Grazie amiche

Una seduttrice, un’egoista, una succube, e un genio. Questo ho capito, dopo 25 anni, essere le mie amiche storiche.

La seduttrice. Dopo aver sofferto e subito la maggior parte delle sue conquiste amorose, perché si da il caso fossero gran parte dei ragazzi per cui avevo un interesse, scopro che non si rende neanche conto di essere seduttiva con tutti gli uomini che incontra e mi confessa di avere tantissimi complessi in fatto di sesso.

L’egoista. L’ho introdotta io nel gruppo. Dopo anni di amicizia, un patto di sangue affinché rimanessimo amiche per sempre come quelli che si fanno da ragazzine nei bagni della scuola, scopro che è stata la trascinatrice che ha determinato con fermezza la mia uscita dal gruppo.

La succube. Nonostante il tempo trascorso lontano c’è ancora la complicità, la sintonia e l’ironia coinvolgente che ha caratterizzato tutta la nostra amicizia. Dispiace solo che soccomba ancora in alcune situazioni.

Il genio. Il genio fa sembrare i suoi successi, inarrivabili per i più, come traguardi semplicissimi, il tutto senza altezzosità o arroganza. Seguo con piacere da lontano tutti i suoi racconti di oltreoceano.

Mi sono mancate molto in questi anni, ma unendo i puntini scopro che è stato un bene per me. La timida. La timidezza può essere invalidante. Può impedire di vivere con facilità le più semplici relazioni interpersonali.

L’allontanamento coatto mi ha giovato, tirati via i cuscini su cui mi adagiavo una volta, quali erano le mie amiche, ho dovuto imparare a far diventare se non facili in assoluto, più facili per me, le relazioni interpersonali.

Vi ringrazio amiche e sono contenta che ci frequentiamo nuovamente dopo 25 anni.

Sensi di colpa 

Mi sento in colpa se sono felice.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e lo dedico solo a me stessa non portando mia madre da qualche parte.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e porto mia madre da qualche parte non dedicandolo solo a me stessa.

Mio padre mi dice, porta a fare un giro tua madre, mi sento in colpa perché non ho alcuna voglia di portare in giro mia madre, perché mia madre porta in giro con sé una sensazione di incompletezza, di malinconia e io mi sento in colpa anche per questo.

Io l’ho vista felice solo nelle foto del suo matrimonio, e nelle foto del matrimonio di mia sorella, e nelle foto del mio matrimonio.

Però il suo matrimonio non la completa, mia madre dice che ha sempre rinunciato alle sue esigenze per soddisfare quelle di suo marito.

Però mia sorella ha divorziato, mia madre di che che un matrimonio è anche fatto di rinunce, non si possono soddisfare solo le proprie esigenze a discapito di quelle del marito.

Però io non mi sono sposata in chiesa, mia madre dice che non è sicura che sia valido ugualmente, dice che ha chiesto conferma ad un prete.

Però il prete ha detto che è valido ugualmente, mia madre questa volta tace. Un silenzio rimbombante.

Probabile che pensi che brucerò all’inferno.

D’altra parte oltre a non essermi sposata in chiesa ho portato a sopprimere, per evitare ulteriori atroci sofferenze dovute alla malattia, il mio cane, mia madre dice che ha chiesto al prete se è omicidio. Però il prete ha detto che non è omicidio. Mia madre questa volta pare che creda al prete.

Ecco poi ora ci penso e mi sento in colpa: non è tutto vero quello che dico, ossia è vero, ma io a mia madre voglio molto bene e quindi mi sento un’ingrata, piena di sensi di colpa.

Così su due giorni di ferie il primo lo dedico solo a me stessa, combattendo anche un po’ con i sensi di colpa, ma il secondo lo dedico anche a lei, sempre combattendo con i sensi di colpa.

Perché ne avevo due.

E se ne avessi avuto uno?

Mia madre in macchina dice che stava pensando, poco prima che arrivassi, che spera di morire in ospedale perché se muore a casa può darsi che il suo medico di base si rifiuti di fare il certificato di morte, o può darsi che il suo medico di base muoia prima di lei, ma dice che poi si è consolata pensando che mio marito di medici ne conosce tanti, troverà qualcuno che farà il certificato di morte per sua suocera.

Mamma mi sembra un ottimo primo argomento di conversazione, molto allegro.

Ma a me Maria Emma la morte non mette tristezza, spero che Dio mi porti in paradiso, dove starò sicuramente meglio.

Mamma allora non ci incontreremo perché io sarò quella che brucia all’inferno per aver commesso omicidio e aver contratto un matrimonio civile.

E per non riuscire a combattere i sensi di colpa.

U come uomini – l’avvocato parafangaro

Così avevo accennato al coniatore del termine "impresepiti".

L’avvocato parafangaro.

Che deriva da parafango.

Ché in questo modo venivano chiamati quegli avvocati che negli anni d’oro avevano fatto molti soldi con gli incidenti d’auto e le assicurazioni.

L’avvocato l’ho conosciuto nel periodo rosa della mia vita.
Il periodo successivo alla conclusione di ventennali rapporti di amicizia. Un periodo in cui la mia vita si è tinta di un colore allegorico e appariscente che simboleggiava un’atmosfera zuccherosa e smielata, un’immagine apparentemente spensierata, una dimensione sospesa tra il magico e il tragico.
Dove la malinconia, anche se ben celata, era sempre presente.

