Sensi di colpa 

Mi sento in colpa se sono felice.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e lo dedico solo a me stessa non portando mia madre da qualche parte.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e porto mia madre da qualche parte non dedicandolo solo a me stessa.

Mio padre mi dice, porta a fare un giro tua madre, mi sento in colpa perché non ho alcuna voglia di portare in giro mia madre, perché mia madre porta in giro con sé una sensazione di incompletezza, di malinconia e io mi sento in colpa anche per questo.

Io l’ho vista felice solo nelle foto del suo matrimonio, e nelle foto del matrimonio di mia sorella, e nelle foto del mio matrimonio.

Però il suo matrimonio non la completa, mia madre dice che ha sempre rinunciato alle sue esigenze per soddisfare quelle di suo marito.

Però mia sorella ha divorziato, mia madre di che che un matrimonio è anche fatto di rinunce, non si possono soddisfare solo le proprie esigenze a discapito di quelle del marito.

Però io non mi sono sposata in chiesa, mia madre dice che non è sicura che sia valido ugualmente, dice che ha chiesto conferma ad un prete.

Però il prete ha detto che è valido ugualmente, mia madre questa volta tace. Un silenzio rimbombante.

Probabile che pensi che brucerò all’inferno.

D’altra parte oltre a non essermi sposata in chiesa ho portato a sopprimere, per evitare ulteriori atroci sofferenze dovute alla malattia, il mio cane, mia madre dice che ha chiesto al prete se è omicidio. Però il prete ha detto che non è omicidio. Mia madre questa volta pare che creda al prete.

Ecco poi ora ci penso e mi sento in colpa: non è tutto vero quello che dico, ossia è vero, ma io a mia madre voglio molto bene e quindi mi sento un’ingrata, piena di sensi di colpa.

Così su due giorni di ferie il primo lo dedico solo a me stessa, combattendo anche un po’ con i sensi di colpa, ma il secondo lo dedico anche a lei, sempre combattendo con i sensi di colpa.

Perché ne avevo due.

E se ne avessi avuto uno?

Mia madre in macchina dice che stava pensando, poco prima che arrivassi, che spera di morire in ospedale perché se muore a casa può darsi che il suo medico di base si rifiuti di fare il certificato di morte, o può darsi che il suo medico di base muoia prima di lei, ma dice che poi si è consolata pensando che mio marito di medici ne conosce tanti, troverà qualcuno che farà il certificato di morte per sua suocera.

Mamma mi sembra un ottimo primo argomento di conversazione, molto allegro.

Ma a me Maria Emma la morte non mette tristezza, spero che Dio mi porti in paradiso, dove starò sicuramente meglio.

Mamma allora non ci incontreremo perché io sarò quella che brucia all’inferno per aver commesso omicidio e aver contratto un matrimonio civile.

E per non riuscire a combattere i sensi di colpa.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit

Eccomi ci sono di nuovo.
È come prendere fiato dopo una lunga apnea.
Ho questa immagine in mente, l’immagine di quando sei sotto l’acqua del mare e guardi su, la vista è increspata, l’udito è ovattato, i movimenti leggeri, sembra tutto lontano, sai che la vita intorno a te scorre, tutto scorre sempre, lo sai bene, ma tu sei in pausa.
Ti piace essere in pausa, ti piace non riuscire a percepire chiaramente ciò che c’è intorno a te e ti viene un sottile desiderio di poter rimanere in questo stato per un po’ di tempo, solo un altro poco, ancora un po’, perché lì sotto non sei obbligata a confrontarti con gli altri, con le situazioni, ci sei solo tu. E il confronto con te stessa lo riesci a gestire è quando ti devi confrontare con gli altri che vacilli che ti metti in discussione, e questa però è la vita cara mia.
Ma poi il fiato si accorcia, gli occhi bruciano e la necessità di tornare in superficie diventa fortissima e proprio quando sei allo stremo delle forze l’istinto di sopravvivenza fa di tutto per farti tornare su a respirare profondamente, a udire distintamente, a vedere chiaramente, e questa è la tua vita cara mia, grazie al cielo.
Perché alla fine non si può e non si deve scappare, soprattutto da se stessi.
Sai perché ho questa immagine in mente?
Perché è come se fossi stata sotto l’acqua per un po’.
E sono stata lì perché avevo bisogno di guardare senza vedere troppo, di sentire senza ascoltare molto, di parlare senza approfondire.
Perché?
Diversi motivi legati per lo più ai distacchi terreni.
Agli inevitabili distacchi che fanno parte della vita.
Amara consolazione sapere che sono parte della vita e sono inevitabili.
Non si è mai pronti comunque.
Ora però ho bisogno di stare in superficie e so che posso rimanerci.
Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

> Forse questo fatto del respirare mi sta sfuggendo di mano

Stanotte

Stanotte ho sognato mio figlio.

Non era bello, ma era felice.

Giocava sulla sabbia e ne mangiava un po’ e rideva.

Io gli ho tolto la sabbia dalla bocca e l’ho preso in braccio.

Siamo entrati nel mare e ci guardavamo, lui sorrideva.
Giocavamo con le onde saltandole.

L’acqua mi arrivava alla spalla e lui lo tenevo sul mio fianco più in alto della mia spalla e si bagnava un po’, perché io saltellavo, salivo e e scendevo e lui mi guardava e rideva.

È strano che io abbia sognato mio figlio, perché io non posso avere figli.

Lui è il mio figlio mai nato.

Biondo con gli occhi azzurri.

Non era bello, ma era felice.

In my shoes – furti

Ma certo che no!
Certo che non mi sono dimenticata di te!
Cosa è successo?

È successo che ho avuto un leggero inconveniente.
Mi hanno rubato la borsa.
E sai quei giorni in cui ti dici tanto che vuoi che succeda e vai di corsa e prendi la borsa al volo per andare a cena e non la svuoti di tutte quelle cose che ci hai infilato dentro la mattina, che anche se non ti servono a niente ti dici, appunto, tanto che vuoi che succeda, non cambio borsa.

E allora la sera a cena con gli amici hai la tua borsa carina, con tutte le tue cosine dentro, quelle utili e quelle futili, oltre a soldi, chiavi di casa, le tue e quelle di lui che quella sera, non lo ha mai fatto, ti chiede di tenergli le chiavi di casa in borsa, poi hai ovviamente il cellulare perché non ti piace appoggiarlo sul tavolo durante la cena; l’iPad che è stato per me il colpo più duro e non mi dire lo hai fatto “trova il mio iPad” che l’ho fatto ma non l’ho trovato; la carta di identità; il codice fiscale che è anche inutile tessera sanitaria; la patente; gli occhiali da vista perché quella sera ti sei tolta le lenti e ti sei detta porto gli occhiali e però poi ti danno fastidio e siccome anche quelli ti scoccia poggiarli sul tavolo della cena allora li infili in borsa; la carta di credito che è anche bancomat; la carta di credito ricaricabile che su internet ti senti più tranquilla con quella per comprare; il libretto degli assegni che ti chiedi ancora perché esistano gli assegni e perché tu ne hai comprato un carnet che con tutti queste possibilità di pagamento che hai nella borsa sembri una ricchissima e invece sei una qualunque impiegata statale che arriva sul filo del rasoio a fine mese; card di abbonamento annuale sui malfunzionanti, maleodoranti, malcollegati mezzi pubblici di questa splendida città mal governata; altre ennemila card inutili che accumuli lungo i mesi in cui entri nei negozi magari per comprare una cretinata e loro ti dicono – ma la vuole la nostra card? Ė gratis e le darã tanti vantaggi – e allora ti ritrovi il portafoglio gonfio di card, non di soldi, di card che ti danno vantaggi.
Sì vantaggi…
Ma non dimenticarti che avevo nel portafoglio anche – l’utilissimo per andare a cena – badge aziendale.
E poi di solito non ho mai contanti, perché io sto comoda a pagare col bancomat, ci pagherei anche le sigarette col bancomat, e quel giorno invece avevo anche i contanti.

