U come Uomini – di mia sorella però – parte I

AAAA R R G H !
Io così mi sento.
Mi sento che vorrei urlare tutta la mia rabbia, tutto lo sconforto che mi provoca questa storia.
Mi sembra che sia proprio stata una successione di scelte del tutto errate.

E non mi guardare con quella faccia.

Io non ho la forza alle volte.
Io avrei l’enorme desiderio di prenderla da una parte e dirle che secondo me ha fatto un errore enorme.
Che non è andata meglio.
Che l’uomo con cui sta non è assolutamente adatto a lei.
Sì, certo che non è un cattivo uomo. Nel senso che dici tu.
Nel senso che dico io, forse.
Nel senso che sotto sotto cerca il suo tornaconto e per raggiungere il suo scopo lui le racconta le cose che lei vuole sentirsi dire.

Ma porca miseria non si accorge che non c’entra assolutamente niente con lei!
No, non urlo.

Che poi invece l’urlo si trasforma in pianto.
Che a me succede così: all’improvviso mi viene tristezza e gli occhi si fanno lucidi, che sembra che ci siano le onde dentro, che io vedo come attraverso il finestrino della macchina quando da piccola mamma ci lasciava al suo interno quando passava sotto i rulli dell’autolavaggio, insistevo io per rimanere dentro.

E lui allora quella sera della festa di compleanno, quella sera di maggio, se ne è accorto delle onde e mi ha detto se ci andavamo a fumare una sigaretta fuori, che faceva un freddo fuori. Che il tempo non si era accorto che era maggio.

Sarà stato quel freddo, ma lì fuori mi sono uscite le parole, e scorrevano come un fiume in piena e le lacrime hanno trovato sfogo solo nel fiume di parole e non negli occhi, per fortuna, che poi il trucco mi si sarebbe sciolto che io quando piango rimango gonfia e rossa per ore e mi si vede subito che ho pianto perché io quando piango piango bene, mica che faccio uscire solo le lacrime io. Io singhiozzo per bene, io.

Quando siamo tornati dentro mi sono accorta di aver perso il momento della consegna del regalo, perché non mi hanno chiamato, o forse sì, ed io non ho sentito perché ero fuori.
E tu sai che loro fanno caso a queste cose e quindi ho dovuto dire a mia sorella di dire al suo uomo che anche io avevo partecipato al regalo.

Ma senti tu che cosa brutta da fare.

Perché mi avevano detto che neanche aveva letto il biglietto con le firme, che insomma a me già non mi andava di venire, perché lo sopporto poco, perché avevo il compleanno di un mio amico, perché tutta l’organizzazione era copiata dalla serata del compleanno di mio padre, perché non mi andava di trascinare lui.

E per fortuna che lui è venuto con me, che lui lo sa la situazione che si è creata negli anni, lui lo sa che non sarei potuta mancare a questo compleanno, che sono situazioni familiari delicate, che poi mia sorella me lo avrebbe rinfacciato per anni se non avessi partecipato al compleanno del suo compagno.

Ancora si ricorda di fatti accaduti anni fa.
Ancora mi rinfaccia di non essere andata ad un suo compleanno e se ti dovessi dire la verità, e devo proprio dirtela, io non ricordo affatto che questo sia successo.
Ti giuro che non ricordo quale fosse questo benedetto compleanno al quale non ho partecipato.
Non lo ricordo perché sono certa di essere sempre andata ai compleanni di mia sorella.
Non era in discussione, proprio perché ho sempre voluto andarci.

Però lei si ricorda così.

Ma tu guarda che cosa brutta da giustificare.

[…] continua

U come uomini – Andre Agassi – OPEN

Sentivo che mancava qualcosa, sì mancava qualcosa ma non capivo.
Così sono stata con questa sensazione di non riuscire a riempire un vuoto fino a che ho visto lui nella libreria di mio padre.

E il vuoto si è riempito.
Niente altro che un bel libro alle volte può riempire un vuoto.

Ho divorato la sua biografia, l’ho divorata in pochi giorni, ogni minuto libero, fino a che gli occhi non mi si chiudevano leggevo, fino a che non mi sono sentita sazia ho riletto alcuni passi anche dopo averlo finito, perché io faccio così.

E mentre leggevo ho rivissuto tutte le sue partite che ho visto, quelle dal vivo e quelle in tv.
Ho rivissuto la prima volta che l’ho visto nel maggio dell’87…
E poi sono andata su internet per rivedere quello che lui descriveva.
E poi ho anche pensato che io il tennis non lo seguo più come una volta…

Non sono brava a fare recensioni, io più che altro raccolgo citazioni per omaggiare un bel libro.

U come Uomini- Il Dentista

Uno degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Quando ha aperto lo studio sotto casa mia io ero al primo anno di università e lui per promozione lasciava bigliettini pubblicitari nelle cassette delle poste, e considerato che si trovava a 2 minuti a piedi, sono andata a fare la prima visita.
Lui ha una decina di anni più di me quindi all’epoca ne avrà avuti 29, la prima impressione è stata buona – e lo sappiamo entrambe che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione – è per questo che da quel giorno è diventato il mio dentista di fiducia e lo è rimasto per tanto tempo.
Perché la sparizione, la mia, risale a circa 3 anni fa quindi un rapporto dottore paziente durato circa 20 anni…non male.

Ahhahaha lo so sono di più ! Ma non si chiede l’età ad una donna!

Ecco, il dentista è sempre stato molto complimentoso con me, nel senso che mi riempiva di complimenti, con gli anni la complimentosità è aumentata in maniera esponenziale, non mancava occasione in cui non manifestasse il suo apprezzamento, il suo gradimento, il suo consenso, la sua estimazione.
Mi invento le parole?
Ah sì?…

Comunque…tutta questa complimentosità mentre io ero lì sdraiata a bocca aperta con il trapano che mi rimbombava nel cervello l’anestesia che mi addormentava dalla mascella alla tempia e che rimaneva così per le successive enne ore che non si sa perché ma io l’anestesia la smaltisco nell’anno del mai.

E mentre lui si prodigava in complimenti e approcci sempre più espliciti io ero lì che mi sudavo le mie sette camicie in preda ad un’ansia e una paura che solo il rumore del trapano mi provoca stesa sul lettino in pelle che poco aiutava la mia agitazione.

Col tempo la durata dei miei appuntamenti era assimilabile ad un lasso di tempo a dir poco infinito, no, no, non era una mia impressione, era proprio così, a quanto pare col passare degli anni ogni lavoro da eseguire sui miei poveri denti diventava man mano più difficile, è così che il dentista giustificava questa mia permanenza nel suo studio ed ogni appuntamento non era mai quello risolutivo.
Beh insomma all’inizio sì, ad un certo punto riusciva a sbrogliare il bandolo dalla matassa o come si dice.
Tra l’altro dopo un po’ ho iniziato a chiedermi come potessero sopportare questa attesa infinita i pazienti che avevano l’appuntamento dopo il mio.

Col tempo evidentemente la durata della mia permanenza sotto i ferri non era sufficiente e quindi finito l’appuntamento mi invitava nella sua stanza e mi mostrava una qualsiasi sciocchezza che custodiva lì.
Per esempio il suo Mac – no, non fraintendere, intendevo proprio il computer – le fotografie in esso custodite, la musica da lui preferita, i video di lui e la sua band.
Che devo dirti poi non era mica male la sua band.

Col tempo anche questo non risultava sufficiente così ha iniziato a suonare qualche pezzo dal vivo, grazie alla tastiera che teneva lì nella stanza dei balocchi appoggiata al muro, e mi invitava ad ascoltarlo accomodata su quel bel divano in pelle tre posti.
E tutto finiva quando la sua assistente bussava per sollecitargli l’appuntamento successivo.
Che devo dirti anche su questo suona e canta anche molto bene.

Col tempo forse ha visto che avrebbe dovuto coinvolgermi di più, così ha iniziato a chiedermi di unirmi a lui nel canto mentre suonava la tastiera.

Sì, è vero, te l’ho anche raccontato che una delle cose che mi sarebbe piaciuto fare, proprio come sogno nel baule, sarebbe stata la cantante e, non ricordo, ma credo proprio di avere omesso una cosa fondamentale:
sono stonatissima, ma non stonata normale, sono peggio di Flavia Vento quando cantava da Mammuccari…
Strana ambizione infatti la mia…ho cantato anche al matrimonio di mia sorella, l’ombelico del mondo di Jovanotti.
E poi ho cantato anche al compleanno di mia madre, che mio zio suona, come tutti i miei cugini, e cantano tutti oltre a suonare, anche mio padre canta, insomma in quell’occasione mio zio suonava e mentre io cantavo urlava:
tojeteje er microfono!

Comunque ovviamente non ho cantato con il dentista.

E più io non alimentavo i suoi complimenti più i suoi approcci diventavano insistenti.
È ovvio.

Col tempo ha iniziato ad inviarmi email con barzellette che diventavano man mano più spinte che puntualmente quando mi vedeva le richiamava e alludeva a quelle con approcci dal vivo.
Che dire..questo mi infastidiva un bel po e soprattutto quando una volta lo fece davanti al mio nipotino che all’epoca era proprio piccolo e poi a rispondere alle sue domande ero io mica il dentista.

C’è stato poi quel grave lutto che lo ha colpito ed il tutto ha subìto in arresto…

Non subito ovviamente, però dopo un po’ ha tentato nuovi metodi ed è iniziato il periodo dei racconti sulle sue avventure sentimentali.
Beh sentimentali…non so quanto sentimento ci fosse in effetti.
Con quei racconti immagino cercasse di alimentare la mia curiosità sperando di farmi accendere la lampadina della voglia di provare se fossero veri o meno…
Mmmh, no…non si è accesa alcuna lampadina.

E poi alla fine credo di aver capito che sia arrivata anche una storia più seria, ma lui con me cercava sempre di sminuirla tra uno sguardo strano della sua assistente e un suo ammiccamento.
E Giacomino si sposa!
Sì, ma niente di serio…

Certo durante i racconti sulle avventure sentimentali io rimanevo a bocca aperta, ma esclusivamente per il fatto che dentro c’era il suo trapano.
Aridaje! Hai ragione, continuo con questi fraintendimenti.

Che insomma lo sai bene, non è questione che io me la tiro, mi conosci, quando mi piace qualcuno non mi faccio mica problemi.
Qui la questione è un’altra ed è semplicissima:
a me il dentista non piaceva proprio.
Ed è questione che quando non mi piace qualcuno non c’è verso.
Anche se poi alle volte mi incaponisco…
Sì sì hai ragione, mi incaponisco domandandomi come mai non mi piaccia uno che insiste tanto e allora cerco di capire perché ed è per questo che poi un giorno ho accettato il suo invito, un giorno dico di sì, così, quelle cose così e tanto si aspettava un no come risposta che quella volta che ho detto si non ci credeva. Nemmeno io in fondo ci credevo.
E invece siamo usciti.

No, è andata bene, mi sono divertita.
Anche a vedere come non aveva affatto gestito bene la sua organizzazione con chi evidentemente lo aspettava a casa.
Che se squilla il telefonino e alla vista del chiamante inizi a tentennare, stacchi l’apparecchio al volo eliminando il kit viva voce e inizi a:
Non sento bene, la linea è disturbata, pronto, pronto…
E attacchi sorridendo dicendo ho il cellulare un po’ scarico meglio che lo spengo, a me viene in mente solo che la nostra uscita non è alla luce del sole.

No, non è successo nulla, la prova si è limitata all’uscita non sono andata oltre, strano sì questa volta è andata così.

E no, non ha desistito.
Anzi, ha incrementato. Ma incrementato così tanto che per due anni mi ha tenuto in cura un dente.
Due anni, una volta a settimana, per un’oretta circa, oltre agli inviti nella sua stanza.
E non guariva mai.

