U come Uomini- Il Dentista

Uno degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Quando ha aperto lo studio sotto casa mia io ero al primo anno di università e lui per promozione lasciava bigliettini pubblicitari nelle cassette delle poste, e considerato che si trovava a 2 minuti a piedi, sono andata a fare la prima visita.
Lui ha una decina di anni più di me quindi all’epoca ne avrà avuti 29, la prima impressione è stata buona – e lo sappiamo entrambe che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione – è per questo che da quel giorno è diventato il mio dentista di fiducia e lo è rimasto per tanto tempo.
Perché la sparizione, la mia, risale a circa 3 anni fa quindi un rapporto dottore paziente durato circa 20 anni…non male.

Ahhahaha lo so sono di più ! Ma non si chiede l’età ad una donna!

Ecco, il dentista è sempre stato molto complimentoso con me, nel senso che mi riempiva di complimenti, con gli anni la complimentosità è aumentata in maniera esponenziale, non mancava occasione in cui non manifestasse il suo apprezzamento, il suo gradimento, il suo consenso, la sua estimazione.
Mi invento le parole?
Ah sì?…

Comunque…tutta questa complimentosità mentre io ero lì sdraiata a bocca aperta con il trapano che mi rimbombava nel cervello l’anestesia che mi addormentava dalla mascella alla tempia e che rimaneva così per le successive enne ore che non si sa perché ma io l’anestesia la smaltisco nell’anno del mai.

E mentre lui si prodigava in complimenti e approcci sempre più espliciti io ero lì che mi sudavo le mie sette camicie in preda ad un’ansia e una paura che solo il rumore del trapano mi provoca stesa sul lettino in pelle che poco aiutava la mia agitazione.

Col tempo la durata dei miei appuntamenti era assimilabile ad un lasso di tempo a dir poco infinito, no, no, non era una mia impressione, era proprio così, a quanto pare col passare degli anni ogni lavoro da eseguire sui miei poveri denti diventava man mano più difficile, è così che il dentista giustificava questa mia permanenza nel suo studio ed ogni appuntamento non era mai quello risolutivo.
Beh insomma all’inizio sì, ad un certo punto riusciva a sbrogliare il bandolo dalla matassa o come si dice.
Tra l’altro dopo un po’ ho iniziato a chiedermi come potessero sopportare questa attesa infinita i pazienti che avevano l’appuntamento dopo il mio.

Col tempo evidentemente la durata della mia permanenza sotto i ferri non era sufficiente e quindi finito l’appuntamento mi invitava nella sua stanza e mi mostrava una qualsiasi sciocchezza che custodiva lì.
Per esempio il suo Mac – no, non fraintendere, intendevo proprio il computer – le fotografie in esso custodite, la musica da lui preferita, i video di lui e la sua band.
Che devo dirti poi non era mica male la sua band.

Col tempo anche questo non risultava sufficiente così ha iniziato a suonare qualche pezzo dal vivo, grazie alla tastiera che teneva lì nella stanza dei balocchi appoggiata al muro, e mi invitava ad ascoltarlo accomodata su quel bel divano in pelle tre posti.
E tutto finiva quando la sua assistente bussava per sollecitargli l’appuntamento successivo.
Che devo dirti anche su questo suona e canta anche molto bene.

Col tempo forse ha visto che avrebbe dovuto coinvolgermi di più, così ha iniziato a chiedermi di unirmi a lui nel canto mentre suonava la tastiera.

Sì, è vero, te l’ho anche raccontato che una delle cose che mi sarebbe piaciuto fare, proprio come sogno nel baule, sarebbe stata la cantante e, non ricordo, ma credo proprio di avere omesso una cosa fondamentale:
sono stonatissima, ma non stonata normale, sono peggio di Flavia Vento quando cantava da Mammuccari…
Strana ambizione infatti la mia…ho cantato anche al matrimonio di mia sorella, l’ombelico del mondo di Jovanotti.
E poi ho cantato anche al compleanno di mia madre, che mio zio suona, come tutti i miei cugini, e cantano tutti oltre a suonare, anche mio padre canta, insomma in quell’occasione mio zio suonava e mentre io cantavo urlava:
tojeteje er microfono!

Comunque ovviamente non ho cantato con il dentista.

E più io non alimentavo i suoi complimenti più i suoi approcci diventavano insistenti.
È ovvio.

Col tempo ha iniziato ad inviarmi email con barzellette che diventavano man mano più spinte che puntualmente quando mi vedeva le richiamava e alludeva a quelle con approcci dal vivo.
Che dire..questo mi infastidiva un bel po e soprattutto quando una volta lo fece davanti al mio nipotino che all’epoca era proprio piccolo e poi a rispondere alle sue domande ero io mica il dentista.

C’è stato poi quel grave lutto che lo ha colpito ed il tutto ha subìto in arresto…

Non subito ovviamente, però dopo un po’ ha tentato nuovi metodi ed è iniziato il periodo dei racconti sulle sue avventure sentimentali.
Beh sentimentali…non so quanto sentimento ci fosse in effetti.
Con quei racconti immagino cercasse di alimentare la mia curiosità sperando di farmi accendere la lampadina della voglia di provare se fossero veri o meno…
Mmmh, no…non si è accesa alcuna lampadina.

E poi alla fine credo di aver capito che sia arrivata anche una storia più seria, ma lui con me cercava sempre di sminuirla tra uno sguardo strano della sua assistente e un suo ammiccamento.
E Giacomino si sposa!
Sì, ma niente di serio…

Certo durante i racconti sulle avventure sentimentali io rimanevo a bocca aperta, ma esclusivamente per il fatto che dentro c’era il suo trapano.
Aridaje! Hai ragione, continuo con questi fraintendimenti.

Che insomma lo sai bene, non è questione che io me la tiro, mi conosci, quando mi piace qualcuno non mi faccio mica problemi.
Qui la questione è un’altra ed è semplicissima:
a me il dentista non piaceva proprio.
Ed è questione che quando non mi piace qualcuno non c’è verso.
Anche se poi alle volte mi incaponisco…
Sì sì hai ragione, mi incaponisco domandandomi come mai non mi piaccia uno che insiste tanto e allora cerco di capire perché ed è per questo che poi un giorno ho accettato il suo invito, un giorno dico di sì, così, quelle cose così e tanto si aspettava un no come risposta che quella volta che ho detto si non ci credeva. Nemmeno io in fondo ci credevo.
E invece siamo usciti.

No, è andata bene, mi sono divertita.
Anche a vedere come non aveva affatto gestito bene la sua organizzazione con chi evidentemente lo aspettava a casa.
Che se squilla il telefonino e alla vista del chiamante inizi a tentennare, stacchi l’apparecchio al volo eliminando il kit viva voce e inizi a:
Non sento bene, la linea è disturbata, pronto, pronto…
E attacchi sorridendo dicendo ho il cellulare un po’ scarico meglio che lo spengo, a me viene in mente solo che la nostra uscita non è alla luce del sole.

No, non è successo nulla, la prova si è limitata all’uscita non sono andata oltre, strano sì questa volta è andata così.

E no, non ha desistito.
Anzi, ha incrementato. Ma incrementato così tanto che per due anni mi ha tenuto in cura un dente.
Due anni, una volta a settimana, per un’oretta circa, oltre agli inviti nella sua stanza.
E non guariva mai.

Ed è allora che io ho iniziato a spazientirmi, dai sono stata anche paziente, in tutti i sensi, e te l’ho detto anche altre volte che lo sono, qui.

Però poi basta.

Ho iniziato a rifiutare i post appuntamento nella sua stanza e a declinare in modo sempre meno diplomatico i suoi inviti serali.

E poi un giorno ho detto che non sarei più tornata che il dente me lo tenevo così che non ne potevo più e lui mi ha detto che così non mi avrebbe più visto e allora potevamo magari uscire insieme e io gli ho proprio risposto no, non ho voglia di uscire con te, con quel tono lapidario che mi esce quando sono all’esasperazione e quella mia espressione no way di cui ti ho già parlato qui.

Lui?

Lui:

“Peggio per te Maria Emma.
Tanto la tua bellezza non durerà per sempre e allora poi vedremo che succederà quando non avrai più inviti da rifiutare.”

Non sono mai più tornata.

I conti li ho saldati ? Certo che sì, per un lavoro incompleto.

Sparito lui?

Beh la verità è che mi ha wazzappato diverse volte, ma io non ho mai risposto.
Ora è un po’ che non si fa vivo.

Ah, il dente? Il dente con tre appuntamenti da un altro dentista ho risolto.

In my shoes – sparizioni

E che vuoi farci alla fine anche a me è capitato di sparire, un po’ alla chetichella, senza dare troppe spiegazioni.
Eh sì, lo so cosa pensi…
Ma guarda non ti credere, io le ho pagate le mie fughe, le ho pagate tutte.
E le ho pagate sia per analogia che per contrappasso.

E non è che non abbia dato spiegazioni perché non ci fossero motivi.
No, i motivi c’erano, ma magari non ho trovato le parole.
Non le ho trovate perché non pensavo fossero cose belle da dire.
Perché insomma mi accorgo che spesso le cose che penso potrebbero ferire l’altro, non è che sempre si possano servire dei pugni nello stomaco così senza pensarci.

Che poi alla fine anche sparire sortisce lo stesso effetto delle parole scomode. Fa male forse anche di più, il dolore è aumentato dalla vigliaccheria della sparizione.

Quindi sì è vero, non c’è bisogno che mi ripeti che io stessa molte volte ho preteso spiegazioni, mi sono ostinata a chiederle a chi è sparito dalla mia vita in silenzio.

Se vale per me il ragionamento dovrebbe valere anche per gli altri.

È che alle volte sarà la timidezza, o semplicemente paranoia, o è più semplice la timidezza? O sarà il senso di colpa o sarà che ho bisogno di sapere.
Sarà quello che voglio ma come io non fornisco spiegazioni non posso pretendere di riceverne sempre.
E non posso neanche sempre nascondermi dietro la timidezza e il senso di colpa.
Oppure sono loro che nascondono me?

Non è che possa sempre spiattellare in faccia alle persone ciò che penso.
Sì è vero alle volte lo faccio comunque, infatti poi lo vedo la faccia che fanno, quella faccia lì che mi accorgo che un po’ ho esagerato, che non ho fatto proprio tanto bene a dire la verità, la potevo un po’ edulcorare, così per renderla un po’ meno amara.

Che poi è la mia verità, magari per un’altra persona non è vero, quindi perché buttare giù qualcuno solo perché io la penso così.
Sìi certo ogni tanto qualcuno te le tira proprio fuori eh? Sì ci sono quelli che mi stuzzicano, probabile che io gli stia anche sui marroni.
Marroni ? Mica sono del nord io, ma marroni mi sembrava meno volgare. Coglioni? Sì dico coglioni allora.
Probabile che io gli stia sui coglioni, mica no e allora mi vedono che c’è l’ho sulla punta della lingua e mi provocano per vedere fino a che punto arrivo.
Come il mio collega di stanza che infatti gli ho sbottato e glielo ho detto, però dopo 5 anni nella stanza dai, va bene.
Sì in effetti anche altre volte ho sbroccato, e va bene mi vengono questi termini, ma lo sai che non sono così brava con le parole, insomma sì ne avevo parlato anche qui. E allora è accaduto di nuovo e glielo ho detto che è un gran rompicoglioni.
Si proprio così, ho proprio detto: sei un gran rompicoglioni.
Che con tutte queste parolacce mia madre mi avrebbe mollato un ceffone, con la mano quella con l’anello che era l’orecchino di nonna, non di mia nonna, della sua, la mia bisnonna, quell’anello che ora porto io e lo porto sempre con me perché insieme a lui porto con me anche tanti ricordi.
Che poi quando mi succede non mi sento mica tanto in pace con me stessa.
Ho questa cosa qui: se penso una cosa brutta di una persona e gliela dico poi non mi sento bene.
Però alle volte invece mi sento bene.
Sì va bene dico una cosa e poi tutto il contrario.
Bizzarra
Un po’.

Una degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Poi te lo racconto.