Comunque, ero a cena.

E allora a cena, io che sono una farloccona, poggio la borsa sulla spalliera.

Ma a mia scusante c’è il fatto che ero nel posto vicino al muro, quindi la borsa era tra me e il muro, che il ristorante lo conosco bene ci vado spesso, che era pieno, che noi eravamo sei a tavola…
insomma nulla, nessuno si accorge di nulla,tantomeno io che ero la diretta interessata e la mia borsa sparisce così.

E quindi cara sono stata forzatamente distaccata dal mondo esterno.

Però ora che ho recuperato quasi tutto rieccomi qui.

In my shoes – Verba saepe obscura erant

Cerco di spiegare il mio punto di vista.

Quello che mi procura pena, è che Acca non riesce a stare nei momenti di serenità.

Acca ha questa predilezione per la malinconia, l’ansia, l’angoscia, i tormenti in generale.

Acca, se annusa che qualcuno intorno a lei profuma di serenità, anche fosse solo per un momento, tira fuori dai cassetti della sua mente quell’episodio buio e malinconico legato alla vita della persone in quel momento serena e glielo sbatte in faccia, come uno schiaffo, come quando vuoi far rinsavire qualcuno che ha perso la bussola.

Acca non tollera che si possa avere un periodo privo di pensieri.

Che poi diciamocelo, parliamo solo di periodi, che i pensieri li abbiamo tutti.

Però abbiamo anche momenti di serenità.
E stare nei momenti di serenità è importante.
E soffermarsi su questi momenti può ricaricarti, può darti nuove spinte.

La differenza è che Acca, però, cerca di soffermarsi solo sui momenti spiacevoli.

Ed Acca non vuole che noi ci pensiamo troppo, invece, ai momenti piacevoli.

Sembra orribile vero?

Ma il paradosso è che poi Acca quando vuole, no anzi mi correggo, con chi vuole Acca è tutto il contrario.

Con chi vuole Acca è combattiva, consolatoria, risolutiva, spronante.

Mi dispiace, quindi, che ultimamente non mi senti o che, se mi senti, ho questo umore un po’ angosciato.

Ho una sorta di magone.

È un peso che sento fisicamente sul cuore, e non capisco perché dovrei averlo.

Nel senso che non è un brutto periodo per me, mi sono ripresa dalla tristezza del fallimento del mio progetto a febbraio, ho metabolizzato la morte della mia ancora di salvezza, il mio amatissimo cane – no, non gli dedico una chiacchierata per il momento…dici che allora vuol dire che ancora non ho metabolizzato? Può darsi… –
Ho deposto le asce di guerra in ufficio per viverlo un po’ più serenamente…

Ed è per questo che Acca sembra quasi mi abbia preso di mira, è per questo che sento alle volte l’angoscia nel cuore, perché non c’è pranzo domenicale in cui lei non tiri fuori dai suoi archivi nebulosi personali, fatti torbidi con date e orari precisi per far riaffiorare in me quelle medesime sensazioni angoscianti che lei sa che io ho provato.
E cerca quindi di seminare l’angoscia a tutti.

Come se alle volte la famiglia non avesse il diritto di essere serena.

Come se lei volesse affossarla appena ne sente la presenza.
Come fosse una cosa brutta, come fosse la gramigna che non deve proliferare.

Questa è la sensazione che ho.

E ad averla mi sento male.
Mi sento male perché ad Acca io voglio bene.
Perché Acca mi ha aiutato tanto e molte volte e non ho capito cosa ha Acca ora che non va.

Ed io vorrei aiutarla, ecco, vorrei, devo solo trovare il pertugio per poterlo fare, pertugio perché lei sembra proprio chiusa in se stessa.

Sono esistite ed esistono persone che nel tormento hanno composto musiche meravigliose, poemi immortali, invenzioni geniali, scoperte rivoluzionarie, ed io nel tormento invece non so mettere neanche due parole in croce nella mia madrelingua.

E così questa conversazione è un’accozzaglia di parole messe alla rinfusa

in my shoes – Sciura

È come quando pensi che vuoi tagliarti i capelli e ti capita che intorno a te vedi solo donne con i capelli corti.
E allora li tagli.
E poi sogni che ti sono ricresciuti e non vedi l’ora che il sogno si realizzi e intorno a te non vedi altro che donne con bellissimi capelli lunghi.
Ecco. (Si ogni riferimento a me stessa non è puramente casuale).

Sarà che ho da poco superato i 40, sarà che iniziano i compleanni degli amici che iniziano a superare di gran lunga i 40.
Sarà quello o qualcos’altro, ma da un po’ di tempo mi sembra di essere circondata solo da persone che non fanno altro che farmi pensare alla mia età, e mi ci fanno pensare in negativo, come fossi vecchia.

Ti ricordi del nuovo assunto che mi ha dato del lei, te ne ho parlato qui.
Beh è un esempio.
Poi ieri passeggiavo con i cani, ero sul marciapiede e sento:

scusa!

Mi giro e sul ciglio della strada era fermo un tipo su uno scooter. A mio modestissimo avviso era un mio coetaneo.
Appena mi guarda da davanti:

ah, scusi, per la via tal de tali?

Tu non so sei hai presente la serie Ally Mac beal, che lei davanti a te sorride e dentro invece si immagina la scena di urlarti addosso?
…sì io mi sentivo come lei. Ho avuto la tentazione di indirizzarlo dalla parte opposta.

E poi in ufficio…
E stranamente tutte queste informazioni mi vengono da Ca, che insomma io l’ho detto la considero un’amica.
Solo che di punto in bianco, senza alcun sollecito, mi parla spesso del mio aspetto e di come lo dimostro. Che io, voglio dire, su questo aspetto a voce alta non mi lamento mai!
Che dici, si sentirà ugualmente?

Maria Emma fai bene a vestirti da ragazza.

Scusa Ca ma che vuol dire?

Che fai bene alla tua età ti vesti da ragazza e non da “Sciura”, fai bene, finché puoi.
Perché poi da dietro sembri proprio una ragazza, certo poi da davanti si vede la tua età.

