Ora ci penso

Ci rivediamo qui tutte insieme a 50 anni.

Sulla scalinata della chiesa, quella chiesa la cui architettura ho sempre amato.

Era l’ultimo giorno di scuola ma non l’ultimo assoluto, un ultimo qualunque.

Meno male che non si fa questo incontro.

Ricordo che mi immaginavo superlativa a 50 anni. Chissà le cose che avrei creato.

Perché io questa cosa di creare l’ho sempre avuta dentro di me.

Disegni, colori, idee, progetti, fotografie, scritti.

Chissà.

E infatti chi lo sa.

Sto qui in un ufficio a controllare la regolarità delle documentazione.

Che poi in questo paese essere regolari è così difficile. E ancora più difficile è capire come essere regolari.

Che poi ti guardi Report il lunedì e pensi fanculo al controllo della regolarità dei documenti.

E mi sento così affranta perché non ho creato niente.

Eppure molti miei colleghi sono così fieri.

Sembra che occupino il posto più importante del pianeta.

Lo si nota soprattutto dall’abbigliamento.

Ecco io sono così annoiata che non creo nulla neanche quando mi vesto per andare in ufficio. Ho comprato una serie di maglie nere e maglie bianche, le abbino con i jeans e il colore a volte solo per le giacche o le sciarpe. Alle volte neanche mi trucco. Sto ore davanti a carte e pc, per quel che mi riguarda gonna, vestito, jeans o caftano poco cambia.

Mi ero detta smetto quando voglio.

E non ho smesso mai e ora so che non potrò smettere mai. O meglio fino a quando l’onda narrativa lo consentirà.

Intanto mi sono iscritta a un corso di fotografia e mi sono detta che avrei dovuto farlo per professione, quando avrei voluto, senza incertezze.

Ma questa è la mia parte distruttiva.

La parte costruttiva sogna, forse è questo che un po’ mi ha fottuto, sognare.

Ma che intendevo con superlativa?

Alla fine io superlativa in qualche cosa lo sarò.

Ora ci penso.

Traguardo

Mia madre non si rende assolutamente conto di quanta influenza abbia avuto e abbia tutt’ora su di me.

Facile per lei dire che ognuno compie le proprie scelte. Le scelte non sempre sono del tutto proprie.

Facile per me scaricare su di lei la colpa della mie scelte, è solo un bieco tentativo di alleviare quel senso di disprezzo che provo nei miei confronti per non avere avuto il coraggio di vivere la maggior parte della mia vita seguendo le mie idee, i miei sogni, i miei desideri, le mie aspettative.

Troppo forte il desiderio di compiacerla, di raggiungere quell’approvazione tanto agognata, di voler smorzare quel l’affanno provocato dal rincorrere sempre quello che ancora c’era da raggiungere per arrivare a sentirla soddisfatta senza capire che era ed è impossibile raggiungere il traguardo se il traguardo veniva e viene continuamente allontanato e quei sogni ricorrenti di me che cammino e non mi muovo e che voglio urlare ma la voce non esce e che mi fanno da accudire un neonato che puntualmente si ritrova in fin di vita.

Flashback

Da quando è morto mio padre ho dei flashback.

No, non riguardano lui. Su mia madre, mia sorella e mia zia, anche mia nonna a volte.

Dolorosi?

Mah…

Non li definirei dolorosi, piuttosto direi che sono fastidiosi. Sì, Mi molestano.

Mi fanno ricordare le origini del mio sentirmi inadeguata, inappropriata in ogni situazione.

Sai stavo cercando dei sinonimi di inadeguato e tra questi c’è “infecondo”.

Chissà che anche la mia infertilità non derivi da questo senso di inadeguatezza che vive dentro di me come un rumore di sottofondo che mi accompagna costantemente.

Eppure generalmente il rumore non si propaga nel vuoto.

Quindi mi sembra strano che questo rumore riesca a propagarsi, perché spesso sento un vuoto interno incolmabile.

Riesco comunque a stare in questo fastidio, lo gestisco. Non sempre bene, ma me la cavo.

L’esposizione costante a questo rumore non inquina più la mia vita di oggi, come invece ha fatto con la mia vita passata.

Sensi di colpa 

Mi sento in colpa se sono felice.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e lo dedico solo a me stessa non portando mia madre da qualche parte.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e porto mia madre da qualche parte non dedicandolo solo a me stessa.

Mio padre mi dice, porta a fare un giro tua madre, mi sento in colpa perché non ho alcuna voglia di portare in giro mia madre, perché mia madre porta in giro con sé una sensazione di incompletezza, di malinconia e io mi sento in colpa anche per questo.

Io l’ho vista felice solo nelle foto del suo matrimonio, e nelle foto del matrimonio di mia sorella, e nelle foto del mio matrimonio.

Però il suo matrimonio non la completa, mia madre dice che ha sempre rinunciato alle sue esigenze per soddisfare quelle di suo marito.

Però mia sorella ha divorziato, mia madre di che che un matrimonio è anche fatto di rinunce, non si possono soddisfare solo le proprie esigenze a discapito di quelle del marito.

Però io non mi sono sposata in chiesa, mia madre dice che non è sicura che sia valido ugualmente, dice che ha chiesto conferma ad un prete.

Però il prete ha detto che è valido ugualmente, mia madre questa volta tace. Un silenzio rimbombante.

