U come Uomini – di mia sorella però – parte I

AAAA R R G H !
Io così mi sento.
Mi sento che vorrei urlare tutta la mia rabbia, tutto lo sconforto che mi provoca questa storia.
Mi sembra che sia proprio stata una successione di scelte del tutto errate.

E non mi guardare con quella faccia.

Io non ho la forza alle volte.
Io avrei l’enorme desiderio di prenderla da una parte e dirle che secondo me ha fatto un errore enorme.
Che non è andata meglio.
Che l’uomo con cui sta non è assolutamente adatto a lei.
Sì, certo che non è un cattivo uomo. Nel senso che dici tu.
Nel senso che dico io, forse.
Nel senso che sotto sotto cerca il suo tornaconto e per raggiungere il suo scopo lui le racconta le cose che lei vuole sentirsi dire.

Ma porca miseria non si accorge che non c’entra assolutamente niente con lei!
No, non urlo.

Che poi invece l’urlo si trasforma in pianto.
Che a me succede così: all’improvviso mi viene tristezza e gli occhi si fanno lucidi, che sembra che ci siano le onde dentro, che io vedo come attraverso il finestrino della macchina quando da piccola mamma ci lasciava al suo interno quando passava sotto i rulli dell’autolavaggio, insistevo io per rimanere dentro.

E lui allora quella sera della festa di compleanno, quella sera di maggio, se ne è accorto delle onde e mi ha detto se ci andavamo a fumare una sigaretta fuori, che faceva un freddo fuori. Che il tempo non si era accorto che era maggio.

Sarà stato quel freddo, ma lì fuori mi sono uscite le parole, e scorrevano come un fiume in piena e le lacrime hanno trovato sfogo solo nel fiume di parole e non negli occhi, per fortuna, che poi il trucco mi si sarebbe sciolto che io quando piango rimango gonfia e rossa per ore e mi si vede subito che ho pianto perché io quando piango piango bene, mica che faccio uscire solo le lacrime io. Io singhiozzo per bene, io.

Quando siamo tornati dentro mi sono accorta di aver perso il momento della consegna del regalo, perché non mi hanno chiamato, o forse sì, ed io non ho sentito perché ero fuori.
E tu sai che loro fanno caso a queste cose e quindi ho dovuto dire a mia sorella di dire al suo uomo che anche io avevo partecipato al regalo.

Ma senti tu che cosa brutta da fare.

Perché mi avevano detto che neanche aveva letto il biglietto con le firme, che insomma a me già non mi andava di venire, perché lo sopporto poco, perché avevo il compleanno di un mio amico, perché tutta l’organizzazione era copiata dalla serata del compleanno di mio padre, perché non mi andava di trascinare lui.

E per fortuna che lui è venuto con me, che lui lo sa la situazione che si è creata negli anni, lui lo sa che non sarei potuta mancare a questo compleanno, che sono situazioni familiari delicate, che poi mia sorella me lo avrebbe rinfacciato per anni se non avessi partecipato al compleanno del suo compagno.

Ancora si ricorda di fatti accaduti anni fa.
Ancora mi rinfaccia di non essere andata ad un suo compleanno e se ti dovessi dire la verità, e devo proprio dirtela, io non ricordo affatto che questo sia successo.
Ti giuro che non ricordo quale fosse questo benedetto compleanno al quale non ho partecipato.
Non lo ricordo perché sono certa di essere sempre andata ai compleanni di mia sorella.
Non era in discussione, proprio perché ho sempre voluto andarci.

Però lei si ricorda così.

Ma tu guarda che cosa brutta da giustificare.

[…] continua

U come uomini – Andre Agassi – OPEN

Sentivo che mancava qualcosa, sì mancava qualcosa ma non capivo.
Così sono stata con questa sensazione di non riuscire a riempire un vuoto fino a che ho visto lui nella libreria di mio padre.

E il vuoto si è riempito.
Niente altro che un bel libro alle volte può riempire un vuoto.

Ho divorato la sua biografia, l’ho divorata in pochi giorni, ogni minuto libero, fino a che gli occhi non mi si chiudevano leggevo, fino a che non mi sono sentita sazia ho riletto alcuni passi anche dopo averlo finito, perché io faccio così.