Ci siamo conosciuti tramite amici comuni e considerando che all’epoca l’architettura, quella bella, faceva ancora parte della mia vita e lui doveva fare dei lavori nel suo studio, abbiamo iniziato a sentirci.

L’avvocato poi prese l’abitudine di telefonarmi tutti i giorni all’ora di pranzo, quando ero in palestra.
Ed io in palestra lo tengo staccato il cellulare e non perche ci sono i cartelli che ti invitano a farlo, ma perché entro in un altro mondo e mi concentro. E non so se dipende dal periodo degli allenamenti di nuoto che facevo da bambina che sei tu e la striscia nera. So solo che io quando mi alleno sto lì sola con me stessa, e ci sto bene, e non ci voglio nessun altro.
Quindi non rispondevo.
E per un po’ ho pensato che lo avrebbe capito e avrebbe chiamato dopo o prima.
Ma non lo faceva.
Avrei dovuto capire che c’era qualcosa sotto.

Dopo lo sai di Tim, arrivava l’sms con le parole dell’avvocato.
Sempre carine, invitanti, allegre.

Ed ogni giorno era così, tanto che ogni volta che riaccendevo il telefonino dopo la palestra ormai ero abituata a sentire il suono dell’sms del Motorola.
E c’è da dire che a me piaceva tanto il suono degli sms del Motorola. Lo avevo comprato per quello. E ho cercato di tenerlo per più tempo possibile. Quel suono che poi non hanno fatto più, però hanno fatto la suoneria hello moto e allora mi sono comprata il nuovo modello.
Ecco forse questo è un fenomeno da studiare il fatto che compravo cellulari a seconda della suoneria che mi piaceva che le altre marche non avevano.
Però ad un certo punto ho smesso, quindi qualunque cosa fosse sono guarita.
Oppure solo arresa all’evidenza che ad oggi nessuna suoneria del cellulare mi piace, tanto che la cambio ogni mese.

Fatto sta che con l’avvocato ho iniziato ad uscire e siamo usciti insieme per tanti mesi.
Perché l’avvocato era di una simpatia rara.
E non intendo quelle cose che tu chiedi – ma come è il tuo amico? – simpatico – ah ho capito è brutto – No. Proprio nel senso di sün pàscho, provare emozioni con.
E io ho provato molte emozioni e la principale, quella che mi ha fatto avvicinare, era l’allegria.
Così mi sono interessata, sensibilizzata, lasciata trascinare, coinvolgere e alla fine mi sono invischiata.

Lui era tutt’altro che impresepito anche se molte persone al suo posto lo sarebbero state, dalla sua parte anche un metro e ottanta e passa di fisico atletico, occhioni azzurri, attaccatura alta dei capelli castani sì, ma portata con garbo, e una risata travolgente.
Come quella che ci siamo fatti quando una volta mi è venuto a prendere a casa, che io ero tornata a vivere a casa dei miei, quindi mi sentivo anche un’adolescente, e mi dice scendi che ci facciamo un giro.
E si presenta con la macchina nuova rubata al padre – sì adolescenza pura, non comune, ma pura – una Ferrari f360 spider, quella con il vano motore trasparente dal quale si vedeva il V8.
E lui non è che era venuto lì per spararsi le pose, no.
Lui era venuto lì perché il padre gli aveva concesso un giro.
E mica che è venuto sotto casa con quell’aria di Sentenza Lee Van Cleef nel duello finale, più che altro aveva l’aria divertita di Edward Stratton III quando girava per la sua villa con il trenino elettrico.

Abbiamo fatto anche vacanze insieme condividendo la stessa stanza.

Come quella volta a fare snowboard sulle dolomiti, che ho fatto la gran risa con i suoi 1255 metri di lunghezza e la sua pendenza massima di 28 gradi.
Quelle piste che le fai, un po’ bene, un po’ in derapata, un po’ vorresti non averle iniziate mai, un po’ vorresti già essere in fondo e che se ti fermi e ti guardi alle spalle vedi un muro che ti sembra verticale e dici: ma io ho fatto questa pista?
Ed è allora quando ti rispondi di sì che un po’ ti senti come avessi partecipato allo slalom gigante della coppa del mondo di sci alpino, peccato per la mancanza degli sci, dei paletti e della prestazione performante.

O come quella volta del matrimonio dei suoi amici che si sono sposati fuori città, ed anche in quell’occasione abbiamo condiviso la stanza.
Uno di quei matrimoni in pompa magna, in un palazzo di stile neoclassico, con una moltitudine di invitati, uno di quegli eventi che poi torno a casa e mia madre mi chiede – come eri vestita? – che non intende chiedere di descriverle il vestito perché lei il vestito che ho indossato lo conosce bene, lei vuole sapere se la scelta era adeguata alla situazione.

E a dire la verità io non ricordo affatto cosa avessi indossato.
Ma ricordo di non avere avuto la sensazione di inadeguatezza che ho spesso avuto da ragazzina. Almeno non per il vestito.

Mi ricordo però la sensazione che ho avuto. Come fossi stata invitata ad un ballo organizzato da Paolina Bonaparte in Borghese.

L’enorme sala da ballo, i tavoli addobbati, adornati e agghindati come anche gli ospiti, il giardino che circondava la villa, le carrozze moderne con cavalli non a quattro zampe.

Mi ricordo però che c’e stato in momento dedicato ai balli lenti, proprio come nell’ottocento, ma il mio carnet di ballo era vuoto, in realtà perché pensavo e speravo che l’unico nome scritto sarebbe stato quello dell’avvocato. Ma non è stato così.
Ricordo di avere avuto in quel momento la sensazione di inadeguatezza. Perché lui ballava con un’altra, con la fidanzata del suo migliore amico.
Sai quelle sensazioni che vorresti sparire.
Speravo di sublimarmi all’istante.

