttiva.

La parte costruttiva sogna, forse è questo che un po’ mi ha fottuto, sognare.

Ma che intendevo con superlativa?

Alla fine io superlativa in qualche cosa lo sarò.

Ora ci penso.

A noi

A noi non piace chiudere le porte finestre prima di andare a dormire, ma se uno di noi va per primo a chiudere, l’altro lo raggiunge per aiutarlo.

E se uno si accorge che l’altro ha già chiuso le porte finestre ci diamo il cinque ridiamo e siamo felici.

A noi piace avere la bottiglia di acqua vicino al letto per la notte, e prima di coricarci urliamo dalla cucina: vuoi l’acqua? E se l’altro l’ha già presa per entrambi ridiamo e ci diamo il cinque e siamo felici.

Ma se già coricati ci accorgiamo di non avere l’acqua ridiamo e e ci lamentiamo ma ci alziamo entrambi dal letto e chi fa per primo va.

A noi piace avere la macchinetta del caffè pronta con la sveglia della mattina, ma non ci piace lavarla dopo averla usata, quando uno si accorge che l’altro l’ha già lavata ridiamo e ci diamo il cinque e siamo felici.

Traguardo

Mia madre non si rende assolutamente conto di quanta influenza abbia avuto e abbia tutt’ora su di me.

Facile per lei dire che ognuno compie le proprie scelte. Le scelte non sempre sono del tutto proprie.

Facile per me scaricare su di lei la colpa della mie scelte, è solo un bieco tentativo di alleviare quel senso di disprezzo che provo nei miei confronti per non avere avuto il coraggio di vivere la maggior parte della mia vita seguendo le mie idee, i miei sogni, i miei desideri, le mie aspettative.

Troppo forte il desiderio di compiacerla, di raggiungere quell’approvazione tanto agognata, di voler smorzare quel l’affanno provocato dal rincorrere sempre quello che ancora c’era da raggiungere per arrivare a sentirla soddisfatta senza capire che era ed è impossibile raggiungere il traguardo se il traguardo veniva e viene continuamente allontanato e quei sogni ricorrenti di me che cammino e non mi muovo e che voglio urlare ma la voce non esce e che mi fanno da accudire un neonato che puntualmente si ritrova in fin di vita.

Cenere

Rileggo le bozze antiche del mio blog, quelle mai pubblicate, quelle che poi le rileggo e le sistemo e le pubblico, ma poi le rileggo e non le sistemo e non le pubblico.

Perché?

Perché leggo solo cattiveria.

Traspira da quelle parole un livore nei confronti della maggior parte delle persone che ho incontrato lungo il cammino.

Incapace di mantenere una relazione interpersonale sana scrivo riversando la mia bile su chi incontro.

All’inizio dello scritto i toni sono pacati, distaccati, quasi flemmatici.

Analizzo la situazione da lontano.

Ma più rivivo la situazione più i miei toni diventano irruenti, impetuosi e impietosi, fino a che non mi immergo completamente in quello che è successo e sprofondo in un abisso di rancore che ribollendo fuoriesce e parole incandescenti eruttano e come lava inarrestabile colano sul soggetto del mio scritto carbonizzandolo all’istante e di lui non rimane che cenere così come ciò che rimane dei miei rapporti interpersonali: cenere.

Plana dall’alto

Plana dall’alto.

Che cosa vedi?

Un uomo che non riesce a respirare in maniera omogenea.

Potrebbe essere ansia.

Potrebbe essere panico.

Per cosa?

Forse perché non riesce a controllare tutto.

Forse perché pensava di fare bene e invece ha scoperto che così non va bene.

Forse perché ora controllano di più tutto quello che esce con la sua firma.

Come influisce questo su di te ?

Mi trasmette ansia.

Tu sei sicura dell’esattezza di tutto quello che scrivi e che gli sottoponi?

No

Di chi è il dovere di controllare?

Suo e di chi firma ancora dopo.

Quando ha corretto ciò che hai scritto è successo qualcosa ?

No, ho corretto e basta

Ne sei uscita viva ?

Si

Ne sei uscita menomata nel fisico o nella mente ?

No

Stai lavorando al tuo meglio?

Si

Plana dall’alto e dimmi cosa vedi.

Vedo mio padre ed io bambina e sento che se gli porto qualcosa deve essere perfetta, non voglio che mi corregga.

Lui è tuo padre ?

No

Tu sei una bambina?

No

Ok allora direi che se ti concentri su questi due fatti fondamentali, puoi risolvere la situazione.

Vola

Ora sei libero.

Libero di esprimere completamente te stesso.

È nella sensazione della libera espressione del sé che si nasconde la gioia.

Recupera i tuoi sensi, la gioia passa attraverso di loro, non è pensata.

Non pensare la vita, impara a sentirla.

Non avere paura della libertà.

Vola Lori.

Vola in alto.

Vola più in alto che puoi.

E quanto in alto arriverai non sarà misurato solo dal livello di popolarità o di carriera che raggiungerai.

Si misurerà con i valori, con la morale, con la gentilezza, con la fermezza, con il rispetto, con la dolcezza, con l’empatia, con la temperanza, con l’espressione delle proprie emozioni e con lo stare nelle proprie sensazioni.

Se riuscirai a essere empatico con te stesso lo sarai anche con gli altri e riuscirai a vivere la gioia.

Coltiva le amicizie, ascolta le storie degli altri, c’è così tanta vita intorno a te.

È nei momenti di condivisione e di empatia che sentiamo la bellezza dell’unione con gli altri e con la vita.

Empatia con qualcuno significa risuonare con questo qualcuno.

È vero che non potrai risuonare con chiunque, ma ricorda che la mancanza di felicità, alle volte, è dovuta all’incaponirsi a voler risuonare con qualcuno con cui non potremmo mai risuonare.

Impara che tu meriti l’amore, meriti di provarlo e di riceverlo.

Impara a perdonarti per eventuali insuccessi o errori, passati o futuri.

Se per perdonarti dovrai passare attraverso la rabbia, fallo, non scacciarla, impara a scaricarla, perché quando non è possibile scaricare la rabbia la difesa dell’organismo è la paura.

La rabbia è l’antidoto alla paura.

E tu non devi avere paura.

Perché la paura blocca.

E invece tu devi volare.

Ascolta il tuo corpo, lui sa cosa vuole, di cosa ha bisogno, cosa lo nutre e cosa lo intossica, assecondalo.

Ascolta la tua mente, sempre brillante e attenta, ascoltala quando intorno a te c’è più silenzio, e nel silenzio abbi pazienza, la risposta arriverà.

Il silenzio Jacky è importante, non sottovalutarlo e non trascurarlo.

Coltivalo invece.

Il silenzio aiuta a formare i ricordi e i ricordi sono fondamentali per affrontare il futuro, i ricordi danno forma alle opinioni e le opinioni ti aiuteranno ad analizzare e ad affrontare le situazioni che nel corso degli anni la vita ti proporrà.

Prendi appunti se vuoi.

Scrivere i propri pensieri aiuta e rileggersi ancora di più.

Leggi, informati, studia, sii curioso, la conoscenza e la cultura rendono indipendenti.

Rincorri i tuoi sogni.

Vola Lori

Vola più in alto che puoi.

Ti meriti il bello della vita.

Sensi di colpa 

Mi sento in colpa se sono felice.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e lo dedico solo a me stessa non portando mia madre da qualche parte.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e porto mia madre da qualche parte non dedicandolo solo a me stessa.

Mio padre mi dice, porta a fare un giro tua madre, mi sento in colpa perché non ho alcuna voglia di portare in giro mia madre, perché mia madre porta in giro con sé una sensazione di incompletezza, di malinconia e io mi sento in colpa anche per questo.

Io l’ho vista felice solo nelle foto del suo matrimonio, e nelle foto del matrimonio di mia sorella, e nelle foto del mio matrimonio.