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U come Uomini – l’ingegnere

Come…?
Non hai capito?
… Eh no infatti stavo più o meno borbottando…che mi viene così…
Dicevo che l’ha rifiutato…insomma sì lo ha aiutato perché pare che sia regredito del 20% che dai non è male.
Dice che era preso da un cordone ombelicale.
Beh non so spiegarti meglio, lui si me lo ha spiegato sono io che non ho capito bene come funziona…
Insomma ora deve fare il trapianto di midollo… Sì è in una lista internazionale.
Sì perché dice che ne avevano trovato quattro qui in Italia di donatori compatibili, ma poi si sono rifiutati…
Sì erano nelle liste, ma poi alla chiamata si sono tirati indietro…
no questo non lo so, non so come funziona…
Sì pare che poi alle spiegazioni dell’operazione e del post operatorio poi si siano spaventati…
Eh no..non lo so se glielo spiegano già quando diventano donatori..non le so io queste cose…

Lui?
Lui era un po’ arrabbiato, un po’ triste, ma anche allegro, insomma lui ha sempre quel suo bel carattere..
Che poi diciamocelo è quello che lo manda avanti.

Abbiamo preso un aperitivo, anche se lui non avrebbe potuto.
Mi ha fatto vedere le foto, sì si faceva le foto durante le cure! Con quelle espressioni lì che fa lui, con quel sopracciglio alzato, senza capelli, senza più i suoi baffetti, con tanti chili in meno, che a vedere certe fotografie glielo ho detto che non sembrava neanche lui, però sempre un gran bel marcantonio, che lui lo è anche con la mascherina e la flebo attaccata al braccio.

Sì certo, lo so bene anche io che sono di parte.
Io con lui ho interpretato molti dei ruoli che si possono interpretare nelle relazioni tra uomo e donna: amici, amanti, fidanzati.
Ci sono stati indifferenza, amore, odio…

Poi lui mi ha detto sai quando finirà tutto questo mi sposerò, ma non immagini con chi, nessuno immagina con chi.
Abbiamo iniziato a rivederci già da un po’.

E io l’ho guardato e gli ho detto con Sara.

Come hai fatto?

E come ho fatto…io ho sempre pensato che non vi sareste mai dovuti lasciare, io vi ho visti insieme e si vede…si vedono tante cose.
Sono contenta. Sono contenta se vi sposate.

Ma sono triste ed ho paura ho paura di non rivederlo ho paura che non si trovi nessuno.
E mi ripassano in mente tutte le immagini…

Che te le racconterei pure ma non hai idea di chi è appena entrato in metro … Ah lo senti eh?! Certo la voce roca inconfondibile di chi la vita se l’è quasi completamente fumata, dovresti vedere come è di aspetto, è ugualmente roco. La sua voce ha mandato in frantumi i miei pensieri.

Te ne dò novemila, novemila a fine ottobre e poi non se ne parla più. Cinquemila? Cinquemila te ne bastano?

È arrivata la mia fermata. Provvidenziale.
Tutto sommato provvidenziale anche il roco che mi ha aiutato ad uscire dal vortice di quelle immagini e dai pensieri bui dove stavo precipitando.

U come Uomini – Zio, il ricatto

Tre minuti.
I treni nel periodo estivo sono rallentati, le corse sono di meno, vanno giustamente in ferie.
I conducenti intendo.

Mi viene in mente – È vero … L’ho già detto – che io la metro non l’avrei mai presa in vita mia se non fosse stato per il mio primo lavoro da impiegata.

O meglio penso che non lo avrei mai fatto, ma poi sai come è la vita: non si sa mai.
Scopri sempre cose nuove.
Come quella che ho scoperto io.
Che poi ho scoperto anche che ero l’unica della famiglia che non lo sapeva.
Sembra sempre che la piccola di casa non cresca mai.
Mi hanno detto del ricatto che ha fatto mio zio a mio padre.
Non me lo hanno detto prima per non farmi arrabbiare.
Perché in mezzo a quel ricatto c’ero proprio io.
Io che non gli avevo mica chiesto niente.
Lui ha fatto e disfatto tutto.
E mio padre, che poi dei fratelli è quello più tollerante, nella sua grande intolleranza verso il genere umano (quindi pensa gli altri), ha lasciato correre.
E me lo ha raccontato solo pochi mesi fa.
Dopo 11 anni.

Così io adesso a mio zio lo voglio vedere il meno possibile.
Che già non era il mio zio preferito. Che il mio zio preferito purtroppo non c’è più da tempo.

Era uno scherzo, mi hanno detto che sarebbe venuto anche lui a cena.
Beh ovviamente non quello, lui non c’è più.
Magari fosse stato lui.

Gli ho detto: scherzi?
No.
Dimmi che scherzi.
No.
Io non vengo: Mi rovinerebbe la cena. Io lui non l’ho mai sopportato tanto, ma dopo quello che ho saputo ancora meno.
Ma è il compleanno di zia.
Pazienza, zia capirà.

Io l’ho detto?
Io.
Pensavo di essere l’unica a pensarla così
E invece quando poi hai il coraggio di tirare fuori certe cose scopri che ci sono loro che la pensano come te e tu non lo sapevi.
Possibile che io, quella che della famiglia che parla di meno, quella che si tiene sempre tutto dentro o al massimo lo tiene su un foglio di carta, debba essere la prima che parla?

E allora poi si dice che non si invita perché sennò Maria Emma non viene.
È una specie di scarica barile su l’unica persona che ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce che lui è insopportabile.
E poi scopro che anche mia sorella ormai a lui non lo sopporta più.

Lei però lo sapeva già da tempo del ricatto.

Ma lei è brava a mantenere sane pubbliche relazioni.
Io no.

A me basta e avanza mantenere buon viso a cattivo gioco un giorno l’anno, il giorno del fatidico incontro con tutta la famiglia per Natale.
Per il resto dei giorno posso anche farne a meno.
Perché altrimenti gli vorrei dire che i bambini vanno trattati bene.
Che le urla, le minacce, il tono duro, i ceffoni, gli sguardi di rimprovero ti rimangono dentro.
Che i bambini lo sentono quando non sono graditi.
Che i sogni degli adolescenti non vanno denigrati, derisi, ridicolizzati, ma andrebbero incoraggiati.
Gli direi che non si mettono in imbarazzo le persone davanti al loro fidanzato, che non è divertente fare delle battute di spirito di dubbio gusto.
Gli vorrei dire che le persone vanno rispettate.
Che io lo trovo insopportabile con quella sua perenne espressione di disgusto quando qualcuno gli parla di se.
Lo trovo insopportabile quando non ha mai una parola buona per qualcuno.
Trovo insopportabile la sua eterna critica nei confronti delle idee e dello stile di vita di chiunque tranne che quello di sua figlia.
Trovo insopportabile quando lui ci dice quanto lei sia intelligente.
Trovo insopportabile quando lui ci dice che quello che fai lei è fantastico, che il suo lavoro e bellissimo e lei è bravissima.
Ma quale lavoro scusami??!! – gli vorrei urlare in faccia!
Quale lavoro se non ha bisogno di lavorare per vivere?
Ah ho capito.
Ma quelli non sono lavori, quelle sono passioni che lei fortunata riesce a coltivare perché non deve per forza alzarsi la mattina e timbrare un cartellino o avere a che fare con un capo o con dei dipendenti o con che so io!
Quale bravura c’è nel vivere coltivando i tuoi hobby e basta perché tanto non hai problemi ad arrivare a fine mese?!
Sarebbero bravi tutti!

Beh sì, sì è ovvio. Quello che leggi nelle mie parole è sia rabbia che invidia.
Si invidia.
Sono umana. E gli esseri umani la provano l’invidia. Che poi ci sono quelli che si nascondono e dicono “è un invidia buona”. Boh io non lo so se la mia è un invidia buona… Mi sa tanto che è cattiva…un invidia cattiva.
Eh beh, mica possono essere tutti buoni.

Così io l’ho detto.
E, come capita spesso, io divento la scusa per fare una cosa che tutti avevano in mente, ma che non avevano il coraggio di fare.
Benissimo addossate tutte le responsabilità su di me liberando la vostra coscienza, che i pensieri cattivi su altri esseri umani non sono cristiani. Dovremmo sopportare ed offrire al Signore le nostre sopportazioni.
E no.
Oggi no.
Oggi io non voglio mettermi in questa situazione.
Oggi io sono cattiva come la mia invidia.
E forse non è limitato ad oggi.
È ora che si dicano le cose come stanno.

Non te l’ho raccontato bene il ricatto.

Ci sarà occasione.

E non so nemmeno se ricatto è il termine esatto.

In my shoes – Risalire la china

Mi ricordo che era il 25 aprile.

Il 25 aprile del 2008.

Mi ricordo la sensazione.

È stato il giorno in cui ho bevuto l’amato calice fino alla feccia.
Il giorno del rischio.
Rischio di rimanere intrappolata nella feccia.

Sono stata fortunata.
Sono riuscita a liberarmi.

Ma non mi ricordo l’intera giornata.
Il primo ricordo è come un primo ciak di una scena di un film che non necessariamente è l’inizio del film.

Ricordo come un flash.
Come se quella giornata fosse iniziata in macchina.
Io in macchina verso il mare.
Da sola.
E non avevo nemmeno i cani con me e non mi ricordo perché non ci fossero neanche loro.
Non ti so dire.
Lo sai che mi piace il mare.
Ma evidentemente sono partita tardi perché sono rimasta bloccata nella fila.
Così ho cambiato strada.
E nel cambiare strada la sbaglio e mi ritrovo nella direzione opposta e per ritornare indietro ci metto tanto perché non c’è alcuna possibilità di cambio direzione per chilometri e io inizio lì a sentire il fondo la fila non c’è più e io macino strada senza nessuno davanti a me, ma non era lì che volevo andare.

Quando riesco a trovare il modo per cambiare direzioni ormai i miei occhi si sono gonfiati e sgonfiati di lacrime più e più volte.

Un vuoto di nuovo.

Altra scena che inizia all’improvviso nella mia memoria.

Uno stabilimento a me sconosciuto in un posto di mare che conosco benissimo.

Non so neanche perché ho scelto quello stabilimento, non lo ricordo affatto.

Forse proprio perché era sconosciuto.

Forse per evitare qualsiasi possibilità di incontro con qualcuno di conosciuto.

Forse sono proprio io che sono andata incontro al mio volermi sentire il più sola possibile oppure veramente…Non lo so.

Ho preso una pizzetta rossa e mi sono seduta sulla spiaggia.

E sono rimasta lì a guardare il mare ad ascoltare il mare per non ricordo quanto tempo.

E poi le immagini della giornata finiscono.

Non ricordo assolutamente cosa altro io abbia fatto.

Ma ho perfettamente chiara la sensazione.

Ho chiaro che è dal 25 aprile del 2008 che io ho iniziato a risalire la china.

In my shoes – Vuoto

Vuoto.
Cosa?
Un post. Nuovo. Vuoto.
Come il mio cervello alle volte.
È vuoto.
Non ho opinioni.
Non ho idee.
Non ho nulla da dire sulle idee degli altri.
È una cosa che alle volte mi preoccupa.
Lo portai come argomento, una volta.
Ad un esame?
No.
Come argomento, alla mia terapista.
Le dissi che alle volte non ho opinioni.
Tutti parlano. Hanno da dire la loro.
E io li guardo.
E non ho niente da dire.
E mi spavento.
Il vuoto del mio cervello mi spaventa.
E poi capita che parlo di un argomento e dico delle cose che anche io stessa è la prima volta che le sento.
Strano no?
Lei mi diceva che non era strano. Che non dovevo sentirmi strana se alle volte non avevo opinioni.
Ho ancora dubbi se lei me lo abbia detto per non aggravare il mio spavento o proprio perché credeva in quello che diceva.
Non le ho mai chiesto chiarimenti.
Un po’ me ne pento, avrei dovuto.
Anche se lì per lì mi aveva rinfrancato.
Quindi, ora penso, avrò fatto bene a smettere la terapia?
Anche perché avevo aperto il blog per scrivere di tutt’altro.

Rimane comunque la questione del vuoto.

sono quella

Sono quella cui suonate quando state in macchina e io attraverso sulle strisce mentre con i pollici compongo un sms che provoca un rallentamento dell’andatura.

Sono quella cui suonate mentre state in macchina in coda perché non vado avanti subito quando la macchina davanti procede solo per un pezzetto, perché tanto credo non cambi nulla affrettarsi a raggiungerli: sempre in coda stiamo.

Sono quella cui suonate il clacson quando siete in fila semaforo rosso perché mi sto truccando in macchina, ma sappiate che un occhio è sempre vigile sul cerchio ultimo in basso e che so riconoscere al volo quando diventa verde senza bisogno di avviso né di preavviso.