Probabile che pensi che brucerò all’inferno.

D’altra parte oltre a non essermi sposata in chiesa ho portato a sopprimere, per evitare ulteriori atroci sofferenze dovute alla malattia, il mio cane, mia madre dice che ha chiesto al prete se è omicidio. Però il prete ha detto che non è omicidio. Mia madre questa volta pare che creda al prete.

Ecco poi ora ci penso e mi sento in colpa: non è tutto vero quello che dico, ossia è vero, ma io a mia madre voglio molto bene e quindi mi sento un’ingrata, piena di sensi di colpa.

Così su due giorni di ferie il primo lo dedico solo a me stessa, combattendo anche un po’ con i sensi di colpa, ma il secondo lo dedico anche a lei, sempre combattendo con i sensi di colpa.

Perché ne avevo due.

E se ne avessi avuto uno?

Mia madre in macchina dice che stava pensando, poco prima che arrivassi, che spera di morire in ospedale perché se muore a casa può darsi che il suo medico di base si rifiuti di fare il certificato di morte, o può darsi che il suo medico di base muoia prima di lei, ma dice che poi si è consolata pensando che mio marito di medici ne conosce tanti, troverà qualcuno che farà il certificato di morte per sua suocera.

Mamma mi sembra un ottimo primo argomento di conversazione, molto allegro.

Ma a me Maria Emma la morte non mette tristezza, spero che Dio mi porti in paradiso, dove starò sicuramente meglio.

Mamma allora non ci incontreremo perché io sarò quella che brucia all’inferno per aver commesso omicidio e aver contratto un matrimonio civile.

E per non riuscire a combattere i sensi di colpa.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit

Eccomi ci sono di nuovo.
È come prendere fiato dopo una lunga apnea.
Ho questa immagine in mente, l’immagine di quando sei sotto l’acqua del mare e guardi su, la vista è increspata, l’udito è ovattato, i movimenti leggeri, sembra tutto lontano, sai che la vita intorno a te scorre, tutto scorre sempre, lo sai bene, ma tu sei in pausa.
Ti piace essere in pausa, ti piace non riuscire a percepire chiaramente ciò che c’è intorno a te e ti viene un sottile desiderio di poter rimanere in questo stato per un po’ di tempo, solo un altro poco, ancora un po’, perché lì sotto non sei obbligata a confrontarti con gli altri, con le situazioni, ci sei solo tu. E il confronto con te stessa lo riesci a gestire è quando ti devi confrontare con gli altri che vacilli che ti metti in discussione, e questa però è la vita cara mia.
Ma poi il fiato si accorcia, gli occhi bruciano e la necessità di tornare in superficie diventa fortissima e proprio quando sei allo stremo delle forze l’istinto di sopravvivenza fa di tutto per farti tornare su a respirare profondamente, a udire distintamente, a vedere chiaramente, e questa è la tua vita cara mia, grazie al cielo.
Perché alla fine non si può e non si deve scappare, soprattutto da se stessi.
Sai perché ho questa immagine in mente?
Perché è come se fossi stata sotto l’acqua per un po’.
E sono stata lì perché avevo bisogno di guardare senza vedere troppo, di sentire senza ascoltare molto, di parlare senza approfondire.
Perché?
Diversi motivi legati per lo più ai distacchi terreni.
Agli inevitabili distacchi che fanno parte della vita.
Amara consolazione sapere che sono parte della vita e sono inevitabili.
Non si è mai pronti comunque.
Ora però ho bisogno di stare in superficie e so che posso rimanerci.
Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

> Forse questo fatto del respirare mi sta sfuggendo di mano

Stanotte

Stanotte ho sognato mio figlio.

Non era bello, ma era felice.

Giocava sulla sabbia e ne mangiava un po’ e rideva.

Io gli ho tolto la sabbia dalla bocca e l’ho preso in braccio.

Siamo entrati nel mare e ci guardavamo, lui sorrideva.
Giocavamo con le onde saltandole.

L’acqua mi arrivava alla spalla e lui lo tenevo sul mio fianco più in alto della mia spalla e si bagnava un po’, perché io saltellavo, salivo e e scendevo e lui mi guardava e rideva.

È strano che io abbia sognato mio figlio, perché io non posso avere figli.

Lui è il mio figlio mai nato.

Biondo con gli occhi azzurri.

Non era bello, ma era felice.

In my shoes – furti

Ma certo che no!
Certo che non mi sono dimenticata di te!
Cosa è successo?

È successo che ho avuto un leggero inconveniente.
Mi hanno rubato la borsa.
E sai quei giorni in cui ti dici tanto che vuoi che succeda e vai di corsa e prendi la borsa al volo per andare a cena e non la svuoti di tutte quelle cose che ci hai infilato dentro la mattina, che anche se non ti servono a niente ti dici, appunto, tanto che vuoi che succeda, non cambio borsa.