E mentre leggevo ho rivissuto tutte le sue partite che ho visto, quelle dal vivo e quelle in tv.
Ho rivissuto la prima volta che l’ho visto nel maggio dell’87…
E poi sono andata su internet per rivedere quello che lui descriveva.
E poi ho anche pensato che io il tennis non lo seguo più come una volta…

Non sono brava a fare recensioni, io più che altro raccolgo citazioni per omaggiare un bel libro.

U come Uomini- Il Dentista

Uno degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Quando ha aperto lo studio sotto casa mia io ero al primo anno di università e lui per promozione lasciava bigliettini pubblicitari nelle cassette delle poste, e considerato che si trovava a 2 minuti a piedi, sono andata a fare la prima visita.
Lui ha una decina di anni più di me quindi all’epoca ne avrà avuti 29, la prima impressione è stata buona – e lo sappiamo entrambe che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione – è per questo che da quel giorno è diventato il mio dentista di fiducia e lo è rimasto per tanto tempo.
Perché la sparizione, la mia, risale a circa 3 anni fa quindi un rapporto dottore paziente durato circa 20 anni…non male.

Ahhahaha lo so sono di più ! Ma non si chiede l’età ad una donna!

Ecco, il dentista è sempre stato molto complimentoso con me, nel senso che mi riempiva di complimenti, con gli anni la complimentosità è aumentata in maniera esponenziale, non mancava occasione in cui non manifestasse il suo apprezzamento, il suo gradimento, il suo consenso, la sua estimazione.
Mi invento le parole?
Ah sì?…

Comunque…tutta questa complimentosità mentre io ero lì sdraiata a bocca aperta con il trapano che mi rimbombava nel cervello l’anestesia che mi addormentava dalla mascella alla tempia e che rimaneva così per le successive enne ore che non si sa perché ma io l’anestesia la smaltisco nell’anno del mai.

E mentre lui si prodigava in complimenti e approcci sempre più espliciti io ero lì che mi sudavo le mie sette camicie in preda ad un’ansia e una paura che solo il rumore del trapano mi provoca stesa sul lettino in pelle che poco aiutava la mia agitazione.

Col tempo la durata dei miei appuntamenti era assimilabile ad un lasso di tempo a dir poco infinito, no, no, non era una mia impressione, era proprio così, a quanto pare col passare degli anni ogni lavoro da eseguire sui miei poveri denti diventava man mano più difficile, è così che il dentista giustificava questa mia permanenza nel suo studio ed ogni appuntamento non era mai quello risolutivo.
Beh insomma all’inizio sì, ad un certo punto riusciva a sbrogliare il bandolo dalla matassa o come si dice.
Tra l’altro dopo un po’ ho iniziato a chiedermi come potessero sopportare questa attesa infinita i pazienti che avevano l’appuntamento dopo il mio.

Col tempo evidentemente la durata della mia permanenza sotto i ferri non era sufficiente e quindi finito l’appuntamento mi invitava nella sua stanza e mi mostrava una qualsiasi sciocchezza che custodiva lì.
Per esempio il suo Mac – no, non fraintendere, intendevo proprio il computer – le fotografie in esso custodite, la musica da lui preferita, i video di lui e la sua band.
Che devo dirti poi non era mica male la sua band.

Col tempo anche questo non risultava sufficiente così ha iniziato a suonare qualche pezzo dal vivo, grazie alla tastiera che teneva lì nella stanza dei balocchi appoggiata al muro, e mi invitava ad ascoltarlo accomodata su quel bel divano in pelle tre posti.
E tutto finiva quando la sua assistente bussava per sollecitargli l’appuntamento successivo.
Che devo dirti anche su questo suona e canta anche molto bene.

Col tempo forse ha visto che avrebbe dovuto coinvolgermi di più, così ha iniziato a chiedermi di unirmi a lui nel canto mentre suonava la tastiera.

Sì, è vero, te l’ho anche raccontato che una delle cose che mi sarebbe piaciuto fare, proprio come sogno nel baule, sarebbe stata la cantante e, non ricordo, ma credo proprio di avere omesso una cosa fondamentale:
sono stonatissima, ma non stonata normale, sono peggio di Flavia Vento quando cantava da Mammuccari…
Strana ambizione infatti la mia…ho cantato anche al matrimonio di mia sorella, l’ombelico del mondo di Jovanotti.
E poi ho cantato anche al compleanno di mia madre, che mio zio suona, come tutti i miei cugini, e cantano tutti oltre a suonare, anche mio padre canta, insomma in quell’occasione mio zio suonava e mentre io cantavo urlava:
tojeteje er microfono!

