Vita di PI – Pubblico Impiegato- Riflessioni XXXIII

La mia capa la riconosci subito, è quella che sorride sempre e io diffido di chi sorride sempre.

È quella che è sempre contenta di venire a lavorare e io diffido di quelli che appaiono sempre contenti di andare a lavorare.

È quella che arriva sempre per ultima in ufficio oltre l’orario previsto di ingresso salutando a voce alta scandendo i nomi di tutti mentre percorre trafelata il corridoio.

È quella che “sono appena arrivata devo prendere il caffè altrimenti non connetto” e intanto si fanno le dieci del mattino.

È quella che chiama alla sua corte i suoi adepti per tenerle compagnia durante il caffè per ciacolare di quanto è stanca perché le è successo questo e anche quello, ma pensa te.

È quella che soddisfatta del suo monologo “ma sono le 10.30 cosa fate qui andate subito a lavorare” con sottofondo di battito di mani.

È quella che “ma che carina questa borsa dove l’hai presa?” – in vacanza in Inghilterra questa estate – “E perché non l’hai comprata anche per me!?”.

La riconosci subito perché è un’ape fucaiola che si crede un’ape regina, tuttavia nella realtà è una semplice ape operaia ovificatrice la cui sopravvivenza è garantita esclusivamente in assenza di un’ape regina la quale inibirebbe lo sviluppo del suo apparato riproduttore.
Il suo apparato riproduttore infatti è in grado di deporre uova sì, ma non fecondate e ne depone un numero indeterminato, più sono meglio è.
Da queste uova nascono e si sviluppano i fuchi e l’ape fucaiola ha bisogno dei fuchi, la mia capa si circonda così di un indeterminato numero di fuchi, i mei colleghi.
E come ben sanno gli apicoltori un alveare non sopravvive in caso di presenza di api fucaiole, perché generando esclusivamente fuchi l’alveare non avrà lunga vita.

Ora io vorrei continuare con questa similitudine, ma mi sono un po’ incartata.
La verità è che mentre scrivevo ho saputo che la notizia che girava ufficiosamente è diventata ufficiale.
L’ape fucaiola se ne va, da fine gennaio non sarà più la mia capa, colei che ha reso il mio 2018 l’unico anno veramente orribile della mia vita lavorativa se ne va.

Ed io sono veramente felice.

Perché sì è vero i miei racconti sulla mia vita da impiegato sono sempre pieni di insoddisfazione lavorativa, ma mai e dico mai ho passato un anno così intriso di falsità, di cattiveria, di livore, di invidia, di gratuite meschinità come quello che mi ha fatto vivere lei e più cercavo di risolvere la situazione con le buone più lei si accaniva, più cercavo di risolver la situazione con le cattive più lei si inaspriva.

Ciao ape fucaiola.

So bene che si dice che al peggio non c’è mai fine e quindi può darsi che chi arriverà dopo di lei non sarà forse molto meglio, ma non credo di poter incontrare ancora una persona così capace di generare in me un malessere così profondo.

Ancora ciao ape fucaiola avevo pensato di dedicarti diversi post, un po’ per sfogarmi, un po’ per esorcizzarti, ma ora sapendo che non dovrò più avere rapporti lavorativi gerarchici con te ho deciso che non ti dedicherò più neanche un piccolo pensiero, figuriamoci dei post.

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXII

Certo, si, ti devo aggiornare sulle mie novità lavorative, perché nel corso del 2018 c’è stato un avvicendamento dei vertici.

È cambiato il direttore e il vice direttore.

Il mio capo se ne è andato ed io ho una nuova capa.

Ho cambiato servizio e quindi ho cambiato colleghi.

La mia nuova capa ha deciso di farmi cambiare materia lavorativa e quindi sto imparando, o meglio mi sto barcamenando in totale assenza di formazione e affiancamento.

Ma al momento non ho tempo, quindi ti faccio solo un piccolo flash per farti capire come sto.
Un piccolo flash sulla cena di fine anno con la mia nuova capa e i miei nuovi colleghi.

Le abbiamo fatto un regalo di Natale con annesso biglietto da firmare.
Ecco la mia firma come sai perché comprare in tutte le foto del blog è questa.

Al momento di firmare il biglietto del regalo per la capa la mia firma è venuta più o meno così.

Ora io non sono un’esperta calligrafica, ma non credo ci sia bisogno di esserlo per capire quanto malessere ho dentro e quanto non mi trovi molto bene in questo nuovo gruppo, con questa nuova capa e con questa nuova materia lavorativa.

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXI

“**Le brave ragazze non fanno carriera. 101 errori che le donne fanno sul lavoro**” è un libro che mio padre mi ha regalato poco dopo che sono diventata un’impiegata.

Adesso non ricordo se tra quei 101 errori ci fosse anche quello per il quale io sicuramente anche quest’anno non la farò, ma sono certa che dire al mio mega Direttore:

“*Credo di essermi spiegata male perché la vicenda è un po’ più complicata di così, secondo me la soluzione da lei proposta non è la migliore per risolvere questa situazione, magari torno anche con le planimetrie e rivediamo tutto*”, come ho fatto io l’altro giorno, è sicuramente da mettere nella lista.