Sono quella cui suonate quando state in macchina perché è un classico che la macchina davanti a voi vedendomi a passeggio con i cani si ferma per chiedermi indicazioni stradali fermando puntualmente il traffico. È che ci metto un po’ a fare mente locale però sappiate che di solito sbaglio involontariamente me ne accorgo dopo, quindi superate quella macchina perché si dovrà inevitabilmente fermare dopo poco per chiedere nuovamente indicazioni.

Sono quella che incrociate per strada e pensate che stia parlando al telefono con qualcuno con l’auricolare, ma invece no, sto proprio parlando da sola.

Sono quella che pensate stia cantando ascoltando l’iPod mentre cammina per strada, ma invece l’iPod è scarico da mesi, canto da sola le canzoni che mi rimangono in testa dalla mattina.

Sono quella che pensate > ma cosa ha da guardare questa
e invece mi sono semplicemente fissata su di voi pensando ad un’altra cosa, vi guardo ma non vi vedo.

Sono quella che discute con altre persone per strada mentre passeggia con i cani perché puntualmente accusata senza prove delle colpe di tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi – che ho tutte le borse sempre piene di sacchetti perché voi non possessori di cani non sapete che peggio di un umano che pesta la cacchina di cane è un cane a pelo lungo che con la sua zampina pelosa pesta una cacchina di altro cane non raccolta e non sa pulirsi da solo.

Sono quella che se cerca una cosa nella borsa non la trova mai al primo colpo e inevitabilmente si accuccia poggiando la borsa per terra e iniziando a tirarne fuori il contenuto scoprendo di avere dentro cose che cercava un mese fa e pensava di avere perso.

Sono quella che al ristorante chiede che tipo di acqua minerale abbiano, perché non tutte sono buone uguali e la ferrarelle non la sopporto.

Sono quella cui, camminando sui décolleté in maniera fintamente disinvolta, il tacco le si incastra tra i sampietrini lasciandola a piede nudo saltellare per riprendere la scarpa, mentre sta attraversando la strada.

Ecco.

U come uomini – il commercialista reloaded

Come un’anziana previdente signora sono salita all’ultimo piano, li dove c’è lo studio, anche con l’ombrello, non ho voluto lasciarlo in macchina, mi son detta che non si sa mai magari piove.
Fortunatamente il mio ombrello non era nero come quello delle suore di scuola, no, è un ombrello di quelli grandi per nulla discreti, non da borsetta, di un bell’azzurro però.

Poi ero imbarazzata, sì certo meno rispetto all’altra volta.
È che quando sono imbarazzata mi rincarco su me stessa come una vecchia e mi nascondo le mani, quelle orribili mani che mi sono ritrovata.

Rincarco?
Perché non esiste in italiano?
Voce del verbo rincarcare.
Dunque vediamo…è come dire mi ripiego su me stessa, però in modo rude, non aggraziato e quindi mi rincarco. È una parola il cui suono rende l’idea.

Però oggi meno, oggi ero meno rincarcata e le mani le tenevo sul tavolo. Sempre quasi una nell’altra, ma sul tavolo.

Poi dovevo firmare e non mi ero portata gli occhiali e dovevo fare più di una firma e lui mi guardava. Che io mi sento in soggezione se qualcuno mi guarda quando firmo.
E pure tu ciai ragione: sono sempre in imbarazzo! Ogni scusa è buona!

Insomma, fatto sta che alle volte che sono così mentre firmo non riesco a fare quel bel Maria Emma che mi piace tanto e mi viene più un marema, o maena, o giù di lì.

Succede solo col nome, il cognome invece mi viene bene, sempre.

Insomma sì che vuoi ero imbarazzata per quel che era successo quello che ti ho raccontato [qui](https://mariaemmajr.wordpress.com/2013/01/28/in-my-shoes-la-tecnologia-mi-e-avversa/).
Ecco rivedere il commercialista dopo che mi sono un po’ data alla macchia senza tante spiegazioni approfittando dell’estate passata separati, che io lo so come ci si sente quando qualcuno sparisce senza troppe parole, mi imbarazzava.

Solo che insomma io il 730 lo dovevo fare e quest’anno era complicato e poi aveva fatto quell’altro con lui.

Ecco io il mio scotto per essere un po’ sparita l’ho pagato eh!?

L’anno scorso o l’anno prima, credo fosse l’anno prima, anzi sì era proprio due anni fa, è che c’era quella storia tra noi, e allora mi disse che non dovevo pagare e io insistevo e allora lui mi chiese 1€, me lo chiese così, in modo simbolico.
E io lo portai inserito dentro un palloncino, un palloncino a forma di cane, ovviamente no?
Un palloncino piccolo per non dare troppo nell’occhio e anche per non presentarsi così all’appuntamento con 1€ in mano, così mi venne questa idea.

A lui piacque, questo me lo ricordo.
Almeno è sembrato.
Oppure lo disse perché tanto c’era la storia e quindi un po’ doveva dirlo per forza.
Quest’anno non c’è. Anzi, neanche l’anno scorso c’era. E la dichiarazione non l’ho fatta.

Insomma, che dirti, giusto che si è alzata la tariffa.
Del 9.900%.

Ho pagato 100€ infatti.
Niente palloncino quest’anno.

Perché io valgo.

Sì hai ragione. Alluce, alluce valgo.

M poi il calcolo di quanto valgo sarà esatto?!

In my shoes – tante vite

Boh non lo so è come riprendere la bicicletta dopo anni, che si dice che non ci si dimentica mai come ci si va, magari barcolli un poco all’inizio ma poi riprendi.
Deve essere così.

È che ho dovuto cambiare occhiali non vedevo proprio più niente e infatti l’oculista si è stupito ché dice che ho più cinque.

E mia madre dice che è impossibile che io abbia più cinque perché lo ha lei e lei senza occhiali non ci vede e allora le dico che anche io non ci vedo per questo sono andata.

Una volta un mio ex mi ha detto che gli ipermetropi sono curiosi e hanno voglia di scoprire il mondo, è per questo che vedono di più.
La trovo una spiegazione che mi calza a pennello e mi piace pensarla così.

Un’altra volta invece l’ex di una mia amica mi ha detto che ho la pelle così perché sono ad una delle mie ultime vite, e quindi è come se la pelle si stesse consumando piano piano.
Anche questa spiegazione la trovo calzante a pennello, ma non mi piace pensarla così.

Vorrei avere ancora tante vite e vorrei ricordarmele tutte.

In my shoes – Tipe gelose

Mi hanno detto che assomiglio al mio cane, il mio cane femmina per la precisione
Lei abbaia molto raramente.
Una di queste rare volte è stata ieri.
Perché Lui ha un cane.
Maschio.
Eravamo andati a prendere un aperitivo e loro si sono avvicinato ad una ragazza con un cane femmina, noi eravamo distanti, li guardavamo, lei immobile, con lo sguardo fisso ha abbaiato.
Così, un paio di bau, decisi, profondi.

Mi hanno detto che assomiglio a lei perché lei non abbaia.
Se non le sta bene qualcosa attacca e basta, ti prende al collo senza avvertimenti e vuole o farti fuori o sottometterti.
Lei è così.

Mi hanno detto che sono così anche io.
Che non avverto.
Che attacco al collo senza preavviso.
Punto.

Perché poi alla fine è vero, è capitato che attaccassi al collo. Metaforicamente. Credo solo perché non ho i denti sufficientemente sani.

Quello che non mi torna è solo che io pensavo di avvertire prima.
Evidentemente non lo faccio a sufficienza.
Perché pare che non se ne accorgano, pare che se attacco al collo sembra che non ci sia un motivo preciso.
Ma io e il mio cane lo sappiamo che c’è un motivo preciso.
E vi avvertiamo anche.
Siete voi che non volete capire.

E poi sì: siamo delle tipe gelose e oggi vogliamo avere ragione noi.

In my shoes – La signora in bianco

Era una signora che vestiva sempre di bianco, capelli castani lisci e lunghi fin sotto le spalle.
Le piaceva alternare i capelli sciolti, o raccolti in una coda bassa.
Indossava sempre un cappello a falda larga anch’esso bianco.
Portava con se anche un ombrello indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
Aveva sempre un aspetto curato, studiato nei particolari, il viso truccato leggermente, in cui metteva soprattutto in risalto la bocca con un rossetto rosso.
Alle volte quando arrivavo la trovavo già lì.
Alle volte arrivavamo insieme.
L’ho osservata per lungo tempo, mi affascinava in qualche modo.

Lei entrava in metropolitana, scendeva le scale per arrivare sempre alla solita banchina e si sedeva sulle panchine di ferro appoggiate al muro.

Si sedeva lì e aspettava, non prendeva la metropolitana.

Non so dirti se qualche volta l’abbia presa, perché quando salivo sul treno lei rimaneva lì.
Nel corso del tempo mi sono fatta l’idea che non abbia mai preso la metro.
Intendo dire mai in vita sua.

Quando si sedeva sulle panchine iniziava a parlare, parlava con qualcuno, non sono riuscita mai a capire chi intendesse.

Alle volte la conversazione si scaldava e lei alzava i toni.
Ma neanche in queste occasioni perdeva il savoir faire.
L’ho detto che mi affascinava, aveva un modo di fare che a me appariva in un certo modo aristocratico.

Perché le persone che hanno classe se la portano dietro per sempre, qualsiasi cosa succeda dentro e fuori di loro.

Poco a poco mi è venuta la sensazione che utilizzasse questi momenti per riuscire a mantenere un suo equilibrio.
Come se quei ritagli di tempo fossero solo per lei.

Era come se avesse lasciato che il suo cervello si ribellasse a quei modi affettati utilizzati per troppo tempo, come se avesse trovato una via di uscita dal suo mondo e si fosse rifugiata in un mondo a parte. Magari anche solo per un po’.
Si lo so sembra assurda come idea.
Ma io avevo l’impressione che lei si prendesse un suo spazio lì seduta su quella panchina, sotto terra, vestita e curata di tutto punto, senza mai perdere la sua classe anche nella bizzaria della situazione.
Avevo l’impressione che in quel suo spazio e in quel tempo tutto suo lei riuscisse a tarare i livelli della realtà del mondo per riuscire a farli convivere con i livelli della propria realtà.

Mi è seriamente dispiaciuto cambiare sede di lavoro perdendo così l’occasione di rivederla ancora.
Ma sono quelle persone che per caso hanno incrociato la mia vita e che mi hanno colpito, cui rivolgo sempre un pensiero.

E mi viene in mente lei ogni tanto perché mi piacerebbe anche a me sfogarmi così a voce alta alle volte senza curarmi di chi mi sta intorno che alle volte invece ci penso troppo come ora questa ragazza vicino a me che ho l’impressione che sbirci ma forse no, magari guarda solo il monitor al centro del vagone e io penso che guardi il monitor su cui sto scrivendo io.
Ecco vorrei infischiarmene, francamente signora in bianco me ne vorrei infischiare anche io.

Very Inspiring Blogger Award

È successo che sono stata nominata.
Ecco è una cosa che mi ha fatto saltare il cuore nel petto, che mi ha fatto emozionare così tanto che anche adesso che ne scrivo sono emozionata.
E poi lo hanno fatto 3 dei miei blogger preferiti e io non amo le catene di sant’Antonio, le interrompo sempre e però questa volta dopo la terza persona che mi ha nominato ho pensato che forse potrei fare un’eccezione, ma siccome spesso faccio le cose a metà la interrompo a metà.
A metà perché insomma non è una catena, cioè sì lo è, ma una catena bella che tu dici a qualcuno che lo apprezzi, e dire a qualcuno una cosa così è bello, e a me ha fatto tanto piacere, ma poi mi blocco a mandare i link ai blog che nominerò così li nomino qui e basta che se qualcuno che non li conosce vuole fargli visita gli dico che io li apprezzo, poi se loro passeranno di qui allora lo vedranno, ma alcuni non mi seguono nemmeno credo, quindi non vedranno neanche questo post, forse.
Una cosa a metà appunto, mi si addice.

Allora, le regole:

1.Copia e inserisci il premio in un post.

2.Ringrazia la persona che te lo ha assegnato e crea un link al suo blog.

Ringrazio tanto tantissimo:

AlexG: http://aereoplanini.wordpress.com/

Prigioniera del deserto: http://prigionieraneldeserto.wordpress.com/

Corvo bianco: http://inciampi.wordpress.com/

3.Racconta 7 cose di te.