Ricordo che venne il fratello a parlare con me. Perché ci sono quelle persone che hanno quella sensibilità, percepiscono quei momenti, che fiutano l’atmosfera, che colgono al volo la delicatezza della circostanza.
Oppure io avevo proprio un’espressione palese.

Una volta l’avvocato mi raccontò di quella volta in cui aveva scoperto che la ex lo tradiva. Diceva che erano circa 3 mesi che stavano insieme e che quindi dopo 3 mesi lui si sentiva tranquillo, e invece aveva poco di cui star tranquillo.
Che quindi anche io dopo quel racconto mi sono sentita che avevo poco di cui star tranquilla perché erano più di tre mesi che uscivamo insieme e non era successo nulla.
Nulla di nulla.
Le nostre labbra non si erano neanche mai sfiorate.
Ed io sfiorivo. Sfioriva la tentazione, il desiderio, e soprattutto la mia già debole audacia.
E con lei sfiorì anche la nostra frequentazione.

Ed io mi sono inondata di domande fino quasi ad affogare, ma essendo il mio periodo rosa, la malinconia veniva celata sotto il tendone del mondo circense. Lasciai quindi che le domande venissero interrate insieme ai picchetti di sostegno della copertura.

Sono passati anni e il fratello mi contattata per alcuni lavori, ma ahimè per l’architettura nella mia vita era già l’ora che volge al disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio.

….

Ché a me Baricco piace.
Mi sono letta molti suoi libri.
Ecco, ora se qualcuno mi dice un titolo e mi chiede di raccontare di cosa parla non lo ricordo. O meglio, in un primo momento le confondo le trame. Forse perché li ho letti tutto di un fiato, uno dopo l’altro.
Non è certo colpa sua, di Baricco intendo, se non ricordo subito la trama precisa dei suoi romanzi.
Io ho una memoria così per i libri.
Che ogni tanto è ballerina. Anche se io la ballerina da grande non la volevo fare. Attrice o cantante o architetto. Ballerina no. Ma intanto ad oggi non faccio nessuno dei tre mestieri precedenti. Quindi siamo pari.

Insomma, in un libro che non ricordo quale sia scriveva, più o meno, che nella vita accadono cose che sono come domande, passano anni e poi la vita risponde.

A me la risposta l’ha data il fratello dell’avvocato, perché poi ci siamo visti dopo che mi ha chiesto consulenze per i lavori, e lui forse aveva proprio quella sensibilità lì, perché mi ha detto che lui all’avvocato ad un certo punto ha detto – ma cosa vuoi da Emma? Se non vuoi nulla lasciala stare – perché l’avvocato era da tempo innamorato della fidanzata del suo migliore amico, quella con cui ballava quando volevo sublimarmi nella sala da ballo.

Ed alla fine lui ci è riuscito, ha avuto anche una figlia con lei, ed ha litigato con il suo migliore amico.

Ché poi la vita è bizzarra, infatti, poco dopo questa notizia e proprio mentre andavo in palestra, dalla macchina l’ho visto l’avvocato che spingeva il passeggino sul marciapiede.

Quello che ho

L'araba fenice

Bene, quindi anche il mio compleanno è passato. I buoni propositi non li ho nemmeno pensati. E perché mai, tanto ho capito che li disattendo spesso. Per esempio ieri ho deciso di smettere di fumare …E poi mi dico che il proposito del fumo non fa testo.

Questi prossimi dodici mesi saranno gli ultimi caratterizzati dal 3 come prima cifra dell’età.

Praticamente la menopausa è dietro l’angolo e io sono ancora single.

E mia madre non perde occasione per ricordarmelo.

Oggi, per esempio, a passeggio con cani e nipotino incontriamo la nonna di un compagno di classe del piccolo supereroe che conosceva fino ad oggi, ovviamente, solo mia sorella.

Mia madre mi presenta: “lei è Emma la mia secondo genita.”

“Ma che bella.”

“Grazie…”

“Sì bella, ma non trova un compagno..”

….Frase che ha scatenato tutto il femminismo della signora che ha iniziato a parlare di cosa me ne dovrei fare di un uomo, che ormai il mondo è delle donne e bla, bla, bla fino a dire che Dio è una donna e che è bionda e con grandi tette..

Di contro mia madre asseriva che Dio è infinito e che non è vero che gli uomini non servono che Dio ci ha fatti maschi e femmine proprio perchè ci completiamo e per procreare e bla, bla, bla…

Quando i miei cani hanno iniziato a tirarmi per andare ad odorare qualcosa lontano cui non potevano proprio rinunciare, ho preso la palla al balzo per interrompere questo intensissimo scamio di idee e, scusandoci, ci siamo tutti allontanati.

“Mamma! A parte che già la parola compagno mi fa venire l’orticaria, ma è possibile che come unica caratteristica che ti viene in mente per presentarmi è che sono single?” 

“Bè è la realtà…e poi ne hai scartati tanti…”

“Ok, non posso darti torto…ma non è che proprio dobbiamo raccontare a tutti dei miei “n-fidanzamenti!”