Però il suo matrimonio non la completa, mia madre dice che ha sempre rinunciato alle sue esigenze per soddisfare quelle di suo marito.

Però mia sorella ha divorziato, mia madre di che che un matrimonio è anche fatto di rinunce, non si possono soddisfare solo le proprie esigenze a discapito di quelle del marito.

Però io non mi sono sposata in chiesa, mia madre dice che non è sicura che sia valido ugualmente, dice che ha chiesto conferma ad un prete.

Però il prete ha detto che è valido ugualmente, mia madre questa volta tace. Un silenzio rimbombante.

Probabile che pensi che brucerò all’inferno.

D’altra parte oltre a non essermi sposata in chiesa ho portato a sopprimere, per evitare ulteriori atroci sofferenze dovute alla malattia, il mio cane, mia madre dice che ha chiesto al prete se è omicidio. Però il prete ha detto che non è omicidio. Mia madre questa volta pare che creda al prete.

Ecco poi ora ci penso e mi sento in colpa: non è tutto vero quello che dico, ossia è vero, ma io a mia madre voglio molto bene e quindi mi sento un’ingrata, piena di sensi di colpa.

Così su due giorni di ferie il primo lo dedico solo a me stessa, combattendo anche un po’ con i sensi di colpa, ma il secondo lo dedico anche a lei, sempre combattendo con i sensi di colpa.

Perché ne avevo due.

E se ne avessi avuto uno?

Mia madre in macchina dice che stava pensando, poco prima che arrivassi, che spera di morire in ospedale perché se muore a casa può darsi che il suo medico di base si rifiuti di fare il certificato di morte, o può darsi che il suo medico di base muoia prima di lei, ma dice che poi si è consolata pensando che mio marito di medici ne conosce tanti, troverà qualcuno che farà il certificato di morte per sua suocera.

Mamma mi sembra un ottimo primo argomento di conversazione, molto allegro.

Ma a me Maria Emma la morte non mette tristezza, spero che Dio mi porti in paradiso, dove starò sicuramente meglio.

Mamma allora non ci incontreremo perché io sarò quella che brucia all’inferno per aver commesso omicidio e aver contratto un matrimonio civile.

E per non riuscire a combattere i sensi di colpa.

U come Uomini – prime feste, primi balli, primi no – Parte I

Che poi a proposito di come la timidezza abbia condizionato i miei rapporti interpersonali mi viene in mente quella volta di tanti anni fa.
E lui non mi ricordo neanche più come si chiama.
Ma ho la scusante degli anni.
No, non di quanti ne ho ora, di quanti ne sono passati da quel giorno.
Io ero alla scuola solo femminile, sono sempre stata lì dall’asilo ed è stata a suo modo anche divertente, alcuni episodi poi te li racconterò.
Era il periodo che si facevano le feste a casa il sabato pomeriggio, perché ancora non si usciva la sera, ero alle medie, in terza media per la precisione, che poi precisione con me alle volte è comico. Infatti ora che ci penso non sono sicura della precisazione, facciamo comunque che ero alle medie.
E i ragazzi della scuola solo maschile invitavano noi della scuola solo femminile e le ragazze delle altre scuole solo femminili e noi e le altre invitavamo altre compagne di scuola, era una sorta di passaparola, e poi ci si conosceva di persona e allora si veniva invitati direttamente, sì insomma gli o le escluse c’erano sempre, e allora tu potevi portare un’amica e viceversa se la festa era di una ragazza allora i ragazzi invitavano i loro compagni di scuola e così via.

Alle feste il pomeriggio ad un certo punto si ballava, c’erano i lenti e i ragazzi ti invitavano a ballare, beh sì non sempre, cioè non tutte venivano invitate a ballare. A me sì mi invitavano, me la cavavo abbastanza bene con il mio carnet di ballo, no, non avevamo proprio il carnet di ballo, no, dicevo così per dire che venivo invitata.

Ti immagini come mi sentivo io quando venivo invitata?
Io che neanche pensavo che i maschi si ricordassero il mio nome.
Certi colpi al cuore che non ti dico nemmeno.

A me in quel periodo piaceva un ragazzo, tanto mi piaceva, mi piaceva da bloccarmi il fiato, che andavo in apnea quando lo vedevo, e mi ero disegnata le sue iniziali sui jeans, si avevo quel paio di jeans che adoravo e ci disegnavo sopra, di solito disegnavo animali, io li disegno ancora per i miei nipoti però sono disegni semplici tipo quelli dei film di animazione, li disegno ai miei nipoti che a loro piace tanto, gli faccio i coniglietti, le paperelle, i gattini, i cani no, pensa che strano, i cani non li ho mai disegnati.

E insomma questo ragazzo che mi piaceva tanto un giorno l’ho pure rivisto, un giorno di tanti anni dopo, no nulla di strano nel fatto che lo abbia rivisto, è dove l’ho rivisto la prima volta dopo tanti anni che mi è sembrato strano:
l’ho rivisto in televisione!
Ahahahahahah no, non era sul trono di Maria, e quando l’ho rivisto mi è preso un colpo perché erano anni che non lo vedevo, voglio dire forse erano passati 25 anni, ora ne sono passati quasi 30, si insomma ma che importanza ha fare tutti questi conti? Sai che parlare di età fa cafone no? Come diceva la Audrey in colazione da Tiffany, ah si riferiva ai diamanti, che non si indossano sotto i 40?
Ah, ok.

Quindi un giorno guardavo uno di quei programmi del giorno quelli che c’è un po’ di tutto dentro per far passare la mattina con i fatti di cronaca e i settimanali di gossip e i quotidiani e loro che suonano e cantano e il gioco a premi con le telefonate da casa e le ricette e l’oroscopo che mia zia appena mi vede dice che lo ha sentito e che il mio segno va bene o va male, a seconda…che io le dico zia ma tu sei cattolica e lo sai che questa cosa delle stelle dell’astronomia e le previsioni e il futuro e le cartomanti cozzano con la religione, e lei però continua e mi ripete che questo andrà bene che questo andrà male, che io non lo leggo più l’oroscopo da quando un giorno ho pensato mi abbia portato sfortuna per un esame all’università…

Insomma arriva il momento della consulenza ed ecco arriva lui *apre piano la porta poi si butta sul letto e poi e poi ad un tratto lo sento afferrarmi le mani le mie gambe tremare * Ehm no, non c’entra nulla, arriva lui come consulente perché è….dai non lo posso dire chi è! Però grazie al suo lavoro sta spesso in televisione, dico spesso perché poi dopo quella volta l’ho rivisto nella sua veste professionale e parla così bene, ed è sempre tutto compito e forbito e manierato e però poi dopo quell’occasione l’ho rivisto altre volte, perché la vita è bizzarra e alle volte succedono delle cose che non ti sai spiegare ed una di queste cose è per esempio che non vedi una persona per anni, una persona che magari hai anche conosciuto bene, che hai frequentato assiduamente per un diverso periodo di tempo e poi la vita vi divide e tu non la vedi più, non la vedi magari per mesi o per anni, come se si fosse incastrato qualche meccanismo, perché magari incontri delle persone collegate con lei, ma lei no, e le persone magari te ne parlano e tu sai che è ancora nella tua città però per colpa di un ingranaggio capriccioso non la incontri, sarà colpa delle stringhe o dell’energia oscura o degli universi paralleli o di quelle particolari vicende che Stephen Hawking saprebbe spiegare bene o anche Obi-Wan, dipende.
Poi in un giorno che non ti aspetti il congegno si disincastra all’improvviso, che non hai capito che è successo però un giorno qualunque in un momento qualsiasi mentre stai guardando una trasmissione che non guarderesti mai ma che quel giorno non sai perché ti ispira, rivedi quella persona di tanto tempo fa e poi dopo quella volta proprio perché il congegno disincastrato ha fatto sì che si aprisse probabilmente un varco spazio – temporale allora la incontri per alcune volte di seguito e poi magari il meccanismo si inceppa di nuovo e non la rivedi più.
boh io questa cosa non l’ho mica mai capita…

E lui dopo quella volta l’ho rivisto anche non in televisione, ma la sera in giro per la città, nelle piazze quelle che le sere d’estate stai fuori a bere una cosa e fare due chiacchiere o nei ristoranti o nei locali quelli con tante stanze con la musica differente o anche quelli che hanno la musica dal vivo o quelli che anche se hanno la musica a nessuno interessa.