Infatti dalla sua espressione direi che nella sua testa la prima parte della frase è risuonata più o meno così: “*Lei non ha capito un’emerita mazza, mi chiedo come abbia fatto a diventare Direttore*!”

Seguita a gran voce dalla seconda parte della frase, che molto probabilmente sarà riecheggiata diverse volte nella sua mente come l’opinione di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin: “*La sua soluzione è una cagata pazzesca! CAGATA PAZZESCA! PAZZESCA! ESCA! ESCAAA*!”

E non ho neanche ricevuto i 92 minuti di applausi dai colleghi presenti, probabilmente ***ESCAAA*** era l’unica cosa che il mega Direttore avrebbe voluto dirmi.

Nei miei pensieri immaginavo mi chiedesse di ritornare con le planimetrie per analizzare meglio una vicenda che iniziata nel secondo dopoguerra non è stata ancora risolta, apprezzando il fatto che io mi ci stessi dedicando a dispetto dei miei predecessori che l’avevano lasciata nel cassetto lavandosene le mani per tutti questi anni.
Ma questo succede solo nei film.
Nella realtà della P.A. Italiana quello che dice il mega Direttore è legge, ed infatti mi ha congedata a data da destinarsi, quindi meglio dire che mi ha congelata.

Non oso immaginare cosa dovrei farmene delle planimetrie secondo il mega Direttore, speriamo non abbia avuto la stessa idea che ha delicatamente espresso Gasparri per boicottare l’Ikea favorevole alle unioni civili…

Ed ora?

Dovrei forse imparare a comportarmi come fanno le mie colleghe che sperticandosi in moine danno sempre ragione al mega Direttore complimentandosi per l’eccellenza delle sue idee che scaturiscono dalla una mente geniale e infallibile, tra sbattiti di ciglia, sorrisi, e agitamento di chiome, folte o meno che siano.

Oppure dovrei fare come suggerisce mia sorella che tiene corsi per manager, proporre la mia idea in maniera più diplomatica, senza mai parlare in “negativo”, avrei potuto dire: “Si questa potrebbe essere una delle soluzioni, ed insieme a questa potremmo fare anche…bla bla bla”.

Oppure dovrei ….

Rileggere meglio il libro.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXIX

Lo avevo già detto da qualche parte che in questa vita ho tante occasioni per esercitare la pazienza.

Vorrei saper scrivere bene per poter inaugurare una nuova saga:
Lo zen e l’arte della pazienza nella vita di un impiegato pubblico.
Potrebbe avere un nutrito pubblico, seguaci curiosi di conoscere il segreto per sopravvivere alle giornate lavorative farcite di rallentante burocrazia, non tanto con il corpo sano, ma soprattutto con la mente sana.

Così, prima di entrare in ufficio, durante il passaggio attraverso il limbo che mi porta a sorpassare la mia personale porta sulla vita parallela da impiegato, io cerco di concentrarmi, cerco di rilassarmi affinché le successive otto ore siano impattanti nel minor modo possibile sulla mia sanità mentale.

Dopo gli ultimi risvolti di un altro anno senza riconoscimenti, né economici, né morali – perché anche le valutazioni lavorative sono state a mio modesto avviso penose, soprattutto se confrontate con le valutazioni dei miei più stretti colleghi – la mia pazienza, la mia calma, la mia mente sono sottoposte a dure prove quotidiane, che, ti dico con gran sincerità, non riesco a superare brillantemente e spesso soccombo ad una rabbia difficilmente incanala bile in qualcosa di costruttivo.

Ma questa mia crescente incapacità di incanalare la rabbia l’ho scoperto solo dopo.
Dopo che?
Dopo che sono andata a parlare col mio capo dei premi e delle valutazioni.

Ero infatti sicura, sicurezza data da ormai anni di esperienza e di esercitazione sulla pazienza, di poter andare a parlare con il mio capo per rappresentargli con calma, dignità e classe, la mia disapprovazione totale nei confronti della mancanza di riconoscimenti.

Avevo intenzione di rimostrare in modo elegante, di contestare in maniera raffinata, usando parole ricercate e di impatto,, sicura che ne sarebbe uscito fuori un forbito discorso, fluente, inappuntabile e brillante, che mi avrebbe aperto porte, anzi portoni, su un futuro lavorativo pregno di gratificazioni.

D’altra parte mi ero preparata da giorni il discorso.
Era lì nella mia mente , lo avevo lasciato decantare, affinché diventasse più armonioso ed elegante lo avevo provato anche in sintonia con delle espressioni facciali.

Ero pronta, ne ero sicura, la calma aveva preso il sopravvento ed io ero pronta a dominare la mia rabbia e la mia delusione.

Ed eccomi, approfittando di un momento di pausa dal lavoro del mio capo che entro nella sua stanza chiedendogli un colloquio.