Praticamente non faccio altro su questo blog che raccontare cose di me.
Quindi ho pensato di elencare sette cose che proprio non riesco a scrollarmi di dosso:

prima di accendere una sigaretta la sbatto alcune volte dalla parte del filtro per far scendere il tabacco, mi sembra che così tiri meglio.

quando rifaccio il letto il cuscino lo devo posizionare sempre con la parte apribile della federa verso destra, lo controllo anche prima di andare a dormire e soprattutto quando sono in albergo che il letto non lo rifaccio io.

adoro l’ode il Cinque Maggio, la conosco a memoria, la rileggo quando mi sembra di perderla per paura di dimenticarla, e ogni 5 maggio dedico un pensiero a Napoleone e a Manzoni e mi stupisco sempre.

sottolineo i libri che leggo con una matita e metto le orecchie alle pagine in cui ho sottolineato qualcosa.

per molti anni mi sono ciucciata il pollice e contemporaneamente tenevo tra le dita il lobo dell’orecchio. Ho smesso di ciucciarmi il pollice, ma ancora tengo il lobo tra le dita e ancora mi da quella sensazione di serenità che mi dava da piccola.

se scrivo su un foglio a righe non tocco mai la riga, scrivo sempre nello spazio in mezzo che si crea tra una riga e l’altra, per questo preferisco i fogli a quadretti, anche se devo firmare dove c’è la riga, firmo sempre sopra.

metto sempre dritto lo zerbino, mi piace quando è allineato con la soglia della porta di ingresso. Cerco di trattenermi, ma ogni tanto lo faccio anche con gli zerbini dei vicini di pianerottolo.

4.Nomina 15 blogger a cui vuoi assegnare il premio e avvisali postando un commento nella loro bacheca.

Diventa difficile, comunque nominerei i blog che mi hanno nominato, non credo sia nelle regole quindi non lo faccio, ma lo faccio così, poi confermo quanto detto anche sul blog di Alex che mi ha nominato con altre donne che io leggo sempre con gran piacere, insomma i blog che seguo lì ho scelti io, Ariinsomma se continuo a giustificarmi non se ne esce più, ed ho infranto un’altra regola perché non sono 15.

http://andreaferrari.wordpress.com/
http://angolodelpensierosparso.wordpress.com/
http://appenacinqueminuti.wordpress.com/
http://aquilanonvedente.wordpress.com/
http://attraversaremuri.wordpress.com/
http://lalucedelmattino.wordpress.com/
http://invisibileblog.wordpress.com/
http://lamisuradelmiotempo.wordpress.com/
http://emporiocircolare.wordpress.com/
http://nonmibasta.wordpress.com/
http://raccontimetropolitani.wordpress.com/
http://rossodipersia.wordpress.com/
http://tilladurieux.wordpress.com/
http://virginiamanda.wordpress.com/

P.s. Il fatto è che mentre scrivevo l’emozione ha fatto si che saltassi la fermata della metro dove dovevo scendere, ne ho fatta una in più. Ho cambiato banchina, ma ho saltato anche questa volta la fermata, allora ho ricambiato la direzione e finalmente sono scesa a quella giusta.
Ecco che effetto mi fanno i premi.

In my shoes – La Tranvata

Come fosse una sveglia radiofonica, invece la musica suonava esclusivamente nella mia testa e suonava così forte che mi sono svegliata, prima dell’ora prevista gli occhi si sono spalancati al ritmo della mia mente:

ma che colore ha
…ma che colore ha

una giornata uggiosa
…una giornata uggiosa

ma che sapore ha
…ma che sapore ha

una vita mal spesa
…una vita mal spesa

Che il ritmo non sarebbe mica male, è il testo che mi distrugge.

Cosa vuoi dirmi complicatissima mente?
Che io so che sapore ha una vita mal spesa?
Può darsi di si infatti, può darsi che io lo sappia.
C’è però bisogno che mi ci svegli per ricordarmelo?
La prossima volta potresti gentilmente farlo almeno all’ora della sveglia?

Il sapore è quello del vino bianco bevuto ieri sera che si attorciglia con le mie budella innervosite dal testo, dal volume in cui il tutto risuonava, dall’orario, dal fatto che ieri sera e già veramente terminata e che il caffè ancora non è pronto perché il timer è in orario sono io che sono in anticipo.

Il colore è un insieme di quelli che indosso per portare a spasso i cani: stivali, leggins, magliettone, giacca e immancabili occhiali da sole per coprire i postumi di una serata ben spesa, tutto in un tripudio di rosso, nero, marrone, viola, blu.
È indifferente specificare a quali capi di abbigliamento corrispondessero tali colori, tanto il risultato è lo stesso: fanno a cazzotti tra loro, devo averne presi un paio sugli occhi a giudicare dal mio aspetto, quello che ho intravisto riflesso allo specchio stamattina.
Come avessi preso una tranvata.

Un ex collega – un tipo di quelli che sanno tutto loro, di quelli che ti vogliono insegnare a vivere – mi diceva che avevo preso i cani perché mi sentivo sola.
Sono quei tipi così, quelli che non sanno nulla di te, ma vogliono spiegarti come sei fatta.

I cani sono entrati nella mia vita in momenti diversi, e questi momenti corrispondevano a stati d’animo completamente opposti.
L’unico motivo per i quali sono entrati nella mia vita è perché mi sono innamorata di loro a prima vista e non gli ho neanche dato il tempo di pensare se anche loro si fossero innamorati di me, li ho raccolti e li ho portati con me.

Sì mi sono sentita sola molte volte, ed è probabile che mi ci risentirò altre volte nonostante tutto.

Ma non era questo il punto.

Che infatti ora l’ho perso il punto. Che cosa c’entra questo ex collega che mi è venuto in mente?

Non lo so, ultimamente la mia mente si comporta come vuole e io mi trovo a barcamenarmi tra le sue idee.

Io, tutti i miei colori e i miei sapori e i miei cani ci siamo ritrovati sulla via del ritorno dopo il parco a canticchiare:

> Libiamo, libiamo ne’ lieti calici, che la bellezza infiora;
e la fuggevol fuggevol’ora s’inebrii a voluttà.
Libiam ne’ dolci fremiti che suscita l’amore, poiché quell’occhio al core onnipotente va.

Sì sì cantavo!
Va bene, non so mica tutte le parole…quando non le ricordavo facevo na na na naaaaa.

Sì lo so, mi riesce meglio il valzer, lo accennavo, giusto qualche passetto.
Ma guarda che nella mia mente io sono intonatissima!

Certo che sì, il risultato era quello che era…

Il punto c’è comunque, ed è che non bisogna mai sottovalutare il buon umore che ti può provocare una semplice passeggiata con i cani!

U come Uomini – Prime feste, primi balli, primi no – II Parte

Lui, il ragazzetto che mi piaceva tanto, tanto da toglierei il fiato le parole e i gesti, mi ha invitato a ballare una sola volta perché a lui piaceva una mia compagna di classe e alla mia compagna di classe piaceva un altro e a quest’altro piacevo io.
Hai capito che giri strani fa la vita ?
Hai capito quale sottile ironia la contraddistingue?
In quali burle ti coinvolge già e tu non hai neanche iniziato il liceo e ancora non sai quanti tiri storti ti lancerà la monella.

E poi, dopo la festa, ti venivano a prendere i genitori, ad alcuni ragazzi no però, perché già avevano il motorino.
Ed era il periodo del SI carta da zucchero, te lo ricordi?
Alcuni avevano il bravo o il ciaetto e ci facevano le pinne, quanto era divertente vedere fare le pinne con il ciaetto!
E poi c’era anche chi aveva il vespino 50, lo specialino bianco.
Quindi sotto casa del festeggiato c’era un mix di genitori che chiacchierando aspettavano i figli e un mix di motorini e vespette dei ragazzi che un po’ già facevano sentire la loro indipendenza.

Ed era anche il periodo che i ragazzi ti chiedevano se ti volevi mettere con loro, ti vuoi mettere con me? Già ne ho parlato, no?
E tu rispondevi che ci dovevi pensare.
Ogni tanto rispondevi così, sennò dicevi subito sì, oppure no.
Ecco, il no a me faceva sentire male.
Il no a me fa sempre sentire un po’ male, in generale.
Perché sapevi che se lui te lo aveva chiesto magari il no gli poteva fare proprio male, come a te faceva male che quello che ti piaceva lo aveva chiesto ad un’altra e magari lei aveva detto di sì e ora loro stavano insieme e insomma lo sapevi come ci si sentiva. E ti chiedevi come mai non potevi essere tu l’altra e invece eri questa con lui davanti e non l’altro e insomma io sentivo in quei casi una serie di malumori.
Il mio malumore perché sapevo che avrei detto di no, e il suo malumore che lo leggevo sul viso e quindi il suo si sommava al mio e tornavo a casa che avevo tutto questo peso addosso, il peso dell’amore che da adolescente mi bruciava dentro.
Sì insomma per me era così.

Ti dicevo all’inizio che pensando alla mia timidezza mi era venuta in mente quella volta di tanti anni fa e che lui non mi ricordo neanche come si chiama e poi però ti ho parlato di un altro che lui me lo ricordo bene come si chiama e però non mi ha mai telefonato, non mi ha mai neanche chiesto il numero di telefono…invece l’altro, l’altro un giorno mi aveva telefonato, che insomma ci eravamo visti a delle feste ma niente di più, sempre in mezzo alla gente, ed eravamo ragazzini e lui mi aveva chiesto il numero di telefono e io non sono una chiacchierona di persona figurati al telefono, che magari ci sono quei momenti di silenzio che di persona puoi colmare con gesti, un sorriso, che so, con queste cose qui. Per telefono invece quando c’erano questi silenzi era un imbarazzo totale.
Allora sì, vado avanti, ho già divagato troppo.

Lui mi telefona un pomeriggio e mi dice: ti posso passare a trovare ti devo dire una cosa.
Che io, io…no lo so.. mamma mia, mi è preso un colpo, perché a me nessuno mi era mai passato a trovare, a mia sorella sì, lei aveva tanti amici, maschi e femmine, e la passavano a trovare, ma io no, e io subito ho pensato: mica me lo vorrà chiedere.
E penso: No, per favore non me lo chiedere, che ho fatto mai per farti pensare che ti direi di sì?
A me piaceva l’altro che gli piaceva l’altra che le piaceva l’altro che gli piacevo io. Insomma mi sembravo già incasinata così.
Ma non gli dico niente e gli dico ok passa.
E tutto il tempo da quando ho attaccato il telefono a quando ha citofonato ero troppo agitata, avrei tanto voluto che lui fosse un altro che io pure fossi un’altra, avrei voluto che un po’ mi piacesse e invece non mi piaceva, ed era un peccato però perché era carino ed era anche simpatico, gentile, educato, uno nei ranghi insomma.
E allora perché non mi piace?
Ah sì, perché sono un adolescente di quelle che gli piacciono quelli fuori dagli schemi, ma quali schemi poi ci puoi avere a quell’età? Mica lo so.
Fatto sta che ‘sta cosa degli schemi me la sono portata dietro un sacco di anni.
E non è stata una cosa buona.
Ma non è tanto questo il punto, oppure purtroppo è proprio questo il punto.
Fatto sta che lui citofona e mi dice di scendere e lui era tutto carino con la sua camicetta bianca, il suo golfino blu, i suoi jeans e le scarpe da ginnastica, i suoi occhioni celesti e i capelli con quei ricci gentili un po’ scompigliati dal motorino: il suo SI carta da zucchero.
Il Si sul cavalletto e lui seduto sul sellino, un po’ imbarazzato e un po’ a cercare di trattenere l’imbarazzo.
Io una statua di timidezza che mi tremavano un po’ le ginocchia che però non era un tremolio di emozione felice era un tremolio di emozione triste.
E lui che me lo dice così e subito, che lui è venuto perché non c’è la faceva più, doveva farlo.
Dice proprio così: doveva farlo.

Perché? Forse perché lo sa già che la risposta molto probabilmente non sarà proprio quella che lui spera, ma lui ha preso il suo motorino e si è fatto tutto il tragitto e chissà cosa ha pensato durante quel tempo, chissà cosa ha sperato. Magari ha sperato di sbagliarsi, ha sperato che io poi avrei detto di sì, magari è rimasto con questo pensiero tutto il periodo del tragitto, con questa speranza che gli ha dato la forza, perché accipicchia ha avuto un gran coraggio io lo so, lo sapevo anche allora, e io questa cosa la apprezzavo e mi sentivo un po’ male. E lui lo doveva fare forse perché doveva proprio sentirlo dire da me, per toglierselo dalla testa, perché sennò poi la speranza che è l’ultima dea non gli avrebbe dato tregua e allora mi chiede:
ti vuoi mettere con me?