E ti devo dire la verità che la veste professionale in queste occasioni viene stracciata completamente e si torna ad essere quello che si è sul serio, però è così, pure io lo faccio e come me e come lui tanti professionisti che conosco lo fanno.
Io no, in effetti, io non mi ritengo più poi tanto una professionista, io sono un’impiegata e la mia professione da tanto che non la esercito, l’ho stracciata quando ho preso questa decisione, ma tant’è.

Insomma le feste il pomeriggio erano tutte coca cola e panini i ripieni e balli lenti e balli veloci e si ballava maschi con femmine ed era bello, ed i lenti si ballavano che tu mettevi le mani sulle spalle di lui e tenevi le braccia tese come a tenerlo lontano da te e lui teneva le sue mani sui tuoi fianchi anzi sopra sulla vita e le braccia tese e poi spostavi il peso del corpo da un piede all’altro e contemporaneamente giravate a formare un cerchio.
Questo se non ti piaceva.

Altrimenti c’era il momento in cui ti invitava quello che ti piaceva e allora si ballava che tu le braccia un po’ gliele tenevi intorno al collo e un po’ ti appoggiavi con la tua guancia sulla sua spalla oppure mettevi solo un braccio intorno al suo collo e l’altra mano l’appoggiavi sulla sua spalla corrispondente e il tuo avambraccio allora si appoggiava sul suo petto, certo se lui era più alto perché se lui era più basso allora no e poi un po’ vi guardavate e un po’ vi parlavate e un po’ appoggiavi il viso sul tuo braccio che stava intorno al suo collo e le sue braccia ti avvolgevano sì ma non tanto solo un po’, era tutto fatto con quel timore che hai paura di esagerare che vorresti ma ti batte il cuore e non sai bene che dire e io cercavo sempre qualcosa di intelligente da dire e la mia mente invece era vuota e vuoi che la canzone non finisca e poi quando finisce cosa fai?
Mi allontano dall’abbraccio, sì, ma poi vado via o continuo una conversazione che praticamente non è mai iniziata ?
Io credo che Nanni Moretti per quella scena di Ecce Bombo l’ispirazione l’abbia presa da feste del genere, mi si nota di più se finita la canzone mi allontano subito o se rimango lì vicino a lui, e se io rimango lì e lui si allontana mi si nota di più se rimango ferma come un baccalà ma cerco di fare la vaga o se magari mi avvicino al tavolo del buffet…?
insomma un imbarazzo, però bello.


  • Continua –

In my shoes – La timidezza

Certo se ci ripenso ora mi viene da ridere, alle volte solo da ridere di cuore, altre volte è una di quelle risate profonde che non riesci a smettere che inizia a mancarti il fiato e hai i singulti, quelle che però poi sono così profonde che toccano dei punti così inabissati che è come se i singulti si trasformassero in singhiozzi che poi sono la stessa cosa e ti accorgessi che le cose che stai ricordando alla fine ti hanno lasciato un po’ di amaro in bocca e dentro l’anima.

Perché sai, alcune di quelle cose che da piccola mi hanno segnato e mi hanno fatto soffrire col tempo le ho superate ed è come se le sensazioni che mi avevano provocato le avessi cancellate, ma altre invece col tempo si sono solamente sbiadite, sono come quel tatuaggio che ormai ho fatto saranno 20 anni e se lo guardi in qualche punto la pelle ne ha assorbito il tratto e certi contorni sono scoloriti mentre altri si sono fusi con quelli vicini e non è più facilmente riconoscibile cosa sia tranne che per me e se volessi potrei coprirlo con qualcos’altro e scomparirebbe alla vista, ma sotto ci sarà sempre.

Alcune cose della vita per me sono così.
Ed in particolare è così la mia timidezza e le cose che mi ha spinto a fare e le cose che mi ha spinto a non fare e come ho reagito a lei da piccola, da adolescente e come reagisco a lei ora.

Adesso se penso ad alcune vicende di quando ero piccola legate alla mia timidezza rido e sono quelle risate lì, quelle profonde che però ogni tanto sono amare, tanto amare, e altre volte invece sono risate che escono fuori con gusto e l’altra volta passeggiavo col mio cane, quello più anziano, quello che ora quasi non riesce più a camminare, quello che mi piacerebbe tanto potesse parlare perché un’ancora di salvezza alle volte dovrebbe poter parlare e mi è venuto in mente un episodio.

Non so come mi sia venuto in mente, ma mi capita così quando passeggio con il mio cane e lo guardo e lo vedo sfiorire, mi vengono in mente i ricordi più strani anche se con lui magari non c’entrano nulla.

Insomma, l’altro giorno mi è venuto in mente quell’estate, avrò avuto circa 5 anni ed ero timida, così timida da non parlare, che detto così sembra che lo fossi solo quella particolare estate, ma invece no, lo ero anche prima e poi anche dopo e poi anche ora, è che non so come spiegarmi, che mica è facile spiegare come mi faceva sentire la timidezza, che quando mi dicevano ma di che ti vergogni poi non sapevo spiegarlo bene, non so farlo nemmeno ora.

Vediamo, potrei dire che era come se mi sentissi all’interno di una scatola, una grande scatola, magari non molto grande, una media scatola, va bene anche una piccola scatola, di quelle che hanno le pareti come nelle sale di registrazione, tutte foderate di materiale fonoassorbente, morbido, che è fatto a forma di tante piramidine che fuoriescono e vengono verso di te, e la mia timidezza mi faceva sentire come fossi lì dentro, e mi accorgevo di essere lì dentro, e lì dentro non mi piaceva, e sarei voluta uscire, ed era come se urlassi alla timidezza di lasciarmi in pace, ed era come se lei non mi sentisse con tutte quelle piramidine, ed era come se sbattessi i pugni sulle piramidine, ma tanto non si rompevano, ed era come se ci fosse stata un’uscita, io la vedevo, era come fosse una scatola con solo un lato aperto, magari proprio il lato alto, quello più difficile da raggiungere.
E vedi l’uscita e magari col tempo escogiti anche un metodo efficace per uscire, ma c’è sempre la timidezza li in agguato a deriderti quando non ce la fai, a demoralizzarti ulteriormente quando fallisci, a schernirti quando trovi il coraggio, e lo fa per paralizzarti, per non farti tentare.

Ecco, sai che mi viene in mente? Quel film, non so se lo hai mai visto quel film: cube, no non Ice Cube, no lui è un cantante, sì poi ha fatto dei film, intendo quel film dove alcune persone si ritrovano in una scatola di forma cubica con aperture su ogni lato che portano ad altre stanze cubiche con altrettante aperture ed in alcune di queste stanze esiste una trappola anche mortale e le stanze si muovono una intorno all’altra e loro non riescono a ricordare come sono finiti lì dentro e cercano di uscire e capiscono che le stanze sono numerate con potenze di numeri primi e i cubi si muovono secondo permutazioni che no, non ti saprei proprio spiegare bene cosa siano, ma per individuare le stanze senza trappole bisogna fare dei calcoli sui numeri primi e sono calcoli complicati e insomma se ne salva solo uno e quindi, quindi mi viene in mente la solitudine dei numeri primi e che ti ho svelato il finale del film.