Comunque ovviamente non ho cantato con il dentista.

E più io non alimentavo i suoi complimenti più i suoi approcci diventavano insistenti.
È ovvio.

Col tempo ha iniziato ad inviarmi email con barzellette che diventavano man mano più spinte che puntualmente quando mi vedeva le richiamava e alludeva a quelle con approcci dal vivo.
Che dire..questo mi infastidiva un bel po e soprattutto quando una volta lo fece davanti al mio nipotino che all’epoca era proprio piccolo e poi a rispondere alle sue domande ero io mica il dentista.

C’è stato poi quel grave lutto che lo ha colpito ed il tutto ha subìto in arresto…

Non subito ovviamente, però dopo un po’ ha tentato nuovi metodi ed è iniziato il periodo dei racconti sulle sue avventure sentimentali.
Beh sentimentali…non so quanto sentimento ci fosse in effetti.
Con quei racconti immagino cercasse di alimentare la mia curiosità sperando di farmi accendere la lampadina della voglia di provare se fossero veri o meno…
Mmmh, no…non si è accesa alcuna lampadina.

E poi alla fine credo di aver capito che sia arrivata anche una storia più seria, ma lui con me cercava sempre di sminuirla tra uno sguardo strano della sua assistente e un suo ammiccamento.
E Giacomino si sposa!
Sì, ma niente di serio…

Certo durante i racconti sulle avventure sentimentali io rimanevo a bocca aperta, ma esclusivamente per il fatto che dentro c’era il suo trapano.
Aridaje! Hai ragione, continuo con questi fraintendimenti.

Che insomma lo sai bene, non è questione che io me la tiro, mi conosci, quando mi piace qualcuno non mi faccio mica problemi.
Qui la questione è un’altra ed è semplicissima:
a me il dentista non piaceva proprio.
Ed è questione che quando non mi piace qualcuno non c’è verso.
Anche se poi alle volte mi incaponisco…
Sì sì hai ragione, mi incaponisco domandandomi come mai non mi piaccia uno che insiste tanto e allora cerco di capire perché ed è per questo che poi un giorno ho accettato il suo invito, un giorno dico di sì, così, quelle cose così e tanto si aspettava un no come risposta che quella volta che ho detto si non ci credeva. Nemmeno io in fondo ci credevo.
E invece siamo usciti.

No, è andata bene, mi sono divertita.
Anche a vedere come non aveva affatto gestito bene la sua organizzazione con chi evidentemente lo aspettava a casa.
Che se squilla il telefonino e alla vista del chiamante inizi a tentennare, stacchi l’apparecchio al volo eliminando il kit viva voce e inizi a:
Non sento bene, la linea è disturbata, pronto, pronto…
E attacchi sorridendo dicendo ho il cellulare un po’ scarico meglio che lo spengo, a me viene in mente solo che la nostra uscita non è alla luce del sole.

No, non è successo nulla, la prova si è limitata all’uscita non sono andata oltre, strano sì questa volta è andata così.

E no, non ha desistito.
Anzi, ha incrementato. Ma incrementato così tanto che per due anni mi ha tenuto in cura un dente.
Due anni, una volta a settimana, per un’oretta circa, oltre agli inviti nella sua stanza.
E non guariva mai.

Ed è allora che io ho iniziato a spazientirmi, dai sono stata anche paziente, in tutti i sensi, e te l’ho detto anche altre volte che lo sono, qui.

Però poi basta.

Ho iniziato a rifiutare i post appuntamento nella sua stanza e a declinare in modo sempre meno diplomatico i suoi inviti serali.

E poi un giorno ho detto che non sarei più tornata che il dente me lo tenevo così che non ne potevo più e lui mi ha detto che così non mi avrebbe più visto e allora potevamo magari uscire insieme e io gli ho proprio risposto no, non ho voglia di uscire con te, con quel tono lapidario che mi esce quando sono all’esasperazione e quella mia espressione no way di cui ti ho già parlato qui.

Lui?

Lui:

“Peggio per te Maria Emma.
Tanto la tua bellezza non durerà per sempre e allora poi vedremo che succederà quando non avrai più inviti da rifiutare.”

