Sensi di colpa 

Mi sento in colpa se sono felice.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e lo dedico solo a me stessa non portando mia madre da qualche parte.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e porto mia madre da qualche parte non dedicandolo solo a me stessa.

Mio padre mi dice, porta a fare un giro tua madre, mi sento in colpa perché non ho alcuna voglia di portare in giro mia madre, perché mia madre porta in giro con sé una sensazione di incompletezza, di malinconia e io mi sento in colpa anche per questo.

Io l’ho vista felice solo nelle foto del suo matrimonio, e nelle foto del matrimonio di mia sorella, e nelle foto del mio matrimonio.

Però il suo matrimonio non la completa, mia madre dice che ha sempre rinunciato alle sue esigenze per soddisfare quelle di suo marito.

Però mia sorella ha divorziato, mia madre di che che un matrimonio è anche fatto di rinunce, non si possono soddisfare solo le proprie esigenze a discapito di quelle del marito.

Però io non mi sono sposata in chiesa, mia madre dice che non è sicura che sia valido ugualmente, dice che ha chiesto conferma ad un prete.

Però il prete ha detto che è valido ugualmente, mia madre questa volta tace. Un silenzio rimbombante.

Probabile che pensi che brucerò all’inferno.

D’altra parte oltre a non essermi sposata in chiesa ho portato a sopprimere, per evitare ulteriori atroci sofferenze dovute alla malattia, il mio cane, mia madre dice che ha chiesto al prete se è omicidio. Però il prete ha detto che non è omicidio. Mia madre questa volta pare che creda al prete.

Ecco poi ora ci penso e mi sento in colpa: non è tutto vero quello che dico, ossia è vero, ma io a mia madre voglio molto bene e quindi mi sento un’ingrata, piena di sensi di colpa.

Così su due giorni di ferie il primo lo dedico solo a me stessa, combattendo anche un po’ con i sensi di colpa, ma il secondo lo dedico anche a lei, sempre combattendo con i sensi di colpa.

Perché ne avevo due.

E se ne avessi avuto uno?

Mia madre in macchina dice che stava pensando, poco prima che arrivassi, che spera di morire in ospedale perché se muore a casa può darsi che il suo medico di base si rifiuti di fare il certificato di morte, o può darsi che il suo medico di base muoia prima di lei, ma dice che poi si è consolata pensando che mio marito di medici ne conosce tanti, troverà qualcuno che farà il certificato di morte per sua suocera.

Mamma mi sembra un ottimo primo argomento di conversazione, molto allegro.

Ma a me Maria Emma la morte non mette tristezza, spero che Dio mi porti in paradiso, dove starò sicuramente meglio.

Mamma allora non ci incontreremo perché io sarò quella che brucia all’inferno per aver commesso omicidio e aver contratto un matrimonio civile.

E per non riuscire a combattere i sensi di colpa.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit

Eccomi ci sono di nuovo.
È come prendere fiato dopo una lunga apnea.
Ho questa immagine in mente, l’immagine di quando sei sotto l’acqua del mare e guardi su, la vista è increspata, l’udito è ovattato, i movimenti leggeri, sembra tutto lontano, sai che la vita intorno a te scorre, tutto scorre sempre, lo sai bene, ma tu sei in pausa.
Ti piace essere in pausa, ti piace non riuscire a percepire chiaramente ciò che c’è intorno a te e ti viene un sottile desiderio di poter rimanere in questo stato per un po’ di tempo, solo un altro poco, ancora un po’, perché lì sotto non sei obbligata a confrontarti con gli altri, con le situazioni, ci sei solo tu. E il confronto con te stessa lo riesci a gestire è quando ti devi confrontare con gli altri che vacilli che ti metti in discussione, e questa però è la vita cara mia.
Ma poi il fiato si accorcia, gli occhi bruciano e la necessità di tornare in superficie diventa fortissima e proprio quando sei allo stremo delle forze l’istinto di sopravvivenza fa di tutto per farti tornare su a respirare profondamente, a udire distintamente, a vedere chiaramente, e questa è la tua vita cara mia, grazie al cielo.
Perché alla fine non si può e non si deve scappare, soprattutto da se stessi.
Sai perché ho questa immagine in mente?
Perché è come se fossi stata sotto l’acqua per un po’.
E sono stata lì perché avevo bisogno di guardare senza vedere troppo, di sentire senza ascoltare molto, di parlare senza approfondire.
Perché?
Diversi motivi legati per lo più ai distacchi terreni.
Agli inevitabili distacchi che fanno parte della vita.
Amara consolazione sapere che sono parte della vita e sono inevitabili.
Non si è mai pronti comunque.
Ora però ho bisogno di stare in superficie e so che posso rimanerci.
Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

> Forse questo fatto del respirare mi sta sfuggendo di mano

Stanotte

Stanotte ho sognato mio figlio.

Non era bello, ma era felice.

Giocava sulla sabbia e ne mangiava un po’ e rideva.