Oppure, oppure non so se hai mai fatto uno di quei sogni in cui vorresti scappare e provi a correre, ma non riesci e i passi sono pesanti e le gambe non riesci a muoverle così veloci come vorresti e hai il fiatone dato dall’ansia e senti di essere in trappola e non riesci ad essere così veloce da scappare.

È come quando dici no non la faccio la pista rossa che casco, ma scii da 30anni e nei hai fatte altrettante di piste rosse e non è una novita la sai fare e però poi la fai e caschi e dici vedi sono cascata e hai fatto tutto da sola.

Non so se mi spiego.

La mia timidezza era subdola, mi condizionava nelle azioni, nei pensieri, anche nei semplici movimenti del corpo e nelle parole, le parole non dette o emesse celermente quasi a volersene disfare in fretta per paura, di cosa non so.

La mia timidezza era ingannatrice, tanto che, per assurdo, mi faceva fare e dire cose che invece che trarmi d’impaccio mi invischiava nella difficoltà e mi faceva sentire ulteriormente a disagio.

Un circolo vizioso creato dalle persone timide esclusivamente per loro stesse, per farle sentire ancora più timide e ancora più in soggezione.

E francamente non so neanche perché io stia utilizzando l’imperfetto o forse sì, perché in fondo è tutto lì, nell’imperfezione, ma è anche qui ed ora, ancora.

Ritorno a quell’estate quando eravamo in piscina e mio padre mi aveva chiesto di andare al chiosco a prendere due supplì e una crocchetta.

Io? Devo andare proprio io? Non può andare mia sorella? che lei è quella spigliata, io mi vergogno, mi vergogno!

Ed è ovvio che io queste parole le abbia solo pensate.

Mi vergognavo di chiedere a quelli del chiosco che conoscevo da tante estati di chiedere due supplì e una crocchetta, avevo così tanta paura come se avessi dovuto portare al chiosco una valigetta carica di esplosivo per far saltare in aria loro, la piscina, tutti gli ospiti, me, i miei genitori, e poi avessi dovuto negare di fronte ad un tribunale internazionale, che non so come avrei potuto fare a stare davanti ad un tribunale se ero saltata in aria con la valigetta…

Insomma mi incammino verso il chiosco, con un’andatura lenta, giusto per allontanare sempre più il momento cruciale e durante tutto il tragitto ripetevo nella mia mente tutti modi possibili per poter dire la frase, per arrivare al chiosco pronta per questa impresa che a me, dal fondo del pozzo infinito della mia timidezza, appariva epica, mastodontica, mi sentivo come Davide di fronte a Golia, solo che Davide poi ha vinto.

Due supplì e una crocchetta per favore. Buongiorno vorrei due supplì e una crocchetta, grazie. Buongiorno per favore due supplì e una crocchetta, grazie. Per favore prendo due supplì e una crocchetta.

Arrivo, mi avvicino al bancone, mi appoggio con le me mani, mi tiro su sulle punte, appoggio quasi il mento, mi sporgo, lui dietro al bancone mi guarda, dimmi mi dice, mi viene un colpo al cuore neanche lo stessi per rapinare, e mi esce veloce tutto d’un fiato:

due crocchì e una suppletta.

Cosa ho detto?
Due crocchì e una suppletta!??

E mi rimbomba nella mente:
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??

E ora mi viene troppo da ridere a ripensarci e l’altro giorno che passeggiavo col cagnone sono scoppiata a ridere così da sola ridevo e cercavo di fermarmi e poi riprendevo a ridere, oddio anche adesso un po’ mi scappa da ridere.

Ma allora non mi sono divertita affatto.

E non è che io diventassi rossa per la vergogna.
No.
Io diventavo viola.
Wroom.
Tutto d’un tratto.
Wroom.
Viola.
Dal bianco.
Al viola.
Senza passaggi intermedi.
E lo sentivo, me ne accorgevo.
Il viso, wroom, diventava bollente, lo sentivo trasformarsi in una maschera incandescente.
E me ne accorgevo ma non riuscivo ad evitarlo era questione di millesimi di secondo.
Neanche i centesimi di secondo quelli per i quali che ne so gli atleti perdono al taglio del traguardo.
No.
Erano porzioni di tempo ancora minori.
Porzioni di tempo infinitesime, per una sensazione di imbarazzo infinita.
Perché dico wroom?
Non saprei ho sempre avuto l’impressione che quello fosse il rumore della manifestazione della mia timidezza sul mio volto.
Wroom.
Anche il rumore wroom dell’invalicabile ulteriore muro che si ergeva tra me e il mondo quando sentivo l’inarrestabile rovente scarica viola.
Wroom.

U come uomini – Mario – What goes up must come down

Attesa prevista 5 minuti.

Oggi che volevo fare presto che sono sgattaiolata via pochi minuti prima dall’ufficio.
Mica tanti.
6 minuti per essere precisi.
Ed ora che la metro è in ritardo perdo tutto il vantaggio.
Quando non riesco ad allontanarmi al più presto dal luogo dove lavoro, anche fosse solo il quartiere, mi innervosisco.

Attesa prevista 4 minuti.

Mi viene in mente Mario che quando eravamo ragazzini adolescenti era bello, biondo, alto, occhi marroni intensi, affettuoso, cortese, aristocratico, elegante e ricco. Molto ricco.

Mario oggi prende la metropolitana.
Mario prima di oggi non aveva mai preso la metropolitana e nessun altro mezzo di trasporto di gestione pubblica.

Che io tutto avrei pensato quando l’ho conosciuto tranne che oggi avrebbe preso la metropolitana.

E perché prende la metro?
Perché va a lavorare.
Va a lavorare? Mario?
Sì proprio lui… E prende mille euro al mese, Mario.

E quindi sono qui sotto al livello stradale, in mezzo a tanta gente che mano a mano aumenta e la banchina si riempie tanto che mi metto spalle al muro. Perché io ho quella strana paura lì, paura che qualcuno mi spinga oltre la linea gialla quando arriva il treno. Boh è una paura così.
E chissà se Mario ha la stessa paura. E chissà se il servizio è rallentato anche per lui.

Attesa finita. Treno in arrivo.

E il treno in arrivo è completamente pieno. Così pieno che la gente dentro guarda la gente fuori e la minaccia silenziosamente di non salire.
No, infatti non volevo salire, rimango sulla banchina.
Prendo il prossimo. Perché va bene che volevo fare presto, ma io non sopporto stare tutti appiccicati.
Chissà se Mario lo sopporta.

Quando ho conosciuto Mario erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dei party, del look, dei mondiali vinti, dell’ottimismo come regola, del Commodore 64, di wall street, degli young urban professional, dei capelli cotonati, delle spalline, dei colori fluo, dei vestiti taffettà con le balze.

Mario era uno di quei ragazzi appena affacciati all’adolescenza che sono abituati che a pranzo c’è l’argenteria e c’è quel signore dietro che appena il bicchiere è mezzo vuoto allora te lo riempie che tu quasi ti spaventi.
Perché non è che i miei non mi abbiano insegnato l’educazione estrema e non è che non pranzassero con le posate d’argento, e so bene che si inizia sempre dalle posate esterne e che devo tenere le mani sulla tavola e no, i gomiti no, che le sgridate che ci ho preso me le ricordo. È che io mi sento solo una ragazzina a pranzo da un amico. È che sono timida e se mi dai tutte queste regole io mi ci rinchiudo dentro e non ne esco più.
E poi c’è quella questione che il sapore dell’argento in bocca mischiato al cibo non mi piace.
Chissà se a Mario piace.

E chissà se Mario se la ricorda la festa in cui ci siamo conosciuti.
Io me la ricordo bene perché era la mia prima festa di sera.
Il mio primo vestito di taffettà colorato con le balze.
Le mie prime calze eleganti.
I miei primi tentativi di trucco.