Ca, praticamente :
Dietro liceo davanti museo…, mi piacerebbe ti ricordassi queste tue parole e ci ripensassi tra cinque anni, quando ne compirai 42 e vorrei mi dicessi come ti fanno sentire.

Va bene Maria Emma non ti arrabbiare io dico la verità, l’amicizia è anche questo.

Ma sì, per carità … Certo però l’amicizia è anche una bugia messa bene… Oppure il silenzio, tanto non ti avevo chiesto nulla…

Come? Cosa indossavo? Pantaloni, stivali, camicia e cardigan.

P.s. Scusa ma una Sciura, come si veste?

In my shoes – Carboidrati

Mangio i carboidrati.

Ho detto che mangio i carboidrati.

I CAR BO I DRA T I

Più di una volta a settimana.

Ho detto che li mangio anche più di una volta a settimana!

Non ci credi eh?

Che dici?
92?
Forse sì, forse era dal ’92…No, però dai forse no, dai il ’92 è troppo!

Beh forse sì tra alti e bassi direi che il ’92 non è poi così distante dalla realtà.

E quindi sì, mangio i carboidrati.

Perché a continuare a scansare i rigatoni per prendere solo il condimento si può diventare quasi pazzi sai?

Sì, si può sfiorare la paranoia a scegliere ad uno ad uno i pachino nascosti tra le mezze penne.

Si può sfiorare il delirio a mangiare solo il tonno tra gli spaghetti.

Si può sfiorare la psicosi a mangiare solo i funghi tra le fettuccine.

Lo squilibrio di voler mangiare sempre e solo proteine e verdure te lo porti sempre con te.

Ecco io da un po’ l’ho voluto lasciare indietro e non ho voluto più portarlo con me.

Certo non se ne esce mai.
Non avrò mai un rapporto sano con il cibo, ma intanto mangio i carboidrati.

In my shoes – E infatti non lo è

È inutile che lo pensi, anche se in realtà non lo so se lo pensi.
Non è mica facile stare dietro a quello che penso.
Non riesco mica sempre a prendere appunti e alle volte non ho supporti informatici a disposizione, non ho carta e penna e scrivo nel mio cervello e poi non mi ricordo nulla.
O mi ricordo poco.
Alle volte solo l’argomento.
E poi ributtarlo giù a freddo non viene bene come mi sembrava buono quando lo scrivevo a caldo nella mia mente.
Sapessi come me ne dispiaccio.
Per questo porto sempre con cui scrivere.
Ma non è che puoi mica metterti a scrivere sempre.
Scusa un attimo che mi è venuto in mente questo.
E allora se non prendo appunti poi lo perdo.
Ecco cerco di ripeterlo nella mia mente. E mi dico dai che questa volta lo riscrivo pari pari.
E non succede mai.
Ecco ora che riparlo di questo vorrei tanto che mi venisse in mente quella cosa che ho scritto nella mia mente quella sera.
Che poi era solo questo.
Era solo questa la cosa che ci proibivate?
Si trattava di una cosa così bella e invece ci avete fatto venire una sorta di tabù.
Mi avete fatto venire per tanti anni un grande problema.
Tanti che pensavo che fosse un male.
E invece è così bello ed è possibile che una cosa così bella possa essere un peccato ?
Non ci credo più.
Fare l’amore è una cosa bella.
Se lo fai col cuore non può essere così brutto non può essere considerato brutto.
Ma lo avevo pensato in una maniera più profonda.
Non così banalmente come mi viene ora.
Ma ora mi viene così e così te lo racconto.
Non poteva essere come dicevano loro. E infatti non lo è.

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In my shoes – sparizioni

E che vuoi farci alla fine anche a me è capitato di sparire, un po’ alla chetichella, senza dare troppe spiegazioni.
Eh sì, lo so cosa pensi…
Ma guarda non ti credere, io le ho pagate le mie fughe, le ho pagate tutte.
E le ho pagate sia per analogia che per contrappasso.

E non è che non abbia dato spiegazioni perché non ci fossero motivi.
No, i motivi c’erano, ma magari non ho trovato le parole.
Non le ho trovate perché non pensavo fossero cose belle da dire.
Perché insomma mi accorgo che spesso le cose che penso potrebbero ferire l’altro, non è che sempre si possano servire dei pugni nello stomaco così senza pensarci.

Che poi alla fine anche sparire sortisce lo stesso effetto delle parole scomode. Fa male forse anche di più, il dolore è aumentato dalla vigliaccheria della sparizione.

Quindi sì è vero, non c’è bisogno che mi ripeti che io stessa molte volte ho preteso spiegazioni, mi sono ostinata a chiederle a chi è sparito dalla mia vita in silenzio.

Se vale per me il ragionamento dovrebbe valere anche per gli altri.

È che alle volte sarà la timidezza, o semplicemente paranoia, o è più semplice la timidezza? O sarà il senso di colpa o sarà che ho bisogno di sapere.
Sarà quello che voglio ma come io non fornisco spiegazioni non posso pretendere di riceverne sempre.
E non posso neanche sempre nascondermi dietro la timidezza e il senso di colpa.
Oppure sono loro che nascondono me?

Non è che possa sempre spiattellare in faccia alle persone ciò che penso.
Sì è vero alle volte lo faccio comunque, infatti poi lo vedo la faccia che fanno, quella faccia lì che mi accorgo che un po’ ho esagerato, che non ho fatto proprio tanto bene a dire la verità, la potevo un po’ edulcorare, così per renderla un po’ meno amara.

Che poi è la mia verità, magari per un’altra persona non è vero, quindi perché buttare giù qualcuno solo perché io la penso così.
Sìi certo ogni tanto qualcuno te le tira proprio fuori eh? Sì ci sono quelli che mi stuzzicano, probabile che io gli stia anche sui marroni.
Marroni ? Mica sono del nord io, ma marroni mi sembrava meno volgare. Coglioni? Sì dico coglioni allora.
Probabile che io gli stia sui coglioni, mica no e allora mi vedono che c’è l’ho sulla punta della lingua e mi provocano per vedere fino a che punto arrivo.
Come il mio collega di stanza che infatti gli ho sbottato e glielo ho detto, però dopo 5 anni nella stanza dai, va bene.
Sì in effetti anche altre volte ho sbroccato, e va bene mi vengono questi termini, ma lo sai che non sono così brava con le parole, insomma sì ne avevo parlato anche qui. E allora è accaduto di nuovo e glielo ho detto che è un gran rompicoglioni.
Si proprio così, ho proprio detto: sei un gran rompicoglioni.
Che con tutte queste parolacce mia madre mi avrebbe mollato un ceffone, con la mano quella con l’anello che era l’orecchino di nonna, non di mia nonna, della sua, la mia bisnonna, quell’anello che ora porto io e lo porto sempre con me perché insieme a lui porto con me anche tanti ricordi.
Che poi quando mi succede non mi sento mica tanto in pace con me stessa.
Ho questa cosa qui: se penso una cosa brutta di una persona e gliela dico poi non mi sento bene.
Però alle volte invece mi sento bene.
Sì va bene dico una cosa e poi tutto il contrario.
Bizzarra
Un po’.