E c’è stato un attimo di silenzio un attimo che ad entrambi sarà sembrato un’eternità, uno di quegli attimi così lunghi che riesci a pensare molte più cose di quante ne riesci a pensare quando ti rigiri nel letto per ore che non riesci a dormire, uno di quegli attimi in cui io ho pensato che forse avrei potuto dirgli di sì, perché magari poi sarebbe andata bene, ma poi io non ero mai stata con nessuno ancora, mai nessuno me lo aveva chiesto, lui è stato il primo in assoluto nella mia vita, allora ero anche un po’ tentata, perché poi ero curiosa insomma di sapere che vuol dire stare insieme a qualcuno, però non era lui che mi piaceva, mi piaceva un altro che gli piaceva un’altra e magari nello stesso lasso di tempo lui avrà pensato che magari stavo per dir di si.

E invece no.

Ho riposto: no.
È uscito così.
No.
Non ho detto prima qualcosa. No.
Ho detto: no.
E dopo averlo detto, non ho detto altro.
È rimasto solo il No.
Solo: no.
Silenzio.
Io ero pietrificata e risentivo: no.
E mi dicevo porca miseria Emma mica puoi dire no e basta. Emma dì qualcosa. Emma! Emma!
Ma non rispondevo ero lì davanti a lui, muta.
No.
E allora lui ha ridetto, lo dovevo fare.
E io sempre niente.
Lui è risalito sul motorino, ha tolto il cavalletto e mi ha salutato.
L’ho guardato mente faceva inversione, ho fissato la sua schiena col suo golfino blu e la camicetta bianca e i suoi jeans e le scarpe da ginnastica e il suo SI carta da zucchero fino alla curva fino a che sono spariti dietro gli alberi.

Io sono rimasta lì e le mie gambe tremavano e non so quanto tempo sono rimasta ferma vicino al cancello del condominio in quella piccola via dove all’epoca non passava nessuno e non avevo voglia di tornare a casa perché non avevo voglia di raccontare a nessuno questa cosa e io capisco che non è comprensibile il perché io mi sentissi così, ma io mi sono sentita triste per entrambi.
Ma molto di più per me, perché lui ha avuto il suo coraggio da adolescente di uscire di casa con uno scopo, per cercare di raggiungere il suo obiettivo, lui si sentiva che doveva farlo e lo ha fatto.
Io no.
Io non ho avuto il coraggio di dire niente altro che no.
No.
Rimanendo ferma.
No.
No.
E quante volte sono rimasta ferma poi dopo quella volta.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a fare.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a dire.
Troppe.

Poi magari lui oggi neanche se lo ricorda e tutto questo peso anche al tempo l’ho sentito solo io.

U come Uomini – prime feste, primi balli, primi no – Parte I

Che poi a proposito di come la timidezza abbia condizionato i miei rapporti interpersonali mi viene in mente quella volta di tanti anni fa.
E lui non mi ricordo neanche più come si chiama.
Ma ho la scusante degli anni.
No, non di quanti ne ho ora, di quanti ne sono passati da quel giorno.
Io ero alla scuola solo femminile, sono sempre stata lì dall’asilo ed è stata a suo modo anche divertente, alcuni episodi poi te li racconterò.
Era il periodo che si facevano le feste a casa il sabato pomeriggio, perché ancora non si usciva la sera, ero alle medie, in terza media per la precisione, che poi precisione con me alle volte è comico. Infatti ora che ci penso non sono sicura della precisazione, facciamo comunque che ero alle medie.
E i ragazzi della scuola solo maschile invitavano noi della scuola solo femminile e le ragazze delle altre scuole solo femminili e noi e le altre invitavamo altre compagne di scuola, era una sorta di passaparola, e poi ci si conosceva di persona e allora si veniva invitati direttamente, sì insomma gli o le escluse c’erano sempre, e allora tu potevi portare un’amica e viceversa se la festa era di una ragazza allora i ragazzi invitavano i loro compagni di scuola e così via.

Alle feste il pomeriggio ad un certo punto si ballava, c’erano i lenti e i ragazzi ti invitavano a ballare, beh sì non sempre, cioè non tutte venivano invitate a ballare. A me sì mi invitavano, me la cavavo abbastanza bene con il mio carnet di ballo, no, non avevamo proprio il carnet di ballo, no, dicevo così per dire che venivo invitata.

Ti immagini come mi sentivo io quando venivo invitata?
Io che neanche pensavo che i maschi si ricordassero il mio nome.
Certi colpi al cuore che non ti dico nemmeno.

A me in quel periodo piaceva un ragazzo, tanto mi piaceva, mi piaceva da bloccarmi il fiato, che andavo in apnea quando lo vedevo, e mi ero disegnata le sue iniziali sui jeans, si avevo quel paio di jeans che adoravo e ci disegnavo sopra, di solito disegnavo animali, io li disegno ancora per i miei nipoti però sono disegni semplici tipo quelli dei film di animazione, li disegno ai miei nipoti che a loro piace tanto, gli faccio i coniglietti, le paperelle, i gattini, i cani no, pensa che strano, i cani non li ho mai disegnati.

E insomma questo ragazzo che mi piaceva tanto un giorno l’ho pure rivisto, un giorno di tanti anni dopo, no nulla di strano nel fatto che lo abbia rivisto, è dove l’ho rivisto la prima volta dopo tanti anni che mi è sembrato strano:
l’ho rivisto in televisione!
Ahahahahahah no, non era sul trono di Maria, e quando l’ho rivisto mi è preso un colpo perché erano anni che non lo vedevo, voglio dire forse erano passati 25 anni, ora ne sono passati quasi 30, si insomma ma che importanza ha fare tutti questi conti? Sai che parlare di età fa cafone no? Come diceva la Audrey in colazione da Tiffany, ah si riferiva ai diamanti, che non si indossano sotto i 40?
Ah, ok.

Quindi un giorno guardavo uno di quei programmi del giorno quelli che c’è un po’ di tutto dentro per far passare la mattina con i fatti di cronaca e i settimanali di gossip e i quotidiani e loro che suonano e cantano e il gioco a premi con le telefonate da casa e le ricette e l’oroscopo che mia zia appena mi vede dice che lo ha sentito e che il mio segno va bene o va male, a seconda…che io le dico zia ma tu sei cattolica e lo sai che questa cosa delle stelle dell’astronomia e le previsioni e il futuro e le cartomanti cozzano con la religione, e lei però continua e mi ripete che questo andrà bene che questo andrà male, che io non lo leggo più l’oroscopo da quando un giorno ho pensato mi abbia portato sfortuna per un esame all’università…

Insomma arriva il momento della consulenza ed ecco arriva lui *apre piano la porta poi si butta sul letto e poi e poi ad un tratto lo sento afferrarmi le mani le mie gambe tremare * Ehm no, non c’entra nulla, arriva lui come consulente perché è….dai non lo posso dire chi è! Però grazie al suo lavoro sta spesso in televisione, dico spesso perché poi dopo quella volta l’ho rivisto nella sua veste professionale e parla così bene, ed è sempre tutto compito e forbito e manierato e però poi dopo quell’occasione l’ho rivisto altre volte, perché la vita è bizzarra e alle volte succedono delle cose che non ti sai spiegare ed una di queste cose è per esempio che non vedi una persona per anni, una persona che magari hai anche conosciuto bene, che hai frequentato assiduamente per un diverso periodo di tempo e poi la vita vi divide e tu non la vedi più, non la vedi magari per mesi o per anni, come se si fosse incastrato qualche meccanismo, perché magari incontri delle persone collegate con lei, ma lei no, e le persone magari te ne parlano e tu sai che è ancora nella tua città però per colpa di un ingranaggio capriccioso non la incontri, sarà colpa delle stringhe o dell’energia oscura o degli universi paralleli o di quelle particolari vicende che Stephen Hawking saprebbe spiegare bene o anche Obi-Wan, dipende.
Poi in un giorno che non ti aspetti il congegno si disincastra all’improvviso, che non hai capito che è successo però un giorno qualunque in un momento qualsiasi mentre stai guardando una trasmissione che non guarderesti mai ma che quel giorno non sai perché ti ispira, rivedi quella persona di tanto tempo fa e poi dopo quella volta proprio perché il congegno disincastrato ha fatto sì che si aprisse probabilmente un varco spazio – temporale allora la incontri per alcune volte di seguito e poi magari il meccanismo si inceppa di nuovo e non la rivedi più.
boh io questa cosa non l’ho mica mai capita…

E lui dopo quella volta l’ho rivisto anche non in televisione, ma la sera in giro per la città, nelle piazze quelle che le sere d’estate stai fuori a bere una cosa e fare due chiacchiere o nei ristoranti o nei locali quelli con tante stanze con la musica differente o anche quelli che hanno la musica dal vivo o quelli che anche se hanno la musica a nessuno interessa.

E ti devo dire la verità che la veste professionale in queste occasioni viene stracciata completamente e si torna ad essere quello che si è sul serio, però è così, pure io lo faccio e come me e come lui tanti professionisti che conosco lo fanno.
Io no, in effetti, io non mi ritengo più poi tanto una professionista, io sono un’impiegata e la mia professione da tanto che non la esercito, l’ho stracciata quando ho preso questa decisione, ma tant’è.

Insomma le feste il pomeriggio erano tutte coca cola e panini i ripieni e balli lenti e balli veloci e si ballava maschi con femmine ed era bello, ed i lenti si ballavano che tu mettevi le mani sulle spalle di lui e tenevi le braccia tese come a tenerlo lontano da te e lui teneva le sue mani sui tuoi fianchi anzi sopra sulla vita e le braccia tese e poi spostavi il peso del corpo da un piede all’altro e contemporaneamente giravate a formare un cerchio.
Questo se non ti piaceva.

Altrimenti c’era il momento in cui ti invitava quello che ti piaceva e allora si ballava che tu le braccia un po’ gliele tenevi intorno al collo e un po’ ti appoggiavi con la tua guancia sulla sua spalla oppure mettevi solo un braccio intorno al suo collo e l’altra mano l’appoggiavi sulla sua spalla corrispondente e il tuo avambraccio allora si appoggiava sul suo petto, certo se lui era più alto perché se lui era più basso allora no e poi un po’ vi guardavate e un po’ vi parlavate e un po’ appoggiavi il viso sul tuo braccio che stava intorno al suo collo e le sue braccia ti avvolgevano sì ma non tanto solo un po’, era tutto fatto con quel timore che hai paura di esagerare che vorresti ma ti batte il cuore e non sai bene che dire e io cercavo sempre qualcosa di intelligente da dire e la mia mente invece era vuota e vuoi che la canzone non finisca e poi quando finisce cosa fai?
Mi allontano dall’abbraccio, sì, ma poi vado via o continuo una conversazione che praticamente non è mai iniziata ?
Io credo che Nanni Moretti per quella scena di Ecce Bombo l’ispirazione l’abbia presa da feste del genere, mi si nota di più se finita la canzone mi allontano subito o se rimango lì vicino a lui, e se io rimango lì e lui si allontana mi si nota di più se rimango ferma come un baccalà ma cerco di fare la vaga o se magari mi avvicino al tavolo del buffet…?
insomma un imbarazzo, però bello.


  • Continua –

U come Uomini – Zio

È tutto il giorno che ci penso, sì certo la giornata non è finita e avrei ancora tempo ma volevo dedicartene un po’ solo a te proprio oggi che è il tuo compleanno e non ce la faccio, che ti avrei voluto dire qualcosa riguardo alle grandi cose ora che sono passati 18 anni, ma non so se ti è mai capitato di avere la mente vuota o forse troppo piena.
O forse alla fine è che non ci sono grandi cose in realtà.
Quindi ti dedico il post che scrissi nel 2010, che ci vuoi fare zio è un regalo riciclato, ma sempre farina del mio sacco, che oggi mi sembra un po’ svuotato.


Mettere in ordine quella parte di casa che un tempo era un ufficio, archiviare i documenti, archiviare la memoria.

Decidere cosa buttare si rivela essere una scelta fra quali ricordi incollati sugli oggetti vuoi gettare e quali vuoi tenere.