Tornati a casa mio padre, chissà perché, chissà quali pensieri aveva già percorso la sua mente, evidentemente era andata molto indietro con gli anni, perché di punto in bianco mi dice:

“Stavo guardando il programma di Carlo Conti e mi chiedevo perché tu non sei tra quelle ragazze…”

“?? Forse perché sono overage ormai, considerato che quando avevo in mentedi entrare nel mondo dello spettacolo avevo circa 16 anni…Forse perché mi avete sempre spinto a studiare invece di pensare a queste cose…Forse perché un giorno, quando hai visto la nota figlia di un tuo amico sulle pagine patinate di un calendario mezza nuda, mi hai detto che eri contento che avessi abbandonato l’idea e avessi studiato perché non sapevi come ti saresti sentito se ci fossi stata io al suo posto…Non lo so, forse per questo…o forse semplicemente perché non mi avrebbero preso.”

Un pò queste parole dei miei genitori mi hanno colpito, anche se mi rendo conto che viene spontaneo pensare alle cose che non si sono fatte, alle cose che non si hanno…perdendo di vista quello che si ha, mi stupisce molto che venga da loro…sarà stata una strana congiuntura di pianeti…chissà oggi pensavano così.

Ma inevitabilmente lungo il tragitto verso casa, la mia mente è andata girovagando tra le cose che ho e quelle che non ho, le cose fatte e quelle no. 

Del resto non ho un fidanzato. Ma ho tanti amici, uomini e donne, che mi vogliono bene e che ricambio.

Non ho figli, ma ho due nipoti che adoro e che ricambiano.

Non sono nel mondo dello spettacolo, ma ho preso una laurea nell’unica materia che avrei mai voluto studiare.

Ho un lavoro trovato non grazie a compromessi, ma grazie al mio impegno e alla mia volontà e alla mia preparazione.

Sì non ho magari tante cose, ma voglio pensare a quelle che ho.

Molte cose che avrei voluto fare non le ho fatte, ma quelle che ho fatto non mi sono sempre riuscite male.

Questi voli pindarici tra gli anni passati stranamente non mi hanno fatto intristire.

Sarà perché non ho fatto buoni propositi, sì il non averli fatti, mi fa sentire più leggera, e forse mi fa pensare che sono sulla buona strada per fare pace con me stessa.

Vado a fumarmi una sigaretta.

Silenzio

New Delhi

Alle volte dei giorni sono strani, ovattati…
Il suono non si propaga nel vuoto, il silenzio è la colonna sonora permanente.

Mi sento come sospesa in un vuoto, fluttuante tra le onde di una marea silenziosa, senza comprendere il tempo che passa, senza essere in sintonia con il cadenzarsi dei momenti.
E’ come se facessi una pausa dal tutto.

Mi piace questa sensazione, mi ci ritrovo, come mi trovo a mio agio nel buio della notte, nel silenzio che scende quando tramonta il sole, silenzio rotto solo dal rumore dei passi dei miei cani, o dallo sfrecciare delle macchine.

Così mi lascio cullare dalle note della quiete e dalle onde dell’oblio.

Ho bisogno di queste coccole per riprendere contatto con me stessa.

Ho bisogno di sentire l’eco del silenzio che sfiora le mie guance come le carezze di quando ero bambina, mi siedo sull’amaca della serenità e mi abbandono al suo dondolio, che mi vezzeggia, mi corteggia, mi blandisce e mi dona nuove energie.

Alle volte, invece, mi sento soffocare dalla perdita di contatto, mi sento comprimere dalla tranquillità, sento il dolore del mutismo, il male e il patimento del distacco.
Per lenire la sofferenza provo ad entrare in contatto con la realtà, ma questa rimane distante.

I miei tentativi rimangono vani e mi aggrappo a qualcosa per evitare di venire risucchiata dalla quiete, dall’immobilità, dal vuoto che cerca di risucchiarmi.
Telefono ai miei punti di riferimento, ma il destino ha deciso che in quel giorno e in quel momento nessuno può rispondere.

Le volte in cui sento che il dolore è più acuto mi ritrovo a telefonare a caso, pur di sentire una voce, pur di trovare un appiglio, un gancio, un ancora di salvataggio cui aggrapparmi con tutte le forze, con la tensione che sento sempre maggiore nelle mani, tese per lo sforzo di non venire divorata dal silenzio.

Che strane queste giornate, non capisco perché ciclicamente mi capitano.

(14.10.2009)

Il mio treno

Dopo l’ennesima storia con il medesimo inizio, lo stesso svolgimento e la solita fine, mi sono promessa di non buttarmi a capofitto in un’altra storia solo per il bisogno che sento di avere qualcuno accanto.

Mi sono sempre detta di salire sul treno quando passa, perché altrimenti sarebbe un’occasione perduta.

Ma così facendo sono spesso salita su treni che non mi portavano in nessuna delle destinazioni volute.

Adesso viaggerò sul mio treno, salgo da sola, consapevole che il percorso sarà anche ricco di ostacoli.

Consapevole che il paesaggio che incontrerò cambierà più volte aspetto.

Che il tempo sarà mutevole, perché il sole non splenderà sempre, ci saranno momenti di nebbia e di freddo, ci saranno salite da superare.

Consapevole che ci saranno anche grandi discese da fare di corsa con il sorriso, fin quasi a perdere il fiato.

Ci saranno, poi, pianure, per riposarsi dopo una grande corsa.

Sono pronta, intanto mi siedo e inizio a guardare fuori dal finestrino.


Sono come il fiume che scorre

Sto leggendo per la prima volta un libro di Paulo Coelho: “sono come il fiume che scorre“.

Immersa nella lettura, mi è balenato in mente il modo con cui ne sono venuta in possesso.