Una degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Poi te lo racconto.

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In my shoes – Risalire la china

Mi ricordo che era il 25 aprile.

Il 25 aprile del 2008.

Mi ricordo la sensazione.

È stato il giorno in cui ho bevuto l’amato calice fino alla feccia.
Il giorno del rischio.
Rischio di rimanere intrappolata nella feccia.

Sono stata fortunata.
Sono riuscita a liberarmi.

Ma non mi ricordo l’intera giornata.
Il primo ricordo è come un primo ciak di una scena di un film che non necessariamente è l’inizio del film.

Ricordo come un flash.
Come se quella giornata fosse iniziata in macchina.
Io in macchina verso il mare.
Da sola.
E non avevo nemmeno i cani con me e non mi ricordo perché non ci fossero neanche loro.
Non ti so dire.
Lo sai che mi piace il mare.
Ma evidentemente sono partita tardi perché sono rimasta bloccata nella fila.
Così ho cambiato strada.
E nel cambiare strada la sbaglio e mi ritrovo nella direzione opposta e per ritornare indietro ci metto tanto perché non c’è alcuna possibilità di cambio direzione per chilometri e io inizio lì a sentire il fondo la fila non c’è più e io macino strada senza nessuno davanti a me, ma non era lì che volevo andare.

Quando riesco a trovare il modo per cambiare direzioni ormai i miei occhi si sono gonfiati e sgonfiati di lacrime più e più volte.

Un vuoto di nuovo.

Altra scena che inizia all’improvviso nella mia memoria.

Uno stabilimento a me sconosciuto in un posto di mare che conosco benissimo.

Non so neanche perché ho scelto quello stabilimento, non lo ricordo affatto.

Forse proprio perché era sconosciuto.

Forse per evitare qualsiasi possibilità di incontro con qualcuno di conosciuto.

Forse sono proprio io che sono andata incontro al mio volermi sentire il più sola possibile oppure veramente…Non lo so.

Ho preso una pizzetta rossa e mi sono seduta sulla spiaggia.

E sono rimasta lì a guardare il mare ad ascoltare il mare per non ricordo quanto tempo.

E poi le immagini della giornata finiscono.

Non ricordo assolutamente cosa altro io abbia fatto.

Ma ho perfettamente chiara la sensazione.

Ho chiaro che è dal 25 aprile del 2008 che io ho iniziato a risalire la china.

In my shoes – Vuoto

Vuoto.
Cosa?
Un post. Nuovo. Vuoto.
Come il mio cervello alle volte.
È vuoto.
Non ho opinioni.
Non ho idee.
Non ho nulla da dire sulle idee degli altri.
È una cosa che alle volte mi preoccupa.
Lo portai come argomento, una volta.
Ad un esame?
No.
Come argomento, alla mia terapista.
Le dissi che alle volte non ho opinioni.
Tutti parlano. Hanno da dire la loro.
E io li guardo.
E non ho niente da dire.
E mi spavento.
Il vuoto del mio cervello mi spaventa.
E poi capita che parlo di un argomento e dico delle cose che anche io stessa è la prima volta che le sento.
Strano no?
Lei mi diceva che non era strano. Che non dovevo sentirmi strana se alle volte non avevo opinioni.
Ho ancora dubbi se lei me lo abbia detto per non aggravare il mio spavento o proprio perché credeva in quello che diceva.
Non le ho mai chiesto chiarimenti.
Un po’ me ne pento, avrei dovuto.
Anche se lì per lì mi aveva rinfrancato.
Quindi, ora penso, avrò fatto bene a smettere la terapia?
Anche perché avevo aperto il blog per scrivere di tutt’altro.

Rimane comunque la questione del vuoto.

sono quella

Sono quella cui suonate quando state in macchina e io attraverso sulle strisce mentre con i pollici compongo un sms che provoca un rallentamento dell’andatura.

Sono quella cui suonate mentre state in macchina in coda perché non vado avanti subito quando la macchina davanti procede solo per un pezzetto, perché tanto credo non cambi nulla affrettarsi a raggiungerli: sempre in coda stiamo.

Sono quella cui suonate il clacson quando siete in fila semaforo rosso perché mi sto truccando in macchina, ma sappiate che un occhio è sempre vigile sul cerchio ultimo in basso e che so riconoscere al volo quando diventa verde senza bisogno di avviso né di preavviso.

Sono quella cui suonate quando state in macchina perché è un classico che la macchina davanti a voi vedendomi a passeggio con i cani si ferma per chiedermi indicazioni stradali fermando puntualmente il traffico. È che ci metto un po’ a fare mente locale però sappiate che di solito sbaglio involontariamente me ne accorgo dopo, quindi superate quella macchina perché si dovrà inevitabilmente fermare dopo poco per chiedere nuovamente indicazioni.

Sono quella che incrociate per strada e pensate che stia parlando al telefono con qualcuno con l’auricolare, ma invece no, sto proprio parlando da sola.

Sono quella che pensate stia cantando ascoltando l’iPod mentre cammina per strada, ma invece l’iPod è scarico da mesi, canto da sola le canzoni che mi rimangono in testa dalla mattina.

Sono quella che pensate > ma cosa ha da guardare questa
e invece mi sono semplicemente fissata su di voi pensando ad un’altra cosa, vi guardo ma non vi vedo.

Sono quella che discute con altre persone per strada mentre passeggia con i cani perché puntualmente accusata senza prove delle colpe di tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi – che ho tutte le borse sempre piene di sacchetti perché voi non possessori di cani non sapete che peggio di un umano che pesta la cacchina di cane è un cane a pelo lungo che con la sua zampina pelosa pesta una cacchina di altro cane non raccolta e non sa pulirsi da solo.

Sono quella che se cerca una cosa nella borsa non la trova mai al primo colpo e inevitabilmente si accuccia poggiando la borsa per terra e iniziando a tirarne fuori il contenuto scoprendo di avere dentro cose che cercava un mese fa e pensava di avere perso.

Sono quella che al ristorante chiede che tipo di acqua minerale abbiano, perché non tutte sono buone uguali e la ferrarelle non la sopporto.

Sono quella cui, camminando sui décolleté in maniera fintamente disinvolta, il tacco le si incastra tra i sampietrini lasciandola a piede nudo saltellare per riprendere la scarpa, mentre sta attraversando la strada.

Ecco.

In my shoes – tante vite

Boh non lo so è come riprendere la bicicletta dopo anni, che si dice che non ci si dimentica mai come ci si va, magari barcolli un poco all’inizio ma poi riprendi.
Deve essere così.

È che ho dovuto cambiare occhiali non vedevo proprio più niente e infatti l’oculista si è stupito ché dice che ho più cinque.

E mia madre dice che è impossibile che io abbia più cinque perché lo ha lei e lei senza occhiali non ci vede e allora le dico che anche io non ci vedo per questo sono andata.

Una volta un mio ex mi ha detto che gli ipermetropi sono curiosi e hanno voglia di scoprire il mondo, è per questo che vedono di più.
La trovo una spiegazione che mi calza a pennello e mi piace pensarla così.