E allora la sera a cena con gli amici hai la tua borsa carina, con tutte le tue cosine dentro, quelle utili e quelle futili, oltre a soldi, chiavi di casa, le tue e quelle di lui che quella sera, non lo ha mai fatto, ti chiede di tenergli le chiavi di casa in borsa, poi hai ovviamente il cellulare perché non ti piace appoggiarlo sul tavolo durante la cena; l’iPad che è stato per me il colpo più duro e non mi dire lo hai fatto “trova il mio iPad” che l’ho fatto ma non l’ho trovato; la carta di identità; il codice fiscale che è anche inutile tessera sanitaria; la patente; gli occhiali da vista perché quella sera ti sei tolta le lenti e ti sei detta porto gli occhiali e però poi ti danno fastidio e siccome anche quelli ti scoccia poggiarli sul tavolo della cena allora li infili in borsa; la carta di credito che è anche bancomat; la carta di credito ricaricabile che su internet ti senti più tranquilla con quella per comprare; il libretto degli assegni che ti chiedi ancora perché esistano gli assegni e perché tu ne hai comprato un carnet che con tutti queste possibilità di pagamento che hai nella borsa sembri una ricchissima e invece sei una qualunque impiegata statale che arriva sul filo del rasoio a fine mese; card di abbonamento annuale sui malfunzionanti, maleodoranti, malcollegati mezzi pubblici di questa splendida città mal governata; altre ennemila card inutili che accumuli lungo i mesi in cui entri nei negozi magari per comprare una cretinata e loro ti dicono – ma la vuole la nostra card? Ė gratis e le darã tanti vantaggi – e allora ti ritrovi il portafoglio gonfio di card, non di soldi, di card che ti danno vantaggi.
Sì vantaggi…
Ma non dimenticarti che avevo nel portafoglio anche – l’utilissimo per andare a cena – badge aziendale.
E poi di solito non ho mai contanti, perché io sto comoda a pagare col bancomat, ci pagherei anche le sigarette col bancomat, e quel giorno invece avevo anche i contanti.

Comunque, ero a cena.

E allora a cena, io che sono una farloccona, poggio la borsa sulla spalliera.

Ma a mia scusante c’è il fatto che ero nel posto vicino al muro, quindi la borsa era tra me e il muro, che il ristorante lo conosco bene ci vado spesso, che era pieno, che noi eravamo sei a tavola…
insomma nulla, nessuno si accorge di nulla,tantomeno io che ero la diretta interessata e la mia borsa sparisce così.

E quindi cara sono stata forzatamente distaccata dal mondo esterno.

Però ora che ho recuperato quasi tutto rieccomi qui.

In my shoes – Verba saepe obscura erant

Cerco di spiegare il mio punto di vista.

Quello che mi procura pena, è che Acca non riesce a stare nei momenti di serenità.

Acca ha questa predilezione per la malinconia, l’ansia, l’angoscia, i tormenti in generale.

Acca, se annusa che qualcuno intorno a lei profuma di serenità, anche fosse solo per un momento, tira fuori dai cassetti della sua mente quell’episodio buio e malinconico legato alla vita della persone in quel momento serena e glielo sbatte in faccia, come uno schiaffo, come quando vuoi far rinsavire qualcuno che ha perso la bussola.

Acca non tollera che si possa avere un periodo privo di pensieri.

Che poi diciamocelo, parliamo solo di periodi, che i pensieri li abbiamo tutti.

Però abbiamo anche momenti di serenità.
E stare nei momenti di serenità è importante.
E soffermarsi su questi momenti può ricaricarti, può darti nuove spinte.

La differenza è che Acca, però, cerca di soffermarsi solo sui momenti spiacevoli.

Ed Acca non vuole che noi ci pensiamo troppo, invece, ai momenti piacevoli.

Sembra orribile vero?

Ma il paradosso è che poi Acca quando vuole, no anzi mi correggo, con chi vuole Acca è tutto il contrario.

Con chi vuole Acca è combattiva, consolatoria, risolutiva, spronante.

Mi dispiace, quindi, che ultimamente non mi senti o che, se mi senti, ho questo umore un po’ angosciato.

Ho una sorta di magone.

È un peso che sento fisicamente sul cuore, e non capisco perché dovrei averlo.

Nel senso che non è un brutto periodo per me, mi sono ripresa dalla tristezza del fallimento del mio progetto a febbraio, ho metabolizzato la morte della mia ancora di salvezza, il mio amatissimo cane – no, non gli dedico una chiacchierata per il momento…dici che allora vuol dire che ancora non ho metabolizzato? Può darsi… –
Ho deposto le asce di guerra in ufficio per viverlo un po’ più serenamente…

Ed è per questo che Acca sembra quasi mi abbia preso di mira, è per questo che sento alle volte l’angoscia nel cuore, perché non c’è pranzo domenicale in cui lei non tiri fuori dai suoi archivi nebulosi personali, fatti torbidi con date e orari precisi per far riaffiorare in me quelle medesime sensazioni angoscianti che lei sa che io ho provato.
E cerca quindi di seminare l’angoscia a tutti.

Come se alle volte la famiglia non avesse il diritto di essere serena.

Come se lei volesse affossarla appena ne sente la presenza.
Come fosse una cosa brutta, come fosse la gramigna che non deve proliferare.

Questa è la sensazione che ho.

E ad averla mi sento male.
Mi sento male perché ad Acca io voglio bene.
Perché Acca mi ha aiutato tanto e molte volte e non ho capito cosa ha Acca ora che non va.

Ed io vorrei aiutarla, ecco, vorrei, devo solo trovare il pertugio per poterlo fare, pertugio perché lei sembra proprio chiusa in se stessa.