Ed è allora che io ho iniziato a spazientirmi, dai sono stata anche paziente, in tutti i sensi, e te l’ho detto anche altre volte che lo sono, qui.

Però poi basta.

Ho iniziato a rifiutare i post appuntamento nella sua stanza e a declinare in modo sempre meno diplomatico i suoi inviti serali.

E poi un giorno ho detto che non sarei più tornata che il dente me lo tenevo così che non ne potevo più e lui mi ha detto che così non mi avrebbe più visto e allora potevamo magari uscire insieme e io gli ho proprio risposto no, non ho voglia di uscire con te, con quel tono lapidario che mi esce quando sono all’esasperazione e quella mia espressione no way di cui ti ho già parlato qui.

Lui?

Lui:

“Peggio per te Maria Emma.
Tanto la tua bellezza non durerà per sempre e allora poi vedremo che succederà quando non avrai più inviti da rifiutare.”

Non sono mai più tornata.

I conti li ho saldati ? Certo che sì, per un lavoro incompleto.

Sparito lui?

Beh la verità è che mi ha wazzappato diverse volte, ma io non ho mai risposto.
Ora è un po’ che non si fa vivo.

Ah, il dente? Il dente con tre appuntamenti da un altro dentista ho risolto.

U come Uomini – l’ingegnere

Come…?
Non hai capito?
… Eh no infatti stavo più o meno borbottando…che mi viene così…
Dicevo che l’ha rifiutato…insomma sì lo ha aiutato perché pare che sia regredito del 20% che dai non è male.
Dice che era preso da un cordone ombelicale.
Beh non so spiegarti meglio, lui si me lo ha spiegato sono io che non ho capito bene come funziona…
Insomma ora deve fare il trapianto di midollo… Sì è in una lista internazionale.
Sì perché dice che ne avevano trovato quattro qui in Italia di donatori compatibili, ma poi si sono rifiutati…
Sì erano nelle liste, ma poi alla chiamata si sono tirati indietro…
no questo non lo so, non so come funziona…
Sì pare che poi alle spiegazioni dell’operazione e del post operatorio poi si siano spaventati…
Eh no..non lo so se glielo spiegano già quando diventano donatori..non le so io queste cose…

Lui?
Lui era un po’ arrabbiato, un po’ triste, ma anche allegro, insomma lui ha sempre quel suo bel carattere..
Che poi diciamocelo è quello che lo manda avanti.

Abbiamo preso un aperitivo, anche se lui non avrebbe potuto.
Mi ha fatto vedere le foto, sì si faceva le foto durante le cure! Con quelle espressioni lì che fa lui, con quel sopracciglio alzato, senza capelli, senza più i suoi baffetti, con tanti chili in meno, che a vedere certe fotografie glielo ho detto che non sembrava neanche lui, però sempre un gran bel marcantonio, che lui lo è anche con la mascherina e la flebo attaccata al braccio.

Sì certo, lo so bene anche io che sono di parte.
Io con lui ho interpretato molti dei ruoli che si possono interpretare nelle relazioni tra uomo e donna: amici, amanti, fidanzati.
Ci sono stati indifferenza, amore, odio…

Poi lui mi ha detto sai quando finirà tutto questo mi sposerò, ma non immagini con chi, nessuno immagina con chi.
Abbiamo iniziato a rivederci già da un po’.

E io l’ho guardato e gli ho detto con Sara.

Come hai fatto?

E come ho fatto…io ho sempre pensato che non vi sareste mai dovuti lasciare, io vi ho visti insieme e si vede…si vedono tante cose.
Sono contenta. Sono contenta se vi sposate.

Ma sono triste ed ho paura ho paura di non rivederlo ho paura che non si trovi nessuno.
E mi ripassano in mente tutte le immagini…

Che te le racconterei pure ma non hai idea di chi è appena entrato in metro … Ah lo senti eh?! Certo la voce roca inconfondibile di chi la vita se l’è quasi completamente fumata, dovresti vedere come è di aspetto, è ugualmente roco. La sua voce ha mandato in frantumi i miei pensieri.

Te ne dò novemila, novemila a fine ottobre e poi non se ne parla più. Cinquemila? Cinquemila te ne bastano?

È arrivata la mia fermata. Provvidenziale.
Tutto sommato provvidenziale anche il roco che mi ha aiutato ad uscire dal vortice di quelle immagini e dai pensieri bui dove stavo precipitando.

U come Uomini – Zio, il ricatto

Tre minuti.
I treni nel periodo estivo sono rallentati, le corse sono di meno, vanno giustamente in ferie.
I conducenti intendo.

Mi viene in mente – È vero … L’ho già detto – che io la metro non l’avrei mai presa in vita mia se non fosse stato per il mio primo lavoro da impiegata.

O meglio penso che non lo avrei mai fatto, ma poi sai come è la vita: non si sa mai.
Scopri sempre cose nuove.
Come quella che ho scoperto io.
Che poi ho scoperto anche che ero l’unica della famiglia che non lo sapeva.
Sembra sempre che la piccola di casa non cresca mai.
Mi hanno detto del ricatto che ha fatto mio zio a mio padre.
Non me lo hanno detto prima per non farmi arrabbiare.
Perché in mezzo a quel ricatto c’ero proprio io.
Io che non gli avevo mica chiesto niente.
Lui ha fatto e disfatto tutto.
E mio padre, che poi dei fratelli è quello più tollerante, nella sua grande intolleranza verso il genere umano (quindi pensa gli altri), ha lasciato correre.
E me lo ha raccontato solo pochi mesi fa.
Dopo 11 anni.

Così io adesso a mio zio lo voglio vedere il meno possibile.
Che già non era il mio zio preferito. Che il mio zio preferito purtroppo non c’è più da tempo.

Era uno scherzo, mi hanno detto che sarebbe venuto anche lui a cena.
Beh ovviamente non quello, lui non c’è più.
Magari fosse stato lui.

Gli ho detto: scherzi?
No.
Dimmi che scherzi.
No.
Io non vengo: Mi rovinerebbe la cena. Io lui non l’ho mai sopportato tanto, ma dopo quello che ho saputo ancora meno.
Ma è il compleanno di zia.
Pazienza, zia capirà.

Io l’ho detto?
Io.
Pensavo di essere l’unica a pensarla così
E invece quando poi hai il coraggio di tirare fuori certe cose scopri che ci sono loro che la pensano come te e tu non lo sapevi.
Possibile che io, quella che della famiglia che parla di meno, quella che si tiene sempre tutto dentro o al massimo lo tiene su un foglio di carta, debba essere la prima che parla?

E allora poi si dice che non si invita perché sennò Maria Emma non viene.
È una specie di scarica barile su l’unica persona che ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce che lui è insopportabile.
E poi scopro che anche mia sorella ormai a lui non lo sopporta più.

Lei però lo sapeva già da tempo del ricatto.

Ma lei è brava a mantenere sane pubbliche relazioni.
Io no.

A me basta e avanza mantenere buon viso a cattivo gioco un giorno l’anno, il giorno del fatidico incontro con tutta la famiglia per Natale.
Per il resto dei giorno posso anche farne a meno.
Perché altrimenti gli vorrei dire che i bambini vanno trattati bene.
Che le urla, le minacce, il tono duro, i ceffoni, gli sguardi di rimprovero ti rimangono dentro.
Che i bambini lo sentono quando non sono graditi.
Che i sogni degli adolescenti non vanno denigrati, derisi, ridicolizzati, ma andrebbero incoraggiati.
Gli direi che non si mettono in imbarazzo le persone davanti al loro fidanzato, che non è divertente fare delle battute di spirito di dubbio gusto.
Gli vorrei dire che le persone vanno rispettate.
Che io lo trovo insopportabile con quella sua perenne espressione di disgusto quando qualcuno gli parla di se.
Lo trovo insopportabile quando non ha mai una parola buona per qualcuno.
Trovo insopportabile la sua eterna critica nei confronti delle idee e dello stile di vita di chiunque tranne che quello di sua figlia.
Trovo insopportabile quando lui ci dice quanto lei sia intelligente.
Trovo insopportabile quando lui ci dice che quello che fai lei è fantastico, che il suo lavoro e bellissimo e lei è bravissima.
Ma quale lavoro scusami??!! – gli vorrei urlare in faccia!
Quale lavoro se non ha bisogno di lavorare per vivere?
Ah ho capito.
Ma quelli non sono lavori, quelle sono passioni che lei fortunata riesce a coltivare perché non deve per forza alzarsi la mattina e timbrare un cartellino o avere a che fare con un capo o con dei dipendenti o con che so io!
Quale bravura c’è nel vivere coltivando i tuoi hobby e basta perché tanto non hai problemi ad arrivare a fine mese?!
Sarebbero bravi tutti!

Beh sì, sì è ovvio. Quello che leggi nelle mie parole è sia rabbia che invidia.
Si invidia.
Sono umana. E gli esseri umani la provano l’invidia. Che poi ci sono quelli che si nascondono e dicono “è un invidia buona”. Boh io non lo so se la mia è un invidia buona… Mi sa tanto che è cattiva…un invidia cattiva.
Eh beh, mica possono essere tutti buoni.

Così io l’ho detto.
E, come capita spesso, io divento la scusa per fare una cosa che tutti avevano in mente, ma che non avevano il coraggio di fare.
Benissimo addossate tutte le responsabilità su di me liberando la vostra coscienza, che i pensieri cattivi su altri esseri umani non sono cristiani. Dovremmo sopportare ed offrire al Signore le nostre sopportazioni.
E no.
Oggi no.
Oggi io non voglio mettermi in questa situazione.
Oggi io sono cattiva come la mia invidia.
E forse non è limitato ad oggi.
È ora che si dicano le cose come stanno.

Non te l’ho raccontato bene il ricatto.

Ci sarà occasione.

E non so nemmeno se ricatto è il termine esatto.

U come uomini – il commercialista reloaded

Come un’anziana previdente signora sono salita all’ultimo piano, li dove c’è lo studio, anche con l’ombrello, non ho voluto lasciarlo in macchina, mi son detta che non si sa mai magari piove.
Fortunatamente il mio ombrello non era nero come quello delle suore di scuola, no, è un ombrello di quelli grandi per nulla discreti, non da borsetta, di un bell’azzurro però.

Poi ero imbarazzata, sì certo meno rispetto all’altra volta.
È che quando sono imbarazzata mi rincarco su me stessa come una vecchia e mi nascondo le mani, quelle orribili mani che mi sono ritrovata.

Rincarco?
Perché non esiste in italiano?
Voce del verbo rincarcare.
Dunque vediamo…è come dire mi ripiego su me stessa, però in modo rude, non aggraziato e quindi mi rincarco. È una parola il cui suono rende l’idea.

Però oggi meno, oggi ero meno rincarcata e le mani le tenevo sul tavolo. Sempre quasi una nell’altra, ma sul tavolo.

Poi dovevo firmare e non mi ero portata gli occhiali e dovevo fare più di una firma e lui mi guardava. Che io mi sento in soggezione se qualcuno mi guarda quando firmo.
E pure tu ciai ragione: sono sempre in imbarazzo! Ogni scusa è buona!

Insomma, fatto sta che alle volte che sono così mentre firmo non riesco a fare quel bel Maria Emma che mi piace tanto e mi viene più un marema, o maena, o giù di lì.

Succede solo col nome, il cognome invece mi viene bene, sempre.

Insomma sì che vuoi ero imbarazzata per quel che era successo quello che ti ho raccontato [qui](https://mariaemmajr.wordpress.com/2013/01/28/in-my-shoes-la-tecnologia-mi-e-avversa/).
Ecco rivedere il commercialista dopo che mi sono un po’ data alla macchia senza tante spiegazioni approfittando dell’estate passata separati, che io lo so come ci si sente quando qualcuno sparisce senza troppe parole, mi imbarazzava.

Solo che insomma io il 730 lo dovevo fare e quest’anno era complicato e poi aveva fatto quell’altro con lui.