Un’altra volta invece l’ex di una mia amica mi ha detto che ho la pelle così perché sono ad una delle mie ultime vite, e quindi è come se la pelle si stesse consumando piano piano.
Anche questa spiegazione la trovo calzante a pennello, ma non mi piace pensarla così.

Vorrei avere ancora tante vite e vorrei ricordarmele tutte.

In my shoes – Tipe gelose

Mi hanno detto che assomiglio al mio cane, il mio cane femmina per la precisione
Lei abbaia molto raramente.
Una di queste rare volte è stata ieri.
Perché Lui ha un cane.
Maschio.
Eravamo andati a prendere un aperitivo e loro si sono avvicinato ad una ragazza con un cane femmina, noi eravamo distanti, li guardavamo, lei immobile, con lo sguardo fisso ha abbaiato.
Così, un paio di bau, decisi, profondi.

Mi hanno detto che assomiglio a lei perché lei non abbaia.
Se non le sta bene qualcosa attacca e basta, ti prende al collo senza avvertimenti e vuole o farti fuori o sottometterti.
Lei è così.

Mi hanno detto che sono così anche io.
Che non avverto.
Che attacco al collo senza preavviso.
Punto.

Perché poi alla fine è vero, è capitato che attaccassi al collo. Metaforicamente. Credo solo perché non ho i denti sufficientemente sani.

Quello che non mi torna è solo che io pensavo di avvertire prima.
Evidentemente non lo faccio a sufficienza.
Perché pare che non se ne accorgano, pare che se attacco al collo sembra che non ci sia un motivo preciso.
Ma io e il mio cane lo sappiamo che c’è un motivo preciso.
E vi avvertiamo anche.
Siete voi che non volete capire.

E poi sì: siamo delle tipe gelose e oggi vogliamo avere ragione noi.

In my shoes – La signora in bianco

Era una signora che vestiva sempre di bianco, capelli castani lisci e lunghi fin sotto le spalle.
Le piaceva alternare i capelli sciolti, o raccolti in una coda bassa.
Indossava sempre un cappello a falda larga anch’esso bianco.
Portava con se anche un ombrello indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
Aveva sempre un aspetto curato, studiato nei particolari, il viso truccato leggermente, in cui metteva soprattutto in risalto la bocca con un rossetto rosso.
Alle volte quando arrivavo la trovavo già lì.
Alle volte arrivavamo insieme.
L’ho osservata per lungo tempo, mi affascinava in qualche modo.

Lei entrava in metropolitana, scendeva le scale per arrivare sempre alla solita banchina e si sedeva sulle panchine di ferro appoggiate al muro.

Si sedeva lì e aspettava, non prendeva la metropolitana.

Non so dirti se qualche volta l’abbia presa, perché quando salivo sul treno lei rimaneva lì.
Nel corso del tempo mi sono fatta l’idea che non abbia mai preso la metro.
Intendo dire mai in vita sua.

Quando si sedeva sulle panchine iniziava a parlare, parlava con qualcuno, non sono riuscita mai a capire chi intendesse.

Alle volte la conversazione si scaldava e lei alzava i toni.
Ma neanche in queste occasioni perdeva il savoir faire.
L’ho detto che mi affascinava, aveva un modo di fare che a me appariva in un certo modo aristocratico.

Perché le persone che hanno classe se la portano dietro per sempre, qualsiasi cosa succeda dentro e fuori di loro.

Poco a poco mi è venuta la sensazione che utilizzasse questi momenti per riuscire a mantenere un suo equilibrio.
Come se quei ritagli di tempo fossero solo per lei.

Era come se avesse lasciato che il suo cervello si ribellasse a quei modi affettati utilizzati per troppo tempo, come se avesse trovato una via di uscita dal suo mondo e si fosse rifugiata in un mondo a parte. Magari anche solo per un po’.
Si lo so sembra assurda come idea.
Ma io avevo l’impressione che lei si prendesse un suo spazio lì seduta su quella panchina, sotto terra, vestita e curata di tutto punto, senza mai perdere la sua classe anche nella bizzaria della situazione.
Avevo l’impressione che in quel suo spazio e in quel tempo tutto suo lei riuscisse a tarare i livelli della realtà del mondo per riuscire a farli convivere con i livelli della propria realtà.

Mi è seriamente dispiaciuto cambiare sede di lavoro perdendo così l’occasione di rivederla ancora.
Ma sono quelle persone che per caso hanno incrociato la mia vita e che mi hanno colpito, cui rivolgo sempre un pensiero.

E mi viene in mente lei ogni tanto perché mi piacerebbe anche a me sfogarmi così a voce alta alle volte senza curarmi di chi mi sta intorno che alle volte invece ci penso troppo come ora questa ragazza vicino a me che ho l’impressione che sbirci ma forse no, magari guarda solo il monitor al centro del vagone e io penso che guardi il monitor su cui sto scrivendo io.
Ecco vorrei infischiarmene, francamente signora in bianco me ne vorrei infischiare anche io.

Very Inspiring Blogger Award

È successo che sono stata nominata.
Ecco è una cosa che mi ha fatto saltare il cuore nel petto, che mi ha fatto emozionare così tanto che anche adesso che ne scrivo sono emozionata.
E poi lo hanno fatto 3 dei miei blogger preferiti e io non amo le catene di sant’Antonio, le interrompo sempre e però questa volta dopo la terza persona che mi ha nominato ho pensato che forse potrei fare un’eccezione, ma siccome spesso faccio le cose a metà la interrompo a metà.
A metà perché insomma non è una catena, cioè sì lo è, ma una catena bella che tu dici a qualcuno che lo apprezzi, e dire a qualcuno una cosa così è bello, e a me ha fatto tanto piacere, ma poi mi blocco a mandare i link ai blog che nominerò così li nomino qui e basta che se qualcuno che non li conosce vuole fargli visita gli dico che io li apprezzo, poi se loro passeranno di qui allora lo vedranno, ma alcuni non mi seguono nemmeno credo, quindi non vedranno neanche questo post, forse.
Una cosa a metà appunto, mi si addice.

Allora, le regole:

1.Copia e inserisci il premio in un post.

2.Ringrazia la persona che te lo ha assegnato e crea un link al suo blog.

Ringrazio tanto tantissimo:

AlexG: http://aereoplanini.wordpress.com/

Prigioniera del deserto: http://prigionieraneldeserto.wordpress.com/

Corvo bianco: http://inciampi.wordpress.com/

3.Racconta 7 cose di te.