Sono esistite ed esistono persone che nel tormento hanno composto musiche meravigliose, poemi immortali, invenzioni geniali, scoperte rivoluzionarie, ed io nel tormento invece non so mettere neanche due parole in croce nella mia madrelingua.

E così questa conversazione è un’accozzaglia di parole messe alla rinfusa

in my shoes – Sciura

È come quando pensi che vuoi tagliarti i capelli e ti capita che intorno a te vedi solo donne con i capelli corti.
E allora li tagli.
E poi sogni che ti sono ricresciuti e non vedi l’ora che il sogno si realizzi e intorno a te non vedi altro che donne con bellissimi capelli lunghi.
Ecco. (Si ogni riferimento a me stessa non è puramente casuale).

Sarà che ho da poco superato i 40, sarà che iniziano i compleanni degli amici che iniziano a superare di gran lunga i 40.
Sarà quello o qualcos’altro, ma da un po’ di tempo mi sembra di essere circondata solo da persone che non fanno altro che farmi pensare alla mia età, e mi ci fanno pensare in negativo, come fossi vecchia.

Ti ricordi del nuovo assunto che mi ha dato del lei, te ne ho parlato qui.
Beh è un esempio.
Poi ieri passeggiavo con i cani, ero sul marciapiede e sento:

scusa!

Mi giro e sul ciglio della strada era fermo un tipo su uno scooter. A mio modestissimo avviso era un mio coetaneo.
Appena mi guarda da davanti:

ah, scusi, per la via tal de tali?

Tu non so sei hai presente la serie Ally Mac beal, che lei davanti a te sorride e dentro invece si immagina la scena di urlarti addosso?
…sì io mi sentivo come lei. Ho avuto la tentazione di indirizzarlo dalla parte opposta.

E poi in ufficio…
E stranamente tutte queste informazioni mi vengono da Ca, che insomma io l’ho detto la considero un’amica.
Solo che di punto in bianco, senza alcun sollecito, mi parla spesso del mio aspetto e di come lo dimostro. Che io, voglio dire, su questo aspetto a voce alta non mi lamento mai!
Che dici, si sentirà ugualmente?

Maria Emma fai bene a vestirti da ragazza.

Scusa Ca ma che vuol dire?

Che fai bene alla tua età ti vesti da ragazza e non da “Sciura”, fai bene, finché puoi.
Perché poi da dietro sembri proprio una ragazza, certo poi da davanti si vede la tua età.

Ca, praticamente :
Dietro liceo davanti museo…, mi piacerebbe ti ricordassi queste tue parole e ci ripensassi tra cinque anni, quando ne compirai 42 e vorrei mi dicessi come ti fanno sentire.

Va bene Maria Emma non ti arrabbiare io dico la verità, l’amicizia è anche questo.

Ma sì, per carità … Certo però l’amicizia è anche una bugia messa bene… Oppure il silenzio, tanto non ti avevo chiesto nulla…

Come? Cosa indossavo? Pantaloni, stivali, camicia e cardigan.

P.s. Scusa ma una Sciura, come si veste?

In my shoes – Carboidrati

Mangio i carboidrati.

Ho detto che mangio i carboidrati.

I CAR BO I DRA T I

Più di una volta a settimana.

Ho detto che li mangio anche più di una volta a settimana!

Non ci credi eh?

Che dici?
92?
Forse sì, forse era dal ’92…No, però dai forse no, dai il ’92 è troppo!

Beh forse sì tra alti e bassi direi che il ’92 non è poi così distante dalla realtà.

E quindi sì, mangio i carboidrati.

Perché a continuare a scansare i rigatoni per prendere solo il condimento si può diventare quasi pazzi sai?

Sì, si può sfiorare la paranoia a scegliere ad uno ad uno i pachino nascosti tra le mezze penne.

Si può sfiorare il delirio a mangiare solo il tonno tra gli spaghetti.

Si può sfiorare la psicosi a mangiare solo i funghi tra le fettuccine.

Lo squilibrio di voler mangiare sempre e solo proteine e verdure te lo porti sempre con te.

Ecco io da un po’ l’ho voluto lasciare indietro e non ho voluto più portarlo con me.

Certo non se ne esce mai.
Non avrò mai un rapporto sano con il cibo, ma intanto mangio i carboidrati.

In my shoes – E infatti non lo è

È inutile che lo pensi, anche se in realtà non lo so se lo pensi.
Non è mica facile stare dietro a quello che penso.
Non riesco mica sempre a prendere appunti e alle volte non ho supporti informatici a disposizione, non ho carta e penna e scrivo nel mio cervello e poi non mi ricordo nulla.
O mi ricordo poco.
Alle volte solo l’argomento.
E poi ributtarlo giù a freddo non viene bene come mi sembrava buono quando lo scrivevo a caldo nella mia mente.
Sapessi come me ne dispiaccio.
Per questo porto sempre con cui scrivere.
Ma non è che puoi mica metterti a scrivere sempre.
Scusa un attimo che mi è venuto in mente questo.
E allora se non prendo appunti poi lo perdo.
Ecco cerco di ripeterlo nella mia mente. E mi dico dai che questa volta lo riscrivo pari pari.
E non succede mai.
Ecco ora che riparlo di questo vorrei tanto che mi venisse in mente quella cosa che ho scritto nella mia mente quella sera.
Che poi era solo questo.
Era solo questa la cosa che ci proibivate?
Si trattava di una cosa così bella e invece ci avete fatto venire una sorta di tabù.
Mi avete fatto venire per tanti anni un grande problema.
Tanti che pensavo che fosse un male.
E invece è così bello ed è possibile che una cosa così bella possa essere un peccato ?
Non ci credo più.
Fare l’amore è una cosa bella.
Se lo fai col cuore non può essere così brutto non può essere considerato brutto.
Ma lo avevo pensato in una maniera più profonda.
Non così banalmente come mi viene ora.
Ma ora mi viene così e così te lo racconto.
Non poteva essere come dicevano loro. E infatti non lo è.