Ecco io il mio scotto per essere un po’ sparita l’ho pagato eh!?

L’anno scorso o l’anno prima, credo fosse l’anno prima, anzi sì era proprio due anni fa, è che c’era quella storia tra noi, e allora mi disse che non dovevo pagare e io insistevo e allora lui mi chiese 1€, me lo chiese così, in modo simbolico.
E io lo portai inserito dentro un palloncino, un palloncino a forma di cane, ovviamente no?
Un palloncino piccolo per non dare troppo nell’occhio e anche per non presentarsi così all’appuntamento con 1€ in mano, così mi venne questa idea.

A lui piacque, questo me lo ricordo.
Almeno è sembrato.
Oppure lo disse perché tanto c’era la storia e quindi un po’ doveva dirlo per forza.
Quest’anno non c’è. Anzi, neanche l’anno scorso c’era. E la dichiarazione non l’ho fatta.

Insomma, che dirti, giusto che si è alzata la tariffa.
Del 9.900%.

Ho pagato 100€ infatti.
Niente palloncino quest’anno.

Perché io valgo.

Sì hai ragione. Alluce, alluce valgo.

M poi il calcolo di quanto valgo sarà esatto?!

U come Uomini – Prime feste, primi balli, primi no – II Parte

Lui, il ragazzetto che mi piaceva tanto, tanto da toglierei il fiato le parole e i gesti, mi ha invitato a ballare una sola volta perché a lui piaceva una mia compagna di classe e alla mia compagna di classe piaceva un altro e a quest’altro piacevo io.
Hai capito che giri strani fa la vita ?
Hai capito quale sottile ironia la contraddistingue?
In quali burle ti coinvolge già e tu non hai neanche iniziato il liceo e ancora non sai quanti tiri storti ti lancerà la monella.

E poi, dopo la festa, ti venivano a prendere i genitori, ad alcuni ragazzi no però, perché già avevano il motorino.
Ed era il periodo del SI carta da zucchero, te lo ricordi?
Alcuni avevano il bravo o il ciaetto e ci facevano le pinne, quanto era divertente vedere fare le pinne con il ciaetto!
E poi c’era anche chi aveva il vespino 50, lo specialino bianco.
Quindi sotto casa del festeggiato c’era un mix di genitori che chiacchierando aspettavano i figli e un mix di motorini e vespette dei ragazzi che un po’ già facevano sentire la loro indipendenza.

Ed era anche il periodo che i ragazzi ti chiedevano se ti volevi mettere con loro, ti vuoi mettere con me? Già ne ho parlato, no?
E tu rispondevi che ci dovevi pensare.
Ogni tanto rispondevi così, sennò dicevi subito sì, oppure no.
Ecco, il no a me faceva sentire male.
Il no a me fa sempre sentire un po’ male, in generale.
Perché sapevi che se lui te lo aveva chiesto magari il no gli poteva fare proprio male, come a te faceva male che quello che ti piaceva lo aveva chiesto ad un’altra e magari lei aveva detto di sì e ora loro stavano insieme e insomma lo sapevi come ci si sentiva. E ti chiedevi come mai non potevi essere tu l’altra e invece eri questa con lui davanti e non l’altro e insomma io sentivo in quei casi una serie di malumori.
Il mio malumore perché sapevo che avrei detto di no, e il suo malumore che lo leggevo sul viso e quindi il suo si sommava al mio e tornavo a casa che avevo tutto questo peso addosso, il peso dell’amore che da adolescente mi bruciava dentro.
Sì insomma per me era così.

Ti dicevo all’inizio che pensando alla mia timidezza mi era venuta in mente quella volta di tanti anni fa e che lui non mi ricordo neanche come si chiama e poi però ti ho parlato di un altro che lui me lo ricordo bene come si chiama e però non mi ha mai telefonato, non mi ha mai neanche chiesto il numero di telefono…invece l’altro, l’altro un giorno mi aveva telefonato, che insomma ci eravamo visti a delle feste ma niente di più, sempre in mezzo alla gente, ed eravamo ragazzini e lui mi aveva chiesto il numero di telefono e io non sono una chiacchierona di persona figurati al telefono, che magari ci sono quei momenti di silenzio che di persona puoi colmare con gesti, un sorriso, che so, con queste cose qui. Per telefono invece quando c’erano questi silenzi era un imbarazzo totale.
Allora sì, vado avanti, ho già divagato troppo.

Lui mi telefona un pomeriggio e mi dice: ti posso passare a trovare ti devo dire una cosa.
Che io, io…no lo so.. mamma mia, mi è preso un colpo, perché a me nessuno mi era mai passato a trovare, a mia sorella sì, lei aveva tanti amici, maschi e femmine, e la passavano a trovare, ma io no, e io subito ho pensato: mica me lo vorrà chiedere.
E penso: No, per favore non me lo chiedere, che ho fatto mai per farti pensare che ti direi di sì?
A me piaceva l’altro che gli piaceva l’altra che le piaceva l’altro che gli piacevo io. Insomma mi sembravo già incasinata così.
Ma non gli dico niente e gli dico ok passa.
E tutto il tempo da quando ho attaccato il telefono a quando ha citofonato ero troppo agitata, avrei tanto voluto che lui fosse un altro che io pure fossi un’altra, avrei voluto che un po’ mi piacesse e invece non mi piaceva, ed era un peccato però perché era carino ed era anche simpatico, gentile, educato, uno nei ranghi insomma.
E allora perché non mi piace?
Ah sì, perché sono un adolescente di quelle che gli piacciono quelli fuori dagli schemi, ma quali schemi poi ci puoi avere a quell’età? Mica lo so.
Fatto sta che ‘sta cosa degli schemi me la sono portata dietro un sacco di anni.
E non è stata una cosa buona.
Ma non è tanto questo il punto, oppure purtroppo è proprio questo il punto.
Fatto sta che lui citofona e mi dice di scendere e lui era tutto carino con la sua camicetta bianca, il suo golfino blu, i suoi jeans e le scarpe da ginnastica, i suoi occhioni celesti e i capelli con quei ricci gentili un po’ scompigliati dal motorino: il suo SI carta da zucchero.
Il Si sul cavalletto e lui seduto sul sellino, un po’ imbarazzato e un po’ a cercare di trattenere l’imbarazzo.
Io una statua di timidezza che mi tremavano un po’ le ginocchia che però non era un tremolio di emozione felice era un tremolio di emozione triste.
E lui che me lo dice così e subito, che lui è venuto perché non c’è la faceva più, doveva farlo.
Dice proprio così: doveva farlo.

Perché? Forse perché lo sa già che la risposta molto probabilmente non sarà proprio quella che lui spera, ma lui ha preso il suo motorino e si è fatto tutto il tragitto e chissà cosa ha pensato durante quel tempo, chissà cosa ha sperato. Magari ha sperato di sbagliarsi, ha sperato che io poi avrei detto di sì, magari è rimasto con questo pensiero tutto il periodo del tragitto, con questa speranza che gli ha dato la forza, perché accipicchia ha avuto un gran coraggio io lo so, lo sapevo anche allora, e io questa cosa la apprezzavo e mi sentivo un po’ male. E lui lo doveva fare forse perché doveva proprio sentirlo dire da me, per toglierselo dalla testa, perché sennò poi la speranza che è l’ultima dea non gli avrebbe dato tregua e allora mi chiede:
ti vuoi mettere con me?

E c’è stato un attimo di silenzio un attimo che ad entrambi sarà sembrato un’eternità, uno di quegli attimi così lunghi che riesci a pensare molte più cose di quante ne riesci a pensare quando ti rigiri nel letto per ore che non riesci a dormire, uno di quegli attimi in cui io ho pensato che forse avrei potuto dirgli di sì, perché magari poi sarebbe andata bene, ma poi io non ero mai stata con nessuno ancora, mai nessuno me lo aveva chiesto, lui è stato il primo in assoluto nella mia vita, allora ero anche un po’ tentata, perché poi ero curiosa insomma di sapere che vuol dire stare insieme a qualcuno, però non era lui che mi piaceva, mi piaceva un altro che gli piaceva un’altra e magari nello stesso lasso di tempo lui avrà pensato che magari stavo per dir di si.

E invece no.

Ho riposto: no.
È uscito così.
No.
Non ho detto prima qualcosa. No.
Ho detto: no.
E dopo averlo detto, non ho detto altro.
È rimasto solo il No.
Solo: no.
Silenzio.
Io ero pietrificata e risentivo: no.
E mi dicevo porca miseria Emma mica puoi dire no e basta. Emma dì qualcosa. Emma! Emma!
Ma non rispondevo ero lì davanti a lui, muta.
No.
E allora lui ha ridetto, lo dovevo fare.
E io sempre niente.
Lui è risalito sul motorino, ha tolto il cavalletto e mi ha salutato.
L’ho guardato mente faceva inversione, ho fissato la sua schiena col suo golfino blu e la camicetta bianca e i suoi jeans e le scarpe da ginnastica e il suo SI carta da zucchero fino alla curva fino a che sono spariti dietro gli alberi.

Io sono rimasta lì e le mie gambe tremavano e non so quanto tempo sono rimasta ferma vicino al cancello del condominio in quella piccola via dove all’epoca non passava nessuno e non avevo voglia di tornare a casa perché non avevo voglia di raccontare a nessuno questa cosa e io capisco che non è comprensibile il perché io mi sentissi così, ma io mi sono sentita triste per entrambi.
Ma molto di più per me, perché lui ha avuto il suo coraggio da adolescente di uscire di casa con uno scopo, per cercare di raggiungere il suo obiettivo, lui si sentiva che doveva farlo e lo ha fatto.
Io no.
Io non ho avuto il coraggio di dire niente altro che no.
No.
Rimanendo ferma.
No.
No.
E quante volte sono rimasta ferma poi dopo quella volta.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a fare.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a dire.
Troppe.

Poi magari lui oggi neanche se lo ricorda e tutto questo peso anche al tempo l’ho sentito solo io.

U come Uomini – prime feste, primi balli, primi no – Parte I

Che poi a proposito di come la timidezza abbia condizionato i miei rapporti interpersonali mi viene in mente quella volta di tanti anni fa.
E lui non mi ricordo neanche più come si chiama.
Ma ho la scusante degli anni.
No, non di quanti ne ho ora, di quanti ne sono passati da quel giorno.
Io ero alla scuola solo femminile, sono sempre stata lì dall’asilo ed è stata a suo modo anche divertente, alcuni episodi poi te li racconterò.
Era il periodo che si facevano le feste a casa il sabato pomeriggio, perché ancora non si usciva la sera, ero alle medie, in terza media per la precisione, che poi precisione con me alle volte è comico. Infatti ora che ci penso non sono sicura della precisazione, facciamo comunque che ero alle medie.
E i ragazzi della scuola solo maschile invitavano noi della scuola solo femminile e le ragazze delle altre scuole solo femminili e noi e le altre invitavamo altre compagne di scuola, era una sorta di passaparola, e poi ci si conosceva di persona e allora si veniva invitati direttamente, sì insomma gli o le escluse c’erano sempre, e allora tu potevi portare un’amica e viceversa se la festa era di una ragazza allora i ragazzi invitavano i loro compagni di scuola e così via.

Alle feste il pomeriggio ad un certo punto si ballava, c’erano i lenti e i ragazzi ti invitavano a ballare, beh sì non sempre, cioè non tutte venivano invitate a ballare. A me sì mi invitavano, me la cavavo abbastanza bene con il mio carnet di ballo, no, non avevamo proprio il carnet di ballo, no, dicevo così per dire che venivo invitata.

Ti immagini come mi sentivo io quando venivo invitata?
Io che neanche pensavo che i maschi si ricordassero il mio nome.
Certi colpi al cuore che non ti dico nemmeno.