Sperare che portando tutto al macero la distruzione si porti via anche l’amarezza, quella parte di un passato che hai voglia di cancellare.

Sapere che anche se le cose andranno distrutte i ricordi non le seguiranno, perché sono incollati a te, non alla materia.

Cercare di tirare fuori solo i momenti piacevoli vissuti, metterli in ordine insieme alle vecchie fatture.

Trovare per caso un foglio a quadretti, strappato da uno di quei block notes che usavo spesso prima della tastiera e dove, con poche parole, buttavo giù le idee.

Riconoscere la calligrafia di una persona cara…sentire l’emozione che sale fino a bloccarsi in gola.

Iniziare a leggere e conteporaneamente permettere ai ricordi di riaffiorare come una sequenza di lampi in una notte senza luna.

Cedere alla tempesta di emozioni che si sta avvicinando e lasciare scorrere le immagini nella mente.

Riuscire a farsi travolgere dai ricordi tanto da sentire di nuovo la voce che da tempo non si udiva.

Così mi vieni in mente in tante occasioni, frammenti del passato che ritornano vividi nel presente.

Ricordo il modo in cui tagliavi il baccello delle fave, lasciavi solo un filo a congiungere due lembi, creando una bocca e la fava diventava uno strano personaggio che parlava tramite la tua voce contraffatta.

O quando disegnavi occhi e bocca su quelle buste di carta del pane e coprendoti il volto inseguivi me e sorella fingendoti il mostro del cartone.

Mi viene in mente come camminavo e parlavo piano per non svegliarti quando la tua porta era chiusa e aspettavo trepidante il momento in cui saresti uscito, perché certa che sarebbero stati momenti di grandi giochi e risate.

O quando mi potevo sedere vicino a te mentre guardavi la partita, anche se in fondo non ne capivo nulla, imparavo a memoria la formazione della squadra e la ripetevamo insieme in una sequenza veloce come i tifosi allo stadio.

Ricordo che abbandonavo le bambole in un angolo perché l’interesse nei loro confronti improvvisamente spariva non appena ti vedevo preparare in giardino il fortino, correvo fuori e tu facevi rivivere gli indiani e i cowboy.

Ti guardavo incuriosita quando preparando i panini li facevi prima abbrustolire: spiedini sul fuoco del gas, come se fossimo in un campeggio lontano dal mondo.

Ricordo i tuoi pennelli da barba, che strano ricordo da concatenare con tutti gli altri che mi balenano in mente, in un susseguirsi veloce di istantanee che la mia memoria mi ripropone come una serie di diapositive proiettate sul muro della mia mente:

il tuo sorriso, i tuoi occhi blu, i tuoi libri, i fumetti, tu seduto sul divano, il tuo borsello, la tua catenina e suoi ciondoli, il tuo anello, le tue sigarette, i tuoi occhiali, tu con nonna, le tue foto da giovane, il tuo bicchiere, le tue mani, la tua radio, tu nella macchina, tu che tieni per i piedi mia sorella per farle sputare la caramella che la stava strozzando, tu che bevi la birra e ti sporchi di proposito la punta del naso con la schiuma per farci ridere, la foto con te che spingi il passeggino con me sopra e sorella accanto, in piedi, sorridente e fiera; tu al tiro a volo; la tua macchina; il tuo portacenere; tu che mi spingi nella mia piccola macchina a rotelle; tu che ti complimenti per i miei successi scolastici…la sequenza di queste e altre mille immagini ha come sfondo la serenità e la felicità che avevi nell’affrontare tutti gli eventi, sono da sfondo, ma spiccano su tutto l’insieme.

E la colonna sonora è la tua risata contagiosa.

La proiezione sfuma sull’ultima immagine: al ristorante tutti insieme, quando hai detto che quello per te sarebbe stato un buon momento per morire, perché avevi raggiunto la serenità nei confronti del tuo passato ed eri felice nel presente. Ti sarebbe dispiaciuto solo lasciare noi.

In quel momento ho pensato fosse una strana frase, ma non ti ho mai chiesto di poterla approfondire. Non ne ho avuto il tempo.

Lassù erano d’accordo con te, perché dopo poco ti hanno ripreso con loro, così senza alcun preavviso, in una notte che pensavo sarebbe stata uguale a tutte le altre.

Dicevi a tutti: “vedrete Maria Emma, farà grandi cose.”

Sono passati 15 anni ed io non lo so se sono riuscita a fare grandi cose, ma quando incontro i miei nipoti e li vedo corrermi incontro sorridenti per abbracciarmi, penso che se quel sorriso è la testimonianza che riesco a trasmettere loro anche solo la metà della serenità e della felicità che tu mi trasmettevi, allora sì sono riuscita a fare grandi cose, perché ho avuto un grande maestro.

Grazie Zio.

In my shoes -Ricordi e quaderni

Stavo pensando di prendere un motorino o una macchinetta elettrica così, perché…te l’ho detto vero? Che ci stanno mettendo i tornelli.
Sì, neanche fossimo in catena di montaggio.
Quindi non vorrei fare tardi la mattina, ma se poi smetto di prendere la metropolitana poi tu ed io parleremmo molto meno, avremmo meno tempo a disposizione, perché la maggior parte delle volte lo facciamo quando sono in metro o mentre cammino per raggiungere le mie tappe pre e post ufficio, quindi sono combattuta.
Ci penserò.
Oggi.
Va bene insomma magari non solo oggi o non proprio oggi.

Oggi, piuttosto, mi era venuto in mente quello che è successo alcuni weekend fa, sai come sono fatta io, prima di raccontare qualcosa devo metabolizzare, ho i miei tempi, ma lo so che tu non te la prendi, ho avuto a come amica che invece se la prendeva, lei non accettava che io le raccontassi le cose in differita, lei voleva sapere tutto ciò che succedeva meglio se nel momento in cui accadeva, ma se non altro almeno entro le 6 ore successive, altrimenti non dimostravo di essere sua amica.

Ma io sono così, ho bisogno dei miei tempi e alle volte prima di raccontare qualcosa magari passano ore o giorni o mesi o anni oppure non le racconto proprio e rimangono solamente nei mie ricordi e però succede che un giorno mi accorgo che questi ricordi non raccontati sono diventati troppi nella mia mente ed è come se non ci fosse più posto come se lo spazio libero rimasto fosse insufficiente per contenerli tutti fosse diventato troppo angusto misero e tutti i ricordi fossero sacrificati lì dentro come se fossero tutti ammassati uno vicino l’altro i miei ricordi.

È come adesso nella metropolitana: parlano tutti, alcuni tra loro, alcuni al cellulare, che da quando hanno messo la linea è un disastro ci sono dei momenti in cui la confusione è tale che io non sento neanche i miei pensieri. Alle volte è così come se i miei ricordi avessero bisogno di uno sfogo, di una via di fuga come in questo momento in cui ne ho bisogno io, avrei bisogno di scendere sulla banchina e non sentire più la confusione.
E allora ne devo buttare fuori uno o due di ricordi per fare posto e farli stare più comodi, ma non è una cosa necessariamente pensata, loro, i ricordi, escono, si prendono il loro libero sfogo, si prendono lo spazio di cui hanno bisogno, approfittano della mia voce, la ingannano e io mi ritrovo a raccontarli.
Io, capisci?
Io, che al tempo non parlavo con nessuno che riempivo pagine di quaderni queli a quadretti mi piacevano i quaderni a quadretti con la copertina rigida e scrivevo, ecco perché quaderno mitico, li chiamavo così i miei quaderni: quaderni mitici, davano asilo ai miei ricordi sfrattati dalla mia mente.

E invece ad un certo punto della mia vita oltre che lasciarli all’inchiostro aggrappati a quelle pagine con i quadretti ho iniziato a lasciarli svolazzare insieme alle parole, li lasciavo volare e lasciavo che il mio interlocutore li raccogliesse e li raccontavo e magari non erano inerenti con l’argomento perché loro non mi avvertono e ne spingono fuori uno a caso il più vecchio o il più debole? O semplicemente quello più vicino all’uscita, quello che si era messo lì che pensava fosse un angolo sicuro invece era l’uscita e si ritrova fuori alla mercé del mio interlocutore.
No, non c’è criterio, ne esce fuori uno così e io mi ritrovo a raccontarlo e poi magari me ne pentirò, che avrei voluto alcuni rimanessero con me e basta e invece mi ritrovo a ricordare che alcuni ricordi li ho distribuiti a delle persone che ho incontrato nella vita glieli ho dati così in un giorno qualsiasi e poi magari queste persone può darsi che neanche le ho più riviste e pensare che loro vadano in giro per il mondo con un mio ricordo così che io gli ho donato senza volere un po’ mi fa strano.

Mi chiedo: cosa ci faranno con questi ricordi?

Li tratteranno bene, ne avranno cura ?

Oppure li lasceranno lì in mezzo ad una strada una sera di maggio magari, in centro, insieme ad una vodka di troppo, li lasceranno li sul marciapiede.
E poi verrano sciacquati via dall’acqua di quelle macchinette della società partecipata dal comune.

Oppure li dimenticheranno.

Oppure ci sarà chi li ricorda, chi li conserva con cura, li custodisce per non farli appassire.

E ci sarà anche chi li ha regalati a qualcun altro come un regalo che non è piaciuto e lo hanno riciclato.

Perché tu non hai mai riciclato un regalo?
Io sì.
Però i racconti no, le confidenze non le ho mai riciclate, le confidenze che mi hanno fatto le ho sempre tenute per me.

Sì un po’ sono cambiata con il lavoro da impiegata un po’ mi sono ritrovata in mezzo a tante parole che neanche volevo sentire e magari le ho anche riferite a mia volta, ma i ricordi degli altri mai.
Li custodisco e ne ho cura.

E alle volte mi fa paura pensare a chi ho dato i miei.

Però per esorcizzare questa paura allora ora li lascio nella rete.

Alcuni si incastreranno da qualche parte altri troveranno dei buchi e scopriranno altri mondi, altri saranno custoditi.
È questo il motivo, non riesco più a farli stare nella mia mente e basta.

Però ora ti volevo raccontare cosa è successo alcuni fine settimana fa e non l’ho fatto, ma la corsa è finita, scendo sulla banchina e mi godo la passeggiata un po’ nel mio silenzio.

Te lo racconto un’altra volta, forse ancora questo ricordo non era pronto a volare, forse doveva fare ancora un po’ di esercizio, come i falchetti che c’erano nella casa in campagna.

In my shoes – La timidezza

Certo se ci ripenso ora mi viene da ridere, alle volte solo da ridere di cuore, altre volte è una di quelle risate profonde che non riesci a smettere che inizia a mancarti il fiato e hai i singulti, quelle che però poi sono così profonde che toccano dei punti così inabissati che è come se i singulti si trasformassero in singhiozzi che poi sono la stessa cosa e ti accorgessi che le cose che stai ricordando alla fine ti hanno lasciato un po’ di amaro in bocca e dentro l’anima.

Perché sai, alcune di quelle cose che da piccola mi hanno segnato e mi hanno fatto soffrire col tempo le ho superate ed è come se le sensazioni che mi avevano provocato le avessi cancellate, ma altre invece col tempo si sono solamente sbiadite, sono come quel tatuaggio che ormai ho fatto saranno 20 anni e se lo guardi in qualche punto la pelle ne ha assorbito il tratto e certi contorni sono scoloriti mentre altri si sono fusi con quelli vicini e non è più facilmente riconoscibile cosa sia tranne che per me e se volessi potrei coprirlo con qualcos’altro e scomparirebbe alla vista, ma sotto ci sarà sempre.

Alcune cose della vita per me sono così.
Ed in particolare è così la mia timidezza e le cose che mi ha spinto a fare e le cose che mi ha spinto a non fare e come ho reagito a lei da piccola, da adolescente e come reagisco a lei ora.

Adesso se penso ad alcune vicende di quando ero piccola legate alla mia timidezza rido e sono quelle risate lì, quelle profonde che però ogni tanto sono amare, tanto amare, e altre volte invece sono risate che escono fuori con gusto e l’altra volta passeggiavo col mio cane, quello più anziano, quello che ora quasi non riesce più a camminare, quello che mi piacerebbe tanto potesse parlare perché un’ancora di salvezza alle volte dovrebbe poter parlare e mi è venuto in mente un episodio.