Il libro mi è stato donato da M., un ragazzo che ho incontrato al parco mentre passeggiavamo con i nostri cani.

Come solitamente succede i cani giocano tra loro e i padroni inziano a chiacchierare.

Non so cosa io gli abbia trasmesso in quei pochi minuti di conversazione, ma qualsiasi cosa sia stata M. ha sentito il desiderio di farmi leggere questo libro. Continua a leggere “Sono come il fiume che scorre”

Due lontane generazioni su un unico marciapiede

La fila delle macchine scorre lenta, il finestrino è completamente abbassato, 26°, non amo l’aria condizionata.

Sul marciapiede accanto cammina una ragazza minuta, pantacollant bianchi, stivali neri di pelle che le arrivano sopra al ginocchio, tacco 10, maglione bianco che copre appena la linea del gluteo, giubbotto anch’esso nero in pelle scamosciata, lunghi capelli corvini raccolti in una coda. Il suo andamento costruito si trasforma in un passo sgraziato, lo scalpiccio risuona fino a me. Continua a leggere “Due lontane generazioni su un unico marciapiede”

U come Uomini: il Nuotatore

Il punto è…

…che vederti mi infonde sempre una briosa allegria, la sento che inizia a diffondersi non appena ti vedo, per poi espandersi a mano a mano che passiamo del tempo insieme, si propaga e rimane con me anche dopo che ci siamo salutati.

Conosciuti per caso, sei stato una piacevole sorpresa, perché la piacevole chiacchierata, ha sconfinato in argomenti inusuali, condita da ironia, sagacia, delicatezza, intuizione, umorismo, tutti gli ingredienti perfettamente amalgamati ed uniti con adeguate proporzioni.

Sono passati mesi e la sintonia non è mai mancata, ma nessuno di noi è mai andato oltre il confine.

Forse ci basta così, forse non sappiamo se varcare il confine ci porterà a rovinare la disinvoltura e la spensieratezza delle nostre chiacchiere, delle passeggiate, delle risate, ma anche delle litigate, che non sono mancate, ma al contrario di quanto ci aspettavamo sono state corroboranti, ulteriore collante di un’amicizia sui generis.

Questa volta io le domande non me le pongo, perché è già così tanto quello che mi dai: vederti mi dona sempre il buonumore!

Cambiare

L'enigma dell'Oracolo - De Chirico - 1910

Dovrei lavorare assolutamente sul cambio di prospettiva.
Il punto di vista, devo cambiare il punto di vista…

Vorrei riuscire a dare al mio punto di vista la stessa importanza che dò al punto di vista dell’altro, in questo modo non sarei io l’unico soggetto che deve essere messo a fuoco e che deve essere scoperto.

Se incontro un uomo che mi interessa tendo a far diventare il suo il punto di vista quello principale facendo diventare me stessa il panorama da inserire nell’insieme e nella posizione che più aggrada all’altro, adattandomi e non chiedendomi se mi è scomoda o meno.

Vorrei riuscire a tirare fuori maggiore fiducia in me stessa.

Alle volte ancora mi pongo come se fossi solo io l’unica a doversi affacciare alla porta socchiusa e sbirciare all’interno.

Vorrei ricordarmi che, allo stesso tempo, l’altro anche è al di là della mia porta, che anche lui deve avvicinarsi e focalizzare, ricordarmi che anche lui è un individuo da esplorare e da scoprire.

E’ un’azione reciproca.

Se mi dimentico questo tendo ad essere la persona che si adatta alle esigenze altrui, mettendo in secondo piano le mie.

E se non sono io la prima a dare importanza anche al mio punto di vista, non posso aspettarmi che siano gli altri a farlo.

(22.11.2009)

Devi stare alla finestra…

…è il consiglio di alfaprivativa.

Non sono tanto brava a stare alla finestra e vedere che succede…
E’ una cosa nuova, mi auguro di riuscire a farlo perché mi rendo conto che ora è l’unica cosa da fare.

Non agire, ma reagire.

Effettivamente ora sopprimere le azioni è un buon metodo per studiare, vedere, capire meglio cosa voglio, quale sia la scelta migliore da fare.

Fino ad adesso si muovono in contemporanea, alcuni aspetti rendono migliore una scelta a discapito dell’altra.
Vedere quale si adatti meglio al mio essere, al mio modo di agire, al mio modo di pensare.

Come scoprirlo meglio? Affacciandosi alla finestra e guardando quale sarà la prossima mossa.

Non provocare nessuna mossa particolare, ma non inibire le azioni.

Non creare, ma non reprimere.

Non immaginare, ma suscitare immaginazione.

Non indirizzare, ma suggerire.

E’ la prima volta che non voglio seguire il cuore, ma la mente. Non agire di pancia, ma razionalmente.

E’ così difficile, ma può essere una prova per vedere se tutte le avversità incontrate hanno dato i loro frutti..

(26.11.2009)

Take it easy #2 – Diecibraccia

Pranzo veloce, inseieme a diecibraccia : devo tornare in ufficio.
Una mezz’oretta e scappo.

Mi dice “quand’è che ceniamo insieme?”.

“Che ne dici di domani? Per me andrebbe bene!”.

Mi risponde: “Per me anche, allora ti chiamo domani!”

E’ domani…silenzio.

E’ dopodomani…manda un sms:  “Come stai? E allora quand’è che ceniamo insieme?”

Mi sono persa qualcosa…ma non era ieri?