Mario in quel contesto ci stava proprio bene, signorile, blasonato, accompagnato sempre dalla sua sfilza di cognomi.
Ha intrattenuto me e la mia amica tutta la sera con fare distinto, sensibile e delicato.

Mario ed io siamo stati amici per un paio d’anni. In città e al mare.
Mario si è preoccupato per me quando mio padre mi ha regalato il motorino.
Mario mi diceva sempre di non andare troppo veloce e di non frenare in curva e se proprio devi, non frenare con i freni davanti.
Mario non si arrabbiava quando il mio cane si attaccava alla sua gamba e la usava come sua amante.
Mario mi portava spesso alle feste dei suoi amici ugualmente blasonati, i partecipanti a dire il vero non erano necessariamente tutti corredati da pluricognomi, ma c’era una cosa che li accomunava: erano tutti sempre accompagnati da suffissi elativi nel loro essere conformati, strutturati, impostati, affettati, eleganti, educati.

Impresepiti insomma.

Che deriva da presepe, dalle statuine del presepe, come disse uno dei tanti che ho frequentato che mi piaceva tanto, ma io a lui no.
Quindi ieri che l’ho visto che entrava mentre io uscivo dalla palestra nuova dove mi sono iscritta ho abbassato lo sguardo, perché non avevo proprio voglia di vederlo e lo so che non si fa che ho criticato quelli che lo fanno, ma alle volte mi concedo di disattendere le mie regole.

Mario era il classico ragazzo che mia madre mi sponsorizzava e più lei tesseva le sue lodi, meno io pensavo a lui come possibile fidanzato.
Che poi mica ci ha mai provato o ha mai detto quello che si diceva:
"Ti vuoi mettere con me?"
"Ci devo pensare".
Che erano mesi che ci pensavi, ma a dire subito sì facevi la figura della facilona.
Mario non lo ha mai chiesto.

Poi io ho cambiato gruppo, ho lasciato la terra dei suffissi elativi per l’oceano dei prefissi elativi, il cui uso era meno frequente, limitato ad alcuni ambiti, alcuni in un linguaggio familiare, altri per la creazione di neologismi.
Il periodo iniziato col lavoro in discoteca il sabato pomeriggio.

E ci siamo persi di vista con Mario.

Fino a quando poche settimane fa aspettavo fuori da un locale e l’ho visto.

Lo sguardo si è fissato su di lui e ho visto un uomo che ha da poco superato i suoi primi anta, che adesso porta con sé, oltre a i tanti cognomi, anche una ventina di chili in più, e nel tragitto che lo ha portato a questo punto ha perso alcune cose, la sua acutezza visiva, la maggior parte dei capelli, quasi tutto il suo patrimonio e la sanità mentale.

Mario è entrato nel locale prima di me e all’interno l’ho ritrovato con la sola compagnia di un bicchiere di liquido trasparente, ad un tavolo, tre sedie vuote ed una occupata da lui. Seduto in una posizione leggermente legnosa, con lo sguardo fisso su un punto indefinito della parete vetrata dietro il bancone del bar, un sorriso in sintonia con lo sguardo che se pur fisso era di un sereno artificiale.
Sono riuscita a guardarlo solo pochi secondi così.

  • Mario!
  • Emma!
  • Sono contenta di vederti.
  • Te lo dico subito Emma ho un grande problema alla schiena quasi non mi muovo, ma sono uscito…sono sotto un sacco di medicinali.

Inizia a snocciolare una serie di nomi, morfina, bentelan, punture di qualcosa, anti dolorifici, altre pasticche che butta giù coll’aiuto di super alcolici.
Mi offre da bere, brindiamo insieme, lui è lì da solo (?) non glielo chiedo, lui lo chiede a me, io ho un compleanno, gli amici con cui sto li conosce ed infatti a rotazione passano e si salutano.
Mario mi chiede se può scendere con me per metterci da una parte a parlare, per stare un po’ insieme, così dice che si sentirebbe un po’ meno in imbarazzo.

Mario racconta subito che ha dilapidato il suo patrimonio.

Mario dice che nel dilapidarlo faceva conto su una serie di mobili antichi di elevato pregio e valore però con la crisi il loro valore è crollato di un’alta percentuale.

Mario dice di avere ancora due brillanti. Dice che se le cose poi andranno ancora peggio conterà su questi carati.

Mario ora è un impiegato, lavora per mille euro al mese, prende la metropolitana e dal suo prestigioso appartamento nel centro storico che quello ancora ce l’ha in affitto, impiega un’ora per arrivare in periferia.

Mario non è chiaro riguardo quale tipo di lavoro svolga, ma è chiaro che vuole usufruire della copertura assicurativa dell’Inail, parla di infortunio in itinere, ha intenzione di dimostrare il collegamento tra il mal di schiena e l’utilizzo della metropolitana, dimostrare l’infortunio durante il percorso da casa al luogo di lavoro.
Mario si allarga e parla anche di causa alla società di trasporti.
Ma il mal di schiena ti è venuto per la metro?
Mario dice di no, ma se può servire…

Mario dice che è tutto più difficile perché la madre ha 80 anni e si sopportano a mala pena.

Mario mi dice le solite frasi consolatorie sulla mia storia da Pubblico Impiegato.

Mario ha raccontato che i suoi amici blasonati non lo hanno mai aiutato, certo sì sono ancora amici, ma da punto di vista dell’aiuto economico nessuno si è mosso.

Mario racconta che da alcuni anni soffre di disturbo bipolare, che passa alti e bassi, che questo è un periodo di transizione e sta bene, ma poi magari tra un po’ rientra nel vortice.

Mario dice che oggi sta bene grazie ai medicinali.

Mario chiede se mi sono mai sposata, se ho avuto dei figli.

No, nessuna delle due cose.

Mario mi chiede perché. Perché non ho fatto figli. Avrei dovuto fare figli.

I figli non si devono fare. I figli ti viene voglia di farli se incontri qualcuno che…

Mario dice di sbrigarmi perché sono grande ormai, che non ho più molto tempo. Che per gli uomini è diverso.

Sarà anche vero, ma non è il caso di sbrigarmi e fare figli solo perché ho poco tempo.

Mario mi chiede allora perché non li ho fatti prima.

Che razza di domanda. Credo che sia semplicemente per il fatto che non ho trovato nessuno con cui mi sentissi di averli.

Mario insiste.

Io pure.
E tu Mario?

Mario racconta che lui ha divorziato. Che ha costretto l’ex moglie ad abortire.
Mario dice che ora se ne è pentito.
Mario racconta dei tratti somatici del suo figlio mancato, di che colore sarebbero stati gli occhi, i capelli, di come sarebbe stato bello perché l’ex moglie è bellissima.

Mario mi dice di essere stato indeciso prima di uscire per via del mal di schiena, ma ora è contento di averlo fatto perché stasera io sono la sua ancora di salvezza.

Mario dice che magari ci rincontriamo tra 10 anni, però forse è meglio così che lui non sta bene, però oggi sì, ora sì, perché abbiamo chiacchierato e l’affetto c’è sempre.

Poi Mario mi consiglia di raggiungere i miei amici, che tanto poi magari arrivano anche i suoi e mi saluta.

Io non lo so se i suoi sono arrivati perché poi il locale si è riempito e Mario l’ho perso di vista.

I miei amici hanno detto che mi sono fatta attaccare un bottone, che dovevo mollarono prima, che Mario è da tempo che è fuori di testa, che il lavoro da impiegato glielo avrà trovato qualcuno, che da pischello era uno stronzo ricco figlio di papà, e pure bello e le aveva tutte lui, che non c’è da commiserarlo, che è stato un grande idiota a dilapidare il suo patrimonio, che se si trova in questa situazione sarà il suo karma, avrà fatto qualcosa per meritare tutto questo e un lavoro a mille euro, che così finalmente si rende conto di come vive la maggior parte della gente. Che così magari la sua vita si tara sulla realtà comune.