20131213-210102.jpg

In my shoes – sparizioni

E che vuoi farci alla fine anche a me è capitato di sparire, un po’ alla chetichella, senza dare troppe spiegazioni.
Eh sì, lo so cosa pensi…
Ma guarda non ti credere, io le ho pagate le mie fughe, le ho pagate tutte.
E le ho pagate sia per analogia che per contrappasso.

E non è che non abbia dato spiegazioni perché non ci fossero motivi.
No, i motivi c’erano, ma magari non ho trovato le parole.
Non le ho trovate perché non pensavo fossero cose belle da dire.
Perché insomma mi accorgo che spesso le cose che penso potrebbero ferire l’altro, non è che sempre si possano servire dei pugni nello stomaco così senza pensarci.

Che poi alla fine anche sparire sortisce lo stesso effetto delle parole scomode. Fa male forse anche di più, il dolore è aumentato dalla vigliaccheria della sparizione.

Quindi sì è vero, non c’è bisogno che mi ripeti che io stessa molte volte ho preteso spiegazioni, mi sono ostinata a chiederle a chi è sparito dalla mia vita in silenzio.

Se vale per me il ragionamento dovrebbe valere anche per gli altri.

È che alle volte sarà la timidezza, o semplicemente paranoia, o è più semplice la timidezza? O sarà il senso di colpa o sarà che ho bisogno di sapere.
Sarà quello che voglio ma come io non fornisco spiegazioni non posso pretendere di riceverne sempre.
E non posso neanche sempre nascondermi dietro la timidezza e il senso di colpa.
Oppure sono loro che nascondono me?

Non è che possa sempre spiattellare in faccia alle persone ciò che penso.
Sì è vero alle volte lo faccio comunque, infatti poi lo vedo la faccia che fanno, quella faccia lì che mi accorgo che un po’ ho esagerato, che non ho fatto proprio tanto bene a dire la verità, la potevo un po’ edulcorare, così per renderla un po’ meno amara.

Che poi è la mia verità, magari per un’altra persona non è vero, quindi perché buttare giù qualcuno solo perché io la penso così.
Sìi certo ogni tanto qualcuno te le tira proprio fuori eh? Sì ci sono quelli che mi stuzzicano, probabile che io gli stia anche sui marroni.
Marroni ? Mica sono del nord io, ma marroni mi sembrava meno volgare. Coglioni? Sì dico coglioni allora.
Probabile che io gli stia sui coglioni, mica no e allora mi vedono che c’è l’ho sulla punta della lingua e mi provocano per vedere fino a che punto arrivo.
Come il mio collega di stanza che infatti gli ho sbottato e glielo ho detto, però dopo 5 anni nella stanza dai, va bene.
Sì in effetti anche altre volte ho sbroccato, e va bene mi vengono questi termini, ma lo sai che non sono così brava con le parole, insomma sì ne avevo parlato anche qui. E allora è accaduto di nuovo e glielo ho detto che è un gran rompicoglioni.
Si proprio così, ho proprio detto: sei un gran rompicoglioni.
Che con tutte queste parolacce mia madre mi avrebbe mollato un ceffone, con la mano quella con l’anello che era l’orecchino di nonna, non di mia nonna, della sua, la mia bisnonna, quell’anello che ora porto io e lo porto sempre con me perché insieme a lui porto con me anche tanti ricordi.
Che poi quando mi succede non mi sento mica tanto in pace con me stessa.
Ho questa cosa qui: se penso una cosa brutta di una persona e gliela dico poi non mi sento bene.
Però alle volte invece mi sento bene.
Sì va bene dico una cosa e poi tutto il contrario.
Bizzarra
Un po’.

Una degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Poi te lo racconto.

20131001-161419.jpg

In my shoes – Risalire la china

Mi ricordo che era il 25 aprile.

Il 25 aprile del 2008.

Mi ricordo la sensazione.

È stato il giorno in cui ho bevuto l’amato calice fino alla feccia.
Il giorno del rischio.
Rischio di rimanere intrappolata nella feccia.

Sono stata fortunata.
Sono riuscita a liberarmi.

Ma non mi ricordo l’intera giornata.
Il primo ricordo è come un primo ciak di una scena di un film che non necessariamente è l’inizio del film.