Dopo un inizio brillante, calmo, dignitoso e raffinato….
È andata più o meno così:
(Io sono quello al centro ovviamente, e il mio capo è quello steso…)

Vita di PI – Pubblico Impiegato- Riflessioni XXVIII

Ho preso un paio di cantonate incredibili.
Ma non è per quello che non ti racconto da un po’.
Quella questione li la lascio da parte per ora.

Insomma dicevo: cantonate.

Sì, nel senso che ho fatto due errori di valutazione così grossolani e sciocchi, che se fossi stata più attenta avrei potuto evitare.

E fanno male, ma male tipo prendere lo spigolo della porta con il mignolino quando nel mezzo della notte ti alzi per andare in bagno, ma non accendi la luce per non svegliare il tuo compagno.

Va bene, intanto te ne racconto una, ti racconto la prima cantonata.
La prima è quella che ho preso nel valutare cosa avrebbe fatto il mio capo, quale atteggiamento avrebbe assunto con lei.

Te la ricordi lei..te ne avevo parlato qui.
Lei la gattamorta, anzi no, gattamorta non va bene… Come l’avevo chiamata?!
No, forse non l’avevo chiamata, ma la chiamo ora: Profumiera, ecco sì.

Anche se profumiera neanche è del tutto esatto, perché lei è profumiera con alcuni, che quindi rimangono intorno a lei inebriati dal profumo della speranza di dare un bel morso alla mela, così per dire, ed altri invece che quella mela l’hanno mordicchiata fino al torsolo e poi gettata.

Lei per me è la nostra signorina Silvani. In versione fisicamente bella però. Perché in effetti è una bella donna.

La nostra signorina Silvani non sbaglia mai un abbinamento di colore.

Da lei stessa ammesso l’organizzazione dell’armadio e dei cassetti segue la colorazione e le sue sfumature possibili.
Non esiste che l’abbinamento di colore oltre che all’abbigliamento e alle scarpe non sia esteso ossessivamente anche agli orecchini, ai bracciali, agli anelli e ad eventuali accessori per i capelli.

Nonostante il trionfo di colori la nostra signorina Silvani non punta sull’abbigliamento provocante per sedurre, infatti non è mai troppo scollata o sminigonnata o trasparentata, conoscendo alcuni difetti del suo corpo, che non sfuggono ad un occhio allenato come il mio da anni di scuola solo femminile, ha studiato la tipologia di capi che nascondono le parti incriminate e mettono in risalto quelle più appetitose.

Quindi per testare la sua appetibilità la nostra signorina Silvani utilizza i colori e la lusinga, blandisce e incensa le virtù maschili cercando di risvegliarle con le parole e l ‘ammiccamento.

La nostra signorina Silvani non perde un attimo della giornata, ogni attimo infatti è buono per testare e tastare gli esemplari di genere maschile presenti in ufficio.

Ovviamente non si lascia sfuggire nessuno, soprattutto non si lascia sfuggire sua onorevolezza eminentissimo cavaliere di gran croce commendator monsignor illustrissimo mega Direttore.

La nostra signorina Silvani è comunque ben attenta a non tralasciare tutti gli altri: dalla guardia giurata all’entrata, al suo capo, che poi è anche il mio, al ragazzo che viene a cambiare le merendine nella macchinetta distributrice che quando lo vede arrivare e chiudersi nella stanza delle macchinette prontamente entra con fare accattivante

Bracca tutti assumendo durante le conversazioni le posizioni secondo lei più provocanti.

Così se il nostro capo passa davanti alla sua stanza la senti prima intonare un "ciao caro.." seguito da uno scatto felino che dalla sedia le fa raggiungere la porta della stanza e da lì il corridoio.

Oppure la puoi vedere fermarsi sullo stipite della porta per parlare con lui, rigirandosi i capelli intorno al dito e mostrando il suo seducente collo.

Quando invece deve parlare di lavoro con il mio e suo capo, la nostra signorina Silvani si reca nella sua stanza, di lui, ma non si siede banalmente sulla sedia così detta del visitatore di fronte alla scrivania, no.
Lei si siede proprio sulla scrivania.
Sì, sopra la scrivania.
E si siede dal lato interno, ossia con le gambe dalla parte in cui il capo è seduto.

Così vicini vicini loro parlano di lavoro.

Se poi scrivono qualcosa insieme al computer, che si trova nella parte di scrivania perpendicolare alla scrivania principale, allora la nostra signorina Silvani si sporge con tutto il busto per poter vedere meglio lo schermo del computer e stare ancor più vicina al capo.

La cantonata, quindi, è stata grossa.

Infatti ti avevo detto che ci sarebbe stato da divertirsi e invece sono passati mesi da quando il mio capo è diventato anche il suo capo ed io non mi sono divertita affatto.

Avevo ingenuamente pensato che ci saremmo divertite perché avevo affermato con sicurezza che il mio e suo capo non sarebbe stato sensibile ai suoi approcci, che il fatto di avere un capo uomo non le avrebbe dato dei vantaggi acquisiti con il suo fare provocante.

E invece no.