What goes around comes around.
What goes up must come down.

Ecco io mi sento bipolare nei confronti di questa storia.

Perché quello che hanno detto i miei amici lo penso anche io, in linea generale.

Ma nei confronti di Mario quasi non mi riesce.
Forse per i ricordi che ho legati a lui.
Forse perché mi intendo di quei momenti in cui ti senti giù e non ti va di uscire, ma poi esci e la vita ti fa una sorpresa e ti lancia un’ancora di salvezza e anche se te la lascia a disposizione per poco tempo ti dà la forza per continuare, fosse anche un piccolo passo avanti.

E io l’altra sera sono stata l’ancora di salvezza di Mario, lo ha detto lui.
E se ci penso mi sento serena.
E poi mi viene in mente che forse non ci riesco nei confronti di Mario solo per puro narcisismo.
In fondo essere stata la sua ancora di salvezza potrebbe avere alimentato il mio io vanitoso.

Eppure se ripenso a quante cose avrebbe potuto fare e non le ha fatte, alla storia dei figli, alla storia dell’Inail, alle parole scontate dette sulla mia situazione lavorativa…mi sale una rabbia!

Rapporti interpersonali – i primi 40 anni – Demoni e Montagne

Come? Quale faccia? Ah, la mia… È che stavo pensando. No, nulla. Sì insomma….
Che anche se è una grande città nei locali ti capita di rivedere le stesse persone, anche se passano gli anni sembra che alcuni siano lì da sempre che non si siano mai mossi che il tempo si vede che è passato solo perché hanno più rughe intorno agli occhi.
Gli uomini, perché le donne no. Le donne non si capisce bene che età abbiano, ma tu lo sai perché erano lì quando c’eri anche tu, lustri fa. Perché alcune donne a queste cose ci tengono. Sì è vero, lo sai, io anche ci tengo. Le rughe no, quelle no, quelle proprio non si intonano con quel vestito che ho comprato l’altro giorno. E no, non riesco a fare come la Magnani. Sì lo so che non è di marca il vestito e l’ho preso dal cingalese quello che ogni due settimane sta alla fermata della metro, però a me piaceva e poi ormai cosa me ne può importare più delle marche.
Poi sai che ti dico che io non ho mica più 15 anni, mica ancora vado a scuola quella solo femminile, quella che se non hai la marca non fai parte del gruppo delle fiche. No, io ora vesto low cost.

E insomma loro te li ritrovi lì anche dopo anni e non è quello che mi distrae perché anche io sono in giro da tanto. Te lo ricordi, no? Sono passati quasi 25 dai sabato pomeriggio in discoteca. Quindi no, non è quello.
È l’atteggiamento che mi disturba. Quell’aria di superiorità che si portano dietro da sempre.
Quell’atteggiamento da ragazzaccio che fà un po’ vissuto, che fà un po’ più grande. Quell’aria che quando eri adolescente sembrava normale assumere. Che però ora è un po’ stonata.
Quello sguardo dalla testa ai piedi che ti scruta per vedere se sei di cachemire o di lana caprina. Che a me ad oggi sembra del tutto superfluo. Appunto mi sembra proprio de lana caprina. No, non de romano, complemento…vabbè anche de romano ci sta bene.

Quell’aria sfrontata di chi ha scalato le montagne più alte. Che invece le vette con maggior pendenza su cui solitamente si inerpicano sono i gradini che li portano nei privé dei locali.
Quell’aria di chi ha tante storie da raccontare perché ha girato il mondo perché le possibilità c’è l’ha, ma poi invece il mondo più lontano che ha visto è quello a due ore di macchina o ad un’ora di volo perché l’estate la passa sempre nello stesso luogo e i soldi di papà e le sue possibilità se le gioca tutte là.

Quell’aria di chi è sopravvissuto a chissà quali avventure al limite del possibile e provato chissà quali emozioni che a raccontarle non ci si può credere, che invece la cosa più avventurosa che sono riusciti a fare è il safari in mezzo al traffico con il macchinone per riuscire a schivare le vetture più piccole e l’emozione più grande provata è quella di aver trovato parcheggio vicino al locale.

Perché quelli che invece i soldi di famiglia li hanno saputi sfruttare e far fruttare qui ci tornano solo in vacanza e sono quelli che quando li rincontri è come se non fosse passato un giorno, quelli che se ti vedono non si chiedono più se saluti prima te o loro, quelli che ti saltano al collo e non hanno atteggiamenti superiori perché un po’ di mondo al di là di questo lo hanno visto e hanno dato il giusto peso alle cose che quindi anche se hai il vestito comprato dal cingalese non importa, quelli sì che secondo me hanno da raccontare avventure e che se pure tu non ne hai tante da raccontare a loro perché la tua vita è sempre qui nella solita routine non ti fanno sentire un idiota e anzi ti senti in sintonia perché mica è più importante quello che pensavamo quando eravamo quindicenni che noi quindici anni non ce li abbiamo più e che i 40 sono un’altra cosa non sono i nuovi venti, perché la vita va avanti quindi sono proprio 40 e basta.

Perché poi quelli lì quelli di prima hanno quell’aria lì quell’aria di chi nella vita ha dovuto combattere contro il demone che ha dentro, perché avere l’aria di chi ha dovuto combattere per essere ancora qui fa fico, magari rimorchio, quell’aria un pò di mistero di chi ha dovuto chissà cosa passare nella vita ha sempre il suo fascino. Che invece l’unico diavolo che conoscono è quello che hanno urlato contro chi gli stava per rigare la macchina nuova per una manovra troppo azzardata.

Perché io poi mi fermo a pensare a quelli che ho conosciuti quelli che con il diavolo dentro ci hanno combattuto sul serio, quelli che per esempio il demone della droga lo hanno vinto, quelli che dopo aver vinto magari gli è successo che lo stesso demone gli ha portato via il fratello in una notte qualunque, così quando meno te lo aspetti e il demone del guidatore dell’altra auto che magari lui non c’era riuscito a vincerlo e quindi non ha visto e al fratello lo ha proprio preso in pieno mentre camminava sul bordo della strada per tornare a casa.
E allora poi ti rimane dentro tutto questo e tu devi riprendere a combattere quell’incendio che ti divampa internamente e lo devi spegnere che se non riesci a spegnerlo poi sai dove ti può portare perchè lì ci sei già stato, ma non ci vuoi più tornare.
Ed è nei loro occhi che tutto si vede realmente, nei loro occhi si vede, ma poi se ti incontrano sono tutto tranne che supponenti non sono lì che ti vogliono insegnare qualcosa, eppure tu da loro potresti imparare tanto, potresti imparare come non mollare quando tutto sembra che ti crolli addosso.

Quelli che le montagne le hanno scalate sul serio, le montagne di una partenza improvvisa per un paese di cui non si conosce neanche la lingua, le montagne del dover mollare tutto perché qui è diventato pericoloso rimanere, le montagne dell’essere solo senza famiglia e amici e ti tocca cominciare da capo, che senti la voce al telefono rotta dal pianto perché il tuo è l’unico numero che ricordano a memoria e gli hanno rubato lo zaino e non hanno più niente solo queste poche monete per fare una telefonata e scelgono di chiamare te per dirti che stanno partendo, ma non credono di tornare un giorno, ma forse sì, però ti chiamo io o ti scrivo perché è più sicuro se neanche tu sai dove sono. E quando li rivedi hanno quella luce negli occhi che illumina anche te che sei lì davanti a loro.
Quelli che sono arrivati in cima alle montagne e sono riusciti a godersi il panorama.