Ricordo come un flash.
Come se quella giornata fosse iniziata in macchina.
Io in macchina verso il mare.
Da sola.
E non avevo nemmeno i cani con me e non mi ricordo perché non ci fossero neanche loro.
Non ti so dire.
Lo sai che mi piace il mare.
Ma evidentemente sono partita tardi perché sono rimasta bloccata nella fila.
Così ho cambiato strada.
E nel cambiare strada la sbaglio e mi ritrovo nella direzione opposta e per ritornare indietro ci metto tanto perché non c’è alcuna possibilità di cambio direzione per chilometri e io inizio lì a sentire il fondo la fila non c’è più e io macino strada senza nessuno davanti a me, ma non era lì che volevo andare.

Quando riesco a trovare il modo per cambiare direzioni ormai i miei occhi si sono gonfiati e sgonfiati di lacrime più e più volte.

Un vuoto di nuovo.

Altra scena che inizia all’improvviso nella mia memoria.

Uno stabilimento a me sconosciuto in un posto di mare che conosco benissimo.

Non so neanche perché ho scelto quello stabilimento, non lo ricordo affatto.

Forse proprio perché era sconosciuto.

Forse per evitare qualsiasi possibilità di incontro con qualcuno di conosciuto.

Forse sono proprio io che sono andata incontro al mio volermi sentire il più sola possibile oppure veramente…Non lo so.

Ho preso una pizzetta rossa e mi sono seduta sulla spiaggia.

E sono rimasta lì a guardare il mare ad ascoltare il mare per non ricordo quanto tempo.

E poi le immagini della giornata finiscono.

Non ricordo assolutamente cosa altro io abbia fatto.

Ma ho perfettamente chiara la sensazione.

Ho chiaro che è dal 25 aprile del 2008 che io ho iniziato a risalire la china.

In my shoes – Vuoto

Vuoto.
Cosa?
Un post. Nuovo. Vuoto.
Come il mio cervello alle volte.
È vuoto.
Non ho opinioni.
Non ho idee.
Non ho nulla da dire sulle idee degli altri.
È una cosa che alle volte mi preoccupa.
Lo portai come argomento, una volta.
Ad un esame?
No.
Come argomento, alla mia terapista.
Le dissi che alle volte non ho opinioni.
Tutti parlano. Hanno da dire la loro.
E io li guardo.
E non ho niente da dire.
E mi spavento.
Il vuoto del mio cervello mi spaventa.
E poi capita che parlo di un argomento e dico delle cose che anche io stessa è la prima volta che le sento.
Strano no?
Lei mi diceva che non era strano. Che non dovevo sentirmi strana se alle volte non avevo opinioni.
Ho ancora dubbi se lei me lo abbia detto per non aggravare il mio spavento o proprio perché credeva in quello che diceva.
Non le ho mai chiesto chiarimenti.
Un po’ me ne pento, avrei dovuto.
Anche se lì per lì mi aveva rinfrancato.
Quindi, ora penso, avrò fatto bene a smettere la terapia?
Anche perché avevo aperto il blog per scrivere di tutt’altro.

Rimane comunque la questione del vuoto.

sono quella

Sono quella cui suonate quando state in macchina e io attraverso sulle strisce mentre con i pollici compongo un sms che provoca un rallentamento dell’andatura.

Sono quella cui suonate mentre state in macchina in coda perché non vado avanti subito quando la macchina davanti procede solo per un pezzetto, perché tanto credo non cambi nulla affrettarsi a raggiungerli: sempre in coda stiamo.

Sono quella cui suonate il clacson quando siete in fila semaforo rosso perché mi sto truccando in macchina, ma sappiate che un occhio è sempre vigile sul cerchio ultimo in basso e che so riconoscere al volo quando diventa verde senza bisogno di avviso né di preavviso.

Sono quella cui suonate quando state in macchina perché è un classico che la macchina davanti a voi vedendomi a passeggio con i cani si ferma per chiedermi indicazioni stradali fermando puntualmente il traffico. È che ci metto un po’ a fare mente locale però sappiate che di solito sbaglio involontariamente me ne accorgo dopo, quindi superate quella macchina perché si dovrà inevitabilmente fermare dopo poco per chiedere nuovamente indicazioni.

Sono quella che incrociate per strada e pensate che stia parlando al telefono con qualcuno con l’auricolare, ma invece no, sto proprio parlando da sola.

Sono quella che pensate stia cantando ascoltando l’iPod mentre cammina per strada, ma invece l’iPod è scarico da mesi, canto da sola le canzoni che mi rimangono in testa dalla mattina.

Sono quella che pensate > ma cosa ha da guardare questa
e invece mi sono semplicemente fissata su di voi pensando ad un’altra cosa, vi guardo ma non vi vedo.

Sono quella che discute con altre persone per strada mentre passeggia con i cani perché puntualmente accusata senza prove delle colpe di tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi – che ho tutte le borse sempre piene di sacchetti perché voi non possessori di cani non sapete che peggio di un umano che pesta la cacchina di cane è un cane a pelo lungo che con la sua zampina pelosa pesta una cacchina di altro cane non raccolta e non sa pulirsi da solo.

Sono quella che se cerca una cosa nella borsa non la trova mai al primo colpo e inevitabilmente si accuccia poggiando la borsa per terra e iniziando a tirarne fuori il contenuto scoprendo di avere dentro cose che cercava un mese fa e pensava di avere perso.

Sono quella che al ristorante chiede che tipo di acqua minerale abbiano, perché non tutte sono buone uguali e la ferrarelle non la sopporto.