A me in quel periodo piaceva un ragazzo, tanto mi piaceva, mi piaceva da bloccarmi il fiato, che andavo in apnea quando lo vedevo, e mi ero disegnata le sue iniziali sui jeans, si avevo quel paio di jeans che adoravo e ci disegnavo sopra, di solito disegnavo animali, io li disegno ancora per i miei nipoti però sono disegni semplici tipo quelli dei film di animazione, li disegno ai miei nipoti che a loro piace tanto, gli faccio i coniglietti, le paperelle, i gattini, i cani no, pensa che strano, i cani non li ho mai disegnati.

E insomma questo ragazzo che mi piaceva tanto un giorno l’ho pure rivisto, un giorno di tanti anni dopo, no nulla di strano nel fatto che lo abbia rivisto, è dove l’ho rivisto la prima volta dopo tanti anni che mi è sembrato strano:
l’ho rivisto in televisione!
Ahahahahahah no, non era sul trono di Maria, e quando l’ho rivisto mi è preso un colpo perché erano anni che non lo vedevo, voglio dire forse erano passati 25 anni, ora ne sono passati quasi 30, si insomma ma che importanza ha fare tutti questi conti? Sai che parlare di età fa cafone no? Come diceva la Audrey in colazione da Tiffany, ah si riferiva ai diamanti, che non si indossano sotto i 40?
Ah, ok.

Quindi un giorno guardavo uno di quei programmi del giorno quelli che c’è un po’ di tutto dentro per far passare la mattina con i fatti di cronaca e i settimanali di gossip e i quotidiani e loro che suonano e cantano e il gioco a premi con le telefonate da casa e le ricette e l’oroscopo che mia zia appena mi vede dice che lo ha sentito e che il mio segno va bene o va male, a seconda…che io le dico zia ma tu sei cattolica e lo sai che questa cosa delle stelle dell’astronomia e le previsioni e il futuro e le cartomanti cozzano con la religione, e lei però continua e mi ripete che questo andrà bene che questo andrà male, che io non lo leggo più l’oroscopo da quando un giorno ho pensato mi abbia portato sfortuna per un esame all’università…

Insomma arriva il momento della consulenza ed ecco arriva lui *apre piano la porta poi si butta sul letto e poi e poi ad un tratto lo sento afferrarmi le mani le mie gambe tremare * Ehm no, non c’entra nulla, arriva lui come consulente perché è….dai non lo posso dire chi è! Però grazie al suo lavoro sta spesso in televisione, dico spesso perché poi dopo quella volta l’ho rivisto nella sua veste professionale e parla così bene, ed è sempre tutto compito e forbito e manierato e però poi dopo quell’occasione l’ho rivisto altre volte, perché la vita è bizzarra e alle volte succedono delle cose che non ti sai spiegare ed una di queste cose è per esempio che non vedi una persona per anni, una persona che magari hai anche conosciuto bene, che hai frequentato assiduamente per un diverso periodo di tempo e poi la vita vi divide e tu non la vedi più, non la vedi magari per mesi o per anni, come se si fosse incastrato qualche meccanismo, perché magari incontri delle persone collegate con lei, ma lei no, e le persone magari te ne parlano e tu sai che è ancora nella tua città però per colpa di un ingranaggio capriccioso non la incontri, sarà colpa delle stringhe o dell’energia oscura o degli universi paralleli o di quelle particolari vicende che Stephen Hawking saprebbe spiegare bene o anche Obi-Wan, dipende.
Poi in un giorno che non ti aspetti il congegno si disincastra all’improvviso, che non hai capito che è successo però un giorno qualunque in un momento qualsiasi mentre stai guardando una trasmissione che non guarderesti mai ma che quel giorno non sai perché ti ispira, rivedi quella persona di tanto tempo fa e poi dopo quella volta proprio perché il congegno disincastrato ha fatto sì che si aprisse probabilmente un varco spazio – temporale allora la incontri per alcune volte di seguito e poi magari il meccanismo si inceppa di nuovo e non la rivedi più.
boh io questa cosa non l’ho mica mai capita…

E lui dopo quella volta l’ho rivisto anche non in televisione, ma la sera in giro per la città, nelle piazze quelle che le sere d’estate stai fuori a bere una cosa e fare due chiacchiere o nei ristoranti o nei locali quelli con tante stanze con la musica differente o anche quelli che hanno la musica dal vivo o quelli che anche se hanno la musica a nessuno interessa.

E ti devo dire la verità che la veste professionale in queste occasioni viene stracciata completamente e si torna ad essere quello che si è sul serio, però è così, pure io lo faccio e come me e come lui tanti professionisti che conosco lo fanno.
Io no, in effetti, io non mi ritengo più poi tanto una professionista, io sono un’impiegata e la mia professione da tanto che non la esercito, l’ho stracciata quando ho preso questa decisione, ma tant’è.

Insomma le feste il pomeriggio erano tutte coca cola e panini i ripieni e balli lenti e balli veloci e si ballava maschi con femmine ed era bello, ed i lenti si ballavano che tu mettevi le mani sulle spalle di lui e tenevi le braccia tese come a tenerlo lontano da te e lui teneva le sue mani sui tuoi fianchi anzi sopra sulla vita e le braccia tese e poi spostavi il peso del corpo da un piede all’altro e contemporaneamente giravate a formare un cerchio.
Questo se non ti piaceva.

Altrimenti c’era il momento in cui ti invitava quello che ti piaceva e allora si ballava che tu le braccia un po’ gliele tenevi intorno al collo e un po’ ti appoggiavi con la tua guancia sulla sua spalla oppure mettevi solo un braccio intorno al suo collo e l’altra mano l’appoggiavi sulla sua spalla corrispondente e il tuo avambraccio allora si appoggiava sul suo petto, certo se lui era più alto perché se lui era più basso allora no e poi un po’ vi guardavate e un po’ vi parlavate e un po’ appoggiavi il viso sul tuo braccio che stava intorno al suo collo e le sue braccia ti avvolgevano sì ma non tanto solo un po’, era tutto fatto con quel timore che hai paura di esagerare che vorresti ma ti batte il cuore e non sai bene che dire e io cercavo sempre qualcosa di intelligente da dire e la mia mente invece era vuota e vuoi che la canzone non finisca e poi quando finisce cosa fai?
Mi allontano dall’abbraccio, sì, ma poi vado via o continuo una conversazione che praticamente non è mai iniziata ?
Io credo che Nanni Moretti per quella scena di Ecce Bombo l’ispirazione l’abbia presa da feste del genere, mi si nota di più se finita la canzone mi allontano subito o se rimango lì vicino a lui, e se io rimango lì e lui si allontana mi si nota di più se rimango ferma come un baccalà ma cerco di fare la vaga o se magari mi avvicino al tavolo del buffet…?
insomma un imbarazzo, però bello.


  • Continua –

U come Uomini – Zio

È tutto il giorno che ci penso, sì certo la giornata non è finita e avrei ancora tempo ma volevo dedicartene un po’ solo a te proprio oggi che è il tuo compleanno e non ce la faccio, che ti avrei voluto dire qualcosa riguardo alle grandi cose ora che sono passati 18 anni, ma non so se ti è mai capitato di avere la mente vuota o forse troppo piena.
O forse alla fine è che non ci sono grandi cose in realtà.
Quindi ti dedico il post che scrissi nel 2010, che ci vuoi fare zio è un regalo riciclato, ma sempre farina del mio sacco, che oggi mi sembra un po’ svuotato.


Mettere in ordine quella parte di casa che un tempo era un ufficio, archiviare i documenti, archiviare la memoria.

Decidere cosa buttare si rivela essere una scelta fra quali ricordi incollati sugli oggetti vuoi gettare e quali vuoi tenere.

Sperare che portando tutto al macero la distruzione si porti via anche l’amarezza, quella parte di un passato che hai voglia di cancellare.

Sapere che anche se le cose andranno distrutte i ricordi non le seguiranno, perché sono incollati a te, non alla materia.

Cercare di tirare fuori solo i momenti piacevoli vissuti, metterli in ordine insieme alle vecchie fatture.

Trovare per caso un foglio a quadretti, strappato da uno di quei block notes che usavo spesso prima della tastiera e dove, con poche parole, buttavo giù le idee.

Riconoscere la calligrafia di una persona cara…sentire l’emozione che sale fino a bloccarsi in gola.

Iniziare a leggere e conteporaneamente permettere ai ricordi di riaffiorare come una sequenza di lampi in una notte senza luna.

Cedere alla tempesta di emozioni che si sta avvicinando e lasciare scorrere le immagini nella mente.

Riuscire a farsi travolgere dai ricordi tanto da sentire di nuovo la voce che da tempo non si udiva.

Così mi vieni in mente in tante occasioni, frammenti del passato che ritornano vividi nel presente.

Ricordo il modo in cui tagliavi il baccello delle fave, lasciavi solo un filo a congiungere due lembi, creando una bocca e la fava diventava uno strano personaggio che parlava tramite la tua voce contraffatta.

O quando disegnavi occhi e bocca su quelle buste di carta del pane e coprendoti il volto inseguivi me e sorella fingendoti il mostro del cartone.

Mi viene in mente come camminavo e parlavo piano per non svegliarti quando la tua porta era chiusa e aspettavo trepidante il momento in cui saresti uscito, perché certa che sarebbero stati momenti di grandi giochi e risate.

O quando mi potevo sedere vicino a te mentre guardavi la partita, anche se in fondo non ne capivo nulla, imparavo a memoria la formazione della squadra e la ripetevamo insieme in una sequenza veloce come i tifosi allo stadio.

Ricordo che abbandonavo le bambole in un angolo perché l’interesse nei loro confronti improvvisamente spariva non appena ti vedevo preparare in giardino il fortino, correvo fuori e tu facevi rivivere gli indiani e i cowboy.

Ti guardavo incuriosita quando preparando i panini li facevi prima abbrustolire: spiedini sul fuoco del gas, come se fossimo in un campeggio lontano dal mondo.

Ricordo i tuoi pennelli da barba, che strano ricordo da concatenare con tutti gli altri che mi balenano in mente, in un susseguirsi veloce di istantanee che la mia memoria mi ripropone come una serie di diapositive proiettate sul muro della mia mente:

il tuo sorriso, i tuoi occhi blu, i tuoi libri, i fumetti, tu seduto sul divano, il tuo borsello, la tua catenina e suoi ciondoli, il tuo anello, le tue sigarette, i tuoi occhiali, tu con nonna, le tue foto da giovane, il tuo bicchiere, le tue mani, la tua radio, tu nella macchina, tu che tieni per i piedi mia sorella per farle sputare la caramella che la stava strozzando, tu che bevi la birra e ti sporchi di proposito la punta del naso con la schiuma per farci ridere, la foto con te che spingi il passeggino con me sopra e sorella accanto, in piedi, sorridente e fiera; tu al tiro a volo; la tua macchina; il tuo portacenere; tu che mi spingi nella mia piccola macchina a rotelle; tu che ti complimenti per i miei successi scolastici…la sequenza di queste e altre mille immagini ha come sfondo la serenità e la felicità che avevi nell’affrontare tutti gli eventi, sono da sfondo, ma spiccano su tutto l’insieme.

E la colonna sonora è la tua risata contagiosa.

La proiezione sfuma sull’ultima immagine: al ristorante tutti insieme, quando hai detto che quello per te sarebbe stato un buon momento per morire, perché avevi raggiunto la serenità nei confronti del tuo passato ed eri felice nel presente. Ti sarebbe dispiaciuto solo lasciare noi.

In quel momento ho pensato fosse una strana frase, ma non ti ho mai chiesto di poterla approfondire. Non ne ho avuto il tempo.

Lassù erano d’accordo con te, perché dopo poco ti hanno ripreso con loro, così senza alcun preavviso, in una notte che pensavo sarebbe stata uguale a tutte le altre.

Dicevi a tutti: “vedrete Maria Emma, farà grandi cose.”