Praticamente non faccio altro su questo blog che raccontare cose di me.
Quindi ho pensato di elencare sette cose che proprio non riesco a scrollarmi di dosso:

prima di accendere una sigaretta la sbatto alcune volte dalla parte del filtro per far scendere il tabacco, mi sembra che così tiri meglio.

quando rifaccio il letto il cuscino lo devo posizionare sempre con la parte apribile della federa verso destra, lo controllo anche prima di andare a dormire e soprattutto quando sono in albergo che il letto non lo rifaccio io.

adoro l’ode il Cinque Maggio, la conosco a memoria, la rileggo quando mi sembra di perderla per paura di dimenticarla, e ogni 5 maggio dedico un pensiero a Napoleone e a Manzoni e mi stupisco sempre.

sottolineo i libri che leggo con una matita e metto le orecchie alle pagine in cui ho sottolineato qualcosa.

per molti anni mi sono ciucciata il pollice e contemporaneamente tenevo tra le dita il lobo dell’orecchio. Ho smesso di ciucciarmi il pollice, ma ancora tengo il lobo tra le dita e ancora mi da quella sensazione di serenità che mi dava da piccola.

se scrivo su un foglio a righe non tocco mai la riga, scrivo sempre nello spazio in mezzo che si crea tra una riga e l’altra, per questo preferisco i fogli a quadretti, anche se devo firmare dove c’è la riga, firmo sempre sopra.

metto sempre dritto lo zerbino, mi piace quando è allineato con la soglia della porta di ingresso. Cerco di trattenermi, ma ogni tanto lo faccio anche con gli zerbini dei vicini di pianerottolo.

4.Nomina 15 blogger a cui vuoi assegnare il premio e avvisali postando un commento nella loro bacheca.

Diventa difficile, comunque nominerei i blog che mi hanno nominato, non credo sia nelle regole quindi non lo faccio, ma lo faccio così, poi confermo quanto detto anche sul blog di Alex che mi ha nominato con altre donne che io leggo sempre con gran piacere, insomma i blog che seguo lì ho scelti io, Ariinsomma se continuo a giustificarmi non se ne esce più, ed ho infranto un’altra regola perché non sono 15.

http://andreaferrari.wordpress.com/
http://angolodelpensierosparso.wordpress.com/
http://appenacinqueminuti.wordpress.com/
http://aquilanonvedente.wordpress.com/
http://attraversaremuri.wordpress.com/
http://lalucedelmattino.wordpress.com/
http://invisibileblog.wordpress.com/
http://lamisuradelmiotempo.wordpress.com/
http://emporiocircolare.wordpress.com/
http://nonmibasta.wordpress.com/
http://raccontimetropolitani.wordpress.com/
http://rossodipersia.wordpress.com/
http://tilladurieux.wordpress.com/
http://virginiamanda.wordpress.com/

P.s. Il fatto è che mentre scrivevo l’emozione ha fatto si che saltassi la fermata della metro dove dovevo scendere, ne ho fatta una in più. Ho cambiato banchina, ma ho saltato anche questa volta la fermata, allora ho ricambiato la direzione e finalmente sono scesa a quella giusta.
Ecco che effetto mi fanno i premi.

In my shoes – La Tranvata

Come fosse una sveglia radiofonica, invece la musica suonava esclusivamente nella mia testa e suonava così forte che mi sono svegliata, prima dell’ora prevista gli occhi si sono spalancati al ritmo della mia mente:

ma che colore ha
…ma che colore ha

una giornata uggiosa
…una giornata uggiosa

ma che sapore ha
…ma che sapore ha

una vita mal spesa
…una vita mal spesa

Che il ritmo non sarebbe mica male, è il testo che mi distrugge.

Cosa vuoi dirmi complicatissima mente?
Che io so che sapore ha una vita mal spesa?
Può darsi di si infatti, può darsi che io lo sappia.
C’è però bisogno che mi ci svegli per ricordarmelo?
La prossima volta potresti gentilmente farlo almeno all’ora della sveglia?

Il sapore è quello del vino bianco bevuto ieri sera che si attorciglia con le mie budella innervosite dal testo, dal volume in cui il tutto risuonava, dall’orario, dal fatto che ieri sera e già veramente terminata e che il caffè ancora non è pronto perché il timer è in orario sono io che sono in anticipo.

Il colore è un insieme di quelli che indosso per portare a spasso i cani: stivali, leggins, magliettone, giacca e immancabili occhiali da sole per coprire i postumi di una serata ben spesa, tutto in un tripudio di rosso, nero, marrone, viola, blu.
È indifferente specificare a quali capi di abbigliamento corrispondessero tali colori, tanto il risultato è lo stesso: fanno a cazzotti tra loro, devo averne presi un paio sugli occhi a giudicare dal mio aspetto, quello che ho intravisto riflesso allo specchio stamattina.
Come avessi preso una tranvata.

Un ex collega – un tipo di quelli che sanno tutto loro, di quelli che ti vogliono insegnare a vivere – mi diceva che avevo preso i cani perché mi sentivo sola.
Sono quei tipi così, quelli che non sanno nulla di te, ma vogliono spiegarti come sei fatta.

I cani sono entrati nella mia vita in momenti diversi, e questi momenti corrispondevano a stati d’animo completamente opposti.
L’unico motivo per i quali sono entrati nella mia vita è perché mi sono innamorata di loro a prima vista e non gli ho neanche dato il tempo di pensare se anche loro si fossero innamorati di me, li ho raccolti e li ho portati con me.

Sì mi sono sentita sola molte volte, ed è probabile che mi ci risentirò altre volte nonostante tutto.

Ma non era questo il punto.

Che infatti ora l’ho perso il punto. Che cosa c’entra questo ex collega che mi è venuto in mente?

Non lo so, ultimamente la mia mente si comporta come vuole e io mi trovo a barcamenarmi tra le sue idee.

Io, tutti i miei colori e i miei sapori e i miei cani ci siamo ritrovati sulla via del ritorno dopo il parco a canticchiare:

> Libiamo, libiamo ne’ lieti calici, che la bellezza infiora;
e la fuggevol fuggevol’ora s’inebrii a voluttà.
Libiam ne’ dolci fremiti che suscita l’amore, poiché quell’occhio al core onnipotente va.

Sì sì cantavo!
Va bene, non so mica tutte le parole…quando non le ricordavo facevo na na na naaaaa.

Sì lo so, mi riesce meglio il valzer, lo accennavo, giusto qualche passetto.
Ma guarda che nella mia mente io sono intonatissima!

Certo che sì, il risultato era quello che era…

Il punto c’è comunque, ed è che non bisogna mai sottovalutare il buon umore che ti può provocare una semplice passeggiata con i cani!

In my shoes -Ricordi e quaderni

Stavo pensando di prendere un motorino o una macchinetta elettrica così, perché…te l’ho detto vero? Che ci stanno mettendo i tornelli.
Sì, neanche fossimo in catena di montaggio.
Quindi non vorrei fare tardi la mattina, ma se poi smetto di prendere la metropolitana poi tu ed io parleremmo molto meno, avremmo meno tempo a disposizione, perché la maggior parte delle volte lo facciamo quando sono in metro o mentre cammino per raggiungere le mie tappe pre e post ufficio, quindi sono combattuta.
Ci penserò.
Oggi.
Va bene insomma magari non solo oggi o non proprio oggi.

Oggi, piuttosto, mi era venuto in mente quello che è successo alcuni weekend fa, sai come sono fatta io, prima di raccontare qualcosa devo metabolizzare, ho i miei tempi, ma lo so che tu non te la prendi, ho avuto a come amica che invece se la prendeva, lei non accettava che io le raccontassi le cose in differita, lei voleva sapere tutto ciò che succedeva meglio se nel momento in cui accadeva, ma se non altro almeno entro le 6 ore successive, altrimenti non dimostravo di essere sua amica.