Non sono mai più tornata.

I conti li ho saldati ? Certo che sì, per un lavoro incompleto.

Sparito lui?

Beh la verità è che mi ha wazzappato diverse volte, ma io non ho mai risposto.
Ora è un po’ che non si fa vivo.

Ah, il dente? Il dente con tre appuntamenti da un altro dentista ho risolto.

U come Uomini – l’ingegnere

Come…?
Non hai capito?
… Eh no infatti stavo più o meno borbottando…che mi viene così…
Dicevo che l’ha rifiutato…insomma sì lo ha aiutato perché pare che sia regredito del 20% che dai non è male.
Dice che era preso da un cordone ombelicale.
Beh non so spiegarti meglio, lui si me lo ha spiegato sono io che non ho capito bene come funziona…
Insomma ora deve fare il trapianto di midollo… Sì è in una lista internazionale.
Sì perché dice che ne avevano trovato quattro qui in Italia di donatori compatibili, ma poi si sono rifiutati…
Sì erano nelle liste, ma poi alla chiamata si sono tirati indietro…
no questo non lo so, non so come funziona…
Sì pare che poi alle spiegazioni dell’operazione e del post operatorio poi si siano spaventati…
Eh no..non lo so se glielo spiegano già quando diventano donatori..non le so io queste cose…

Lui?
Lui era un po’ arrabbiato, un po’ triste, ma anche allegro, insomma lui ha sempre quel suo bel carattere..
Che poi diciamocelo è quello che lo manda avanti.

Abbiamo preso un aperitivo, anche se lui non avrebbe potuto.
Mi ha fatto vedere le foto, sì si faceva le foto durante le cure! Con quelle espressioni lì che fa lui, con quel sopracciglio alzato, senza capelli, senza più i suoi baffetti, con tanti chili in meno, che a vedere certe fotografie glielo ho detto che non sembrava neanche lui, però sempre un gran bel marcantonio, che lui lo è anche con la mascherina e la flebo attaccata al braccio.

Sì certo, lo so bene anche io che sono di parte.
Io con lui ho interpretato molti dei ruoli che si possono interpretare nelle relazioni tra uomo e donna: amici, amanti, fidanzati.
Ci sono stati indifferenza, amore, odio…

Poi lui mi ha detto sai quando finirà tutto questo mi sposerò, ma non immagini con chi, nessuno immagina con chi.
Abbiamo iniziato a rivederci già da un po’.

E io l’ho guardato e gli ho detto con Sara.

Come hai fatto?

E come ho fatto…io ho sempre pensato che non vi sareste mai dovuti lasciare, io vi ho visti insieme e si vede…si vedono tante cose.
Sono contenta. Sono contenta se vi sposate.

Ma sono triste ed ho paura ho paura di non rivederlo ho paura che non si trovi nessuno.
E mi ripassano in mente tutte le immagini…

Che te le racconterei pure ma non hai idea di chi è appena entrato in metro … Ah lo senti eh?! Certo la voce roca inconfondibile di chi la vita se l’è quasi completamente fumata, dovresti vedere come è di aspetto, è ugualmente roco. La sua voce ha mandato in frantumi i miei pensieri.

Te ne dò novemila, novemila a fine ottobre e poi non se ne parla più. Cinquemila? Cinquemila te ne bastano?

È arrivata la mia fermata. Provvidenziale.
Tutto sommato provvidenziale anche il roco che mi ha aiutato ad uscire dal vortice di quelle immagini e dai pensieri bui dove stavo precipitando.

U come Uomini – Zio, il ricatto

Tre minuti.
I treni nel periodo estivo sono rallentati, le corse sono di meno, vanno giustamente in ferie.
I conducenti intendo.

Mi viene in mente – È vero … L’ho già detto – che io la metro non l’avrei mai presa in vita mia se non fosse stato per il mio primo lavoro da impiegata.