Sono passati 15 anni ed io non lo so se sono riuscita a fare grandi cose, ma quando incontro i miei nipoti e li vedo corrermi incontro sorridenti per abbracciarmi, penso che se quel sorriso è la testimonianza che riesco a trasmettere loro anche solo la metà della serenità e della felicità che tu mi trasmettevi, allora sì sono riuscita a fare grandi cose, perché ho avuto un grande maestro.

Grazie Zio.

U come uomini – Il maestro di sci II

Li vedo sempre quel papà e suo figlio nel passeggino, li vedo sempre perché si vede che siamo i patiti del primo vagone della metro e si vede che il tempo per noi gira sempre allo stesso modo.
E lui mantiene sempre il contatto con il suo bambino che spesso dorme, gli tiene una mano, gli accarezza la testa, i piedini, il viso, non lo lascia mai.

Io mi lascio invece ogni tanto.

Perdo il contatto.

Succede spesso quando non sono convinta di essermi comportata come avrei voluto.

Mollo gli ormeggi e mi lascio vagare nell’oceano dei miei dubbi e delle mie incertezze.

Perdo il contatto con la terra ferma.

Gli unici sintomi della sparizione dello skyline alla mia vista sono l’interruzione della lettura e della scrittura.

L’ultima volta che è successo è stato per quanto è accaduto con il maestro di sci. La lettura l’ho ripresa prima della scrittura, ma la scrittura, quella sì, l’ho lasciata per un po’. Subito dopo il post su di lui, sul maestro di sci.

Perché poi dopo la telefonata non ho resistito e il primo weekend disponibile sono andata da lui e il primo weekend disponibile era quello della stessa settimana in cui mi ha telefonato. Non ho perso tempo, ho preso subito la palla al balzo. Ma al concerto di Vasco quest’anno non vado purtroppo.

Non ho riflettuto un secondo e ho lasciato i cani e non è tanto nel fatto di lasciare i cani perché è capitato altre volte, ma è tutto nel modo in cui l’ho fatto. Perché si dice che molte volte sia come fai le cose che può dare fastidio piuttosto che le cose stesse.

E mi era già successo per questo sono consapevole che se lascio i cani in quel modo vuol dire che sono in un equilibrio precario tra il desiderio e il pozzo.

Vuol dire che sono un funambolo sulla corda tesa delle mie insicurezze.

E li ho mollati, si certo erano a casa dei miei e chi meglio di loro se ne può occupare, però li ho mollati proprio così come fossero loro a sbilanciarmi a farmi perdere l’equilibrio a farmi rischiare di mandare a puttane lo spettacolo cadendo al suolo e ridicolizzando l’intera comunità itinerante.

E vorrei raccontare come si sono svolti i fatti, vorrei raccontare di come sono passata sopra al modo in cui non ci eravamo più sentiti, al modo in cui non sono riuscita a gestire la situazione.
Vorrei raccontare di come ero eccitata all’idea di rivederlo, perché poi forse era tutto là il suo segreto tutto in quello che mi provocava.
Quello che mi provocava, il fascino che su di me esercitava la sua vita vissuta nell’aura di un’apparente anticonformismo, nel suo raccontarsi al di sopra degli schemi, nel suo proporsi agli altri con una vita scelta un giorno dopo l’altro, svicolando tra i condizionamenti e scartando i vincoli di una quotidianità banalmente comune ai più.
Vorrei raccontare di come sono stati quei tre mesi, quei miseri 90 giorni, che se li racconti volano, se li vivi però camminano, ci sono quelle persone e quelle situazioni che provocano in un lasso minimo di tempo sensazioni che rimangono incise a bulino sulla pelle dell’anima.

Ed è inutile ormai metterlo nero su bianco, perché non esiste nulla di particolare in quello che è successo. Non esiste nessuna scena degna di essere girata a colori e con il sonoro. Ma neanche in bianco e nero e con le vignette. E se è rimasta della pellicola dei mesi precedenti a questi, possiamo distruggerla, darle fuoco, il mondo non sarebbe privato di alcun capolavoro.

E poi le immagini e le parole a cosa servono se non a provocare sensazioni?

Le posso quindi tralasciare, posso cancellare tutte le nostre parole, tutte le immagini che ci ritraggono insieme perché le sensazioni le ho ben chiare.
Ma purtroppo non riesco a scinderle, queste sensazioni mi evocano immagini, davanti ai miei occhi proiettate come tanti flash ad intervalli irregolari che fendono la nebbia del risentimento che covo nei confronti di me stessa per aver perso l’equilibrio, aver mandato a puttane lo spettacolo, nella caduta aver perso la vis insita con l’inevitabile conseguenza di essere rimasta in balia dei suoi malumori e dei suoi buonumori, delle sue voglie e delle sue avversioni, del suo appagamento e del suo disappunto.

Per poi scoprire che mi potevo anche sentire peggio rispetto a come mi sono sentita ad essere un corpo roteante nel vortice dei suoi sinonimi e dei suoi contrari, ed è come mi sono sentita quando sono diventata un corpo inerte.

Come gli inerti non reagivo con l’elemento con cui ero in contatto, non subivo alcuna modificazione durante la fase di indurimento del legante e come questi contribuivo ad aumentare la velocità di reazione, a diminuire il tempo di indurimento, massimizzare la durabilità, la resistenza alla compressione, la resistenza alla frantumazione.

Lui, infatti, unico legante di questa storia – perché era di certo lui che teneva legata me, io non riuscivo affatto a tenere legato lui a me – iniziava ad indurirsi.
Indurimento dovuto ad una evidente sazietà nei confronti della mia presenza. Che non era sinonimo di soddisfazione, gratificazione e benessere che si prova dopo aver soddisfatto un desiderio o anche un bisogno.
No.
Intendo un senso di nausea, di stuccamento, a rapida essiccazione, compatto e molto resistente, formato da componenti che fornivano un’elevata protezione contro l’osmosi, di semplice applicazione, facilmente spatolabile e utilizzabile anche nelle condizioni più estreme.

Ma la comunità itinerante ne è uscita illesa, solo io, funambola invischiata nel groviglio creato dalla mia inerzia, sono rimasta offesa.

Offesa con me stessa.
Per non aver reagito in un primo momento e aver reagito in modo del tutto diverso rispetto a come avrei voluto in un secondo momento, quando durante quella telefonata lui mi ha chiesto se pensavo che stessimo insieme perché la sua amica gli aveva chiesto di me ma lui le aveva detto che non stavamo insieme e lei gli aveva consigliato allora di non avere con me quegli atteggiamenti che aveva di non comportarsi così con me anche in mezzo alla gente perché dal suo comportamento sembrava proprio che stessimo insieme e lui durante la telefonata voleva sapere cosa io pensassi perché se avessi pensato così ossia che io e lui stavamo insieme allora lui con quella telefonata voleva chiarire tutto voleva dirmi che non aveva intenzione di stare insieme a me che non l’aveva mai pensato che non voleva farmi credere questo con il suo comportamento che allora se era così forse sarebbe stato meglio non vedersi più perché lui non voleva stare insieme a nessuna e non voleva che io continuassi a fraintendere e io certo ma che dici non lo avevo mica pensato che stessimo insieme che anche io mica voglio stare con te che non avevo assolutamente frainteso il suo comportamento che non c’era bisogno di nessuna spiegazione che potevamo tranquillamente continuare a vederci che così a me andava bene è sempre andata bene così che mica da oggi in poi non ti farai più sentire che guarda che ho capito benissimo la situazione a me sta bene così continuiamo a vederci.

Il prevedibile epilogo della storia: lui non ha più chiamato e non ha più risposto alle mie telefonate.

"Ho un amico – disse alla fine Lisa – è un’artista, uno scultore.
[…]
L’ultima volta che sono passata da Jason stava lavorando ad una nuova idea. Riempiva di gesso degli imballaggi vuoti, usava la plastica con le bollicine che usano per avvolgere i giocattoli, o i pezzi di polistirolo per proteggere i televisori, hai presente? Bene, lui li chiama: "
spazi negativi".
Li usa come stampo e crea delle sculture.
Aveva centinaia di oggetti nel suo studio…forme fatte con porta uova, blister di spazzolini da denti, la plastica sagomata di una confezione di cuffie stereo… …camminavo nel suo studio guardando tutte quelle sculture bianche e ho pensato:
È esattamente ciò che sono io.
È ciò che sono sempre stata, per tutta la vita.
Spazio negativo.
Sempre in attesa di qualcuno, o di qualcosa, sempre in attesa di un sentimento reale che mi riempisse e mi desse una ragione…"

Shantaram

U come uomini – l’avvocato parafangaro

Così avevo accennato al coniatore del termine "impresepiti".

L’avvocato parafangaro.

Che deriva da parafango.

Ché in questo modo venivano chiamati quegli avvocati che negli anni d’oro avevano fatto molti soldi con gli incidenti d’auto e le assicurazioni.

L’avvocato l’ho conosciuto nel periodo rosa della mia vita.
Il periodo successivo alla conclusione di ventennali rapporti di amicizia. Un periodo in cui la mia vita si è tinta di un colore allegorico e appariscente che simboleggiava un’atmosfera zuccherosa e smielata, un’immagine apparentemente spensierata, una dimensione sospesa tra il magico e il tragico.
Dove la malinconia, anche se ben celata, era sempre presente.

Ci siamo conosciuti tramite amici comuni e considerando che all’epoca l’architettura, quella bella, faceva ancora parte della mia vita e lui doveva fare dei lavori nel suo studio, abbiamo iniziato a sentirci.

L’avvocato poi prese l’abitudine di telefonarmi tutti i giorni all’ora di pranzo, quando ero in palestra.
Ed io in palestra lo tengo staccato il cellulare e non perche ci sono i cartelli che ti invitano a farlo, ma perché entro in un altro mondo e mi concentro. E non so se dipende dal periodo degli allenamenti di nuoto che facevo da bambina che sei tu e la striscia nera. So solo che io quando mi alleno sto lì sola con me stessa, e ci sto bene, e non ci voglio nessun altro.
Quindi non rispondevo.
E per un po’ ho pensato che lo avrebbe capito e avrebbe chiamato dopo o prima.
Ma non lo faceva.
Avrei dovuto capire che c’era qualcosa sotto.

Dopo lo sai di Tim, arrivava l’sms con le parole dell’avvocato.
Sempre carine, invitanti, allegre.

Ed ogni giorno era così, tanto che ogni volta che riaccendevo il telefonino dopo la palestra ormai ero abituata a sentire il suono dell’sms del Motorola.
E c’è da dire che a me piaceva tanto il suono degli sms del Motorola. Lo avevo comprato per quello. E ho cercato di tenerlo per più tempo possibile. Quel suono che poi non hanno fatto più, però hanno fatto la suoneria hello moto e allora mi sono comprata il nuovo modello.
Ecco forse questo è un fenomeno da studiare il fatto che compravo cellulari a seconda della suoneria che mi piaceva che le altre marche non avevano.
Però ad un certo punto ho smesso, quindi qualunque cosa fosse sono guarita.
Oppure solo arresa all’evidenza che ad oggi nessuna suoneria del cellulare mi piace, tanto che la cambio ogni mese.

Fatto sta che con l’avvocato ho iniziato ad uscire e siamo usciti insieme per tanti mesi.
Perché l’avvocato era di una simpatia rara.
E non intendo quelle cose che tu chiedi – ma come è il tuo amico? – simpatico – ah ho capito è brutto – No. Proprio nel senso di sün pàscho, provare emozioni con.
E io ho provato molte emozioni e la principale, quella che mi ha fatto avvicinare, era l’allegria.
Così mi sono interessata, sensibilizzata, lasciata trascinare, coinvolgere e alla fine mi sono invischiata.