U come uomini: Diecibraccia

Diecibraccia l’avevo incontrato diverse volte in varie occasioni, durante le quali mi fissava costantemente, senza mai avvicinarsi, parlare o, almeno, sorridere.

Si limitava a guardarmi, tentando di assumere un’espressione languida, suadente, accattivante. 

Più che sedurmi e accattivarmi questo comportamento mi fa sempre pensare a quale alta influenza ha avuto lo slogan pubblicitario della Denim: “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Intimamente convinto che per lui funzionasse realmente in questo modo, senza aver bisogno di parlare poteva, col solo potere ipnotico del suo sguardo, farmi cadere ai suoi piedi, ohibò forse non voleva cadessi proprio…!    

Non ha mai funzionato, non tanto perché io sia una che si sente su un piedistallo, ma più che altro perché il suo sguardo incessante lungi dall’essere attraente era: esasperante. 

Capita poi che diecibraccia, forse stufo del lungo guardare, si fa presentare da un amico comune, finalmente scopro che ha il dono della parola, anche se in quell’occasione non è che abbia parlato più di tanto, limitandosi alla presentazione si è poi congedato per continuare a fissarmi tutta la sera. 

Una pomeriggio ad un aperitivo diecibraccia se ne sta appoggiato alla porta di ingresso del locale, in una mano il bicchiere di vino, l’altra nella tasca dei pantaloni, con solito atteggiamento alla Denim. Avendomi vista non perde occasione per posare i suoi occhi nei miei e ivi lasciarli fino al compimento del mio tragitto, dall’inizio del  vicolo alla porta.

I suoi occhi sono come sassolini nei miei.

Accenno un sorriso, non ricambia.

Abbasso gli occhi, nella speranza che grazie alla forza di gravità questi sassolini cadano, ma non funziona, rialzo lo sguardo, il suo è ancora lì nel mio.

Anche quando, arrivata alla porta, ci ritroviamo vicini non parla.

Fissare sì, parlare no, la regola dell’uomo vero.

Dico: ciao.

Dice: ciao.

‘cipicchia ce l’ha fatta. 

Non un sorriso ha accompagnato quella parola, solo un’occhiata con il solito tentativo di Amelia, la strega che amalia.

Peccato che non viviamo a Paperopolis.

Rimango ferma per qualche secondo, penso che me la dirà un’altra parola dopo ciao…

No.

Allora per non restare come un baccalà sullo stipite di una porta…tanto ce n’era già uno, entro.

Diecibraccia ed io ci rivediamo altre volte.

Fino a quando ad una di queste parliamo, lui si fa accompagnare da un’amica comune che con una scusa banale viene a parlare con me e, con un’altra scusa altrettanto ordinaria, dopo poco si allontana lasciando diecibraccia lì con me.

 Complice qualche bicchierino in più di quanto sembra che lui possa sopportare, diecibraccia parla, parla e parla, e mentre parla si muove…tanto.

Io per reazione mi blocco, saldi i miei piedi sul terreno, sposto solamente la testa seguendo il suo peregrinare.

Mi gira intorno, prima al mio fianco, poi di fronte, poi l’altro fianco, poi si avvicina, poi si allontana.

Le sue gambe sono scatenate in una strana danza a me sconosciuta.

 Il movimento non riguarda esclusivamente le gambe, nel mentre infatti gesticola.

Alternativamente tiene le braccia orizzontali al terreno disegnando velocemente anelli concentrici nell’aria, poi le solleva, le ritrae, le accosta al busto e le allontana.

Tanto che appare come se avesse almeno dieci braccia.

L’insieme delle movenze fa sì che diecibraccia occupi uno spazio vitale circostante decisamente maggiore rispetto a quanto ne abbia effettivamente a disposizione attorno a sé. 

Nell’intervallo spazio – temporale che si crea tra uno spostamento e l’altro intravedo dietro a diecibraccia un cameriere che, nel tentativo di trovare un varco di passaggio,  segue con lo sguardo le mosse repentine del mio interlocutore.

Tenta un passaggio a destra che fallisce, prova con un passaggio a sinistra, ma nel mentre anche diecibraccia si sposta a sinistra, il cameriere si blocca, prende coraggio e tenta di nuovo a destra sembra che ce l’abbia fatta ma diecibraccia cambia inaspettatamente posizione, arriva prima il suo braccio che colpisce allo stomaco il povero sventurato, poi tutto il suo corpo che travolge il cameriere già barcollante a causa del colpo precedente!

 Ho un sussulto.

 Con gran stupore capisco che è il mio sussulto a far intuire a diecibraccia di aver colpito qualcuno….e non l’impatto.

Si scusa diecibraccia, in modo veloce e sbrigativo, come d’altra parte non è difficile credere, il cameriere imbarazzato (!) guadagna uno spazio libero e scappa via.

Io rimango attonita, mi si sfoca la vista e perdo la visuale di diecibraccia che intanto prosegue il suo peregrinare agitato e continua, come nulla fosse, a parlare.

Mi gira la testa e non per il vino che sto bevendo, mi viene in mente il pulsante che c’era ditero a big jim, quello di diecibraccia si deve essere incastrato su “ON”.

A come Amicizia – Amiche – Alfaprivata #3 -Laregina

Metti che sei contenta, dopo tanto tempo, di aver trovato un’amica con la quale ti sembra di andare d’accordo, con la quale c’è sintonia.

Metti che, però, vi conoscete da poco.

Metti che una sera andate a bervi una cosa in un locale.

