U come uomini – Mario – What goes up must come down

Attesa prevista 5 minuti.

Oggi che volevo fare presto che sono sgattaiolata via pochi minuti prima dall’ufficio.
Mica tanti.
6 minuti per essere precisi.
Ed ora che la metro è in ritardo perdo tutto il vantaggio.
Quando non riesco ad allontanarmi al più presto dal luogo dove lavoro, anche fosse solo il quartiere, mi innervosisco.

Attesa prevista 4 minuti.

Mi viene in mente Mario che quando eravamo ragazzini adolescenti era bello, biondo, alto, occhi marroni intensi, affettuoso, cortese, aristocratico, elegante e ricco. Molto ricco.

Mario oggi prende la metropolitana.
Mario prima di oggi non aveva mai preso la metropolitana e nessun altro mezzo di trasporto di gestione pubblica.

Che io tutto avrei pensato quando l’ho conosciuto tranne che oggi avrebbe preso la metropolitana.

E perché prende la metro?
Perché va a lavorare.
Va a lavorare? Mario?
Sì proprio lui… E prende mille euro al mese, Mario.

E quindi sono qui sotto al livello stradale, in mezzo a tanta gente che mano a mano aumenta e la banchina si riempie tanto che mi metto spalle al muro. Perché io ho quella strana paura lì, paura che qualcuno mi spinga oltre la linea gialla quando arriva il treno. Boh è una paura così.
E chissà se Mario ha la stessa paura. E chissà se il servizio è rallentato anche per lui.

Attesa finita. Treno in arrivo.

E il treno in arrivo è completamente pieno. Così pieno che la gente dentro guarda la gente fuori e la minaccia silenziosamente di non salire.
No, infatti non volevo salire, rimango sulla banchina.
Prendo il prossimo. Perché va bene che volevo fare presto, ma io non sopporto stare tutti appiccicati.
Chissà se Mario lo sopporta.

Quando ho conosciuto Mario erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dei party, del look, dei mondiali vinti, dell’ottimismo come regola, del Commodore 64, di wall street, degli young urban professional, dei capelli cotonati, delle spalline, dei colori fluo, dei vestiti taffettà con le balze.

Mario era uno di quei ragazzi appena affacciati all’adolescenza che sono abituati che a pranzo c’è l’argenteria e c’è quel signore dietro che appena il bicchiere è mezzo vuoto allora te lo riempie che tu quasi ti spaventi.
Perché non è che i miei non mi abbiano insegnato l’educazione estrema e non è che non pranzassero con le posate d’argento, e so bene che si inizia sempre dalle posate esterne e che devo tenere le mani sulla tavola e no, i gomiti no, che le sgridate che ci ho preso me le ricordo. È che io mi sento solo una ragazzina a pranzo da un amico. È che sono timida e se mi dai tutte queste regole io mi ci rinchiudo dentro e non ne esco più.
E poi c’è quella questione che il sapore dell’argento in bocca mischiato al cibo non mi piace.
Chissà se a Mario piace.

E chissà se Mario se la ricorda la festa in cui ci siamo conosciuti.
Io me la ricordo bene perché era la mia prima festa di sera.
Il mio primo vestito di taffettà colorato con le balze.
Le mie prime calze eleganti.
I miei primi tentativi di trucco.

Mario in quel contesto ci stava proprio bene, signorile, blasonato, accompagnato sempre dalla sua sfilza di cognomi.
Ha intrattenuto me e la mia amica tutta la sera con fare distinto, sensibile e delicato.

Mario ed io siamo stati amici per un paio d’anni. In città e al mare.
Mario si è preoccupato per me quando mio padre mi ha regalato il motorino.
Mario mi diceva sempre di non andare troppo veloce e di non frenare in curva e se proprio devi, non frenare con i freni davanti.
Mario non si arrabbiava quando il mio cane si attaccava alla sua gamba e la usava come sua amante.
Mario mi portava spesso alle feste dei suoi amici ugualmente blasonati, i partecipanti a dire il vero non erano necessariamente tutti corredati da pluricognomi, ma c’era una cosa che li accomunava: erano tutti sempre accompagnati da suffissi elativi nel loro essere conformati, strutturati, impostati, affettati, eleganti, educati.

Impresepiti insomma.

Che deriva da presepe, dalle statuine del presepe, come disse uno dei tanti che ho frequentato che mi piaceva tanto, ma io a lui no.
Quindi ieri che l’ho visto che entrava mentre io uscivo dalla palestra nuova dove mi sono iscritta ho abbassato lo sguardo, perché non avevo proprio voglia di vederlo e lo so che non si fa che ho criticato quelli che lo fanno, ma alle volte mi concedo di disattendere le mie regole.