O meglio penso che non lo avrei mai fatto, ma poi sai come è la vita: non si sa mai.
Scopri sempre cose nuove.
Come quella che ho scoperto io.
Che poi ho scoperto anche che ero l’unica della famiglia che non lo sapeva.
Sembra sempre che la piccola di casa non cresca mai.
Mi hanno detto del ricatto che ha fatto mio zio a mio padre.
Non me lo hanno detto prima per non farmi arrabbiare.
Perché in mezzo a quel ricatto c’ero proprio io.
Io che non gli avevo mica chiesto niente.
Lui ha fatto e disfatto tutto.
E mio padre, che poi dei fratelli è quello più tollerante, nella sua grande intolleranza verso il genere umano (quindi pensa gli altri), ha lasciato correre.
E me lo ha raccontato solo pochi mesi fa.
Dopo 11 anni.

Così io adesso a mio zio lo voglio vedere il meno possibile.
Che già non era il mio zio preferito. Che il mio zio preferito purtroppo non c’è più da tempo.

Era uno scherzo, mi hanno detto che sarebbe venuto anche lui a cena.
Beh ovviamente non quello, lui non c’è più.
Magari fosse stato lui.

Gli ho detto: scherzi?
No.
Dimmi che scherzi.
No.
Io non vengo: Mi rovinerebbe la cena. Io lui non l’ho mai sopportato tanto, ma dopo quello che ho saputo ancora meno.
Ma è il compleanno di zia.
Pazienza, zia capirà.

Io l’ho detto?
Io.
Pensavo di essere l’unica a pensarla così
E invece quando poi hai il coraggio di tirare fuori certe cose scopri che ci sono loro che la pensano come te e tu non lo sapevi.
Possibile che io, quella che della famiglia che parla di meno, quella che si tiene sempre tutto dentro o al massimo lo tiene su un foglio di carta, debba essere la prima che parla?

E allora poi si dice che non si invita perché sennò Maria Emma non viene.
È una specie di scarica barile su l’unica persona che ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce che lui è insopportabile.
E poi scopro che anche mia sorella ormai a lui non lo sopporta più.

Lei però lo sapeva già da tempo del ricatto.

Ma lei è brava a mantenere sane pubbliche relazioni.
Io no.

A me basta e avanza mantenere buon viso a cattivo gioco un giorno l’anno, il giorno del fatidico incontro con tutta la famiglia per Natale.
Per il resto dei giorno posso anche farne a meno.
Perché altrimenti gli vorrei dire che i bambini vanno trattati bene.
Che le urla, le minacce, il tono duro, i ceffoni, gli sguardi di rimprovero ti rimangono dentro.
Che i bambini lo sentono quando non sono graditi.
Che i sogni degli adolescenti non vanno denigrati, derisi, ridicolizzati, ma andrebbero incoraggiati.
Gli direi che non si mettono in imbarazzo le persone davanti al loro fidanzato, che non è divertente fare delle battute di spirito di dubbio gusto.
Gli vorrei dire che le persone vanno rispettate.
Che io lo trovo insopportabile con quella sua perenne espressione di disgusto quando qualcuno gli parla di se.
Lo trovo insopportabile quando non ha mai una parola buona per qualcuno.
Trovo insopportabile la sua eterna critica nei confronti delle idee e dello stile di vita di chiunque tranne che quello di sua figlia.
Trovo insopportabile quando lui ci dice quanto lei sia intelligente.
Trovo insopportabile quando lui ci dice che quello che fai lei è fantastico, che il suo lavoro e bellissimo e lei è bravissima.
Ma quale lavoro scusami??!! – gli vorrei urlare in faccia!
Quale lavoro se non ha bisogno di lavorare per vivere?
Ah ho capito.
Ma quelli non sono lavori, quelle sono passioni che lei fortunata riesce a coltivare perché non deve per forza alzarsi la mattina e timbrare un cartellino o avere a che fare con un capo o con dei dipendenti o con che so io!
Quale bravura c’è nel vivere coltivando i tuoi hobby e basta perché tanto non hai problemi ad arrivare a fine mese?!
Sarebbero bravi tutti!

Beh sì, sì è ovvio. Quello che leggi nelle mie parole è sia rabbia che invidia.
Si invidia.
Sono umana. E gli esseri umani la provano l’invidia. Che poi ci sono quelli che si nascondono e dicono “è un invidia buona”. Boh io non lo so se la mia è un invidia buona… Mi sa tanto che è cattiva…un invidia cattiva.
Eh beh, mica possono essere tutti buoni.

