In my shoes – La signora in bianco

Era una signora che vestiva sempre di bianco, capelli castani lisci e lunghi fin sotto le spalle.
Le piaceva alternare i capelli sciolti, o raccolti in una coda bassa.
Indossava sempre un cappello a falda larga anch’esso bianco.
Portava con se anche un ombrello indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
Aveva sempre un aspetto curato, studiato nei particolari, il viso truccato leggermente, in cui metteva soprattutto in risalto la bocca con un rossetto rosso.
Alle volte quando arrivavo la trovavo già lì.
Alle volte arrivavamo insieme.
L’ho osservata per lungo tempo, mi affascinava in qualche modo.

Lei entrava in metropolitana, scendeva le scale per arrivare sempre alla solita banchina e si sedeva sulle panchine di ferro appoggiate al muro.

Si sedeva lì e aspettava, non prendeva la metropolitana.

Non so dirti se qualche volta l’abbia presa, perché quando salivo sul treno lei rimaneva lì.
Nel corso del tempo mi sono fatta l’idea che non abbia mai preso la metro.
Intendo dire mai in vita sua.

Quando si sedeva sulle panchine iniziava a parlare, parlava con qualcuno, non sono riuscita mai a capire chi intendesse.

Alle volte la conversazione si scaldava e lei alzava i toni.
Ma neanche in queste occasioni perdeva il savoir faire.
L’ho detto che mi affascinava, aveva un modo di fare che a me appariva in un certo modo aristocratico.

Perché le persone che hanno classe se la portano dietro per sempre, qualsiasi cosa succeda dentro e fuori di loro.

Poco a poco mi è venuta la sensazione che utilizzasse questi momenti per riuscire a mantenere un suo equilibrio.
Come se quei ritagli di tempo fossero solo per lei.

Era come se avesse lasciato che il suo cervello si ribellasse a quei modi affettati utilizzati per troppo tempo, come se avesse trovato una via di uscita dal suo mondo e si fosse rifugiata in un mondo a parte. Magari anche solo per un po’.
Si lo so sembra assurda come idea.
Ma io avevo l’impressione che lei si prendesse un suo spazio lì seduta su quella panchina, sotto terra, vestita e curata di tutto punto, senza mai perdere la sua classe anche nella bizzaria della situazione.
Avevo l’impressione che in quel suo spazio e in quel tempo tutto suo lei riuscisse a tarare i livelli della realtà del mondo per riuscire a farli convivere con i livelli della propria realtà.

Mi è seriamente dispiaciuto cambiare sede di lavoro perdendo così l’occasione di rivederla ancora.
Ma sono quelle persone che per caso hanno incrociato la mia vita e che mi hanno colpito, cui rivolgo sempre un pensiero.

E mi viene in mente lei ogni tanto perché mi piacerebbe anche a me sfogarmi così a voce alta alle volte senza curarmi di chi mi sta intorno che alle volte invece ci penso troppo come ora questa ragazza vicino a me che ho l’impressione che sbirci ma forse no, magari guarda solo il monitor al centro del vagone e io penso che guardi il monitor su cui sto scrivendo io.
Ecco vorrei infischiarmene, francamente signora in bianco me ne vorrei infischiare anche io.

U come uomini – l’avvocato parafangaro

Così avevo accennato al coniatore del termine "impresepiti".

L’avvocato parafangaro.

Che deriva da parafango.

Ché in questo modo venivano chiamati quegli avvocati che negli anni d’oro avevano fatto molti soldi con gli incidenti d’auto e le assicurazioni.

L’avvocato l’ho conosciuto nel periodo rosa della mia vita.
Il periodo successivo alla conclusione di ventennali rapporti di amicizia. Un periodo in cui la mia vita si è tinta di un colore allegorico e appariscente che simboleggiava un’atmosfera zuccherosa e smielata, un’immagine apparentemente spensierata, una dimensione sospesa tra il magico e il tragico.
Dove la malinconia, anche se ben celata, era sempre presente.

Ci siamo conosciuti tramite amici comuni e considerando che all’epoca l’architettura, quella bella, faceva ancora parte della mia vita e lui doveva fare dei lavori nel suo studio, abbiamo iniziato a sentirci.