Invece il mio capo alla lunga, ma neanche troppo lunga, si è rilevato essere assolutamente disponibile ad accogliere il corteggiamento, assolutamente percettivo e influenzabile dai colori, dalle movenze e dalle parole suadenti e lusingato dal modo di sedersi per parlare di lavoro.

Sono bastati un paio di sopralluoghi, a cui hanno partecipato solo lui e la nostra signorina Silvani, per farlo capitolare.

Esagerata?

Beh io non so in effetti se abbia totalmente capitolato e sinceramente non mi interessa, non è infatti questo il punto, il punto per me diventa importante perché questo debole del mio capo per lei influisce sul mio lavoro.

Influisce sull’assegnazione delle pratiche da svolgere.

Le più rilevanti, o comunque interessanti, a lei, le altre a noi…a me.

Ho infatti ereditato tutti gli scarti della signorina Silvani, che con fare altezzoso mi porge la posta degli anni passati e di quest’anno che lei non desidera più lavorare, sì qui si dice così "lavorare la posta" – poi capisci perché io alle volte commetto degli strafalcioni in italiano, sono abituata a sentire frasi del genere.

Ed il risultato più evidente è nel fatto che la nostra signorina Silvani questo primo anno di lavoro con il mio capo, a discapito dei miei 4, ha preso il premio annuale.

Allora le opzioni sono poche: o io sono estremamente incapace nel mio lavoro, o ho veramente un carattere insopportabile e la mia espressione no way mi brucia la carriera, o sono all’antica che penso che i meriti vadano conquistati sul campo del lavoro e non in camporella.

Comunque sia la cantonata è stata grossa eppure avrei dovuto capire da quel famigerato messaggio del mio capo che era proprio chiaro e chiarificatore.

vita di PI – Pubblico impiegato – Riflessioni XXII

È proprio vero sai che quando sono triste poi io non riesco a parlare.
Non ne ho affatto voglia.
Che vorrei che il tempo si fermasse, perché io ne ho bisogno per riprendere fiato.

Cavoli non pensavo che sarebbe stata questa la mia reazione al fallimento del progetto cui mi sono dedicata negli ultimi mesi.

E ora mi ritrovo in questo ufficio che oggi detesto più del solito.
Ci sono anche dei nuovi assunti.
Buon per loro. Ma solo perché porteranno a casa qualche soldino, perché se pensano che questo lavoro sia pure interessante allora sono proprio sulla strada sbagliata.

Di questi nuovi assunti ne ho uno in stanza sai.

L’ho saputo da Ca perché io ero malata quando lui è arrivato quindi non lo avevo ancora visto fino ad oggi.
Oggi sono arrivata in ufficio alle 08.03, ho percorso il corridoio strusciando i piedi a terra insieme al mio muso che arrivava fino al pavimento.
La luce della stanza era già accesa e allora starà già lì il nuovo collega, mi sono saggiamente detta tra me e me, perché Ca a quest’ora proprio non arriva in ufficio.
E lui infatti era già seduto alla scrivania.

Cavoli io in questo periodo non posso essere certamente definita la collega dell’anno, e neanche quella che può fare formazione né dare speranza per un roseo futuro qui dentro.

Però ti giuro che ho sorriso, ho varcato la soglia e gli sono andata incontro porgendogli la mano e sorridendo.

Sì sorridevo invece!

ciao, benvenuto, sono Maria Emma!

Ha alzato lo sguardo, ha alzato anche le sue tante membra e mi ha stretto la mano dicendo buongiorno piacere di conoscerla per poi rigirarsi risedersi e rituffare il suo rubicondo viso a leggere della documentazione.

Fine della conversazione.

Non ha più rialzato la testa fino a che non è arrivata Ca alle 09.00.

Allora io volevo dirgli che va bene che è molto giovane, ma insomma non iniziamo ad andare d’accordo se mi dai del lei che così mi fai sentire vecchia e va bene che ho avuto la febbre a 39 quindi non godo certo di un viso che sprizza giovinezza e salute, ma volevo proprio chiedergli:

ma davvero sono ridotta così male?

Ma sì hai ragione, povero è appena arrivato deve ancora prendere confidenza.

Sì forse deve prendere confidenza anche con le elucubrazioni mentali del genere femminile che da un semplice lei di educazione trae come conclusione pensieri disastrosi sul suo stato fisico…

No, non è vero non sono la sola che trae queste conclusioni !

Io invece devo cercare di stare calma.

Stare calma…

Sì però cavolo l’ambiente non mi aiuta, il tentativo fallito dopo mesi di preparazione neanche, il lei di un ventiquattrenne ancora meno.

vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XX – the place that sends you mad

Noi no.
Noi non andremo mai da nessuna parte.
Perché se un paese si ferma per le feste Natalizie in un momento come questo in cui siamo quasi alla canna del gas, allora non si merita non si merita nemmeno di risalire.

Perché non è possibile che dopo aver richiesto con largo anticipo tutti i permessi ti rispondano che non si è potuto fare nulla perché sono tutti in ferie.