E per tanti che ci sono riusciti a godersi il panorama c’è ne sono altrettanti che non ce l’hanno fatta e il demone magari quello della depressione li ha ingoiati, ma prima di ingoiarli ha cercato di salvarsi passando a qualcun altro, quel qualcuno che è stato chiamato poco prima che l’altro la facesse finita. E ci sono le persone che rimangono che il loro lutto se lo portano dentro e che però non ti fanno pensare che loro una storia vera c’è l’hanno da raccontare che però se guardi bene lo vedi e se vuoi loro te la raccontano anche, ma non pretendono nulla.

Quelli però se li incontri una sera non gli importa niente se hai il vestito del cingalese, quelli no e a me neanche e non so a te, ma se non importa neanche a te allora se vuoi ti ci accompagno dal cingalese.

Pillole di ex nel 2010

Le Ruban des exces - Yves Tanguy

Il 2010 mi ha portato indietro pillole di storie, e non solo, di alcuni miei ex.

Il politicante, conosciuto perché lavoravamo nella stessa azienda, quasi un anno di storia iniziata dopo un lunghissimo periodo di indecisione da parte mia, dovuta al fatto che lavoravamo insieme. Finita bruscamente, con la scusa (sua) del poco tempo a disposizione a causa dell’impegno politico. Non ha più chiamato, non ha più risposto alle telefonate e ha poi mandto un e-mail per dire che era finita. Fortunatamente nel frattempo ero stata trasferita in altra sede, così la sofferenza degli incontri giornalieri me la sono risparmiata.

Si è ripresentato nella mia vita improvvisamente, così come ne era uscito 5 anni fa. Con curiosità ho ascoltato i racconti della sua ultima storia d’amore, della lei lasciata dopo averla chiesta in sposa, dello stupore di lui quando lei non le ha ridato indietro l’anello. Ho ascoltato le solite storie sul suo impegno politico che già anni fa lo avrebbe dovuto portare in posti che, ad oggi, non ha ancora raggiunto. Ho ascoltato perché, sarà per questo che fa politica, non lascia molto spazio alle parole altrui, e neanche si accorge quando l’interlocutore perde completamente l’interesse. Non si è accorto fino a quando alcuni mesi dopo non è ricomparso con un sms: “sei sparita…non ti sposo più!”.

Ma non avevo mai risposto sì, non solo perché la proposta non è mai arrivata, ma anche perché non avrei mai detto sì…. però lui è ancora convinto di avermelo chiesto.

***

Il sedicente imprenditore, presentatomi da un amico comune, una convivenza di poco meno di un anno, uscito dalla mia vita perché i suoi ritmi non erano uguali ai miei. Certo io lavoravo e lui no, fortunatamente per lui non ne aveva necessità…quindi io, con le mie sveglie troppo presto la mattina, la mia giornata impegnata per circa 8 ore, e tutte la quotidianità comune a tante persone…gli rovinavo la vita. Per questo un giorno se ne è tornato a casa dai suoi.

Ma dopo 4 anni mi vede, suona, frena e fa inversione ad U in mezzo ad una strada piena di traffico, pur di fermarsi vicino al marciapiede dove passeggiavo con il cane, pur di raccontarmi di come è la sua vita matrimoniale, di come è difficile ora con una figlia, che (povera tesora) dopo i vaccini ha avuto tanti problemi di salute. Di come sua moglie vuole ora cambiare casa e che forse è meglio tornare in quella dove abita sua madre e che però dovranno ristrutturarla perché lei, la moglie, ha altri gusti, e che però non sa come potrebbe andare la convivenza con la madre, e che ora non ha più tutto il tempo di prima e che…Ma tu, tu come stai? Bene, sto molto bene. Ah sì?! Eh già!

E dopo alcuni mesi, tramite amici comuni, scopro che solo lui ha traslocato è andato da solo a casa della madre e non vede la figlia da un bel pò. Forse c’era da immaginare un epilogo così da parte di una persona che ha fatto interdire il padre per poter meglio usufruire delle sue risorse economiche e ha anche fatto causa al fratello per farlo ancora meglio…forse…

***

L’architetto, che conoscevo quando ero adolescente e reincontrato per caso è nata una storia, durata pochi mesi.

Lo rivedo dal tabaccaio…dopo 3 anni, mi confessa che in effettti si è comportato male con me e che, sì forse è tardi, però si scusa…ma io, giuro, non mi ricordo affatto come è andata la storia, quindi lo fisso con sguardo assente..perché la mia mente è completamente impegnata ad aprire tutti i cassetti della memoria nella speranza di trovare quello che gli appartiene…Ma nulla, devo averlo svuotato, deve essere entraro di default nello “spam”..quindi rinuncio.. comunque sì è un pò tardi, ma poi alla fine è uguale, tanto non ricordo. E anche lui attacca una solfa sul suo matrimonio che è finito e che lei è andata via di casa, perché il matrimonio è difficile e perché l’amore non basta…e che ora per distrarsi parte e va in montagna con un suo amico e…ma lo hai ancora il casco che ti ho dato? Ah, ecco chi me lo aveva dato!!! Niente arch. te e tutto ciò che ti riguarda è proprio in spam. E il lavoro come va? Bene, benissimo ho cambiato da poco e sono molto soddisfatta. E invece lui ha anche di che lamentarsi sul lavoro…lamentarsi..una cosa me la  sono ricordata sull’arch.: si svegliava la mattina non prima delle 11.00. Già per questo io mi lamenterei ben poco. Comunque scusa arch. ma sono in ritardo, divertiti in montagna.

***

L’ispettore gadget, il P.R., quello che ti accorgi che ti ha rubato il cuore, quello che nonostante siano vividi i ricordi e la sofferenza che ti ha arrecato fare le valigie e andare via da casa sua, nonostante siano ancora vive le ferite che ti hanno provocato le sue parole quando ti ha comunicato che non ti amava più, e che forse non ti ha mai amato…nonostante questo, quando inaspettatamente ti chiama per farti gli auguri senti che il tuo cuore ancora sussulta al suono della sua voce, le mani tremano tenendo in mano il cellulare quando sul display appare il suo nome. E ti rendi conto che ancora gli scampoli del sentimento passato sono presenti nel tuo cuore. Non li sentivi perché si erano rifugiati in un angolo in silenzio, ma vigili, pronti ad uscire al minino segnale.

Ed il segnale è arrivato, una telefonata per gli auguri, forse una scusa per poter chiedere quando ci vediamo. Quando ci vediamo? E non lo so, la settimana sono molto impegnata. Allora ti richiamo magari giovedì, dopo l’ufficio un caffè. E giovedì passa e lui non chiama e mi accorgo di fare caso a questa mancanza. Poi non ci penso e una sera arriva un sms, con allusioni, anche non troppo celate fra le righe, e questo mi manda quasi in tilt, perché vermante pensavo di averlo dimenticato totalmente, o meglio pensavo che i sentimenti si fossero semplicemente trasformati nei loro ricordi…

E allora ho preso il coraggio e all’ennesimo sms allusivo, ho risposto che sarebbe stato meglio non vederci, perché il vederlo avrebbe potuto minare una serenità ormai raggiunta… ma una volta inviato l’sms ovviamente mi pento di esser stata così sincera…infatti arriva la risposta:

Hi Hi Hi, sono una bomba! Va bene come vuoi tu.

‘azzo ridi?!?

Amaritudine

Hopper - Morning Sun - 1952

Amaritudine: Amarezza e Solitudine.

Devo portare a spasso il cane, ma è già buio e non mi sento sicura.

Nonostante la passeggiata si limiterà a pochi passi nel giardino vicino casa, sotto le finestre degli altri condomini, non mi sento a mio agio.

Le serrande abbassate, le poche luci accese mi fanno sentire prigioniera in casa.

Non sono mai fuggita dalle situazioni, ho cercato sempre di affrontarle per chiarirle, ma questa volta ho paura.

La paura che scaturisce dall’inconsapevolezza di come potrà essere interpretata ogni singola parola, dall’ampiezza della casistica di  reazioni che ne potranno scaturire, tutte comprese nell’ampio raggio che va dalla rabbia convulsa alla calma surreale.