Io gli ho tolto la sabbia dalla bocca e l’ho preso in braccio.

Siamo entrati nel mare e ci guardavamo, lui sorrideva.
Giocavamo con le onde saltandole.

L’acqua mi arrivava alla spalla e lui lo tenevo sul mio fianco più in alto della mia spalla e si bagnava un po’, perché io saltellavo, salivo e e scendevo e lui mi guardava e rideva.

È strano che io abbia sognato mio figlio, perché io non posso avere figli.

Lui è il mio figlio mai nato.

Biondo con gli occhi azzurri.

Non era bello, ma era felice.

In my shoes – furti

Ma certo che no!
Certo che non mi sono dimenticata di te!
Cosa è successo?

È successo che ho avuto un leggero inconveniente.
Mi hanno rubato la borsa.
E sai quei giorni in cui ti dici tanto che vuoi che succeda e vai di corsa e prendi la borsa al volo per andare a cena e non la svuoti di tutte quelle cose che ci hai infilato dentro la mattina, che anche se non ti servono a niente ti dici, appunto, tanto che vuoi che succeda, non cambio borsa.

E allora la sera a cena con gli amici hai la tua borsa carina, con tutte le tue cosine dentro, quelle utili e quelle futili, oltre a soldi, chiavi di casa, le tue e quelle di lui che quella sera, non lo ha mai fatto, ti chiede di tenergli le chiavi di casa in borsa, poi hai ovviamente il cellulare perché non ti piace appoggiarlo sul tavolo durante la cena; l’iPad che è stato per me il colpo più duro e non mi dire lo hai fatto “trova il mio iPad” che l’ho fatto ma non l’ho trovato; la carta di identità; il codice fiscale che è anche inutile tessera sanitaria; la patente; gli occhiali da vista perché quella sera ti sei tolta le lenti e ti sei detta porto gli occhiali e però poi ti danno fastidio e siccome anche quelli ti scoccia poggiarli sul tavolo della cena allora li infili in borsa; la carta di credito che è anche bancomat; la carta di credito ricaricabile che su internet ti senti più tranquilla con quella per comprare; il libretto degli assegni che ti chiedi ancora perché esistano gli assegni e perché tu ne hai comprato un carnet che con tutti queste possibilità di pagamento che hai nella borsa sembri una ricchissima e invece sei una qualunque impiegata statale che arriva sul filo del rasoio a fine mese; card di abbonamento annuale sui malfunzionanti, maleodoranti, malcollegati mezzi pubblici di questa splendida città mal governata; altre ennemila card inutili che accumuli lungo i mesi in cui entri nei negozi magari per comprare una cretinata e loro ti dicono – ma la vuole la nostra card? Ė gratis e le darã tanti vantaggi – e allora ti ritrovi il portafoglio gonfio di card, non di soldi, di card che ti danno vantaggi.
Sì vantaggi…
Ma non dimenticarti che avevo nel portafoglio anche – l’utilissimo per andare a cena – badge aziendale.
E poi di solito non ho mai contanti, perché io sto comoda a pagare col bancomat, ci pagherei anche le sigarette col bancomat, e quel giorno invece avevo anche i contanti.

Comunque, ero a cena.

E allora a cena, io che sono una farloccona, poggio la borsa sulla spalliera.

Ma a mia scusante c’è il fatto che ero nel posto vicino al muro, quindi la borsa era tra me e il muro, che il ristorante lo conosco bene ci vado spesso, che era pieno, che noi eravamo sei a tavola…
insomma nulla, nessuno si accorge di nulla,tantomeno io che ero la diretta interessata e la mia borsa sparisce così.

E quindi cara sono stata forzatamente distaccata dal mondo esterno.

Però ora che ho recuperato quasi tutto rieccomi qui.

In my shoes – Verba saepe obscura erant

Cerco di spiegare il mio punto di vista.

Quello che mi procura pena, è che Acca non riesce a stare nei momenti di serenità.

Acca ha questa predilezione per la malinconia, l’ansia, l’angoscia, i tormenti in generale.

Acca, se annusa che qualcuno intorno a lei profuma di serenità, anche fosse solo per un momento, tira fuori dai cassetti della sua mente quell’episodio buio e malinconico legato alla vita della persone in quel momento serena e glielo sbatte in faccia, come uno schiaffo, come quando vuoi far rinsavire qualcuno che ha perso la bussola.

Acca non tollera che si possa avere un periodo privo di pensieri.

Che poi diciamocelo, parliamo solo di periodi, che i pensieri li abbiamo tutti.

Però abbiamo anche momenti di serenità.
E stare nei momenti di serenità è importante.
E soffermarsi su questi momenti può ricaricarti, può darti nuove spinte.

La differenza è che Acca, però, cerca di soffermarsi solo sui momenti spiacevoli.

Ed Acca non vuole che noi ci pensiamo troppo, invece, ai momenti piacevoli.

Sembra orribile vero?