E allora chiedi gentilmente se si può rimediare perché c’è una ditta convocata per l’inizio dei lavori che deve essere oggi e non puoi farli perché loro non hanno fatto nulla.

E allora capisci che per telefono non cavi un ragno dal buco e inizi a girare per i vari uffici per vedere dove sono le tue richieste.

Il divieto di sosta indirizzato alla polizia municipale.
L’occupazione di suolo pubblico diretta al settore urbanistica del comune.
La comunicazione di inizio lavori indirizzata al settore lavori pubblici del comune.
E allora vai per prima cosa al settore lavori pubblici del comune che il funzionario lo conosci e ti rispondono che lui è in ferie e allora chiedi con chi puoi parlare e scopri che se lui non c’è nessun altro se ne occupa.
Allora passi al settore urbanistica e ti dicono che è meglio che fai in modo non burocratico sperando che la polizia municipale chiuda un occhio perché per l’occupazione di suolo pubblico sulla domanda c’è scritto che ci vogliono venti giorni, ma di solito sono almeno trenta.
Perché ci vogliono venti giorni che poi sono trenta?
Perché la domanda arriva al settore urbanistica, giace alla posta fino a che non è matura e poi passa al protocollo e dal protocollo viene assegnata al settore competente e poi dal settore competente la inviano alla polizia municipale e poi la posta della polizia municipale la passa al protocollo e dal protocollo viene assegnata al settore competente e il settore competente decide a quali funzionari assegnarla e i funzionari devono organizzare il sopralluogo e poi dopo il sopralluogo si riuniscono e ne parlano con il responsabile e il responsabile decide cosa fare e poi la rimanda al settore urbanistica del comune e da lì giace nuovamente al protocollo e dal protocollo viene assegnata e poi…e vafff…
E allora chiedi due cose: primo perché mi hai detto trenta giorni? Tutto ‘sto giro ce ne vogliono almeno cinquanta.
Secondo: perché non posso fare la domanda direttamente alla polizia municipale?
Ma lui lo ignora.
Dopo tutti questi giri scopri anche che l’altra richiesta di divieto di sosta inviata via fax, email e raccomandata non va bene perché dovevi compilare il modello 4 da indirizzare alla polizia municipale.
E per compilare il modello 4 devi andarlo a ritirare e quindi è meglio passare di persona.
Però non si ritira dalla polizia municipale, ma si ritira al comune.
Ma non nei settori dove sei già stata devi andare al settore relazioni con il pubblico.
E il settore relazioni con il pubblico ovviamente non è nello stesso edificio del settore lavori pubblici e neanche nello stesso edificio dell’urbanistica, che ovviamente è diverso da quello dei settori pubblici e non è neanche nello stesso edificio della polizia municipale che ovviamente non è lo stesso dei primi due.
Allora continui a farti i chilometri e ti devi anche sbrigare perché sono ormai le 11.30 e tu hai iniziato la trafila alle 8.00 e alle 12.00 tutto chiude.
Una volta compilata la domanda al settore relazioni con il pubblico sono tornata alla polizia municipale e c’era ovviamente una fila spaventosa e per fortuna è passato un vigile della pattuglia che prima mi aveva dato indicazioni e mi ha fatto passare in un altro ufficio e ho lasciato la mia domanda.
Ora l’addetto compilerà la richiesta e poi la invierà al protocollo del comune e l’ufficio protocollo la invierà al sindaco e il sindaco dovrà fare l’ordinanza e poi dovrà re inviarla alla polizia municipale e la polizia municipale la invierà a me ed io potrò iniziare i lavori.
Ecco qui.

Ed io ero andata lì non come cittadino ma come funzionario di altro Ente pubblico.
Quando si dice la collaborazione tra Enti….

Oggi quindi i lavori non sono iniziati e io mi sento un po’ come quei personaggi:

the place that sends you mad

vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XIX

E ora te lo dico perché.
Perché ero nervosa. E quando sono nervosa preferisco parlare poco per non dire cose di cui poi mi potrei pentire.
È così che ho detto anche al mio capo quando ieri è rientrato dalle ferie.
E lui ha capito e si è ritirato nelle sue stanze.
Oggi sì, oggi abbiamo un po’ parlato, perché un po’ ho metabolizzato.
Cosa? Che qui le cose non funzionano.
Manager dei miei stivali…
Poveri noi.
Sì poi ti spiegherò meglio. Parte anche dal legislatore che ha creato questa figura del RUP e dalla nostra azienda che lo usa per cercare di scaricare responsabilità…
Ma sì che sono confusa.
E incazzata, sì ancora un po’.
Perché lo scarica barile in questo fine anno mi ha fatto vincere un incarico da RUP e solo perché ero l’unica a non essere andata in ferie e perché loro che fanno tanto i manager hanno creato una struttura che si occupa di immobili ma priva di un ufficio manutenzione, cosicché il primo che passa vince un incarico di responsabile e si accolla tutti gli oneri e pochi onori.

Bah

Che dici?
Sono diventata come il classico dipendente pubblico:

no, questo non è di mia competenza.