Lui era tutt’altro che impresepito anche se molte persone al suo posto lo sarebbero state, dalla sua parte anche un metro e ottanta e passa di fisico atletico, occhioni azzurri, attaccatura alta dei capelli castani sì, ma portata con garbo, e una risata travolgente.
Come quella che ci siamo fatti quando una volta mi è venuto a prendere a casa, che io ero tornata a vivere a casa dei miei, quindi mi sentivo anche un’adolescente, e mi dice scendi che ci facciamo un giro.
E si presenta con la macchina nuova rubata al padre – sì adolescenza pura, non comune, ma pura – una Ferrari f360 spider, quella con il vano motore trasparente dal quale si vedeva il V8.
E lui non è che era venuto lì per spararsi le pose, no.
Lui era venuto lì perché il padre gli aveva concesso un giro.
E mica che è venuto sotto casa con quell’aria di Sentenza Lee Van Cleef nel duello finale, più che altro aveva l’aria divertita di Edward Stratton III quando girava per la sua villa con il trenino elettrico.

Abbiamo fatto anche vacanze insieme condividendo la stessa stanza.

Come quella volta a fare snowboard sulle dolomiti, che ho fatto la gran risa con i suoi 1255 metri di lunghezza e la sua pendenza massima di 28 gradi.
Quelle piste che le fai, un po’ bene, un po’ in derapata, un po’ vorresti non averle iniziate mai, un po’ vorresti già essere in fondo e che se ti fermi e ti guardi alle spalle vedi un muro che ti sembra verticale e dici: ma io ho fatto questa pista?
Ed è allora quando ti rispondi di sì che un po’ ti senti come avessi partecipato allo slalom gigante della coppa del mondo di sci alpino, peccato per la mancanza degli sci, dei paletti e della prestazione performante.

O come quella volta del matrimonio dei suoi amici che si sono sposati fuori città, ed anche in quell’occasione abbiamo condiviso la stanza.
Uno di quei matrimoni in pompa magna, in un palazzo di stile neoclassico, con una moltitudine di invitati, uno di quegli eventi che poi torno a casa e mia madre mi chiede – come eri vestita? – che non intende chiedere di descriverle il vestito perché lei il vestito che ho indossato lo conosce bene, lei vuole sapere se la scelta era adeguata alla situazione.

E a dire la verità io non ricordo affatto cosa avessi indossato.
Ma ricordo di non avere avuto la sensazione di inadeguatezza che ho spesso avuto da ragazzina. Almeno non per il vestito.

Mi ricordo però la sensazione che ho avuto. Come fossi stata invitata ad un ballo organizzato da Paolina Bonaparte in Borghese.

L’enorme sala da ballo, i tavoli addobbati, adornati e agghindati come anche gli ospiti, il giardino che circondava la villa, le carrozze moderne con cavalli non a quattro zampe.

Mi ricordo però che c’e stato in momento dedicato ai balli lenti, proprio come nell’ottocento, ma il mio carnet di ballo era vuoto, in realtà perché pensavo e speravo che l’unico nome scritto sarebbe stato quello dell’avvocato. Ma non è stato così.
Ricordo di avere avuto in quel momento la sensazione di inadeguatezza. Perché lui ballava con un’altra, con la fidanzata del suo migliore amico.
Sai quelle sensazioni che vorresti sparire.
Speravo di sublimarmi all’istante.

Ricordo che venne il fratello a parlare con me. Perché ci sono quelle persone che hanno quella sensibilità, percepiscono quei momenti, che fiutano l’atmosfera, che colgono al volo la delicatezza della circostanza.
Oppure io avevo proprio un’espressione palese.

Una volta l’avvocato mi raccontò di quella volta in cui aveva scoperto che la ex lo tradiva. Diceva che erano circa 3 mesi che stavano insieme e che quindi dopo 3 mesi lui si sentiva tranquillo, e invece aveva poco di cui star tranquillo.
Che quindi anche io dopo quel racconto mi sono sentita che avevo poco di cui star tranquilla perché erano più di tre mesi che uscivamo insieme e non era successo nulla.
Nulla di nulla.
Le nostre labbra non si erano neanche mai sfiorate.
Ed io sfiorivo. Sfioriva la tentazione, il desiderio, e soprattutto la mia già debole audacia.
E con lei sfiorì anche la nostra frequentazione.

Ed io mi sono inondata di domande fino quasi ad affogare, ma essendo il mio periodo rosa, la malinconia veniva celata sotto il tendone del mondo circense. Lasciai quindi che le domande venissero interrate insieme ai picchetti di sostegno della copertura.

Sono passati anni e il fratello mi contattata per alcuni lavori, ma ahimè per l’architettura nella mia vita era già l’ora che volge al disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio.

….

Ché a me Baricco piace.
Mi sono letta molti suoi libri.
Ecco, ora se qualcuno mi dice un titolo e mi chiede di raccontare di cosa parla non lo ricordo. O meglio, in un primo momento le confondo le trame. Forse perché li ho letti tutto di un fiato, uno dopo l’altro.
Non è certo colpa sua, di Baricco intendo, se non ricordo subito la trama precisa dei suoi romanzi.
Io ho una memoria così per i libri.
Che ogni tanto è ballerina. Anche se io la ballerina da grande non la volevo fare. Attrice o cantante o architetto. Ballerina no. Ma intanto ad oggi non faccio nessuno dei tre mestieri precedenti. Quindi siamo pari.

Insomma, in un libro che non ricordo quale sia scriveva, più o meno, che nella vita accadono cose che sono come domande, passano anni e poi la vita risponde.

A me la risposta l’ha data il fratello dell’avvocato, perché poi ci siamo visti dopo che mi ha chiesto consulenze per i lavori, e lui forse aveva proprio quella sensibilità lì, perché mi ha detto che lui all’avvocato ad un certo punto ha detto – ma cosa vuoi da Emma? Se non vuoi nulla lasciala stare – perché l’avvocato era da tempo innamorato della fidanzata del suo migliore amico, quella con cui ballava quando volevo sublimarmi nella sala da ballo.

Ed alla fine lui ci è riuscito, ha avuto anche una figlia con lei, ed ha litigato con il suo migliore amico.

Ché poi la vita è bizzarra, infatti, poco dopo questa notizia e proprio mentre andavo in palestra, dalla macchina l’ho visto l’avvocato che spingeva il passeggino sul marciapiede.

U come uomini – Mario – What goes up must come down

Attesa prevista 5 minuti.

Oggi che volevo fare presto che sono sgattaiolata via pochi minuti prima dall’ufficio.
Mica tanti.
6 minuti per essere precisi.
Ed ora che la metro è in ritardo perdo tutto il vantaggio.
Quando non riesco ad allontanarmi al più presto dal luogo dove lavoro, anche fosse solo il quartiere, mi innervosisco.

Attesa prevista 4 minuti.

Mi viene in mente Mario che quando eravamo ragazzini adolescenti era bello, biondo, alto, occhi marroni intensi, affettuoso, cortese, aristocratico, elegante e ricco. Molto ricco.

Mario oggi prende la metropolitana.
Mario prima di oggi non aveva mai preso la metropolitana e nessun altro mezzo di trasporto di gestione pubblica.

Che io tutto avrei pensato quando l’ho conosciuto tranne che oggi avrebbe preso la metropolitana.

E perché prende la metro?
Perché va a lavorare.
Va a lavorare? Mario?
Sì proprio lui… E prende mille euro al mese, Mario.

E quindi sono qui sotto al livello stradale, in mezzo a tanta gente che mano a mano aumenta e la banchina si riempie tanto che mi metto spalle al muro. Perché io ho quella strana paura lì, paura che qualcuno mi spinga oltre la linea gialla quando arriva il treno. Boh è una paura così.
E chissà se Mario ha la stessa paura. E chissà se il servizio è rallentato anche per lui.

Attesa finita. Treno in arrivo.

E il treno in arrivo è completamente pieno. Così pieno che la gente dentro guarda la gente fuori e la minaccia silenziosamente di non salire.
No, infatti non volevo salire, rimango sulla banchina.
Prendo il prossimo. Perché va bene che volevo fare presto, ma io non sopporto stare tutti appiccicati.
Chissà se Mario lo sopporta.

Quando ho conosciuto Mario erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dei party, del look, dei mondiali vinti, dell’ottimismo come regola, del Commodore 64, di wall street, degli young urban professional, dei capelli cotonati, delle spalline, dei colori fluo, dei vestiti taffettà con le balze.

Mario era uno di quei ragazzi appena affacciati all’adolescenza che sono abituati che a pranzo c’è l’argenteria e c’è quel signore dietro che appena il bicchiere è mezzo vuoto allora te lo riempie che tu quasi ti spaventi.
Perché non è che i miei non mi abbiano insegnato l’educazione estrema e non è che non pranzassero con le posate d’argento, e so bene che si inizia sempre dalle posate esterne e che devo tenere le mani sulla tavola e no, i gomiti no, che le sgridate che ci ho preso me le ricordo. È che io mi sento solo una ragazzina a pranzo da un amico. È che sono timida e se mi dai tutte queste regole io mi ci rinchiudo dentro e non ne esco più.
E poi c’è quella questione che il sapore dell’argento in bocca mischiato al cibo non mi piace.
Chissà se a Mario piace.

E chissà se Mario se la ricorda la festa in cui ci siamo conosciuti.
Io me la ricordo bene perché era la mia prima festa di sera.
Il mio primo vestito di taffettà colorato con le balze.
Le mie prime calze eleganti.
I miei primi tentativi di trucco.

Mario in quel contesto ci stava proprio bene, signorile, blasonato, accompagnato sempre dalla sua sfilza di cognomi.
Ha intrattenuto me e la mia amica tutta la sera con fare distinto, sensibile e delicato.

Mario ed io siamo stati amici per un paio d’anni. In città e al mare.
Mario si è preoccupato per me quando mio padre mi ha regalato il motorino.
Mario mi diceva sempre di non andare troppo veloce e di non frenare in curva e se proprio devi, non frenare con i freni davanti.
Mario non si arrabbiava quando il mio cane si attaccava alla sua gamba e la usava come sua amante.
Mario mi portava spesso alle feste dei suoi amici ugualmente blasonati, i partecipanti a dire il vero non erano necessariamente tutti corredati da pluricognomi, ma c’era una cosa che li accomunava: erano tutti sempre accompagnati da suffissi elativi nel loro essere conformati, strutturati, impostati, affettati, eleganti, educati.

Impresepiti insomma.

Che deriva da presepe, dalle statuine del presepe, come disse uno dei tanti che ho frequentato che mi piaceva tanto, ma io a lui no.
Quindi ieri che l’ho visto che entrava mentre io uscivo dalla palestra nuova dove mi sono iscritta ho abbassato lo sguardo, perché non avevo proprio voglia di vederlo e lo so che non si fa che ho criticato quelli che lo fanno, ma alle volte mi concedo di disattendere le mie regole.

Mario era il classico ragazzo che mia madre mi sponsorizzava e più lei tesseva le sue lodi, meno io pensavo a lui come possibile fidanzato.
Che poi mica ci ha mai provato o ha mai detto quello che si diceva:
"Ti vuoi mettere con me?"
"Ci devo pensare".
Che erano mesi che ci pensavi, ma a dire subito sì facevi la figura della facilona.
Mario non lo ha mai chiesto.

Poi io ho cambiato gruppo, ho lasciato la terra dei suffissi elativi per l’oceano dei prefissi elativi, il cui uso era meno frequente, limitato ad alcuni ambiti, alcuni in un linguaggio familiare, altri per la creazione di neologismi.
Il periodo iniziato col lavoro in discoteca il sabato pomeriggio.

E ci siamo persi di vista con Mario.

Fino a quando poche settimane fa aspettavo fuori da un locale e l’ho visto.

Lo sguardo si è fissato su di lui e ho visto un uomo che ha da poco superato i suoi primi anta, che adesso porta con sé, oltre a i tanti cognomi, anche una ventina di chili in più, e nel tragitto che lo ha portato a questo punto ha perso alcune cose, la sua acutezza visiva, la maggior parte dei capelli, quasi tutto il suo patrimonio e la sanità mentale.