Mario era il classico ragazzo che mia madre mi sponsorizzava e più lei tesseva le sue lodi, meno io pensavo a lui come possibile fidanzato.
Che poi mica ci ha mai provato o ha mai detto quello che si diceva:
"Ti vuoi mettere con me?"
"Ci devo pensare".
Che erano mesi che ci pensavi, ma a dire subito sì facevi la figura della facilona.
Mario non lo ha mai chiesto.

Poi io ho cambiato gruppo, ho lasciato la terra dei suffissi elativi per l’oceano dei prefissi elativi, il cui uso era meno frequente, limitato ad alcuni ambiti, alcuni in un linguaggio familiare, altri per la creazione di neologismi.
Il periodo iniziato col lavoro in discoteca il sabato pomeriggio.

E ci siamo persi di vista con Mario.

Fino a quando poche settimane fa aspettavo fuori da un locale e l’ho visto.

Lo sguardo si è fissato su di lui e ho visto un uomo che ha da poco superato i suoi primi anta, che adesso porta con sé, oltre a i tanti cognomi, anche una ventina di chili in più, e nel tragitto che lo ha portato a questo punto ha perso alcune cose, la sua acutezza visiva, la maggior parte dei capelli, quasi tutto il suo patrimonio e la sanità mentale.

Mario è entrato nel locale prima di me e all’interno l’ho ritrovato con la sola compagnia di un bicchiere di liquido trasparente, ad un tavolo, tre sedie vuote ed una occupata da lui. Seduto in una posizione leggermente legnosa, con lo sguardo fisso su un punto indefinito della parete vetrata dietro il bancone del bar, un sorriso in sintonia con lo sguardo che se pur fisso era di un sereno artificiale.
Sono riuscita a guardarlo solo pochi secondi così.

  • Mario!
  • Emma!
  • Sono contenta di vederti.
  • Te lo dico subito Emma ho un grande problema alla schiena quasi non mi muovo, ma sono uscito…sono sotto un sacco di medicinali.

Inizia a snocciolare una serie di nomi, morfina, bentelan, punture di qualcosa, anti dolorifici, altre pasticche che butta giù coll’aiuto di super alcolici.
Mi offre da bere, brindiamo insieme, lui è lì da solo (?) non glielo chiedo, lui lo chiede a me, io ho un compleanno, gli amici con cui sto li conosce ed infatti a rotazione passano e si salutano.
Mario mi chiede se può scendere con me per metterci da una parte a parlare, per stare un po’ insieme, così dice che si sentirebbe un po’ meno in imbarazzo.

Mario racconta subito che ha dilapidato il suo patrimonio.

Mario dice che nel dilapidarlo faceva conto su una serie di mobili antichi di elevato pregio e valore però con la crisi il loro valore è crollato di un’alta percentuale.

Mario dice di avere ancora due brillanti. Dice che se le cose poi andranno ancora peggio conterà su questi carati.

Mario ora è un impiegato, lavora per mille euro al mese, prende la metropolitana e dal suo prestigioso appartamento nel centro storico che quello ancora ce l’ha in affitto, impiega un’ora per arrivare in periferia.

Mario non è chiaro riguardo quale tipo di lavoro svolga, ma è chiaro che vuole usufruire della copertura assicurativa dell’Inail, parla di infortunio in itinere, ha intenzione di dimostrare il collegamento tra il mal di schiena e l’utilizzo della metropolitana, dimostrare l’infortunio durante il percorso da casa al luogo di lavoro.
Mario si allarga e parla anche di causa alla società di trasporti.
Ma il mal di schiena ti è venuto per la metro?
Mario dice di no, ma se può servire…

Mario dice che è tutto più difficile perché la madre ha 80 anni e si sopportano a mala pena.

Mario mi dice le solite frasi consolatorie sulla mia storia da Pubblico Impiegato.

Mario ha raccontato che i suoi amici blasonati non lo hanno mai aiutato, certo sì sono ancora amici, ma da punto di vista dell’aiuto economico nessuno si è mosso.

Mario racconta che da alcuni anni soffre di disturbo bipolare, che passa alti e bassi, che questo è un periodo di transizione e sta bene, ma poi magari tra un po’ rientra nel vortice.

Mario dice che oggi sta bene grazie ai medicinali.