E’ per questa sensazione di impotenza che ho preferito il silenzio e la ritirata, ho ripercorso i miei passi camminando a ritroso sulle mie impronte  cercando di non lasciare tracce per non fami seguire.

Ma le sensazioni che nascono dai bigliettini lasciati sul portone di casa fanno sembrare sempre più lontano il giorno in cui le acque si calmeranno.

Non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui la sabbia tornata sul fondo farà ritrovare all’acqua la sua limpidezza.

Senza noi stessi non c’è gusto

Luce polare - René Magritte

Tanti pensieri possono scatenare i commenti al blog, alcuni poi vanno a toccare interruttori che accendono luci all’improvviso.

Mi è capitato così con questo di Aquila.

Oltre a farmi piacere il commento in sè, mi ha fatto pensare al post Memento, ma più a fondo al fatto che spesso mi privo di me stessa nei rapporti interpersonali.

In particolar modo succede quando si tratta di un rapporto di coppia.

Tendo a modificare me stessa nel ercare di compiacere l’altra persona, le sue esigenze, piccole o grandi che siano, diventano più importanti delle mie.

Ho cercato di lavorare su questo, di migliorare questo aspetto di me stessa ed in effetti credevo di esserci riuscita, ma poi quella frase ha fatto chiarezza sulla sensazione di disagio che provavo da alcuni giorni.

Quando ho letto il commento mi sono detta: è vero senza di me non c’è più gusto.

Ricordo una parte del discorso sul matrimonio nel libro “Il profeta” di Ghibran:

“…Ma che ci siano spazi nel vostro stare insieme, E che i venti del cielo danzino tra di voi.

Amatevi vicendevolmente, ma il vostro amore non sia una prigione:

Lasciate piuttosto un mare ondoso tra le due sponde delle vostre anime.

Riempitevi la coppa uno con l’altro, ma non bevete da una sola coppa.

Scambiatevi a vicenda il vostro pane, ma non mangiate dallo stesso pane.

Cantate insieme e danzate e siate allegri, ma che ciascuno sia solo.

Come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica.

Datevi il vostro cuore, ma non lo date in custodia uno dell’altro.

Perché solo la mano della Vita può contenere i vostri cuori.

E state insieme ma non troppo vicini:

Poiché le colonne del tempio sono distanziate,

E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.”

Nelle mie ultime storie ho fatto tutto il contrario, crescevo nell’ombra dell’altro.

Avevo qualcosa dentro in questi giorni, la lampadina per illuminare quello che non riuscivo a vedere è stata accesa dal commento quotato.

Ho capito di essermi messa da parte, ho messo a fuoco la sensazione che provavo, come se camminassi in un vicolo sconosciuto, avvolta da un’ombra che non mi permetteva di vedere esattamente dove mettevo i piedi.

Certo, perché non erano più i miei occhi a guardare per scegliere e condividere  il cammino da percorrere, erano gli occhi di un altro e non riuscivo più ad incrociarli alla ricerca della complicità che mi aveva fatto lasciare le redini.

Ed è proprio così: senza noi stessi non c’è gusto a costruire un rapporto interpersonale, di qualsiasi tipo esso sia, senza la possibilità di far convivere le diverse personalità la costruzione del rapporto sarà priva delle basi fondamentali che le permetteranno di resistere alle calamità naturali che si possono abbattere su di essa.

L’augurio forzato

Da quel che ricordo io anni fa si augurava semplicemente Buongiorno e Buonasera.

Oppure si faceva un augurio per passare felicemente le feste comandate o una vacanza.

Oggi il buon augurio si è esteso a qualsiasi attività che entri nella nostra vita quotidiana.

In questo dilagare di buonismo qualunquista si è addirittura arrivati al paradosso che se non concludi una conversazione, che sia essa seria, impegnata, faceta, divertente, di poche parole o  di molte, con un augurio, ecco che  risulti essere sgarbato.

E’ come se non desiderassi, in cuor tuo, che possano accadere solo buone cose alla persona che incontri. Continua a leggere “L’augurio forzato”

Quelli che ho incontrato…

…ne ho conosciuti di uomini….tanti…e anche biblicamente.

Ho conosciuto quelli che ti dicono che ti telefonano e poi non lo fanno.

Quelli che sono presenzialisiti, che se non vanno all’evento mondano non si sentono apposto con loro stessi.

Quelli che vanno in palestra in modo ossessivo e il loro fisico deve essere sempre perfetto.

Quelli che se mangiano la pizza la sera e il giorno dopo vengono al mare con te, ti lasciano da sola allo stabilimento perché devono fare un’oretta di corsa per smaltire la cena.

Quelli che la politica è tutto nella vita e ti mollano all’ultimo momento per un congresso importante.

Quelli che la mamma viene sempre al primo posto e che al loro compleanno vanno a cena da soli con lei.

Quelli che se ne rimorchiano una sera e tu sei una delle tante.

Quelli che la macchina deve essere sempre perfetta e quindi il tuo cane non può annusarla neanche da lontano.

Quelli che sono sempre gli altri che sbagliano e loro hanno sempre l’opinione più giusta.

Quelli che  ti dicono che escono soli la sera, ma scopri dopo e non perché te lo hanno detto loro, che sono fidanzati.

Quelli che se gli dici perché non mi hai detto che sei fidanzato?! Ti dicono: perchè tu non me lo hai chiesto. Continua a leggere “Quelli che ho incontrato…”

Le risposte dalla vita possono arrivare con anni di ritardo…

E’ curioso come ti sorprende alle volte la vita.

Può succedere, in maniera del tutto inaspettata, che ti doni, con gran disinvoltura, la risposta a quella domanda la cui ricerca anni fa ti aveva mandato ai pazzi, senza riuscire a trovarla.

Ed eccola lì la risposta, servita ad una cena, per caso.

Parlando  di amori adolescenziali, lasciati nei cassetti della memoria, i cassetti preziosi chiusi con i lucchetti dell’affetto.

Affetto per noi stesse, in un momento della vita in cui sei troppo grande per essere ancora bambina e troppo piccola per essere già una donna.

Quando il mondo ti sembra in tuo potere e allo stesso tempo sei tu in suo potere.

Quando hai dentro di te la forza che ti deriva dal sapere di avere tutta la vita davanti, tante altre possibilità ancora da poter sfruttare, la potenza che senti dentro e la fragilità di un momento in cui la nostra personalità si sta ancora formando.

Gli amori di questo periodo sono quelli che molti di noi si ricordano con maggiore affetto, ci si ricorda lo struggente scalpitio del cuore alle prime armi con le questioni che probabilmente si ripeteranno altre milioni di volte.

La risposta che non avevo avuto fino a quella cena era il perché, di punto in bianco, il grande amore dei 15 anni mi aveva lasciata.

Sì certo, era un amore estivo, due mesi al mare, adolescenti entrambi, non è una grande anomalia la sua fine nel momento in cui si torna in città.

L’anomalia, per una ragazzina era il modo, in cui era finito, all’improvviso durante il primo pomeriggio cittadino passato insieme, dopo un piccolo litigio per un banale motivo arriva la fine della storia.

Così a cena quando sento il suo nome comparire tra i racconti mi viene spontaneo esclamare:

“jacopo! il mio grande amore dei 15 anni!”

“Anche il mio!”

Ecco che la vita ti serve su un piatto d’argento la risposta: Jacopo era fidanzato con un’altra, al mare si è fidanzato anche con me, tornato in città… ha scelto lei.

E lei, la prescelta, te la ritrovi a cena quasi 20 anni dopo, che ti snocciola i regali che lui le ha fatto e quanto sono stati innamorati e poi ti dice che tu l’hai fatta diventare cornuta…

Ah sì..cornuta, ora se non la smetti di raccontare, ti faccio anche diventare “mazziata”!