Ma io sono così, ho bisogno dei miei tempi e alle volte prima di raccontare qualcosa magari passano ore o giorni o mesi o anni oppure non le racconto proprio e rimangono solamente nei mie ricordi e però succede che un giorno mi accorgo che questi ricordi non raccontati sono diventati troppi nella mia mente ed è come se non ci fosse più posto come se lo spazio libero rimasto fosse insufficiente per contenerli tutti fosse diventato troppo angusto misero e tutti i ricordi fossero sacrificati lì dentro come se fossero tutti ammassati uno vicino l’altro i miei ricordi.

È come adesso nella metropolitana: parlano tutti, alcuni tra loro, alcuni al cellulare, che da quando hanno messo la linea è un disastro ci sono dei momenti in cui la confusione è tale che io non sento neanche i miei pensieri. Alle volte è così come se i miei ricordi avessero bisogno di uno sfogo, di una via di fuga come in questo momento in cui ne ho bisogno io, avrei bisogno di scendere sulla banchina e non sentire più la confusione.
E allora ne devo buttare fuori uno o due di ricordi per fare posto e farli stare più comodi, ma non è una cosa necessariamente pensata, loro, i ricordi, escono, si prendono il loro libero sfogo, si prendono lo spazio di cui hanno bisogno, approfittano della mia voce, la ingannano e io mi ritrovo a raccontarli.
Io, capisci?
Io, che al tempo non parlavo con nessuno che riempivo pagine di quaderni queli a quadretti mi piacevano i quaderni a quadretti con la copertina rigida e scrivevo, ecco perché quaderno mitico, li chiamavo così i miei quaderni: quaderni mitici, davano asilo ai miei ricordi sfrattati dalla mia mente.

E invece ad un certo punto della mia vita oltre che lasciarli all’inchiostro aggrappati a quelle pagine con i quadretti ho iniziato a lasciarli svolazzare insieme alle parole, li lasciavo volare e lasciavo che il mio interlocutore li raccogliesse e li raccontavo e magari non erano inerenti con l’argomento perché loro non mi avvertono e ne spingono fuori uno a caso il più vecchio o il più debole? O semplicemente quello più vicino all’uscita, quello che si era messo lì che pensava fosse un angolo sicuro invece era l’uscita e si ritrova fuori alla mercé del mio interlocutore.
No, non c’è criterio, ne esce fuori uno così e io mi ritrovo a raccontarlo e poi magari me ne pentirò, che avrei voluto alcuni rimanessero con me e basta e invece mi ritrovo a ricordare che alcuni ricordi li ho distribuiti a delle persone che ho incontrato nella vita glieli ho dati così in un giorno qualsiasi e poi magari queste persone può darsi che neanche le ho più riviste e pensare che loro vadano in giro per il mondo con un mio ricordo così che io gli ho donato senza volere un po’ mi fa strano.

Mi chiedo: cosa ci faranno con questi ricordi?

Li tratteranno bene, ne avranno cura ?

Oppure li lasceranno lì in mezzo ad una strada una sera di maggio magari, in centro, insieme ad una vodka di troppo, li lasceranno li sul marciapiede.
E poi verrano sciacquati via dall’acqua di quelle macchinette della società partecipata dal comune.

Oppure li dimenticheranno.

Oppure ci sarà chi li ricorda, chi li conserva con cura, li custodisce per non farli appassire.

E ci sarà anche chi li ha regalati a qualcun altro come un regalo che non è piaciuto e lo hanno riciclato.

Perché tu non hai mai riciclato un regalo?
Io sì.
Però i racconti no, le confidenze non le ho mai riciclate, le confidenze che mi hanno fatto le ho sempre tenute per me.

Sì un po’ sono cambiata con il lavoro da impiegata un po’ mi sono ritrovata in mezzo a tante parole che neanche volevo sentire e magari le ho anche riferite a mia volta, ma i ricordi degli altri mai.
Li custodisco e ne ho cura.

E alle volte mi fa paura pensare a chi ho dato i miei.

Però per esorcizzare questa paura allora ora li lascio nella rete.

Alcuni si incastreranno da qualche parte altri troveranno dei buchi e scopriranno altri mondi, altri saranno custoditi.
È questo il motivo, non riesco più a farli stare nella mia mente e basta.

Però ora ti volevo raccontare cosa è successo alcuni fine settimana fa e non l’ho fatto, ma la corsa è finita, scendo sulla banchina e mi godo la passeggiata un po’ nel mio silenzio.

Te lo racconto un’altra volta, forse ancora questo ricordo non era pronto a volare, forse doveva fare ancora un po’ di esercizio, come i falchetti che c’erano nella casa in campagna.

In my shoes – La timidezza

Certo se ci ripenso ora mi viene da ridere, alle volte solo da ridere di cuore, altre volte è una di quelle risate profonde che non riesci a smettere che inizia a mancarti il fiato e hai i singulti, quelle che però poi sono così profonde che toccano dei punti così inabissati che è come se i singulti si trasformassero in singhiozzi che poi sono la stessa cosa e ti accorgessi che le cose che stai ricordando alla fine ti hanno lasciato un po’ di amaro in bocca e dentro l’anima.

Perché sai, alcune di quelle cose che da piccola mi hanno segnato e mi hanno fatto soffrire col tempo le ho superate ed è come se le sensazioni che mi avevano provocato le avessi cancellate, ma altre invece col tempo si sono solamente sbiadite, sono come quel tatuaggio che ormai ho fatto saranno 20 anni e se lo guardi in qualche punto la pelle ne ha assorbito il tratto e certi contorni sono scoloriti mentre altri si sono fusi con quelli vicini e non è più facilmente riconoscibile cosa sia tranne che per me e se volessi potrei coprirlo con qualcos’altro e scomparirebbe alla vista, ma sotto ci sarà sempre.

Alcune cose della vita per me sono così.
Ed in particolare è così la mia timidezza e le cose che mi ha spinto a fare e le cose che mi ha spinto a non fare e come ho reagito a lei da piccola, da adolescente e come reagisco a lei ora.

Adesso se penso ad alcune vicende di quando ero piccola legate alla mia timidezza rido e sono quelle risate lì, quelle profonde che però ogni tanto sono amare, tanto amare, e altre volte invece sono risate che escono fuori con gusto e l’altra volta passeggiavo col mio cane, quello più anziano, quello che ora quasi non riesce più a camminare, quello che mi piacerebbe tanto potesse parlare perché un’ancora di salvezza alle volte dovrebbe poter parlare e mi è venuto in mente un episodio.

Non so come mi sia venuto in mente, ma mi capita così quando passeggio con il mio cane e lo guardo e lo vedo sfiorire, mi vengono in mente i ricordi più strani anche se con lui magari non c’entrano nulla.