Mario chiede se mi sono mai sposata, se ho avuto dei figli.

No, nessuna delle due cose.

Mario mi chiede perché. Perché non ho fatto figli. Avrei dovuto fare figli.

I figli non si devono fare. I figli ti viene voglia di farli se incontri qualcuno che…

Mario dice di sbrigarmi perché sono grande ormai, che non ho più molto tempo. Che per gli uomini è diverso.

Sarà anche vero, ma non è il caso di sbrigarmi e fare figli solo perché ho poco tempo.

Mario mi chiede allora perché non li ho fatti prima.

Che razza di domanda. Credo che sia semplicemente per il fatto che non ho trovato nessuno con cui mi sentissi di averli.

Mario insiste.

Io pure.
E tu Mario?

Mario racconta che lui ha divorziato. Che ha costretto l’ex moglie ad abortire.
Mario dice che ora se ne è pentito.
Mario racconta dei tratti somatici del suo figlio mancato, di che colore sarebbero stati gli occhi, i capelli, di come sarebbe stato bello perché l’ex moglie è bellissima.

Mario mi dice di essere stato indeciso prima di uscire per via del mal di schiena, ma ora è contento di averlo fatto perché stasera io sono la sua ancora di salvezza.

Mario dice che magari ci rincontriamo tra 10 anni, però forse è meglio così che lui non sta bene, però oggi sì, ora sì, perché abbiamo chiacchierato e l’affetto c’è sempre.

Poi Mario mi consiglia di raggiungere i miei amici, che tanto poi magari arrivano anche i suoi e mi saluta.

Io non lo so se i suoi sono arrivati perché poi il locale si è riempito e Mario l’ho perso di vista.

I miei amici hanno detto che mi sono fatta attaccare un bottone, che dovevo mollarono prima, che Mario è da tempo che è fuori di testa, che il lavoro da impiegato glielo avrà trovato qualcuno, che da pischello era uno stronzo ricco figlio di papà, e pure bello e le aveva tutte lui, che non c’è da commiserarlo, che è stato un grande idiota a dilapidare il suo patrimonio, che se si trova in questa situazione sarà il suo karma, avrà fatto qualcosa per meritare tutto questo e un lavoro a mille euro, che così finalmente si rende conto di come vive la maggior parte della gente. Che così magari la sua vita si tara sulla realtà comune.

What goes around comes around.
What goes up must come down.

Ecco io mi sento bipolare nei confronti di questa storia.

Perché quello che hanno detto i miei amici lo penso anche io, in linea generale.

Ma nei confronti di Mario quasi non mi riesce.
Forse per i ricordi che ho legati a lui.
Forse perché mi intendo di quei momenti in cui ti senti giù e non ti va di uscire, ma poi esci e la vita ti fa una sorpresa e ti lancia un’ancora di salvezza e anche se te la lascia a disposizione per poco tempo ti dà la forza per continuare, fosse anche un piccolo passo avanti.

E io l’altra sera sono stata l’ancora di salvezza di Mario, lo ha detto lui.
E se ci penso mi sento serena.
E poi mi viene in mente che forse non ci riesco nei confronti di Mario solo per puro narcisismo.
In fondo essere stata la sua ancora di salvezza potrebbe avere alimentato il mio io vanitoso.

Eppure se ripenso a quante cose avrebbe potuto fare e non le ha fatte, alla storia dei figli, alla storia dell’Inail, alle parole scontate dette sulla mia situazione lavorativa…mi sale una rabbia!

In my shoes – senso di colpa

Convivo con un senso di colpa invadente e ficcanaso che sto cercando di educare al rispetto e alla riservatezza.

Così ho scritto rispondendo a corvobianco213 sul mio post.

Sì, perché è capitato spesso che lui (il senso di colpa non corvobianco!) si sia intromesso nelle mie decisioni quotidiane condizionandomi e manovrandomi verso l’alternativa da lui suggerita affinché assecondandolo si potesse acquietare, ma che non necessariamente sarebbe stata quella che io avrei scelto in sua assenza.

Lo sfacciato è figlio di un senso del dovere inculcatomi sin da piccola grazie alla regola: “prima il dovere dopo il piacere”, tramutatasi in stile di vita tanto da farmi arrivare al punto che fare le cose per il mio puro piacere, tralasciando il dovere, mi scatenava un senso di colpa tale da non farmele gustare.
E se non assapori l’aroma e non avverti il gusto il piacere non è più né seducente né desiderabile.