L’avvocato poi prese l’abitudine di telefonarmi tutti i giorni all’ora di pranzo, quando ero in palestra.
Ed io in palestra lo tengo staccato il cellulare e non perche ci sono i cartelli che ti invitano a farlo, ma perché entro in un altro mondo e mi concentro. E non so se dipende dal periodo degli allenamenti di nuoto che facevo da bambina che sei tu e la striscia nera. So solo che io quando mi alleno sto lì sola con me stessa, e ci sto bene, e non ci voglio nessun altro.
Quindi non rispondevo.
E per un po’ ho pensato che lo avrebbe capito e avrebbe chiamato dopo o prima.
Ma non lo faceva.
Avrei dovuto capire che c’era qualcosa sotto.

Dopo lo sai di Tim, arrivava l’sms con le parole dell’avvocato.
Sempre carine, invitanti, allegre.

Ed ogni giorno era così, tanto che ogni volta che riaccendevo il telefonino dopo la palestra ormai ero abituata a sentire il suono dell’sms del Motorola.
E c’è da dire che a me piaceva tanto il suono degli sms del Motorola. Lo avevo comprato per quello. E ho cercato di tenerlo per più tempo possibile. Quel suono che poi non hanno fatto più, però hanno fatto la suoneria hello moto e allora mi sono comprata il nuovo modello.
Ecco forse questo è un fenomeno da studiare il fatto che compravo cellulari a seconda della suoneria che mi piaceva che le altre marche non avevano.
Però ad un certo punto ho smesso, quindi qualunque cosa fosse sono guarita.
Oppure solo arresa all’evidenza che ad oggi nessuna suoneria del cellulare mi piace, tanto che la cambio ogni mese.

Fatto sta che con l’avvocato ho iniziato ad uscire e siamo usciti insieme per tanti mesi.
Perché l’avvocato era di una simpatia rara.
E non intendo quelle cose che tu chiedi – ma come è il tuo amico? – simpatico – ah ho capito è brutto – No. Proprio nel senso di sün pàscho, provare emozioni con.
E io ho provato molte emozioni e la principale, quella che mi ha fatto avvicinare, era l’allegria.
Così mi sono interessata, sensibilizzata, lasciata trascinare, coinvolgere e alla fine mi sono invischiata.

Lui era tutt’altro che impresepito anche se molte persone al suo posto lo sarebbero state, dalla sua parte anche un metro e ottanta e passa di fisico atletico, occhioni azzurri, attaccatura alta dei capelli castani sì, ma portata con garbo, e una risata travolgente.
Come quella che ci siamo fatti quando una volta mi è venuto a prendere a casa, che io ero tornata a vivere a casa dei miei, quindi mi sentivo anche un’adolescente, e mi dice scendi che ci facciamo un giro.
E si presenta con la macchina nuova rubata al padre – sì adolescenza pura, non comune, ma pura – una Ferrari f360 spider, quella con il vano motore trasparente dal quale si vedeva il V8.
E lui non è che era venuto lì per spararsi le pose, no.
Lui era venuto lì perché il padre gli aveva concesso un giro.
E mica che è venuto sotto casa con quell’aria di Sentenza Lee Van Cleef nel duello finale, più che altro aveva l’aria divertita di Edward Stratton III quando girava per la sua villa con il trenino elettrico.

Abbiamo fatto anche vacanze insieme condividendo la stessa stanza.

Come quella volta a fare snowboard sulle dolomiti, che ho fatto la gran risa con i suoi 1255 metri di lunghezza e la sua pendenza massima di 28 gradi.
Quelle piste che le fai, un po’ bene, un po’ in derapata, un po’ vorresti non averle iniziate mai, un po’ vorresti già essere in fondo e che se ti fermi e ti guardi alle spalle vedi un muro che ti sembra verticale e dici: ma io ho fatto questa pista?
Ed è allora quando ti rispondi di sì che un po’ ti senti come avessi partecipato allo slalom gigante della coppa del mondo di sci alpino, peccato per la mancanza degli sci, dei paletti e della prestazione performante.

O come quella volta del matrimonio dei suoi amici che si sono sposati fuori città, ed anche in quell’occasione abbiamo condiviso la stanza.
Uno di quei matrimoni in pompa magna, in un palazzo di stile neoclassico, con una moltitudine di invitati, uno di quegli eventi che poi torno a casa e mia madre mi chiede – come eri vestita? – che non intende chiedere di descriverle il vestito perché lei il vestito che ho indossato lo conosce bene, lei vuole sapere se la scelta era adeguata alla situazione.