Così io l’ho detto.
E, come capita spesso, io divento la scusa per fare una cosa che tutti avevano in mente, ma che non avevano il coraggio di fare.
Benissimo addossate tutte le responsabilità su di me liberando la vostra coscienza, che i pensieri cattivi su altri esseri umani non sono cristiani. Dovremmo sopportare ed offrire al Signore le nostre sopportazioni.
E no.
Oggi no.
Oggi io non voglio mettermi in questa situazione.
Oggi io sono cattiva come la mia invidia.
E forse non è limitato ad oggi.
È ora che si dicano le cose come stanno.

Non te l’ho raccontato bene il ricatto.

Ci sarà occasione.

E non so nemmeno se ricatto è il termine esatto.

U come uomini – il commercialista reloaded

Come un’anziana previdente signora sono salita all’ultimo piano, li dove c’è lo studio, anche con l’ombrello, non ho voluto lasciarlo in macchina, mi son detta che non si sa mai magari piove.
Fortunatamente il mio ombrello non era nero come quello delle suore di scuola, no, è un ombrello di quelli grandi per nulla discreti, non da borsetta, di un bell’azzurro però.

Poi ero imbarazzata, sì certo meno rispetto all’altra volta.
È che quando sono imbarazzata mi rincarco su me stessa come una vecchia e mi nascondo le mani, quelle orribili mani che mi sono ritrovata.

Rincarco?
Perché non esiste in italiano?
Voce del verbo rincarcare.
Dunque vediamo…è come dire mi ripiego su me stessa, però in modo rude, non aggraziato e quindi mi rincarco. È una parola il cui suono rende l’idea.

Però oggi meno, oggi ero meno rincarcata e le mani le tenevo sul tavolo. Sempre quasi una nell’altra, ma sul tavolo.

Poi dovevo firmare e non mi ero portata gli occhiali e dovevo fare più di una firma e lui mi guardava. Che io mi sento in soggezione se qualcuno mi guarda quando firmo.
E pure tu ciai ragione: sono sempre in imbarazzo! Ogni scusa è buona!

Insomma, fatto sta che alle volte che sono così mentre firmo non riesco a fare quel bel Maria Emma che mi piace tanto e mi viene più un marema, o maena, o giù di lì.

Succede solo col nome, il cognome invece mi viene bene, sempre.

Insomma sì che vuoi ero imbarazzata per quel che era successo quello che ti ho raccontato [qui](https://mariaemmajr.wordpress.com/2013/01/28/in-my-shoes-la-tecnologia-mi-e-avversa/).
Ecco rivedere il commercialista dopo che mi sono un po’ data alla macchia senza tante spiegazioni approfittando dell’estate passata separati, che io lo so come ci si sente quando qualcuno sparisce senza troppe parole, mi imbarazzava.

Solo che insomma io il 730 lo dovevo fare e quest’anno era complicato e poi aveva fatto quell’altro con lui.

Ecco io il mio scotto per essere un po’ sparita l’ho pagato eh!?

L’anno scorso o l’anno prima, credo fosse l’anno prima, anzi sì era proprio due anni fa, è che c’era quella storia tra noi, e allora mi disse che non dovevo pagare e io insistevo e allora lui mi chiese 1€, me lo chiese così, in modo simbolico.
E io lo portai inserito dentro un palloncino, un palloncino a forma di cane, ovviamente no?
Un palloncino piccolo per non dare troppo nell’occhio e anche per non presentarsi così all’appuntamento con 1€ in mano, così mi venne questa idea.

A lui piacque, questo me lo ricordo.
Almeno è sembrato.
Oppure lo disse perché tanto c’era la storia e quindi un po’ doveva dirlo per forza.
Quest’anno non c’è. Anzi, neanche l’anno scorso c’era. E la dichiarazione non l’ho fatta.

Insomma, che dirti, giusto che si è alzata la tariffa.
Del 9.900%.

Ho pagato 100€ infatti.
Niente palloncino quest’anno.

Perché io valgo.

Sì hai ragione. Alluce, alluce valgo.

M poi il calcolo di quanto valgo sarà esatto?!

U come Uomini – Prime feste, primi balli, primi no – II Parte

Lui, il ragazzetto che mi piaceva tanto, tanto da toglierei il fiato le parole e i gesti, mi ha invitato a ballare una sola volta perché a lui piaceva una mia compagna di classe e alla mia compagna di classe piaceva un altro e a quest’altro piacevo io.
Hai capito che giri strani fa la vita ?
Hai capito quale sottile ironia la contraddistingue?
In quali burle ti coinvolge già e tu non hai neanche iniziato il liceo e ancora non sai quanti tiri storti ti lancerà la monella.