Ma il paradosso è che poi Acca quando vuole, no anzi mi correggo, con chi vuole Acca è tutto il contrario.

Con chi vuole Acca è combattiva, consolatoria, risolutiva, spronante.

Mi dispiace, quindi, che ultimamente non mi senti o che, se mi senti, ho questo umore un po’ angosciato.

Ho una sorta di magone.

È un peso che sento fisicamente sul cuore, e non capisco perché dovrei averlo.

Nel senso che non è un brutto periodo per me, mi sono ripresa dalla tristezza del fallimento del mio progetto a febbraio, ho metabolizzato la morte della mia ancora di salvezza, il mio amatissimo cane – no, non gli dedico una chiacchierata per il momento…dici che allora vuol dire che ancora non ho metabolizzato? Può darsi… –
Ho deposto le asce di guerra in ufficio per viverlo un po’ più serenamente…

Ed è per questo che Acca sembra quasi mi abbia preso di mira, è per questo che sento alle volte l’angoscia nel cuore, perché non c’è pranzo domenicale in cui lei non tiri fuori dai suoi archivi nebulosi personali, fatti torbidi con date e orari precisi per far riaffiorare in me quelle medesime sensazioni angoscianti che lei sa che io ho provato.
E cerca quindi di seminare l’angoscia a tutti.

Come se alle volte la famiglia non avesse il diritto di essere serena.

Come se lei volesse affossarla appena ne sente la presenza.
Come fosse una cosa brutta, come fosse la gramigna che non deve proliferare.

Questa è la sensazione che ho.

E ad averla mi sento male.
Mi sento male perché ad Acca io voglio bene.
Perché Acca mi ha aiutato tanto e molte volte e non ho capito cosa ha Acca ora che non va.

Ed io vorrei aiutarla, ecco, vorrei, devo solo trovare il pertugio per poterlo fare, pertugio perché lei sembra proprio chiusa in se stessa.

Sono esistite ed esistono persone che nel tormento hanno composto musiche meravigliose, poemi immortali, invenzioni geniali, scoperte rivoluzionarie, ed io nel tormento invece non so mettere neanche due parole in croce nella mia madrelingua.

E così questa conversazione è un’accozzaglia di parole messe alla rinfusa

in my shoes – Sciura

È come quando pensi che vuoi tagliarti i capelli e ti capita che intorno a te vedi solo donne con i capelli corti.
E allora li tagli.
E poi sogni che ti sono ricresciuti e non vedi l’ora che il sogno si realizzi e intorno a te non vedi altro che donne con bellissimi capelli lunghi.
Ecco. (Si ogni riferimento a me stessa non è puramente casuale).

Sarà che ho da poco superato i 40, sarà che iniziano i compleanni degli amici che iniziano a superare di gran lunga i 40.
Sarà quello o qualcos’altro, ma da un po’ di tempo mi sembra di essere circondata solo da persone che non fanno altro che farmi pensare alla mia età, e mi ci fanno pensare in negativo, come fossi vecchia.

Ti ricordi del nuovo assunto che mi ha dato del lei, te ne ho parlato qui.
Beh è un esempio.
Poi ieri passeggiavo con i cani, ero sul marciapiede e sento:

scusa!

Mi giro e sul ciglio della strada era fermo un tipo su uno scooter. A mio modestissimo avviso era un mio coetaneo.
Appena mi guarda da davanti:

ah, scusi, per la via tal de tali?

Tu non so sei hai presente la serie Ally Mac beal, che lei davanti a te sorride e dentro invece si immagina la scena di urlarti addosso?
…sì io mi sentivo come lei. Ho avuto la tentazione di indirizzarlo dalla parte opposta.

E poi in ufficio…
E stranamente tutte queste informazioni mi vengono da Ca, che insomma io l’ho detto la considero un’amica.
Solo che di punto in bianco, senza alcun sollecito, mi parla spesso del mio aspetto e di come lo dimostro. Che io, voglio dire, su questo aspetto a voce alta non mi lamento mai!
Che dici, si sentirà ugualmente?

Maria Emma fai bene a vestirti da ragazza.

Scusa Ca ma che vuol dire?

Che fai bene alla tua età ti vesti da ragazza e non da “Sciura”, fai bene, finché puoi.
Perché poi da dietro sembri proprio una ragazza, certo poi da davanti si vede la tua età.

Ca, praticamente :
Dietro liceo davanti museo…, mi piacerebbe ti ricordassi queste tue parole e ci ripensassi tra cinque anni, quando ne compirai 42 e vorrei mi dicessi come ti fanno sentire.

Va bene Maria Emma non ti arrabbiare io dico la verità, l’amicizia è anche questo.

Ma sì, per carità … Certo però l’amicizia è anche una bugia messa bene… Oppure il silenzio, tanto non ti avevo chiesto nulla…

Come? Cosa indossavo? Pantaloni, stivali, camicia e cardigan.

P.s. Scusa ma una Sciura, come si veste?