Oh cielo, questo mai.

Sì ne riparliamo tanto prossima settimana sarò in cantiere a seguire i lavori, avrò un po’ più tempo per parlare.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVII

  • Maria Emma l’Azienda mette a disposizione un posto per far partecipare un dipendente ad un master in Project Management. Ti interesserebbe partecipare?
  • Si certo, capo.
  • Bene perché ti ho già proposto come persona della nostra unità organizzativa. Certo questo ha creato un disaccordo: lei si è risentita, perché quando ha saputo che avevo proposto te mi ha detto che voleva invece farlo lei e si è arrabbiata.
  • ah… beh io non sapevo neanche ci fosse questa opportunità… Mi spiace si sia creata questa incomprensione…comunque grazie capo mi fa molto piacere che tu mi abbia sponsorizzato.
  • Ma figurati non c’è bisogno di ringraziamenti.

….

  • … Come funziona ora la scelta tra i candidati?
  • A sorteggio.
  • ah…di solito non sono molto fortunata…però non si sa mai. Magari questa volta sì! E quando ci sarà il sorteggio?
  • Lo stanno facendo ora.
  • … Ora? E chi lo fa?
  • I responsabili delle altre unità che hanno proposta altri candidati.
  • Capo ma come!? Nella fase più importante tu non ci sei?! Non vedi come andrà il sorteggio?!
  • Tanto, Maria Emma, è inutile che io ci sia, lo sai come vanno le cose qui, ci sono altri tecnici sponsorizzati da qualcuno di più importante, non credo proprio sarai sorteggiata.
  • ….

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVI

Guarda che qui l’unica strana sono io.
Qui si rubano le pratiche, ma solo quelle che fanno produzione, il resto può rimanere a marcire negli appositi contenitori di plastica con su scritto “da lavorare”, poco importa di cosa si tratti.
Ieri mi ha chiamato un C.T.U.
Non era una pratica che faceva produzione ed in più riguardava una annosa ricerca di documentazione per una causa in provincia.
Ovviamente il capo l’ha data a me, che sono l’unica cui non importa assolutamente nulla dei numeri, delle valutazioni, dei codici rintracciabili per la produzione, di quanto fanno gli altri se è più o meno di quanto faccio io, a me importa lavorare bene, risolvere questioni e cercare di mandare avanti quelle che giacciono nei contenitori, perché ci sono persone che aspettano, e loro non possono aspettare solo perché le loro pratiche non sono consuntivabili, che io mi chiedo se alcune persone qui dentro abbiano idea di cosa sia lavorare.
No, non è vero non mi sto dando le arie, sì ogni tanto penso di essere migliore lavorativamente parlando, altre volte riconosco la preparazione altrui, altre volte non sopporto nessuno, compresa me stessa.
Ma insomma, quello che a me importa e che mi da soddisfazione è per esempio quello che è successo ieri che quando il C.T.U. ha telefonato si è stupita che io le avessi già inviato i documenti richiesti, credo avesse chiamato già pronta ad una sorta di lite con la burocrazia.
Ecco.
Alla faccia delle vostre consuntivazioni.
E io però devo capire il mio capo a che gioco gioca.
Che ora si è imparato l’allert di outlook express.
Così non ti parla quasi più e indice riunioni prima con email poi inserisce l’evento riunione che ti appare lampeggiando per ricordarti che hai la riunione.
Come?
Ricordati che hai la riunione!
Va bene.
Ricordati che hai la riunione!!!
Sì, sì…mò me lo segno proprio…c’ho una cosa…non vi preoccupate…

Sì ho capito quando mi dici che è normale, che si fa così.
Ho capito che non capisci di cosa mi stupisca io.
È che non so come fare a spiegarti che qui è un mondo strano, un mondo di scarica barili.
E dai che te l’ho già raccontato altre volte.

Chi è abituato a lavorare non è che si può stupire tanto.
La stupefacenti e/o stupidità del fatto sta nel fatto (appunto) che alcuni non hanno visto altra realtà lavorativa che questa.
È chiaro che il loro metro di parametro (niente mi vengono le ripetizioni) sia sfalsato.

E ieri che portavo a spasso i cani ho incontrato il miglior professore che abbia mai avuto in vita mia.
Il prof. dell’università di uno dei più impegnativi esami del biennio, che mi ha fatto piangere, ridere, sperare, arrabbiare, perdere amicizie e acquisirne di nuove, nulla per me a confronto di esami come scienza o tecnica delle costruzioni, l’esame di geometria descrittiva.

Lui faceva lezione sempre in un’aula magna gremita fino agli ultimi banchi, l’unico che negli anni della pantera e dei suoi strascichi non ha mai saltato una lezione, l’unico che ci diceva la verità ossia che l’architettura in Italia era finita, che saremmo dovuti andare all’estero, che la Germania sì, la Germania ci avrebbe superato con la sua architettura, ed il muro era appena crollato.

Ecco qui.

Quando lo vedo mi emoziono.
Lui mi guarda e mi dice che tre cani in effetti sono impegnativi. Gli sorrido e lo fisso per un po’.
Lui inizia a cambiare espressione.
Eccerto lo sto fissando come un’allocca.