Il senso di colpa ha avuto nel corso della mia vita un ruolo importante anche nei rapporti interpersonali.
Per esempio a seguito di discussioni in cui magari ero convinta di essere nel giusto ed avevo quindi reagito facendo valere le mie ragioni.
O a seguito di comportamenti che io ritenevo insoliti nei miei confronti in cui non riuscivo a trovare una spiegazione o un’azione da me compiuta che avesse potuto scatenare una reazione spiacevole.
In queste occasioni sentivo il malandrino svegliarsi, sgranchirsi gli arti e con passo del leopardo, armi in mano, intrufolarsi nelle mie idee, attaccarne le fondamenta corrodendole, insinuare il dubbio nelle fessure createsi, fertilizzandone il terreno gli faceva prendere forza a poco a poco.
E come è noto: alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia e produce un’esplosione.

La deflagrazione mi portava a pensare che alla fine le cose si fanno in due, la mia parte di colpa esiste, non la vedo, ma esiste, non c’è dubbio. Posso mica ritenere responsabile esclusivamente un altro essere umano. Posso mica pensare che il suo comportamento non sia una reazione giustificata da una mia azione precedente. È non c’è alcun dubbio, la mia azione comparata alla sua reazione è sicuramente più criticabile.

Che poi se il senso di colpa va a braccetto con una timidezza atavica diventa un tumulto generale.

Ci sono andata anche in terapia. In un primo momento singola e poi, quando la dottoressa mi ha ritenuto matura al punto giusto, sono passata al livello successivo della terapia di gruppo.

Devo ammettere che queste terapie sono state utili.

Utili perché mi hanno permesso di riconoscere il groviglio di confusione che si era creato dentro di me.

Non che io abbia sconfitto tutti gli aspetti bui della mia personalità, ho imparato però a conoscerli, e a riconoscere quando il filibustiere si risveglia. Alle volte riesco a farlo riassopire, alle volte no, in alcune occasioni sono riuscita a disarmarlo, altre no.
Ho imparato anche a gestire meglio la timidezza, quella che ti paralizza.
Ho imparato anche a non dire sempre sì, a non essere sempre accomodante ed a non essere sempre io che mi adeguo alle esigenze altrui.

L’ultima volta in cui ho sperimentato tutto ciò mi si è chiarito un grande dubbio.

A come amica, qui meglio descritta, che infatti non so poi se amica vera sia stata, sin dall’inizio qualche dubbio me lo dovevo fa venire vedi qui, si è trasferita in un’altra città per lavoro.

Già quando stavamo nella stessa città le sue chiamate erano rare, però può essere così in un rapporto c’è a chi piace cercare e a chi piace essere cercato, lei sempre indaffarata e meno flessibile nei confronti di organizzazioni diverse da quelle da lei scelte, io, anche se ugualmente indaffarata (perché intendiamoci nessuna delle due è un chief executive officer), sono di carattere più accomodante, quindi è anche normale che in un rapporto si creino degli equilibri basati sulle diverse inclinazioni.

Metti il fatto che quando torna ha pochi giorni per incastrare incontri con amici e parenti, che deve avanzarle anche un po’ di tempo per coltivare il suo hobby (perché alle volte le dà anche lavoro), che frequenta sempre lo stesso gruppo, che questi amici sono anche quelli che le permettono di coltivare il suo hobby, che solitamente si vedono in locali dislocati in quartieri che io non amo perché devo attraversare la città per raggiungerli, e che lei con i miei amici non ci vuole mai venire e infatti non ci viene.

Considera che la penultima volta in cui è tornata non mi sono adeguata ai suoi programmi e quindi non ci siamo viste.

Metti il fatto che l’ultima volta che le ho mandato un sms per sapere quando sarebbe tornata non mi ha risposto e che ho scoperto tramite fb che era qui e in più, per una volta, in un locale a 5 minuti da casa mia e con un’amica comune che non c’entra niente col gruppo di cui parlavo prima, metti il fatto che allora le ho telefonato e non mi ha risposto, metti il fatto che non mi ha mai richiamato.

Insomma metti tutto ciò.

Sentimenti di rabbia, di delusione, di incredulità nati in un primo momento sono stati spazzati via in un secondo momento dal più forte senso di colpa che mi ha fatto iniziare a pensare di aver fatto qualcosa che non andava. Ho quindi ripercorso tutti i mesi precedenti, cercando di valutare i vari episodi.