Insomma, l’altro giorno mi è venuto in mente quell’estate, avrò avuto circa 5 anni ed ero timida, così timida da non parlare, che detto così sembra che lo fossi solo quella particolare estate, ma invece no, lo ero anche prima e poi anche dopo e poi anche ora, è che non so come spiegarmi, che mica è facile spiegare come mi faceva sentire la timidezza, che quando mi dicevano ma di che ti vergogni poi non sapevo spiegarlo bene, non so farlo nemmeno ora.

Vediamo, potrei dire che era come se mi sentissi all’interno di una scatola, una grande scatola, magari non molto grande, una media scatola, va bene anche una piccola scatola, di quelle che hanno le pareti come nelle sale di registrazione, tutte foderate di materiale fonoassorbente, morbido, che è fatto a forma di tante piramidine che fuoriescono e vengono verso di te, e la mia timidezza mi faceva sentire come fossi lì dentro, e mi accorgevo di essere lì dentro, e lì dentro non mi piaceva, e sarei voluta uscire, ed era come se urlassi alla timidezza di lasciarmi in pace, ed era come se lei non mi sentisse con tutte quelle piramidine, ed era come se sbattessi i pugni sulle piramidine, ma tanto non si rompevano, ed era come se ci fosse stata un’uscita, io la vedevo, era come fosse una scatola con solo un lato aperto, magari proprio il lato alto, quello più difficile da raggiungere.
E vedi l’uscita e magari col tempo escogiti anche un metodo efficace per uscire, ma c’è sempre la timidezza li in agguato a deriderti quando non ce la fai, a demoralizzarti ulteriormente quando fallisci, a schernirti quando trovi il coraggio, e lo fa per paralizzarti, per non farti tentare.

Ecco, sai che mi viene in mente? Quel film, non so se lo hai mai visto quel film: cube, no non Ice Cube, no lui è un cantante, sì poi ha fatto dei film, intendo quel film dove alcune persone si ritrovano in una scatola di forma cubica con aperture su ogni lato che portano ad altre stanze cubiche con altrettante aperture ed in alcune di queste stanze esiste una trappola anche mortale e le stanze si muovono una intorno all’altra e loro non riescono a ricordare come sono finiti lì dentro e cercano di uscire e capiscono che le stanze sono numerate con potenze di numeri primi e i cubi si muovono secondo permutazioni che no, non ti saprei proprio spiegare bene cosa siano, ma per individuare le stanze senza trappole bisogna fare dei calcoli sui numeri primi e sono calcoli complicati e insomma se ne salva solo uno e quindi, quindi mi viene in mente la solitudine dei numeri primi e che ti ho svelato il finale del film.

Oppure, oppure non so se hai mai fatto uno di quei sogni in cui vorresti scappare e provi a correre, ma non riesci e i passi sono pesanti e le gambe non riesci a muoverle così veloci come vorresti e hai il fiatone dato dall’ansia e senti di essere in trappola e non riesci ad essere così veloce da scappare.

È come quando dici no non la faccio la pista rossa che casco, ma scii da 30anni e nei hai fatte altrettante di piste rosse e non è una novita la sai fare e però poi la fai e caschi e dici vedi sono cascata e hai fatto tutto da sola.

Non so se mi spiego.

La mia timidezza era subdola, mi condizionava nelle azioni, nei pensieri, anche nei semplici movimenti del corpo e nelle parole, le parole non dette o emesse celermente quasi a volersene disfare in fretta per paura, di cosa non so.

La mia timidezza era ingannatrice, tanto che, per assurdo, mi faceva fare e dire cose che invece che trarmi d’impaccio mi invischiava nella difficoltà e mi faceva sentire ulteriormente a disagio.

Un circolo vizioso creato dalle persone timide esclusivamente per loro stesse, per farle sentire ancora più timide e ancora più in soggezione.

E francamente non so neanche perché io stia utilizzando l’imperfetto o forse sì, perché in fondo è tutto lì, nell’imperfezione, ma è anche qui ed ora, ancora.

Ritorno a quell’estate quando eravamo in piscina e mio padre mi aveva chiesto di andare al chiosco a prendere due supplì e una crocchetta.

Io? Devo andare proprio io? Non può andare mia sorella? che lei è quella spigliata, io mi vergogno, mi vergogno!

Ed è ovvio che io queste parole le abbia solo pensate.

Mi vergognavo di chiedere a quelli del chiosco che conoscevo da tante estati di chiedere due supplì e una crocchetta, avevo così tanta paura come se avessi dovuto portare al chiosco una valigetta carica di esplosivo per far saltare in aria loro, la piscina, tutti gli ospiti, me, i miei genitori, e poi avessi dovuto negare di fronte ad un tribunale internazionale, che non so come avrei potuto fare a stare davanti ad un tribunale se ero saltata in aria con la valigetta…

Insomma mi incammino verso il chiosco, con un’andatura lenta, giusto per allontanare sempre più il momento cruciale e durante tutto il tragitto ripetevo nella mia mente tutti modi possibili per poter dire la frase, per arrivare al chiosco pronta per questa impresa che a me, dal fondo del pozzo infinito della mia timidezza, appariva epica, mastodontica, mi sentivo come Davide di fronte a Golia, solo che Davide poi ha vinto.

Due supplì e una crocchetta per favore. Buongiorno vorrei due supplì e una crocchetta, grazie. Buongiorno per favore due supplì e una crocchetta, grazie. Per favore prendo due supplì e una crocchetta.

Arrivo, mi avvicino al bancone, mi appoggio con le me mani, mi tiro su sulle punte, appoggio quasi il mento, mi sporgo, lui dietro al bancone mi guarda, dimmi mi dice, mi viene un colpo al cuore neanche lo stessi per rapinare, e mi esce veloce tutto d’un fiato:

due crocchì e una suppletta.

Cosa ho detto?
Due crocchì e una suppletta!??

E mi rimbomba nella mente:
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??

E ora mi viene troppo da ridere a ripensarci e l’altro giorno che passeggiavo col cagnone sono scoppiata a ridere così da sola ridevo e cercavo di fermarmi e poi riprendevo a ridere, oddio anche adesso un po’ mi scappa da ridere.

Ma allora non mi sono divertita affatto.

E non è che io diventassi rossa per la vergogna.
No.
Io diventavo viola.
Wroom.
Tutto d’un tratto.
Wroom.
Viola.
Dal bianco.
Al viola.
Senza passaggi intermedi.
E lo sentivo, me ne accorgevo.
Il viso, wroom, diventava bollente, lo sentivo trasformarsi in una maschera incandescente.
E me ne accorgevo ma non riuscivo ad evitarlo era questione di millesimi di secondo.
Neanche i centesimi di secondo quelli per i quali che ne so gli atleti perdono al taglio del traguardo.
No.
Erano porzioni di tempo ancora minori.
Porzioni di tempo infinitesime, per una sensazione di imbarazzo infinita.
Perché dico wroom?
Non saprei ho sempre avuto l’impressione che quello fosse il rumore della manifestazione della mia timidezza sul mio volto.
Wroom.
Anche il rumore wroom dell’invalicabile ulteriore muro che si ergeva tra me e il mondo quando sentivo l’inarrestabile rovente scarica viola.
Wroom.