Lei è stato il mio professore all’università.
Lei è stato il miglior professore che io abbia mai avuto.
Ricordo ancora la prima lezione che ci fece.

Lui allora si rilassa e sorride.
E sorride tanto.
E mi dice grazie.

Grazie a lei professore.

Ti sei laureata, mi chiede.

La percentuale di laureati all’epoca, rispetto agli iscritti, era bassa, tanto bassa.

Sì, prof, 16 anni fa.

Sorride.

E fai l’architetto?

Ed ora sono io che cambio espressione, che mi cala un velo nero sul volto.
L’architettura la mia grande passione, mi sono lasciata convincere così, che il posto fisso è buono, che il posto fisso è un bene.
Ecco che fine ho fatto.

No, prof.
Faccio l’impiegata.

Ora non sorride più neanche lui, ma fa una smorfia.

Neanche tu, è ?

Perché diciamolo, lo sai che una larga percentuale di architetti non fa l’architetto. Ti ricordi quando sono andata a pagare il bollo della macchina, ecco si quel ragazzo lì, anche lui è architetto. Eh, sì, ha aperto un punto Aci. Ecco sì.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XV

Alla fine si è licenziata

La sua sopportazione era al limite.
Ma lei non era fatta per questo posto.
Entrata a 21 anni e 75 mesi a riempire file.
File che alla lunga ti compromettono la stabilità, mentale e fisica.
Perché non si può stare otto ore al giorno a riempire dei fottutissimi file per 75 mesi senza che nessuno ti dia nemmeno una pacca sulla spalla per incoraggiarti.
Non si può fare se sei un giovane che hanno assunto con l’obiettivo di formarti.
Non si può pretendere di abdicare la formazione ad un file da riempire
Non si può pretendere che un giovane sia spronato se per 75 mesi, pur svolgendo il proprio alienante lavoro senza vedere la luce al di fuori del tunnel, rimane al livello minimo del contratto nazionale.
Quando davanti a te sfrecciano ai livelli più alti senza il minimo controllo.
Non si può pretendere di appellarla come irriverente e ingrata se si lamenta che nessuno investe nella sua formazione.
Perché intanto ci servì lì e se ti lamenti puoi anche andartene perché il tuo posto lo rimpiazziamo subito con la figlia di un amico mio cui devo un favore.
Cosa vuoi la formazione?
Ti devi autoformare.
Cosa vuoi un livello in più?
Mi devi dimostrare che te lo meriti.
Come faccio a dimostrare che me lo merito se mi fate solamente compilare un file pieno di dati.
Non è sufficiente dimostrare di raggiungere e superare gli obiettivi annuali assegnati?
Come faccio se la mia più impegnativa mansione è control c e control v?
Non lo fai.
E loro hanno vinto, perché ora il tuo vuoto diventa un nuovo posto a tavola che c’è un amico in più da accontentare.

Vita di PI – Pubblico impiegato – Riflessioni XIV

Starò diventando paranoica?
È perché io ne ho paura.
Ho paura che sia genetico
È che ci sono alcuni sintomi. Voglio dire, alle volte io vedo la realtà. Ecco io sono convinta della realtà che vedo, ma è la realtà nascosta quella che si cela dietro ai comportamenti, quella che si cela dietro le risate che io la conosco la sua risata e non è quella che lui fa quando siamo a pranzo. Lui la fa per cercare di far vedere che è tutto a posto, che va tutto bene, ma poi si immerge nuovamente nella vita virtuale del suo telefonino e non parla con noi, ride solamente quando si fa una battuta ride così con quella risata sguaiata e falsa come a far vedere che lui sta partecipando.
Ma a me non mi frega.
D’altra parte dopo essere stati colleghi siamo stati amici, molto amici.
E ora siamo di nuovo colleghi, solo colleghi, che io non mi fido più.
Lui dice che io tramo alle sue spalle.
Io.
Che neanche dopo pagine di chiarimenti, lui ci crede che non è vero, non me lo ha detto, ma si vede.
E allora si è rotto quel qualcosa.
Lui mi ha detto che sono stata troppo dura in quel che gli ho scritto.
Ma lui mi aveva detto di essere sincera.
Ecco dove porta la sincerità, io lo dicevo che a volte le bugie bianche sono meglio.
Ma gli ho detto anche di fare la stessa cosa lui con me, di dirmi tutto, scrivermi tutto, che rimanesse nero su bianco, le cose che in me non vanno. Ho insistito perché lo facesse.
Caspita non lo ha fatto.
Non lo ha fatto e si è chiuso nel mondo virtuale del suo cellulare.
Che mi parla solo se gli serve qualcosa di lavoro.
Che lui è fatto così. Se gli assegnano una pratica lui ti chiede a te cosa ti ricordi e ti chiede di fargli un riassunto. E se tu non lo sai si fa il giro dei colleghi.
Io no. Io se mi assegnano una pratica, prendo il fascicolo e me lo leggo per sapere la storia.
Ecco siamo fatti così.