Metti che quella sera le parli del tuo ex, con cui vi siete amati, odiati, rincorsi, ripresi o rifiutati.

Metti che le racconti che vi state rivendendo.

Metti che lui vi raggiunge al locale e si siede con voi al tavolo.

Metti che, ad un certo punto, devi andare in bagno.

Metti che, mentre sei in bagno, la tua amica dice al tuo ex:

“Io sono la regina del pompino!”

Metti tutte queste cose…

…l’unica cosa che, in seguito, ti farà sorridere è ripensare a quello che le ha risposto il tuo ex:

“Io da te non me lo farei fare neanche con il cazzo di un altro.”

Ed è così che A come alfaprivativa, oltre che N come Notastonata è diventata anche: L come Laregina.

A come Amicizia – Amiche – Alfaprivativa #2 -Notastonata

Un giorno qualsiasi, durante un aperitivo qualsiasi, capita di incontrare un conoscente di tanto tempo fa, così tanto di vecchia data che non riesco a ricordare nemmeno il nome, ma ci sono volti che ti rimangono nella memoria. E la mia inizia a vacillare, perchè il conoscente ha dei ricordi decisamente più vividi dei miei, fortunatamente le sue parole aprono una fessura nella mia memoria, dalla quale iniziano ad affiorare reminiscenze di episodi cui scopro di essere intimamente legata e di averli lasciati custoditi in un posticino della mia mente.

Salutando il conoscente interrompiamo il dialogo che lui aveva con te e tu, allora, vuoi andare via.
Mi unisco all’invito del mio conoscente esortandoti a non andare.

Certe volte scattano degli strani meccanismi, delle piccole scintille, una sintonia inaspettata, che ti permette di parlare amabilmente con chi non hai mai visto prima con una piacevole fluidità e confidenza non usuali.

Peccato che l’atmosfera possa essere disturbata da un terzo estraneo, estraneo a questa sintonia, una nota stonata che, come le basse frequenze, viene percepita solo da pochi e solitamente non da chi le emette.

Così non ci è stato permesso di continuare sulla stessa tonalità, la nota stonata non accenna ad andare via e l’ispirazione è a tratti interrotta, a tratti ritorna, non appena gli sguardi si incrociano, tentativi di isolamento per sentire di nuovo quella musica, ma il sottofondo disturbante aumenta i toni, non si può suonare così, è meglio interrompere.

E’ in questo modo che A come Amica, diventa N come Notastonata.

16.11.2009

A come Amicizia – Amiche – Alfaprivativa # 1

Questa persona amica (?)  mi ricorda l’aria n.6 del Barbiere di Siviglia.

E’ come un venticello, all’nizio appare come “un’auretta assai gentile” , superficialmente amichevole, affabile e gentile, “incomincia a sussurar”.

Piano, piano, in modo gradevole.

Sotto voce, passo leggero, movimenti sinuosi, si aggira tra le persone che incontro, che mi circondano,  seguendomi in ogni dove “si introduce destramente” in tutti i miei rapporti interpersonali.

Recita la sua parte, con parole scelte finemente, con comportamenti differenti adattandoli idoneamente ad ogni situazione, con atteggiamenti accondiscenti, con espressioni efficaci.

Prende posto a poco a poco “e le teste ed i cervelli (di alcuni) fa stordire e fa gonfiar”.

La osservo, con delicato distacco.

Quando percepisce il suo successo “si propaga (e) si raddoppia” invadendo ulteriori spazi.

La osservo gongolarsi per il trionfo e noto che quasi “trabocca e scoppia”.

Quando percepisce la disfatta, non si arrende, continua: “va scorrendo e va ronzando”, come il frenetico tentativo di un insetto che cerca di uscire dalla finestra, ma nonostante i violenti colpi subiti contro il vetro chiuso, prova ininterrottamente.

La osservo tormentarsi per la sconfitta e mi appare “come il tuono, la tempesta, che nel sen della foresta va fischiando e brontolando”.

In entrambi i casi, prima o poi  alla fine traboccherà e scoppierà e produrrà “un esplosione come un colpo di cannone, un tremuoto un temporale, un tumulto generale che fa l’aria rimbombar”!

Take it easy #1 – The doghandler

Mi capita di imbattermi in comportamenti insoliti, o forse soliti, dipende dai punti di vista, ma ho deciso di prenderli con filosofia, alla leggera.

Non tanto perché io sia una stoica…è perché non saprei come prenderli, mi disarmano!

Dopo circa 20 giorni di assoluto silenzio, una mattina arriva un sms: “Ti piacerebbe venire qualche giorno in montagna?”

Così, di punto in bianco, diretto, senza convenevoli.

Mi sembra, anche, che manchino delle informazioni importanti: quando, dove, quanto intende con “qualche”…

Ah! Ma certo! Deve essere una sorta di sondaggio, del tipo: quali sono i tuoi desideri per il nuovo anno?

Quindi riconsidero la domanda come fine a se stessa ed effettivamente in questo modo assume un suo senso,   “Sì, certo che mi piacerebbe!”.

Non ci voglio credere, perché raramente lo ha fatto, mi telefona, si vede che il sondaggio prevede la compilazione di un format…

Nessun sondaggio, la situazione è la seguente:
un suo amico è in montagna, ha trovato un hotel in cui accettano i cani, ha dipinto una situazione fantastica, tanta neve e molto sole. Cosicché anche lui vuole partire, portando il suo cane, partenza il 31 , ritorno il 3. Conoscendo la mia passione per la montagna mi ha proposto di andare.