E poi, dopo la festa, ti venivano a prendere i genitori, ad alcuni ragazzi no però, perché già avevano il motorino.
Ed era il periodo del SI carta da zucchero, te lo ricordi?
Alcuni avevano il bravo o il ciaetto e ci facevano le pinne, quanto era divertente vedere fare le pinne con il ciaetto!
E poi c’era anche chi aveva il vespino 50, lo specialino bianco.
Quindi sotto casa del festeggiato c’era un mix di genitori che chiacchierando aspettavano i figli e un mix di motorini e vespette dei ragazzi che un po’ già facevano sentire la loro indipendenza.

Ed era anche il periodo che i ragazzi ti chiedevano se ti volevi mettere con loro, ti vuoi mettere con me? Già ne ho parlato, no?
E tu rispondevi che ci dovevi pensare.
Ogni tanto rispondevi così, sennò dicevi subito sì, oppure no.
Ecco, il no a me faceva sentire male.
Il no a me fa sempre sentire un po’ male, in generale.
Perché sapevi che se lui te lo aveva chiesto magari il no gli poteva fare proprio male, come a te faceva male che quello che ti piaceva lo aveva chiesto ad un’altra e magari lei aveva detto di sì e ora loro stavano insieme e insomma lo sapevi come ci si sentiva. E ti chiedevi come mai non potevi essere tu l’altra e invece eri questa con lui davanti e non l’altro e insomma io sentivo in quei casi una serie di malumori.
Il mio malumore perché sapevo che avrei detto di no, e il suo malumore che lo leggevo sul viso e quindi il suo si sommava al mio e tornavo a casa che avevo tutto questo peso addosso, il peso dell’amore che da adolescente mi bruciava dentro.
Sì insomma per me era così.

Ti dicevo all’inizio che pensando alla mia timidezza mi era venuta in mente quella volta di tanti anni fa e che lui non mi ricordo neanche come si chiama e poi però ti ho parlato di un altro che lui me lo ricordo bene come si chiama e però non mi ha mai telefonato, non mi ha mai neanche chiesto il numero di telefono…invece l’altro, l’altro un giorno mi aveva telefonato, che insomma ci eravamo visti a delle feste ma niente di più, sempre in mezzo alla gente, ed eravamo ragazzini e lui mi aveva chiesto il numero di telefono e io non sono una chiacchierona di persona figurati al telefono, che magari ci sono quei momenti di silenzio che di persona puoi colmare con gesti, un sorriso, che so, con queste cose qui. Per telefono invece quando c’erano questi silenzi era un imbarazzo totale.
Allora sì, vado avanti, ho già divagato troppo.

Lui mi telefona un pomeriggio e mi dice: ti posso passare a trovare ti devo dire una cosa.
Che io, io…no lo so.. mamma mia, mi è preso un colpo, perché a me nessuno mi era mai passato a trovare, a mia sorella sì, lei aveva tanti amici, maschi e femmine, e la passavano a trovare, ma io no, e io subito ho pensato: mica me lo vorrà chiedere.
E penso: No, per favore non me lo chiedere, che ho fatto mai per farti pensare che ti direi di sì?
A me piaceva l’altro che gli piaceva l’altra che le piaceva l’altro che gli piacevo io. Insomma mi sembravo già incasinata così.
Ma non gli dico niente e gli dico ok passa.
E tutto il tempo da quando ho attaccato il telefono a quando ha citofonato ero troppo agitata, avrei tanto voluto che lui fosse un altro che io pure fossi un’altra, avrei voluto che un po’ mi piacesse e invece non mi piaceva, ed era un peccato però perché era carino ed era anche simpatico, gentile, educato, uno nei ranghi insomma.
E allora perché non mi piace?
Ah sì, perché sono un adolescente di quelle che gli piacciono quelli fuori dagli schemi, ma quali schemi poi ci puoi avere a quell’età? Mica lo so.
Fatto sta che ‘sta cosa degli schemi me la sono portata dietro un sacco di anni.
E non è stata una cosa buona.
Ma non è tanto questo il punto, oppure purtroppo è proprio questo il punto.
Fatto sta che lui citofona e mi dice di scendere e lui era tutto carino con la sua camicetta bianca, il suo golfino blu, i suoi jeans e le scarpe da ginnastica, i suoi occhioni celesti e i capelli con quei ricci gentili un po’ scompigliati dal motorino: il suo SI carta da zucchero.
Il Si sul cavalletto e lui seduto sul sellino, un po’ imbarazzato e un po’ a cercare di trattenere l’imbarazzo.
Io una statua di timidezza che mi tremavano un po’ le ginocchia che però non era un tremolio di emozione felice era un tremolio di emozione triste.
E lui che me lo dice così e subito, che lui è venuto perché non c’è la faceva più, doveva farlo.
Dice proprio così: doveva farlo.