Non so come mi sia venuto in mente, ma mi capita così quando passeggio con il mio cane e lo guardo e lo vedo sfiorire, mi vengono in mente i ricordi più strani anche se con lui magari non c’entrano nulla.

Insomma, l’altro giorno mi è venuto in mente quell’estate, avrò avuto circa 5 anni ed ero timida, così timida da non parlare, che detto così sembra che lo fossi solo quella particolare estate, ma invece no, lo ero anche prima e poi anche dopo e poi anche ora, è che non so come spiegarmi, che mica è facile spiegare come mi faceva sentire la timidezza, che quando mi dicevano ma di che ti vergogni poi non sapevo spiegarlo bene, non so farlo nemmeno ora.

Vediamo, potrei dire che era come se mi sentissi all’interno di una scatola, una grande scatola, magari non molto grande, una media scatola, va bene anche una piccola scatola, di quelle che hanno le pareti come nelle sale di registrazione, tutte foderate di materiale fonoassorbente, morbido, che è fatto a forma di tante piramidine che fuoriescono e vengono verso di te, e la mia timidezza mi faceva sentire come fossi lì dentro, e mi accorgevo di essere lì dentro, e lì dentro non mi piaceva, e sarei voluta uscire, ed era come se urlassi alla timidezza di lasciarmi in pace, ed era come se lei non mi sentisse con tutte quelle piramidine, ed era come se sbattessi i pugni sulle piramidine, ma tanto non si rompevano, ed era come se ci fosse stata un’uscita, io la vedevo, era come fosse una scatola con solo un lato aperto, magari proprio il lato alto, quello più difficile da raggiungere.
E vedi l’uscita e magari col tempo escogiti anche un metodo efficace per uscire, ma c’è sempre la timidezza li in agguato a deriderti quando non ce la fai, a demoralizzarti ulteriormente quando fallisci, a schernirti quando trovi il coraggio, e lo fa per paralizzarti, per non farti tentare.

Ecco, sai che mi viene in mente? Quel film, non so se lo hai mai visto quel film: cube, no non Ice Cube, no lui è un cantante, sì poi ha fatto dei film, intendo quel film dove alcune persone si ritrovano in una scatola di forma cubica con aperture su ogni lato che portano ad altre stanze cubiche con altrettante aperture ed in alcune di queste stanze esiste una trappola anche mortale e le stanze si muovono una intorno all’altra e loro non riescono a ricordare come sono finiti lì dentro e cercano di uscire e capiscono che le stanze sono numerate con potenze di numeri primi e i cubi si muovono secondo permutazioni che no, non ti saprei proprio spiegare bene cosa siano, ma per individuare le stanze senza trappole bisogna fare dei calcoli sui numeri primi e sono calcoli complicati e insomma se ne salva solo uno e quindi, quindi mi viene in mente la solitudine dei numeri primi e che ti ho svelato il finale del film.

Oppure, oppure non so se hai mai fatto uno di quei sogni in cui vorresti scappare e provi a correre, ma non riesci e i passi sono pesanti e le gambe non riesci a muoverle così veloci come vorresti e hai il fiatone dato dall’ansia e senti di essere in trappola e non riesci ad essere così veloce da scappare.

È come quando dici no non la faccio la pista rossa che casco, ma scii da 30anni e nei hai fatte altrettante di piste rosse e non è una novita la sai fare e però poi la fai e caschi e dici vedi sono cascata e hai fatto tutto da sola.

Non so se mi spiego.

La mia timidezza era subdola, mi condizionava nelle azioni, nei pensieri, anche nei semplici movimenti del corpo e nelle parole, le parole non dette o emesse celermente quasi a volersene disfare in fretta per paura, di cosa non so.

La mia timidezza era ingannatrice, tanto che, per assurdo, mi faceva fare e dire cose che invece che trarmi d’impaccio mi invischiava nella difficoltà e mi faceva sentire ulteriormente a disagio.

Un circolo vizioso creato dalle persone timide esclusivamente per loro stesse, per farle sentire ancora più timide e ancora più in soggezione.

E francamente non so neanche perché io stia utilizzando l’imperfetto o forse sì, perché in fondo è tutto lì, nell’imperfezione, ma è anche qui ed ora, ancora.

Ritorno a quell’estate quando eravamo in piscina e mio padre mi aveva chiesto di andare al chiosco a prendere due supplì e una crocchetta.

Io? Devo andare proprio io? Non può andare mia sorella? che lei è quella spigliata, io mi vergogno, mi vergogno!

Ed è ovvio che io queste parole le abbia solo pensate.

Mi vergognavo di chiedere a quelli del chiosco che conoscevo da tante estati di chiedere due supplì e una crocchetta, avevo così tanta paura come se avessi dovuto portare al chiosco una valigetta carica di esplosivo per far saltare in aria loro, la piscina, tutti gli ospiti, me, i miei genitori, e poi avessi dovuto negare di fronte ad un tribunale internazionale, che non so come avrei potuto fare a stare davanti ad un tribunale se ero saltata in aria con la valigetta…

Insomma mi incammino verso il chiosco, con un’andatura lenta, giusto per allontanare sempre più il momento cruciale e durante tutto il tragitto ripetevo nella mia mente tutti modi possibili per poter dire la frase, per arrivare al chiosco pronta per questa impresa che a me, dal fondo del pozzo infinito della mia timidezza, appariva epica, mastodontica, mi sentivo come Davide di fronte a Golia, solo che Davide poi ha vinto.

Due supplì e una crocchetta per favore. Buongiorno vorrei due supplì e una crocchetta, grazie. Buongiorno per favore due supplì e una crocchetta, grazie. Per favore prendo due supplì e una crocchetta.

Arrivo, mi avvicino al bancone, mi appoggio con le me mani, mi tiro su sulle punte, appoggio quasi il mento, mi sporgo, lui dietro al bancone mi guarda, dimmi mi dice, mi viene un colpo al cuore neanche lo stessi per rapinare, e mi esce veloce tutto d’un fiato:

due crocchì e una suppletta.

Cosa ho detto?
Due crocchì e una suppletta!??

E mi rimbomba nella mente:
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??

E ora mi viene troppo da ridere a ripensarci e l’altro giorno che passeggiavo col cagnone sono scoppiata a ridere così da sola ridevo e cercavo di fermarmi e poi riprendevo a ridere, oddio anche adesso un po’ mi scappa da ridere.

Ma allora non mi sono divertita affatto.

E non è che io diventassi rossa per la vergogna.
No.
Io diventavo viola.
Wroom.
Tutto d’un tratto.
Wroom.
Viola.
Dal bianco.
Al viola.
Senza passaggi intermedi.
E lo sentivo, me ne accorgevo.
Il viso, wroom, diventava bollente, lo sentivo trasformarsi in una maschera incandescente.
E me ne accorgevo ma non riuscivo ad evitarlo era questione di millesimi di secondo.
Neanche i centesimi di secondo quelli per i quali che ne so gli atleti perdono al taglio del traguardo.
No.
Erano porzioni di tempo ancora minori.
Porzioni di tempo infinitesime, per una sensazione di imbarazzo infinita.
Perché dico wroom?
Non saprei ho sempre avuto l’impressione che quello fosse il rumore della manifestazione della mia timidezza sul mio volto.
Wroom.
Anche il rumore wroom dell’invalicabile ulteriore muro che si ergeva tra me e il mondo quando sentivo l’inarrestabile rovente scarica viola.
Wroom.

U come uomini – Il maestro di sci II

Li vedo sempre quel papà e suo figlio nel passeggino, li vedo sempre perché si vede che siamo i patiti del primo vagone della metro e si vede che il tempo per noi gira sempre allo stesso modo.
E lui mantiene sempre il contatto con il suo bambino che spesso dorme, gli tiene una mano, gli accarezza la testa, i piedini, il viso, non lo lascia mai.

Io mi lascio invece ogni tanto.

Perdo il contatto.

Succede spesso quando non sono convinta di essermi comportata come avrei voluto.

Mollo gli ormeggi e mi lascio vagare nell’oceano dei miei dubbi e delle mie incertezze.

Perdo il contatto con la terra ferma.

Gli unici sintomi della sparizione dello skyline alla mia vista sono l’interruzione della lettura e della scrittura.

L’ultima volta che è successo è stato per quanto è accaduto con il maestro di sci. La lettura l’ho ripresa prima della scrittura, ma la scrittura, quella sì, l’ho lasciata per un po’. Subito dopo il post su di lui, sul maestro di sci.

Perché poi dopo la telefonata non ho resistito e il primo weekend disponibile sono andata da lui e il primo weekend disponibile era quello della stessa settimana in cui mi ha telefonato. Non ho perso tempo, ho preso subito la palla al balzo. Ma al concerto di Vasco quest’anno non vado purtroppo.

Non ho riflettuto un secondo e ho lasciato i cani e non è tanto nel fatto di lasciare i cani perché è capitato altre volte, ma è tutto nel modo in cui l’ho fatto. Perché si dice che molte volte sia come fai le cose che può dare fastidio piuttosto che le cose stesse.

E mi era già successo per questo sono consapevole che se lascio i cani in quel modo vuol dire che sono in un equilibrio precario tra il desiderio e il pozzo.

Vuol dire che sono un funambolo sulla corda tesa delle mie insicurezze.

E li ho mollati, si certo erano a casa dei miei e chi meglio di loro se ne può occupare, però li ho mollati proprio così come fossero loro a sbilanciarmi a farmi perdere l’equilibrio a farmi rischiare di mandare a puttane lo spettacolo cadendo al suolo e ridicolizzando l’intera comunità itinerante.

E vorrei raccontare come si sono svolti i fatti, vorrei raccontare di come sono passata sopra al modo in cui non ci eravamo più sentiti, al modo in cui non sono riuscita a gestire la situazione.
Vorrei raccontare di come ero eccitata all’idea di rivederlo, perché poi forse era tutto là il suo segreto tutto in quello che mi provocava.
Quello che mi provocava, il fascino che su di me esercitava la sua vita vissuta nell’aura di un’apparente anticonformismo, nel suo raccontarsi al di sopra degli schemi, nel suo proporsi agli altri con una vita scelta un giorno dopo l’altro, svicolando tra i condizionamenti e scartando i vincoli di una quotidianità banalmente comune ai più.
Vorrei raccontare di come sono stati quei tre mesi, quei miseri 90 giorni, che se li racconti volano, se li vivi però camminano, ci sono quelle persone e quelle situazioni che provocano in un lasso minimo di tempo sensazioni che rimangono incise a bulino sulla pelle dell’anima.

Ed è inutile ormai metterlo nero su bianco, perché non esiste nulla di particolare in quello che è successo. Non esiste nessuna scena degna di essere girata a colori e con il sonoro. Ma neanche in bianco e nero e con le vignette. E se è rimasta della pellicola dei mesi precedenti a questi, possiamo distruggerla, darle fuoco, il mondo non sarebbe privato di alcun capolavoro.

E poi le immagini e le parole a cosa servono se non a provocare sensazioni?

Le posso quindi tralasciare, posso cancellare tutte le nostre parole, tutte le immagini che ci ritraggono insieme perché le sensazioni le ho ben chiare.
Ma purtroppo non riesco a scinderle, queste sensazioni mi evocano immagini, davanti ai miei occhi proiettate come tanti flash ad intervalli irregolari che fendono la nebbia del risentimento che covo nei confronti di me stessa per aver perso l’equilibrio, aver mandato a puttane lo spettacolo, nella caduta aver perso la vis insita con l’inevitabile conseguenza di essere rimasta in balia dei suoi malumori e dei suoi buonumori, delle sue voglie e delle sue avversioni, del suo appagamento e del suo disappunto.

Per poi scoprire che mi potevo anche sentire peggio rispetto a come mi sono sentita ad essere un corpo roteante nel vortice dei suoi sinonimi e dei suoi contrari, ed è come mi sono sentita quando sono diventata un corpo inerte.

Come gli inerti non reagivo con l’elemento con cui ero in contatto, non subivo alcuna modificazione durante la fase di indurimento del legante e come questi contribuivo ad aumentare la velocità di reazione, a diminuire il tempo di indurimento, massimizzare la durabilità, la resistenza alla compressione, la resistenza alla frantumazione.