Effettivamente un bel programma inaspettato, cui aderisco con entusiasmo, perché concilia la mia voglia di vacanza, di neve, di spensieratezza e l’impossibilità di affidare a qualcuno il cane ormai troppo anziano.

Iniziamo a snocciolare i dettagli per programmare una partenza intelligente, tra cani, valigie, sci, snowboard e ferie da chiedere, il tutto dovrà però essere riconsiderato perché ancora dobbiamo avere conferma del posto in albergo.

Mi farà avere ulteriori notizie non appena ne avrà dal suo amico in loco.

Era il 29.12.2009.

Ad oggi non ho ancora avuto sue notizie.

Non ha telefonato, non ha mandato sms, non ha neanche risposto ai miei.

No, non gli è successo nulla, gode di ottima salute, mi sono informata.

Take it easy.

Sapersi vendere

Uno dei miei difetti è il non sapermi vendere bene.

La vendita è una forma di strategia, a me sembra di “stregoneria”, esistono persone che ammaliano i loro interlocutori, convincedoli e coinvolgendoli.

Coloro che sono buoni venditori di loro stessi hanno, solitamente, uno spiccato talento nell’arte della parola, tramite orazioni pompose e solenni catturano l’attenzione e trasformano ogni loro piccola azione in una impresa straordinaria, ogni elemento che compone la loro vita diventa il migliore che esiste sul mercato.

Il loro lavoro è il più soddisfacente e il più impegnativo, la loro preparazione è superiore rispetto agli altri, si ritengono spesso circondati da incompetenti, così devono passare le giornate a risolvere anche i problemi degli altri e, di norma, ci riescono egregiamente.

Il quartiere dove abitano è il più bello, il più comodo, il più centrale e tendono, spesso e volentieri, a farsi passare a prendere propro perché sono convinti che per andare in qualsiasi posto della città, tu dovrai necessariamente passare vicino a casa loro, essendo, notoriamente, il centro del mondo.

Sono sempre in forma, il loro corpo è il più agile e scattante…pur non andando in palestra da mesi e non seguendo alcuna dieta particolare.

Sono così bravi con le parole e così accentratori che riescono a fare loro, e a proporle nel proprio repertorio, anche le azioni compiute da altri, questo avviene nel caso in cui loro ritengano che queste azioni possano apportare del beneficio nella promozione del proprio io.

Alcune persone rimangono totalmente affascinate da questi venditori, diventando contemporaneamente compratori e promotori dei loro prodotti.

Chi invece non è bravo nella promozione di se stesso può sperare di avere a che fare con quella categoria di persone su cui i venditori non hanno presa.

Quelle persone che si rendono conto naturalmente di chi è chi, e di cosa è cosa.

Le persone che sanno leggere tra le righe, che guardano al di là della coltre di fumo, coloro la cui mente non si lascia ubriacare da mille parole.

Non sono brava a vendere me stessa o cerco un corso accellerato alla Bocconi o spero di incontrare nel mio percorso quest’ultimo tipo di persone.

24 Ore più una

©MEJr

Il tempo è relativo.
Ho voglia di viverlo nel momento in cui accade, non fare progetti.
Mi ha sempre fottuto il mio tentativo di fare progetti.
Mi vedevo proiettata nel futuro e poco mi godevo il tempo presente.

Non riuscivo a stare nel momento , il cervello, le idee, i sentimenti andavano al futuro e quello che vivevo era sempre levigato, schiacciato dalle mie proiezioni, non ne sentivo il sapore, lo assaggiavo ma non lo gustavo, l’aroma mi sfuggiva, le sensazioni erano tenui, gli odori erano rarefatti, i suoni soffusi.

Ora, entrando nel momento, assaporando l’attimo gli istanti che si susseguono ne riesco a sentire il sapore…l’amaro, il dolce…riesco a distinguere quando lo percepisco.

I suoni hanno tutt’altra intonazione, il loro tintinnio non è un ticchettio che ricorda il tempo che passa, ma una musica soave che ritma la colonna sonora dello scorrere delle ore.

Mi lascio cullare, stando nel tempo, stando nelle azioni e partecipo senza inibizioni, completamente.

Come è diverso, come è inebriante non dover pensare al futuro.

Non so come sarà, potrebbe non essere. Ma ora invece è.

E assaporare l’adesso mi avvolge, mi inebria, mi rende serena.

Mi piace, alle volte, non dover pensare dove mi porteranno lalcune situazioni, mi permette di viverle intensamente durante i minuti che rubo alla vita per incontrare, scoprire, sperimentare.

Ecco perchè “24 ore…più una”, perché questo è il limite che mi sono data.

Continuavo a proiettarmi nei giorni futuri, questo mi portava a concentraromi solo su di un ipotetico avvenire.

Sapendo che per me è difficile non immergermi nei sogni, ho pensato che un primo passo poteva essere quello di limitare questa tendenza di fare programmi.

Ed è per questo che mi riprometto di circoscriverla alle 24 ore, al massimo alla 25esima ora. Ogni volta che i miei pensieri iniziano a ribollire, mi chiedo se stanno, o meno, superando la soglia della 25esima ora.

Se accade li fermo, li ammanetto, alzo un muro e gli impongo di fare marcia indietro.

E’ faticoso, ma mi permette di concentrarmi su ciò che ho vissuto nelle 24 ore.

Mi dà la possibilità di assaporarlo, esplorarlo, capirlo, metabolizzarlo.

E’ paradossale come il limite imposto, mi consenta di ampliare il momento presente.