E a dire la verità io non ricordo affatto cosa avessi indossato.
Ma ricordo di non avere avuto la sensazione di inadeguatezza che ho spesso avuto da ragazzina. Almeno non per il vestito.

Mi ricordo però la sensazione che ho avuto. Come fossi stata invitata ad un ballo organizzato da Paolina Bonaparte in Borghese.

L’enorme sala da ballo, i tavoli addobbati, adornati e agghindati come anche gli ospiti, il giardino che circondava la villa, le carrozze moderne con cavalli non a quattro zampe.

Mi ricordo però che c’e stato in momento dedicato ai balli lenti, proprio come nell’ottocento, ma il mio carnet di ballo era vuoto, in realtà perché pensavo e speravo che l’unico nome scritto sarebbe stato quello dell’avvocato. Ma non è stato così.
Ricordo di avere avuto in quel momento la sensazione di inadeguatezza. Perché lui ballava con un’altra, con la fidanzata del suo migliore amico.
Sai quelle sensazioni che vorresti sparire.
Speravo di sublimarmi all’istante.

Ricordo che venne il fratello a parlare con me. Perché ci sono quelle persone che hanno quella sensibilità, percepiscono quei momenti, che fiutano l’atmosfera, che colgono al volo la delicatezza della circostanza.
Oppure io avevo proprio un’espressione palese.

Una volta l’avvocato mi raccontò di quella volta in cui aveva scoperto che la ex lo tradiva. Diceva che erano circa 3 mesi che stavano insieme e che quindi dopo 3 mesi lui si sentiva tranquillo, e invece aveva poco di cui star tranquillo.
Che quindi anche io dopo quel racconto mi sono sentita che avevo poco di cui star tranquilla perché erano più di tre mesi che uscivamo insieme e non era successo nulla.
Nulla di nulla.
Le nostre labbra non si erano neanche mai sfiorate.
Ed io sfiorivo. Sfioriva la tentazione, il desiderio, e soprattutto la mia già debole audacia.
E con lei sfiorì anche la nostra frequentazione.

Ed io mi sono inondata di domande fino quasi ad affogare, ma essendo il mio periodo rosa, la malinconia veniva celata sotto il tendone del mondo circense. Lasciai quindi che le domande venissero interrate insieme ai picchetti di sostegno della copertura.

Sono passati anni e il fratello mi contattata per alcuni lavori, ma ahimè per l’architettura nella mia vita era già l’ora che volge al disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio.

….

Ché a me Baricco piace.
Mi sono letta molti suoi libri.
Ecco, ora se qualcuno mi dice un titolo e mi chiede di raccontare di cosa parla non lo ricordo. O meglio, in un primo momento le confondo le trame. Forse perché li ho letti tutto di un fiato, uno dopo l’altro.
Non è certo colpa sua, di Baricco intendo, se non ricordo subito la trama precisa dei suoi romanzi.
Io ho una memoria così per i libri.
Che ogni tanto è ballerina. Anche se io la ballerina da grande non la volevo fare. Attrice o cantante o architetto. Ballerina no. Ma intanto ad oggi non faccio nessuno dei tre mestieri precedenti. Quindi siamo pari.

Insomma, in un libro che non ricordo quale sia scriveva, più o meno, che nella vita accadono cose che sono come domande, passano anni e poi la vita risponde.

A me la risposta l’ha data il fratello dell’avvocato, perché poi ci siamo visti dopo che mi ha chiesto consulenze per i lavori, e lui forse aveva proprio quella sensibilità lì, perché mi ha detto che lui all’avvocato ad un certo punto ha detto – ma cosa vuoi da Emma? Se non vuoi nulla lasciala stare – perché l’avvocato era da tempo innamorato della fidanzata del suo migliore amico, quella con cui ballava quando volevo sublimarmi nella sala da ballo.

Ed alla fine lui ci è riuscito, ha avuto anche una figlia con lei, ed ha litigato con il suo migliore amico.

Ché poi la vita è bizzarra, infatti, poco dopo questa notizia e proprio mentre andavo in palestra, dalla macchina l’ho visto l’avvocato che spingeva il passeggino sul marciapiede.