E poi un giorno, quando ancora oscillavo tra moti di collera e senso di colpa, mi trovavo nel locale dove vado di solito e mi sento chiamare. Era lei in città, non lo sapevo. Fa tutta la simpatica, come se niente fosse successo, io sono presa alla sprovvista e cerco di fare anche io come se non fosse successo niente e poi però mi manda in bestia perché mi dice:

Anche tu qui a fare l’aperitivo?

(Come anche io qui?! Io sto sempre qui, ma così tanto spesso che appena varcata la soglia del locale già il barman mi prepara un bicchiere di Franciacorta. E mi conosce così bene che me lo fa anche generoso. Vengo così spesso qui e mi sento così a casa che l’altro giorno me ne sono andata un po’ storta e mi sono dimenticata di saldare il conto, ma il proprietario il giorno dopo quando sono arrivata completamente mortificata si è fatto semplicemente una gran risata.)

Mi è risalita quella sensazione amara che mi ha sempre provocato il suo atteggiamento da prima donna.

Sai cosa ti dico senso di colpa?

Magna pure tranquillo perché per il momento non vincerai, questa volta scelgo me e con grande tranquillità mi scagiono anche dal dovere di parlare della faccenda con Alfaprivativa.

A come Amiche – il mio ritorno

Torno sul mio blog dopo quasi due anni e non ricordavo affatto quale fosse stato il mio ultimo post. Ho sorriso quando l’ho visto, l’amica di cui parlavo non è più da ritenersi tale.
A pensarci bene già da tempo non la ritenevo più amica vera, i motivi sono vari ed alcuni aneddoti sono raccontati anche qui.

Nonostante questo ho portato avanti il nostro rapporto, un po’ per affetto, un po’ per bisogno, oscillando sempre tra odio e amore.

Percepivo una sorta di medesimo conflitto da parte sua.

Forse avremmo potuto continuare così per sempre, in fondo l’odio e l’amore si incontrano sulla linea di confine e il ritmo di molti rapporti interpersonali è caratterizzato dall’alternarsi di tempi di odio e tempi di amore.

Io almeno avrei continuato.

Non lei.

Dopo il trasferimento fuori città non mi cercava più, limitandosi a farsi trovare quando ero io a cercarla.

Fino poi ad arrivare a non farsi trovare più. Nessuna risposta. Nessuna ricerca.

Ho smesso anche io di cercarla.

Ma non di pensarla.

Il ritmo è sempre alternanza di odio e amore,vorrei si fermasse proprio nel mezzo, nell’assenza di entrambi, per non pensarci più.

A come amiche -riflessioni

Per 3 anni, e più, non ho avuto amiche.

Per diversi motivi le amiche di scuola, dopo una mezza vita passata insieme, non le ho più viste.

In quegli anni alcune volte sentivo la mancanza di un’amicizia femminile.

Dopo quel periodo di amiche ne ho trovate altre.

In questi anni alcune volte mi chiedo come facessi a sentirne la mancanza.

Non è bizzarro tutto ciò?

A come Amicizia – Amiche – Non sono diplomatica…

Non riesco ad essere diplomatica, è drammaticamente vero.

Alle volte provo a nascondere il fuoco che ho dentro che mi spinge a dire le cose senza celarle dietro un velo di tattica e di garbo riuscendoci perfettamente.

Altre volte non ci riesco affatto, ripeto nella mia mente le parole da dire, cerco di farne un mantra perché escano nel modo più garbato e discreto possibile, ma le parole se ne infischiano ed escono come un fiume in piena dagli argini, dopo giorni di pioggia.

Ecco, ieri è proprio successo così.

Le parole non erano offensive nei confronti di chi le ha ascoltate, ma erano rivolte ad un’altra persona.

Insomma: un’amica andava a prendere un aperitivo con una ragazza che a me non sta assolutamente simpatica, così le ho detto che non sarei andata, perché proprio non mi andava di vederla e né, tantomeno, di sentire le sue chiacchiere monotematiche.

L’amica mi ha guardato come se avessi detto a lei che è una grande baldracca.

Io me ne sono stupita, non solo perché le parole non erano rivolte a lei, non solo perché la mia antipatia nei confronti della tipa era cosa già nota, ma anche perché anche la mia amica stessa ne aveva detto peste e corna ad ogni occasione.