Perché? Forse perché lo sa già che la risposta molto probabilmente non sarà proprio quella che lui spera, ma lui ha preso il suo motorino e si è fatto tutto il tragitto e chissà cosa ha pensato durante quel tempo, chissà cosa ha sperato. Magari ha sperato di sbagliarsi, ha sperato che io poi avrei detto di sì, magari è rimasto con questo pensiero tutto il periodo del tragitto, con questa speranza che gli ha dato la forza, perché accipicchia ha avuto un gran coraggio io lo so, lo sapevo anche allora, e io questa cosa la apprezzavo e mi sentivo un po’ male. E lui lo doveva fare forse perché doveva proprio sentirlo dire da me, per toglierselo dalla testa, perché sennò poi la speranza che è l’ultima dea non gli avrebbe dato tregua e allora mi chiede:
ti vuoi mettere con me?

E c’è stato un attimo di silenzio un attimo che ad entrambi sarà sembrato un’eternità, uno di quegli attimi così lunghi che riesci a pensare molte più cose di quante ne riesci a pensare quando ti rigiri nel letto per ore che non riesci a dormire, uno di quegli attimi in cui io ho pensato che forse avrei potuto dirgli di sì, perché magari poi sarebbe andata bene, ma poi io non ero mai stata con nessuno ancora, mai nessuno me lo aveva chiesto, lui è stato il primo in assoluto nella mia vita, allora ero anche un po’ tentata, perché poi ero curiosa insomma di sapere che vuol dire stare insieme a qualcuno, però non era lui che mi piaceva, mi piaceva un altro che gli piaceva un’altra e magari nello stesso lasso di tempo lui avrà pensato che magari stavo per dir di si.

E invece no.

Ho riposto: no.
È uscito così.
No.
Non ho detto prima qualcosa. No.
Ho detto: no.
E dopo averlo detto, non ho detto altro.
È rimasto solo il No.
Solo: no.
Silenzio.
Io ero pietrificata e risentivo: no.
E mi dicevo porca miseria Emma mica puoi dire no e basta. Emma dì qualcosa. Emma! Emma!
Ma non rispondevo ero lì davanti a lui, muta.
No.
E allora lui ha ridetto, lo dovevo fare.
E io sempre niente.
Lui è risalito sul motorino, ha tolto il cavalletto e mi ha salutato.
L’ho guardato mente faceva inversione, ho fissato la sua schiena col suo golfino blu e la camicetta bianca e i suoi jeans e le scarpe da ginnastica e il suo SI carta da zucchero fino alla curva fino a che sono spariti dietro gli alberi.

Io sono rimasta lì e le mie gambe tremavano e non so quanto tempo sono rimasta ferma vicino al cancello del condominio in quella piccola via dove all’epoca non passava nessuno e non avevo voglia di tornare a casa perché non avevo voglia di raccontare a nessuno questa cosa e io capisco che non è comprensibile il perché io mi sentissi così, ma io mi sono sentita triste per entrambi.
Ma molto di più per me, perché lui ha avuto il suo coraggio da adolescente di uscire di casa con uno scopo, per cercare di raggiungere il suo obiettivo, lui si sentiva che doveva farlo e lo ha fatto.
Io no.
Io non ho avuto il coraggio di dire niente altro che no.
No.
Rimanendo ferma.
No.
No.
E quante volte sono rimasta ferma poi dopo quella volta.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a fare.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a dire.
Troppe.

Poi magari lui oggi neanche se lo ricorda e tutto questo peso anche al tempo l’ho sentito solo io.