Sono quella cui, camminando sui décolleté in maniera fintamente disinvolta, il tacco le si incastra tra i sampietrini lasciandola a piede nudo saltellare per riprendere la scarpa, mentre sta attraversando la strada.

Ecco.

In my shoes – tante vite

Boh non lo so è come riprendere la bicicletta dopo anni, che si dice che non ci si dimentica mai come ci si va, magari barcolli un poco all’inizio ma poi riprendi.
Deve essere così.

È che ho dovuto cambiare occhiali non vedevo proprio più niente e infatti l’oculista si è stupito ché dice che ho più cinque.

E mia madre dice che è impossibile che io abbia più cinque perché lo ha lei e lei senza occhiali non ci vede e allora le dico che anche io non ci vedo per questo sono andata.

Una volta un mio ex mi ha detto che gli ipermetropi sono curiosi e hanno voglia di scoprire il mondo, è per questo che vedono di più.
La trovo una spiegazione che mi calza a pennello e mi piace pensarla così.

Un’altra volta invece l’ex di una mia amica mi ha detto che ho la pelle così perché sono ad una delle mie ultime vite, e quindi è come se la pelle si stesse consumando piano piano.
Anche questa spiegazione la trovo calzante a pennello, ma non mi piace pensarla così.

Vorrei avere ancora tante vite e vorrei ricordarmele tutte.

In my shoes – Tipe gelose

Mi hanno detto che assomiglio al mio cane, il mio cane femmina per la precisione
Lei abbaia molto raramente.
Una di queste rare volte è stata ieri.
Perché Lui ha un cane.
Maschio.
Eravamo andati a prendere un aperitivo e loro si sono avvicinato ad una ragazza con un cane femmina, noi eravamo distanti, li guardavamo, lei immobile, con lo sguardo fisso ha abbaiato.
Così, un paio di bau, decisi, profondi.

Mi hanno detto che assomiglio a lei perché lei non abbaia.
Se non le sta bene qualcosa attacca e basta, ti prende al collo senza avvertimenti e vuole o farti fuori o sottometterti.
Lei è così.

Mi hanno detto che sono così anche io.
Che non avverto.
Che attacco al collo senza preavviso.
Punto.

Perché poi alla fine è vero, è capitato che attaccassi al collo. Metaforicamente. Credo solo perché non ho i denti sufficientemente sani.

Quello che non mi torna è solo che io pensavo di avvertire prima.
Evidentemente non lo faccio a sufficienza.
Perché pare che non se ne accorgano, pare che se attacco al collo sembra che non ci sia un motivo preciso.
Ma io e il mio cane lo sappiamo che c’è un motivo preciso.
E vi avvertiamo anche.
Siete voi che non volete capire.

E poi sì: siamo delle tipe gelose e oggi vogliamo avere ragione noi.

In my shoes – La signora in bianco

Era una signora che vestiva sempre di bianco, capelli castani lisci e lunghi fin sotto le spalle.
Le piaceva alternare i capelli sciolti, o raccolti in una coda bassa.
Indossava sempre un cappello a falda larga anch’esso bianco.
Portava con se anche un ombrello indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
Aveva sempre un aspetto curato, studiato nei particolari, il viso truccato leggermente, in cui metteva soprattutto in risalto la bocca con un rossetto rosso.
Alle volte quando arrivavo la trovavo già lì.
Alle volte arrivavamo insieme.
L’ho osservata per lungo tempo, mi affascinava in qualche modo.

Lei entrava in metropolitana, scendeva le scale per arrivare sempre alla solita banchina e si sedeva sulle panchine di ferro appoggiate al muro.

Si sedeva lì e aspettava, non prendeva la metropolitana.

Non so dirti se qualche volta l’abbia presa, perché quando salivo sul treno lei rimaneva lì.
Nel corso del tempo mi sono fatta l’idea che non abbia mai preso la metro.
Intendo dire mai in vita sua.

Quando si sedeva sulle panchine iniziava a parlare, parlava con qualcuno, non sono riuscita mai a capire chi intendesse.

Alle volte la conversazione si scaldava e lei alzava i toni.
Ma neanche in queste occasioni perdeva il savoir faire.
L’ho detto che mi affascinava, aveva un modo di fare che a me appariva in un certo modo aristocratico.

Perché le persone che hanno classe se la portano dietro per sempre, qualsiasi cosa succeda dentro e fuori di loro.

Poco a poco mi è venuta la sensazione che utilizzasse questi momenti per riuscire a mantenere un suo equilibrio.
Come se quei ritagli di tempo fossero solo per lei.

Era come se avesse lasciato che il suo cervello si ribellasse a quei modi affettati utilizzati per troppo tempo, come se avesse trovato una via di uscita dal suo mondo e si fosse rifugiata in un mondo a parte. Magari anche solo per un po’.
Si lo so sembra assurda come idea.
Ma io avevo l’impressione che lei si prendesse un suo spazio lì seduta su quella panchina, sotto terra, vestita e curata di tutto punto, senza mai perdere la sua classe anche nella bizzaria della situazione.
Avevo l’impressione che in quel suo spazio e in quel tempo tutto suo lei riuscisse a tarare i livelli della realtà del mondo per riuscire a farli convivere con i livelli della propria realtà.

Mi è seriamente dispiaciuto cambiare sede di lavoro perdendo così l’occasione di rivederla ancora.
Ma sono quelle persone che per caso hanno incrociato la mia vita e che mi hanno colpito, cui rivolgo sempre un pensiero.