La stupita dovrei essere io…come ne parli male, dici che è una brutta persona e poi..prendi appuntamento per passarci una serata insieme, tu e lei. Non capisco…

Ma forse invece sì, capisco, questa ragazza fa parte di un ambiente che alla mia amica è molto caro, un ambiente in cui tutti fanno lo stesso lavoro, si conosco l’uno con l’altro anche se non di persona, per sentito dire e si frequentano solo tra loro.
Si sparlano molto dietro le spalle e poco davanti.
Un ambiente in cui il presenzialismo è il fattore più importante, un ambiente in cui se non fai quel lavoro, o qualcosa con esso inerente, sei una persona che non vale più di tanto.
Un ambiente in cui lei è ormai entrata e la vuole fare da padrona.

Sarò anche poco diplomatica, ma sono coerente con me stessa, non frequento le persone che non mi piacciono solo perché, forse, mi potranno servire in futuro.

A come Amicizia – Amiche – Alfaprivativa #7 – perle di saggezza

Ho fatto una cosa un pò cattiva“, mi confessa alfaprivativa, “Ho invitato Effe a casa di Enne perché c’era anche Emme e so che Effe vuole portarsi a letto Emme.”

Emme: ex ragazzo di Enne.

Enne:  si sta iniziando a riprendere ora dalla fine della storia, dice lei…ma a vederla bene si capisce che mente.

Effe: donna che fa la gatta morta con tutti gli uomini che incontra, spudoratamente.

Così ieri alfaprivativa, ponendo come scusa che Enne vuole sempre fare la prima donna, ecco che le prepara un simpatico “scherzetto”:

invita alla cena che Enne ha organizzato a casa sua la tipa Effe, che ha fatto la cascamorta con Emme tutta la serata, andandosene via con lui. E non a dormire.

Mi ricordo l’espressione di Enne sulla porta quando salutava Emme e lo guardava andarsene con Effe.

Dio mi guardi dagli amici, che dai nemici mi guardo io.

U come Uomini: il Nuotatore – Le Origini

Sedute al tavolino di un bar affollato per l’aperitivo, io e alfaprivativa, si parlava di relazioni, come spesso accade tra noi.

Grazie a delle strane congiunture astrali eravamo entrambe impegnate in una relazione ufficiosa, perché mica capita tanto spesso di esserlo contemporaneamente e l’asincronicità delle nostre liaison ha fatto spesso nascere faticose, chiamiamole: incomprensioni, ma questa è un’altra storia.

L’aggiornavo sulle mie vicende (all’epoca ero impegnata in un affair solo per: V come Vendetta, nei confronti di chi mi ispirò queste parole..ma anche questa è un’altra storia). 

Accanto a noi un tavolo con un gruppo di simpatici assortiti misti, sia di genere che di età. 

Prese dalla conversazione ancora non avevamo ordinato nulla, ma capita raramente, anzi non capita mai, che io e alfaprivativa rinunciamo ad un bicchiere di vino, così mi giro per rivolgermi al cameriere superando con lo sguardo il tavolo di assortiti misti, ma si frappone fra me e il cameriere un calice di vino, tenuto in alto dalla mano di colui che poi scoprirò essere un ex nuotatore che mi guarda sorridendo dedicandomi un brindisi. 

Mi colpisce la vivacità e briosità dello sguardo che ha assunto un istante prima di bere alla mia salute.

Sorrido accennando un gesto con il capo per ringraziarlo e non faccio in tempo a fare null’altro che uno degli assortiti misti si alza, sposta le sedie ed unisce il nostro tavolo al loro,  facendo diventare me e alfaprivativa parte integrante del simpatico tavolo.

Scopriamo che è in corso un festeggiamento per il compleanno di uno di loro visibilmente più giovane di noi, inevitabilmente la conversazione devia sulle varie età dei componenti l’allegra brigata. 

Il nuotatore sentita la mia esclama: “Veramente? Non sembra. Hai azzerato il contagiri!”

Come non voler bene subito ad un uomo così. 

E’ il turno del nuotatore, è nato 3 anni dopo di me, ma tanto è bravo nel combattere la forza di attrito nell’acqua, quanto è bravo ad incartare le cose e renderle piacevoli che a conti fatti abbiamo solo un anno di differenza, lui conta la sua età dall’anno compiuto quindi se ne aggiunge uno, conta i miei, che sono di dicembre, come se avessi un anno in meno ed è così che il nuotatore accorcia le distanze, da 3 ad 1.

Io l’ho sùbito adorato questo nuotatore qui. 

In quasi un anno di amicizia tutto abbiamo provato, l’allegria dopo il disappunto, la fuga e l’affronto, il distacco e la riconciliazione, la rabbia e l’arrendevolezza. 

La tua vicinanza ha riportato il mio stato d’animo pei floridi sentier della speranza.