Lui, infatti, unico legante di questa storia – perché era di certo lui che teneva legata me, io non riuscivo affatto a tenere legato lui a me – iniziava ad indurirsi.
Indurimento dovuto ad una evidente sazietà nei confronti della mia presenza. Che non era sinonimo di soddisfazione, gratificazione e benessere che si prova dopo aver soddisfatto un desiderio o anche un bisogno.
No.
Intendo un senso di nausea, di stuccamento, a rapida essiccazione, compatto e molto resistente, formato da componenti che fornivano un’elevata protezione contro l’osmosi, di semplice applicazione, facilmente spatolabile e utilizzabile anche nelle condizioni più estreme.

Ma la comunità itinerante ne è uscita illesa, solo io, funambola invischiata nel groviglio creato dalla mia inerzia, sono rimasta offesa.

Offesa con me stessa.
Per non aver reagito in un primo momento e aver reagito in modo del tutto diverso rispetto a come avrei voluto in un secondo momento, quando durante quella telefonata lui mi ha chiesto se pensavo che stessimo insieme perché la sua amica gli aveva chiesto di me ma lui le aveva detto che non stavamo insieme e lei gli aveva consigliato allora di non avere con me quegli atteggiamenti che aveva di non comportarsi così con me anche in mezzo alla gente perché dal suo comportamento sembrava proprio che stessimo insieme e lui durante la telefonata voleva sapere cosa io pensassi perché se avessi pensato così ossia che io e lui stavamo insieme allora lui con quella telefonata voleva chiarire tutto voleva dirmi che non aveva intenzione di stare insieme a me che non l’aveva mai pensato che non voleva farmi credere questo con il suo comportamento che allora se era così forse sarebbe stato meglio non vedersi più perché lui non voleva stare insieme a nessuna e non voleva che io continuassi a fraintendere e io certo ma che dici non lo avevo mica pensato che stessimo insieme che anche io mica voglio stare con te che non avevo assolutamente frainteso il suo comportamento che non c’era bisogno di nessuna spiegazione che potevamo tranquillamente continuare a vederci che così a me andava bene è sempre andata bene così che mica da oggi in poi non ti farai più sentire che guarda che ho capito benissimo la situazione a me sta bene così continuiamo a vederci.

Il prevedibile epilogo della storia: lui non ha più chiamato e non ha più risposto alle mie telefonate.

"Ho un amico – disse alla fine Lisa – è un’artista, uno scultore.
[…]
L’ultima volta che sono passata da Jason stava lavorando ad una nuova idea. Riempiva di gesso degli imballaggi vuoti, usava la plastica con le bollicine che usano per avvolgere i giocattoli, o i pezzi di polistirolo per proteggere i televisori, hai presente? Bene, lui li chiama: "
spazi negativi".
Li usa come stampo e crea delle sculture.
Aveva centinaia di oggetti nel suo studio…forme fatte con porta uova, blister di spazzolini da denti, la plastica sagomata di una confezione di cuffie stereo… …camminavo nel suo studio guardando tutte quelle sculture bianche e ho pensato:
È esattamente ciò che sono io.
È ciò che sono sempre stata, per tutta la vita.
Spazio negativo.
Sempre in attesa di qualcuno, o di qualcosa, sempre in attesa di un sentimento reale che mi riempisse e mi desse una ragione…"

Shantaram

U come uomini – l’avvocato parafangaro

Così avevo accennato al coniatore del termine "impresepiti".

L’avvocato parafangaro.

Che deriva da parafango.

Ché in questo modo venivano chiamati quegli avvocati che negli anni d’oro avevano fatto molti soldi con gli incidenti d’auto e le assicurazioni.

L’avvocato l’ho conosciuto nel periodo rosa della mia vita.
Il periodo successivo alla conclusione di ventennali rapporti di amicizia. Un periodo in cui la mia vita si è tinta di un colore allegorico e appariscente che simboleggiava un’atmosfera zuccherosa e smielata, un’immagine apparentemente spensierata, una dimensione sospesa tra il magico e il tragico.
Dove la malinconia, anche se ben celata, era sempre presente.

Ci siamo conosciuti tramite amici comuni e considerando che all’epoca l’architettura, quella bella, faceva ancora parte della mia vita e lui doveva fare dei lavori nel suo studio, abbiamo iniziato a sentirci.

L’avvocato poi prese l’abitudine di telefonarmi tutti i giorni all’ora di pranzo, quando ero in palestra.
Ed io in palestra lo tengo staccato il cellulare e non perche ci sono i cartelli che ti invitano a farlo, ma perché entro in un altro mondo e mi concentro. E non so se dipende dal periodo degli allenamenti di nuoto che facevo da bambina che sei tu e la striscia nera. So solo che io quando mi alleno sto lì sola con me stessa, e ci sto bene, e non ci voglio nessun altro.
Quindi non rispondevo.
E per un po’ ho pensato che lo avrebbe capito e avrebbe chiamato dopo o prima.
Ma non lo faceva.
Avrei dovuto capire che c’era qualcosa sotto.

Dopo lo sai di Tim, arrivava l’sms con le parole dell’avvocato.
Sempre carine, invitanti, allegre.

Ed ogni giorno era così, tanto che ogni volta che riaccendevo il telefonino dopo la palestra ormai ero abituata a sentire il suono dell’sms del Motorola.
E c’è da dire che a me piaceva tanto il suono degli sms del Motorola. Lo avevo comprato per quello. E ho cercato di tenerlo per più tempo possibile. Quel suono che poi non hanno fatto più, però hanno fatto la suoneria hello moto e allora mi sono comprata il nuovo modello.
Ecco forse questo è un fenomeno da studiare il fatto che compravo cellulari a seconda della suoneria che mi piaceva che le altre marche non avevano.
Però ad un certo punto ho smesso, quindi qualunque cosa fosse sono guarita.
Oppure solo arresa all’evidenza che ad oggi nessuna suoneria del cellulare mi piace, tanto che la cambio ogni mese.

Fatto sta che con l’avvocato ho iniziato ad uscire e siamo usciti insieme per tanti mesi.
Perché l’avvocato era di una simpatia rara.
E non intendo quelle cose che tu chiedi – ma come è il tuo amico? – simpatico – ah ho capito è brutto – No. Proprio nel senso di sün pàscho, provare emozioni con.
E io ho provato molte emozioni e la principale, quella che mi ha fatto avvicinare, era l’allegria.
Così mi sono interessata, sensibilizzata, lasciata trascinare, coinvolgere e alla fine mi sono invischiata.

Lui era tutt’altro che impresepito anche se molte persone al suo posto lo sarebbero state, dalla sua parte anche un metro e ottanta e passa di fisico atletico, occhioni azzurri, attaccatura alta dei capelli castani sì, ma portata con garbo, e una risata travolgente.
Come quella che ci siamo fatti quando una volta mi è venuto a prendere a casa, che io ero tornata a vivere a casa dei miei, quindi mi sentivo anche un’adolescente, e mi dice scendi che ci facciamo un giro.
E si presenta con la macchina nuova rubata al padre – sì adolescenza pura, non comune, ma pura – una Ferrari f360 spider, quella con il vano motore trasparente dal quale si vedeva il V8.
E lui non è che era venuto lì per spararsi le pose, no.
Lui era venuto lì perché il padre gli aveva concesso un giro.
E mica che è venuto sotto casa con quell’aria di Sentenza Lee Van Cleef nel duello finale, più che altro aveva l’aria divertita di Edward Stratton III quando girava per la sua villa con il trenino elettrico.

Abbiamo fatto anche vacanze insieme condividendo la stessa stanza.

Come quella volta a fare snowboard sulle dolomiti, che ho fatto la gran risa con i suoi 1255 metri di lunghezza e la sua pendenza massima di 28 gradi.
Quelle piste che le fai, un po’ bene, un po’ in derapata, un po’ vorresti non averle iniziate mai, un po’ vorresti già essere in fondo e che se ti fermi e ti guardi alle spalle vedi un muro che ti sembra verticale e dici: ma io ho fatto questa pista?
Ed è allora quando ti rispondi di sì che un po’ ti senti come avessi partecipato allo slalom gigante della coppa del mondo di sci alpino, peccato per la mancanza degli sci, dei paletti e della prestazione performante.

O come quella volta del matrimonio dei suoi amici che si sono sposati fuori città, ed anche in quell’occasione abbiamo condiviso la stanza.
Uno di quei matrimoni in pompa magna, in un palazzo di stile neoclassico, con una moltitudine di invitati, uno di quegli eventi che poi torno a casa e mia madre mi chiede – come eri vestita? – che non intende chiedere di descriverle il vestito perché lei il vestito che ho indossato lo conosce bene, lei vuole sapere se la scelta era adeguata alla situazione.

E a dire la verità io non ricordo affatto cosa avessi indossato.
Ma ricordo di non avere avuto la sensazione di inadeguatezza che ho spesso avuto da ragazzina. Almeno non per il vestito.

Mi ricordo però la sensazione che ho avuto. Come fossi stata invitata ad un ballo organizzato da Paolina Bonaparte in Borghese.

L’enorme sala da ballo, i tavoli addobbati, adornati e agghindati come anche gli ospiti, il giardino che circondava la villa, le carrozze moderne con cavalli non a quattro zampe.

Mi ricordo però che c’e stato in momento dedicato ai balli lenti, proprio come nell’ottocento, ma il mio carnet di ballo era vuoto, in realtà perché pensavo e speravo che l’unico nome scritto sarebbe stato quello dell’avvocato. Ma non è stato così.
Ricordo di avere avuto in quel momento la sensazione di inadeguatezza. Perché lui ballava con un’altra, con la fidanzata del suo migliore amico.
Sai quelle sensazioni che vorresti sparire.
Speravo di sublimarmi all’istante.

Ricordo che venne il fratello a parlare con me. Perché ci sono quelle persone che hanno quella sensibilità, percepiscono quei momenti, che fiutano l’atmosfera, che colgono al volo la delicatezza della circostanza.
Oppure io avevo proprio un’espressione palese.

Una volta l’avvocato mi raccontò di quella volta in cui aveva scoperto che la ex lo tradiva. Diceva che erano circa 3 mesi che stavano insieme e che quindi dopo 3 mesi lui si sentiva tranquillo, e invece aveva poco di cui star tranquillo.
Che quindi anche io dopo quel racconto mi sono sentita che avevo poco di cui star tranquilla perché erano più di tre mesi che uscivamo insieme e non era successo nulla.
Nulla di nulla.
Le nostre labbra non si erano neanche mai sfiorate.
Ed io sfiorivo. Sfioriva la tentazione, il desiderio, e soprattutto la mia già debole audacia.
E con lei sfiorì anche la nostra frequentazione.

Ed io mi sono inondata di domande fino quasi ad affogare, ma essendo il mio periodo rosa, la malinconia veniva celata sotto il tendone del mondo circense. Lasciai quindi che le domande venissero interrate insieme ai picchetti di sostegno della copertura.

Sono passati anni e il fratello mi contattata per alcuni lavori, ma ahimè per l’architettura nella mia vita era già l’ora che volge al disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio.

….

Ché a me Baricco piace.
Mi sono letta molti suoi libri.
Ecco, ora se qualcuno mi dice un titolo e mi chiede di raccontare di cosa parla non lo ricordo. O meglio, in un primo momento le confondo le trame. Forse perché li ho letti tutto di un fiato, uno dopo l’altro.
Non è certo colpa sua, di Baricco intendo, se non ricordo subito la trama precisa dei suoi romanzi.
Io ho una memoria così per i libri.
Che ogni tanto è ballerina. Anche se io la ballerina da grande non la volevo fare. Attrice o cantante o architetto. Ballerina no. Ma intanto ad oggi non faccio nessuno dei tre mestieri precedenti. Quindi siamo pari.

Insomma, in un libro che non ricordo quale sia scriveva, più o meno, che nella vita accadono cose che sono come domande, passano anni e poi la vita risponde.

A me la risposta l’ha data il fratello dell’avvocato, perché poi ci siamo visti dopo che mi ha chiesto consulenze per i lavori, e lui forse aveva proprio quella sensibilità lì, perché mi ha detto che lui all’avvocato ad un certo punto ha detto – ma cosa vuoi da Emma? Se non vuoi nulla lasciala stare – perché l’avvocato era da tempo innamorato della fidanzata del suo migliore amico, quella con cui ballava quando volevo sublimarmi nella sala da ballo.

Ed alla fine lui ci è riuscito, ha avuto anche una figlia con lei, ed ha litigato con il suo migliore amico.

Ché poi la vita è bizzarra, infatti, poco dopo questa notizia e proprio mentre andavo in palestra, dalla macchina l’ho visto l’avvocato che spingeva il passeggino sul marciapiede.