E mi viene in mente lei ogni tanto perché mi piacerebbe anche a me sfogarmi così a voce alta alle volte senza curarmi di chi mi sta intorno che alle volte invece ci penso troppo come ora questa ragazza vicino a me che ho l’impressione che sbirci ma forse no, magari guarda solo il monitor al centro del vagone e io penso che guardi il monitor su cui sto scrivendo io.
Ecco vorrei infischiarmene, francamente signora in bianco me ne vorrei infischiare anche io.

Very Inspiring Blogger Award

È successo che sono stata nominata.
Ecco è una cosa che mi ha fatto saltare il cuore nel petto, che mi ha fatto emozionare così tanto che anche adesso che ne scrivo sono emozionata.
E poi lo hanno fatto 3 dei miei blogger preferiti e io non amo le catene di sant’Antonio, le interrompo sempre e però questa volta dopo la terza persona che mi ha nominato ho pensato che forse potrei fare un’eccezione, ma siccome spesso faccio le cose a metà la interrompo a metà.
A metà perché insomma non è una catena, cioè sì lo è, ma una catena bella che tu dici a qualcuno che lo apprezzi, e dire a qualcuno una cosa così è bello, e a me ha fatto tanto piacere, ma poi mi blocco a mandare i link ai blog che nominerò così li nomino qui e basta che se qualcuno che non li conosce vuole fargli visita gli dico che io li apprezzo, poi se loro passeranno di qui allora lo vedranno, ma alcuni non mi seguono nemmeno credo, quindi non vedranno neanche questo post, forse.
Una cosa a metà appunto, mi si addice.

Allora, le regole:

1.Copia e inserisci il premio in un post.

2.Ringrazia la persona che te lo ha assegnato e crea un link al suo blog.

Ringrazio tanto tantissimo:

AlexG: http://aereoplanini.wordpress.com/

Prigioniera del deserto: http://prigionieraneldeserto.wordpress.com/

Corvo bianco: http://inciampi.wordpress.com/

3.Racconta 7 cose di te.

Praticamente non faccio altro su questo blog che raccontare cose di me.
Quindi ho pensato di elencare sette cose che proprio non riesco a scrollarmi di dosso:

prima di accendere una sigaretta la sbatto alcune volte dalla parte del filtro per far scendere il tabacco, mi sembra che così tiri meglio.

quando rifaccio il letto il cuscino lo devo posizionare sempre con la parte apribile della federa verso destra, lo controllo anche prima di andare a dormire e soprattutto quando sono in albergo che il letto non lo rifaccio io.

adoro l’ode il Cinque Maggio, la conosco a memoria, la rileggo quando mi sembra di perderla per paura di dimenticarla, e ogni 5 maggio dedico un pensiero a Napoleone e a Manzoni e mi stupisco sempre.

sottolineo i libri che leggo con una matita e metto le orecchie alle pagine in cui ho sottolineato qualcosa.

per molti anni mi sono ciucciata il pollice e contemporaneamente tenevo tra le dita il lobo dell’orecchio. Ho smesso di ciucciarmi il pollice, ma ancora tengo il lobo tra le dita e ancora mi da quella sensazione di serenità che mi dava da piccola.

se scrivo su un foglio a righe non tocco mai la riga, scrivo sempre nello spazio in mezzo che si crea tra una riga e l’altra, per questo preferisco i fogli a quadretti, anche se devo firmare dove c’è la riga, firmo sempre sopra.

metto sempre dritto lo zerbino, mi piace quando è allineato con la soglia della porta di ingresso. Cerco di trattenermi, ma ogni tanto lo faccio anche con gli zerbini dei vicini di pianerottolo.

4.Nomina 15 blogger a cui vuoi assegnare il premio e avvisali postando un commento nella loro bacheca.

Diventa difficile, comunque nominerei i blog che mi hanno nominato, non credo sia nelle regole quindi non lo faccio, ma lo faccio così, poi confermo quanto detto anche sul blog di Alex che mi ha nominato con altre donne che io leggo sempre con gran piacere, insomma i blog che seguo lì ho scelti io, Ariinsomma se continuo a giustificarmi non se ne esce più, ed ho infranto un’altra regola perché non sono 15.

http://andreaferrari.wordpress.com/
http://angolodelpensierosparso.wordpress.com/
http://appenacinqueminuti.wordpress.com/
http://aquilanonvedente.wordpress.com/
http://attraversaremuri.wordpress.com/
http://lalucedelmattino.wordpress.com/
http://invisibileblog.wordpress.com/
http://lamisuradelmiotempo.wordpress.com/
http://emporiocircolare.wordpress.com/
http://nonmibasta.wordpress.com/
http://raccontimetropolitani.wordpress.com/
http://rossodipersia.wordpress.com/
http://tilladurieux.wordpress.com/
http://virginiamanda.wordpress.com/

P.s. Il fatto è che mentre scrivevo l’emozione ha fatto si che saltassi la fermata della metro dove dovevo scendere, ne ho fatta una in più. Ho cambiato banchina, ma ho saltato anche questa volta la fermata, allora ho ricambiato la direzione e finalmente sono scesa a quella giusta.
Ecco che effetto mi fanno i premi.