Mario è entrato nel locale prima di me e all’interno l’ho ritrovato con la sola compagnia di un bicchiere di liquido trasparente, ad un tavolo, tre sedie vuote ed una occupata da lui. Seduto in una posizione leggermente legnosa, con lo sguardo fisso su un punto indefinito della parete vetrata dietro il bancone del bar, un sorriso in sintonia con lo sguardo che se pur fisso era di un sereno artificiale.
Sono riuscita a guardarlo solo pochi secondi così.

  • Mario!
  • Emma!
  • Sono contenta di vederti.
  • Te lo dico subito Emma ho un grande problema alla schiena quasi non mi muovo, ma sono uscito…sono sotto un sacco di medicinali.

Inizia a snocciolare una serie di nomi, morfina, bentelan, punture di qualcosa, anti dolorifici, altre pasticche che butta giù coll’aiuto di super alcolici.
Mi offre da bere, brindiamo insieme, lui è lì da solo (?) non glielo chiedo, lui lo chiede a me, io ho un compleanno, gli amici con cui sto li conosce ed infatti a rotazione passano e si salutano.
Mario mi chiede se può scendere con me per metterci da una parte a parlare, per stare un po’ insieme, così dice che si sentirebbe un po’ meno in imbarazzo.

Mario racconta subito che ha dilapidato il suo patrimonio.

Mario dice che nel dilapidarlo faceva conto su una serie di mobili antichi di elevato pregio e valore però con la crisi il loro valore è crollato di un’alta percentuale.

Mario dice di avere ancora due brillanti. Dice che se le cose poi andranno ancora peggio conterà su questi carati.

Mario ora è un impiegato, lavora per mille euro al mese, prende la metropolitana e dal suo prestigioso appartamento nel centro storico che quello ancora ce l’ha in affitto, impiega un’ora per arrivare in periferia.

Mario non è chiaro riguardo quale tipo di lavoro svolga, ma è chiaro che vuole usufruire della copertura assicurativa dell’Inail, parla di infortunio in itinere, ha intenzione di dimostrare il collegamento tra il mal di schiena e l’utilizzo della metropolitana, dimostrare l’infortunio durante il percorso da casa al luogo di lavoro.
Mario si allarga e parla anche di causa alla società di trasporti.
Ma il mal di schiena ti è venuto per la metro?
Mario dice di no, ma se può servire…

Mario dice che è tutto più difficile perché la madre ha 80 anni e si sopportano a mala pena.

Mario mi dice le solite frasi consolatorie sulla mia storia da Pubblico Impiegato.

Mario ha raccontato che i suoi amici blasonati non lo hanno mai aiutato, certo sì sono ancora amici, ma da punto di vista dell’aiuto economico nessuno si è mosso.

Mario racconta che da alcuni anni soffre di disturbo bipolare, che passa alti e bassi, che questo è un periodo di transizione e sta bene, ma poi magari tra un po’ rientra nel vortice.

Mario dice che oggi sta bene grazie ai medicinali.

Mario chiede se mi sono mai sposata, se ho avuto dei figli.

No, nessuna delle due cose.

Mario mi chiede perché. Perché non ho fatto figli. Avrei dovuto fare figli.

I figli non si devono fare. I figli ti viene voglia di farli se incontri qualcuno che…

Mario dice di sbrigarmi perché sono grande ormai, che non ho più molto tempo. Che per gli uomini è diverso.

Sarà anche vero, ma non è il caso di sbrigarmi e fare figli solo perché ho poco tempo.

Mario mi chiede allora perché non li ho fatti prima.

Che razza di domanda. Credo che sia semplicemente per il fatto che non ho trovato nessuno con cui mi sentissi di averli.

Mario insiste.

Io pure.
E tu Mario?

Mario racconta che lui ha divorziato. Che ha costretto l’ex moglie ad abortire.
Mario dice che ora se ne è pentito.
Mario racconta dei tratti somatici del suo figlio mancato, di che colore sarebbero stati gli occhi, i capelli, di come sarebbe stato bello perché l’ex moglie è bellissima.

Mario mi dice di essere stato indeciso prima di uscire per via del mal di schiena, ma ora è contento di averlo fatto perché stasera io sono la sua ancora di salvezza.

Mario dice che magari ci rincontriamo tra 10 anni, però forse è meglio così che lui non sta bene, però oggi sì, ora sì, perché abbiamo chiacchierato e l’affetto c’è sempre.

Poi Mario mi consiglia di raggiungere i miei amici, che tanto poi magari arrivano anche i suoi e mi saluta.

Io non lo so se i suoi sono arrivati perché poi il locale si è riempito e Mario l’ho perso di vista.

I miei amici hanno detto che mi sono fatta attaccare un bottone, che dovevo mollarono prima, che Mario è da tempo che è fuori di testa, che il lavoro da impiegato glielo avrà trovato qualcuno, che da pischello era uno stronzo ricco figlio di papà, e pure bello e le aveva tutte lui, che non c’è da commiserarlo, che è stato un grande idiota a dilapidare il suo patrimonio, che se si trova in questa situazione sarà il suo karma, avrà fatto qualcosa per meritare tutto questo e un lavoro a mille euro, che così finalmente si rende conto di come vive la maggior parte della gente. Che così magari la sua vita si tara sulla realtà comune.

What goes around comes around.
What goes up must come down.

Ecco io mi sento bipolare nei confronti di questa storia.

Perché quello che hanno detto i miei amici lo penso anche io, in linea generale.

Ma nei confronti di Mario quasi non mi riesce.
Forse per i ricordi che ho legati a lui.
Forse perché mi intendo di quei momenti in cui ti senti giù e non ti va di uscire, ma poi esci e la vita ti fa una sorpresa e ti lancia un’ancora di salvezza e anche se te la lascia a disposizione per poco tempo ti dà la forza per continuare, fosse anche un piccolo passo avanti.

E io l’altra sera sono stata l’ancora di salvezza di Mario, lo ha detto lui.
E se ci penso mi sento serena.
E poi mi viene in mente che forse non ci riesco nei confronti di Mario solo per puro narcisismo.
In fondo essere stata la sua ancora di salvezza potrebbe avere alimentato il mio io vanitoso.

Eppure se ripenso a quante cose avrebbe potuto fare e non le ha fatte, alla storia dei figli, alla storia dell’Inail, alle parole scontate dette sulla mia situazione lavorativa…mi sale una rabbia!

U come uomini – Il maestro di sci

Poi arriva quel messaggio che non ti aspettavi, proprio perché avevi smesso di aspettare, sono passati venti mesi e il modo in cui vi siete salutati era un modo in cui in realtà non vi eravate salutati. Perché le ultime parole erano urlate, perché non c’era stato un ciao, perché la situazione era tesa, perché le ultime parole che ti erano state urlate contro erano “TU NON CAPISCI”.

Sì, io infatti non capivo, non potevo capire. In inglese si dice “in your shoes” per dire “nei tuoi panni”. Anche i bambini devono provare le loro scarpe, solo loro possono dirti, anche quando poco riescono a parlare, se riescono a stare comodi nelle loro scarpe. Non possiamo capire totalmente come si sente una persona dopo aver subito un grande trauma e la verità è anche che io i grandi traumi non riesco a gestirli. Un’altra espressione inglese che mi piace perché rende l’idea è: I can’t handle it. E io non ci sono proprio riuscita. Continua a leggere “U come uomini – Il maestro di sci”

U come uomini – Il pilota

Stasera viene anche il pilota a cena, ha detto che gli piaci.

Mh.

Non hai reazioni?

In effetti non molte eh? Non lo so, mi è sembrato simpatico, è un bell’uomo, ma non ci avevo pensato…

Mi lasci il tuo numero? Così ti corteggio.

Continua a leggere “U come uomini – Il pilota”

Rapporti interpersonali – colleghi

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E avrò un carattere di mér.

Ma mér in francese significa mare.

E infatti avrò il carattere del mare, sempre in balia di alte e basse maree, a cambiare per una luna nuova, o piena, o vuota, o mezza.

Che poi anche questa storia se uno vede il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Puoi vederlo come ti pare, sempre mezzo rimane. Non sarebbe meglio tutto intero?

Certo è che mi trovo spesso in balia del moto ondoso del mio umore, basta toccare alcuni tasti per far mutare lo stato, il mare da una tavola può diventare mosso, finanche in burrasca. Oppure tornare alla calma piatta.

Uno di questi tasti è dover tornare, più e più volte a spiegare la mia opinione su un determinato argomento.

Stamattina ero allegra, ero, quindi, nello stato di calma piatta. Come al slito si scherza e si ride con il moi compagnio di stanza, con cui lavoro da 3 anni, e tra queste risate gli dico che sarei andata via prima oggi, dopo pranzo.

E no, mica puoi imbrogliare e andare via prima.

Diceva quello che fa straordinari leggendo i libri o il quotidiano on line – rispondo io. Ma ancora ero in calma piatta.

Poi non venite a lamentarvi tu e quell’altra quando vi fanno le lettere di richiamo.

Ed è in questo momento che la marea inizia un pò ad alzarsi un vento leggero inizia a soffiare, il mare si increspa e le prime ondine iniziano a nascere lungo la linea dell’orizzonte.

Lettera di richiamo? Non ho mai avuto una lettera di richiamo.

Ma quell’altra sì.

??? … ma stai parlando con me.

Tu sei offensiva, mi hai offeso sul mio rendimento lavorativo, mentre la mia era una battuta.

Eolo inizia a soffiare e le increspature a gonfiarsi.

Rendimento lavorativo? Ma chi ne ha parlato? Ho ribattuto con una battuta alla tua battuta (infelice a parer mio e lo sai già).

E da lì la bufera.

Che però vi risparmio, ma il fatto è questo. Ho un contratto per un profìlo che viene chiamato “professionalizzato”, il che prevede la rilevazione della presenza una sola volta al giorno e al mattino. Fine.

Il mio collega ha, invece, la presenza giornaliera scandita da 4 rilevazioni di presenza che comprendono entrata – uscita – pausa pranzo uscita – pausa pranzo entrata.

Ora ciò che io ho già più volte chiarito in passato al mio collega è questo: avendo un contratto differente dal suo, le sue regole non valgono anche per me, ammesso che comunque io commetta alcune irregolarità uscendo prima, facendo una pausa pranzo più lunga, uscendo dopo (e in quel caso nessuno mi paga in più), chi mi deve controllare non è lui, c’è un ufficio del personale apposta o ancor prima il mio responsabile, ed inoltre, per poter sindacare su come gestisco le mie entrate ed uscite dall’ufficio sarebbe necessario essere assolutamente ligi, quindi non dovrebbe far risultare una pausa pranzo di 3 minuti, quando ha fatto una passeggiata di un’ora o è rimasto a chiacchierare al caffè per 40 minuti, o ha fatto 2 ore di straordinario leggendo il giornale o girovagando su internet, o ha lasciato il badge a qualcuno, o…..E gli ho più volte chiesto di non farmi battute su questo…perché poi la marea si alza….

O sbaglio?

Pillole di ex nel 2010

Le Ruban des exces - Yves Tanguy

Il 2010 mi ha portato indietro pillole di storie, e non solo, di alcuni miei ex.

Il politicante, conosciuto perché lavoravamo nella stessa azienda, quasi un anno di storia iniziata dopo un lunghissimo periodo di indecisione da parte mia, dovuta al fatto che lavoravamo insieme. Finita bruscamente, con la scusa (sua) del poco tempo a disposizione a causa dell’impegno politico. Non ha più chiamato, non ha più risposto alle telefonate e ha poi mandto un e-mail per dire che era finita. Fortunatamente nel frattempo ero stata trasferita in altra sede, così la sofferenza degli incontri giornalieri me la sono risparmiata.

Si è ripresentato nella mia vita improvvisamente, così come ne era uscito 5 anni fa. Con curiosità ho ascoltato i racconti della sua ultima storia d’amore, della lei lasciata dopo averla chiesta in sposa, dello stupore di lui quando lei non le ha ridato indietro l’anello. Ho ascoltato le solite storie sul suo impegno politico che già anni fa lo avrebbe dovuto portare in posti che, ad oggi, non ha ancora raggiunto. Ho ascoltato perché, sarà per questo che fa politica, non lascia molto spazio alle parole altrui, e neanche si accorge quando l’interlocutore perde completamente l’interesse. Non si è accorto fino a quando alcuni mesi dopo non è ricomparso con un sms: “sei sparita…non ti sposo più!”.

Ma non avevo mai risposto sì, non solo perché la proposta non è mai arrivata, ma anche perché non avrei mai detto sì…. però lui è ancora convinto di avermelo chiesto.

***

Il sedicente imprenditore, presentatomi da un amico comune, una convivenza di poco meno di un anno, uscito dalla mia vita perché i suoi ritmi non erano uguali ai miei. Certo io lavoravo e lui no, fortunatamente per lui non ne aveva necessità…quindi io, con le mie sveglie troppo presto la mattina, la mia giornata impegnata per circa 8 ore, e tutte la quotidianità comune a tante persone…gli rovinavo la vita. Per questo un giorno se ne è tornato a casa dai suoi.

Ma dopo 4 anni mi vede, suona, frena e fa inversione ad U in mezzo ad una strada piena di traffico, pur di fermarsi vicino al marciapiede dove passeggiavo con il cane, pur di raccontarmi di come è la sua vita matrimoniale, di come è difficile ora con una figlia, che (povera tesora) dopo i vaccini ha avuto tanti problemi di salute. Di come sua moglie vuole ora cambiare casa e che forse è meglio tornare in quella dove abita sua madre e che però dovranno ristrutturarla perché lei, la moglie, ha altri gusti, e che però non sa come potrebbe andare la convivenza con la madre, e che ora non ha più tutto il tempo di prima e che…Ma tu, tu come stai? Bene, sto molto bene. Ah sì?! Eh già!

E dopo alcuni mesi, tramite amici comuni, scopro che solo lui ha traslocato è andato da solo a casa della madre e non vede la figlia da un bel pò. Forse c’era da immaginare un epilogo così da parte di una persona che ha fatto interdire il padre per poter meglio usufruire delle sue risorse economiche e ha anche fatto causa al fratello per farlo ancora meglio…forse…

***

L’architetto, che conoscevo quando ero adolescente e reincontrato per caso è nata una storia, durata pochi mesi.

Lo rivedo dal tabaccaio…dopo 3 anni, mi confessa che in effettti si è comportato male con me e che, sì forse è tardi, però si scusa…ma io, giuro, non mi ricordo affatto come è andata la storia, quindi lo fisso con sguardo assente..perché la mia mente è completamente impegnata ad aprire tutti i cassetti della memoria nella speranza di trovare quello che gli appartiene…Ma nulla, devo averlo svuotato, deve essere entraro di default nello “spam”..quindi rinuncio.. comunque sì è un pò tardi, ma poi alla fine è uguale, tanto non ricordo. E anche lui attacca una solfa sul suo matrimonio che è finito e che lei è andata via di casa, perché il matrimonio è difficile e perché l’amore non basta…e che ora per distrarsi parte e va in montagna con un suo amico e…ma lo hai ancora il casco che ti ho dato? Ah, ecco chi me lo aveva dato!!! Niente arch. te e tutto ciò che ti riguarda è proprio in spam. E il lavoro come va? Bene, benissimo ho cambiato da poco e sono molto soddisfatta. E invece lui ha anche di che lamentarsi sul lavoro…lamentarsi..una cosa me la  sono ricordata sull’arch.: si svegliava la mattina non prima delle 11.00. Già per questo io mi lamenterei ben poco. Comunque scusa arch. ma sono in ritardo, divertiti in montagna.

***

L’ispettore gadget, il P.R., quello che ti accorgi che ti ha rubato il cuore, quello che nonostante siano vividi i ricordi e la sofferenza che ti ha arrecato fare le valigie e andare via da casa sua, nonostante siano ancora vive le ferite che ti hanno provocato le sue parole quando ti ha comunicato che non ti amava più, e che forse non ti ha mai amato…nonostante questo, quando inaspettatamente ti chiama per farti gli auguri senti che il tuo cuore ancora sussulta al suono della sua voce, le mani tremano tenendo in mano il cellulare quando sul display appare il suo nome. E ti rendi conto che ancora gli scampoli del sentimento passato sono presenti nel tuo cuore. Non li sentivi perché si erano rifugiati in un angolo in silenzio, ma vigili, pronti ad uscire al minino segnale.

Ed il segnale è arrivato, una telefonata per gli auguri, forse una scusa per poter chiedere quando ci vediamo. Quando ci vediamo? E non lo so, la settimana sono molto impegnata. Allora ti richiamo magari giovedì, dopo l’ufficio un caffè. E giovedì passa e lui non chiama e mi accorgo di fare caso a questa mancanza. Poi non ci penso e una sera arriva un sms, con allusioni, anche non troppo celate fra le righe, e questo mi manda quasi in tilt, perché vermante pensavo di averlo dimenticato totalmente, o meglio pensavo che i sentimenti si fossero semplicemente trasformati nei loro ricordi…

E allora ho preso il coraggio e all’ennesimo sms allusivo, ho risposto che sarebbe stato meglio non vederci, perché il vederlo avrebbe potuto minare una serenità ormai raggiunta… ma una volta inviato l’sms ovviamente mi pento di esser stata così sincera…infatti arriva la risposta:

Hi Hi Hi, sono una bomba! Va bene come vuoi tu.

‘azzo ridi?!?

Quelli che ho incontrato…

…ne ho conosciuti di uomini….tanti…e anche biblicamente.

Ho conosciuto quelli che ti dicono che ti telefonano e poi non lo fanno.

Quelli che sono presenzialisiti, che se non vanno all’evento mondano non si sentono apposto con loro stessi.

Quelli che vanno in palestra in modo ossessivo e il loro fisico deve essere sempre perfetto.

Quelli che se mangiano la pizza la sera e il giorno dopo vengono al mare con te, ti lasciano da sola allo stabilimento perché devono fare un’oretta di corsa per smaltire la cena.

Quelli che la politica è tutto nella vita e ti mollano all’ultimo momento per un congresso importante.

Quelli che la mamma viene sempre al primo posto e che al loro compleanno vanno a cena da soli con lei.

Quelli che se ne rimorchiano una sera e tu sei una delle tante.

Quelli che la macchina deve essere sempre perfetta e quindi il tuo cane non può annusarla neanche da lontano.

Quelli che sono sempre gli altri che sbagliano e loro hanno sempre l’opinione più giusta.

Quelli che  ti dicono che escono soli la sera, ma scopri dopo e non perché te lo hanno detto loro, che sono fidanzati.

Quelli che se gli dici perché non mi hai detto che sei fidanzato?! Ti dicono: perchè tu non me lo hai chiesto. Continua a leggere “Quelli che ho incontrato…”

Casuale o causale?

Capita alle volte di avere delle sensazioni che poi prendono forma e le ritrovi pronte per te nella realtà.

Avevo questa sensazione da alcuni giorni, sentivo che lo avrei rivisto, nel posto dove mi aveva detto non sarebbe mai venuto.

Avevo visto una macchina che ero sicura fosse la sua, mi sono chiamata paranoica, mi sono chiesta come facessi a ricordarmi la targa, io che sono l’incarnazione della distrazione, della confusione, della dimenticanza.

Poi ci sono quei giorni in cui sembra proprio che le cose debbano succedere…scendi dalla cyclette dopo 13 minuti e 50 secondi…ma che razza di tempo è 13 min e 50 sec..? Non si sa…però decidi di smettere.

Solitamente fai stretching…ma quel giorno no. No, quel giorno no. Perché…? E non sai perché!

Sai solo che oggi ti gira così…allora fai per andartene, poi ricordi che c’è la tua amica (uh mamma mia e sei distratta più del solito!), torni indietro, le dici che oggi… boh, sei così, un pò grunge e non ti va di rimanere, hai solo voglia di andartene. Continua a leggere “Casuale o causale?”

Come sabbia portata dal vento

Alla fine una scelta l’avevo già fatta…
Alla fine ho confermato, anche se non ce ne era bisogno, che le scelte che faccio sono sempre verso le persone sbagliate…il famoso archetipo.
Alla fine ne ho evitato uno per andare in contro all’altro e quest’ultimo si è ritirato, ma si è ritirato dal gioco anche il primo.
Rimanendo troppo alla finestra li ho visti passare entrambi e ho lasciato che la sorpassassero, senza trattenerli… sono scivolati via, come la sabbia che scorre via dalle mani portata dal vento.
Li vedo ancora all’orizzonte, certo…ma li vedo di spalle.
Non importa, posso sempre oltrepassare la finestra e vedere cosa mi porterà il futuro.
Prendo fiato, per essere pronta a scavalcare il cornicione e lanciarmi nella mischia.

U come Uomini: il Nuotatore – Le Origini

Sedute al tavolino di un bar affollato per l’aperitivo, io e alfaprivativa, si parlava di relazioni, come spesso accade tra noi.

Grazie a delle strane congiunture astrali eravamo entrambe impegnate in una relazione ufficiosa, perché mica capita tanto spesso di esserlo contemporaneamente e l’asincronicità delle nostre liaison ha fatto spesso nascere faticose, chiamiamole: incomprensioni, ma questa è un’altra storia.

L’aggiornavo sulle mie vicende (all’epoca ero impegnata in un affair solo per: V come Vendetta, nei confronti di chi mi ispirò queste parole..ma anche questa è un’altra storia). 

Accanto a noi un tavolo con un gruppo di simpatici assortiti misti, sia di genere che di età. 

Prese dalla conversazione ancora non avevamo ordinato nulla, ma capita raramente, anzi non capita mai, che io e alfaprivativa rinunciamo ad un bicchiere di vino, così mi giro per rivolgermi al cameriere superando con lo sguardo il tavolo di assortiti misti, ma si frappone fra me e il cameriere un calice di vino, tenuto in alto dalla mano di colui che poi scoprirò essere un ex nuotatore che mi guarda sorridendo dedicandomi un brindisi. 

Mi colpisce la vivacità e briosità dello sguardo che ha assunto un istante prima di bere alla mia salute.

Sorrido accennando un gesto con il capo per ringraziarlo e non faccio in tempo a fare null’altro che uno degli assortiti misti si alza, sposta le sedie ed unisce il nostro tavolo al loro,  facendo diventare me e alfaprivativa parte integrante del simpatico tavolo.

Scopriamo che è in corso un festeggiamento per il compleanno di uno di loro visibilmente più giovane di noi, inevitabilmente la conversazione devia sulle varie età dei componenti l’allegra brigata. 

Il nuotatore sentita la mia esclama: “Veramente? Non sembra. Hai azzerato il contagiri!”

Come non voler bene subito ad un uomo così. 

E’ il turno del nuotatore, è nato 3 anni dopo di me, ma tanto è bravo nel combattere la forza di attrito nell’acqua, quanto è bravo ad incartare le cose e renderle piacevoli che a conti fatti abbiamo solo un anno di differenza, lui conta la sua età dall’anno compiuto quindi se ne aggiunge uno, conta i miei, che sono di dicembre, come se avessi un anno in meno ed è così che il nuotatore accorcia le distanze, da 3 ad 1.

Io l’ho sùbito adorato questo nuotatore qui. 

In quasi un anno di amicizia tutto abbiamo provato, l’allegria dopo il disappunto, la fuga e l’affronto, il distacco e la riconciliazione, la rabbia e l’arrendevolezza. 

La tua vicinanza ha riportato il mio stato d’animo pei floridi sentier della speranza.