E poi c’è l’altro, che l’altro è il mio capo.
Che il mio capo a me mi ha realmente stufato.
E allora lo sai che a me si legge in faccia quando qualcuno mi è arrivato a saturazione, che io lo so che questo discorso dell’espressione lo abbiamo già fatto.
Ma poi ti dico.
Ti dico che lui però mi sta mettendo in mezzo ultimamente.
Ecco perché ti dico che sono paranoica.
Che se chiedo ai miei colleghi alcuni dicono di no.
Insomma che ieri ancora è successo, durante la riunione ed è già la seconda volta che durante la riunione mi mette in mezzo. Che se pensi che abbiamo fatto solo due riunioni con i nuovi colleghi allora risulta che mi ha messo in mezzo il 100% delle volte.
Direi un bel record.
E io ieri mi sono innervosita, tanto, ma tantissimo, che la voce era tutto un tremolio, che io mi sarei alzata e gli avrei urlato brutto pirla mollami!
Perché mi vuoi far apparire come non sono davanti ai nuovi colleghi?!
Ma che problema hai?
Da dove deriva il tuo accanimento nei miei confronti?
Ma soprattutto per quale razzo di motivo è iniziato?
E invece no.
Che poi ho chiesto, perché a me scocciava e allora ho chiarito ma mi hanno detto che non sembrava che mi volesse mettere in mezzo.
Ma io lo so, ne sono convinta.
Ma ho le mie ragioni che io ovviamente sola so.
O credo di sapere.
E allora ho paura.
Paura che io sia paranoica.
Che magari è la genetica.
Che la mia nonnina negli ultimi anni era un po’ picchiatella.
Era una picchiatella tenerissima.
Che lei vedeva le cose.
Soprattutto degli animali. Una specie di parameci. Lei vedeva i parameci che camminavano ovunque.
Lei poi non le piacevano alcune persone.
E veniva da te e ti diceva all’orecchio che tu ti dovevi abbassare per farla arrivare al tuo orecchio perché lei si era tutta accorciata. E ti diceva che quella persona non le piaceva per un motivo e quella per l’altro.
Trovo che però a me il senso tornava.
Che io ci ho pensato anche dopo e lei in fondo non aveva neanche torto.
E lei però ad un certo punto forse era tanto triste dopo la morte di mio zio e allora vedeva di continuo i parameci.
E i parameci poi non ho mai scoperto se erano veri o no.
Beh io poi nella sua casa ci ho abitato ed in effetti c’erano gli scarafaggi e alle volte erano proprio tanti.
Così tanti che poi io ho sclerato ho preso i cani due valigie e sono andata via.
Che io ero fortunata che avevo un altro posto dove andare, lei invece no.
Allora ho pensato che poi tutti i torti mia nonna non li aveva neanche in quell’occasione.
Allora forse tutti i torti non ce li ho neanche io.
O forse sono un po’ paranoica e picchiatella anche io.
Non so.
Sono compulsiva sicuramente che sono andata in un negozio e mentre mi provavo gli stivali ho avuto un flash che li avevo uguali a casa allora ho detto che mi stavano un po’ grandi.
Le vado a prendere il suo numero giù in magazzino.
No non si preoccupi che vado un po’ di fretta, magari passo con calma un’altra volta e guardo anche tutto il resto.
Grazie, ‘rivederci.

Vita di PI- Pubblico Impiegato – Riflessioni XIII

Oggi si è uno di quei giorni quei giorni che conosco bene quelli che ti si blocca il respiro quelli che sento che qualcuno sta stringendo le sue dita contro il mio collo e mi impedisce di respirare, i respironi li chiamavo da piccola, si perché non riuscivo a incamerare aria e allora respiravo il più profondo possibile ma non era mai sufficiente e ogni respiro cercavo di farlo più profondo e dicevo a mia madre che non riuscivo a respirare.
La mano non allentava la presa e mi assaliva l’angoscia e allora per farla passare mi immaginavo dall’esterno, e vedevo me stessa prima da vicino, poi sempre più in lontananza, io dentro alla mia camera, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo, io dentro la mia camera all’interno del palazzo nel mezzo del comprensorio, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città nel centro della regione, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città nel centro della regione nel mezzo dell’Italia, poi iniziavo a vedere immaginare l’Italia dall’alto, con i paesi confinanti, i continenti, il mondo, che si faceva più piccolo fino a che non arrivavo nello spazio e nell’universo ed era una sensazione magnifica di libertà assoluta avevo a quel punto perso qualsiasi contatto con cosa e con chi mi stava vicino e vagavo, fluttuavo in un mare limpido di serenità.

Non riesco più a farlo.

Ed oggi invece sarebbe uno di quei giorni, che io non resisto più in quel posto, che non lo si può neanche dire a voce alta che ti rispondono che sei fortunata ad avere un posto di lavoro.
Che non è infatti quello, è tutto l’intorno di quel posto di lavoro che mi soffoca.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni X – La memoria

Oggi cambio, oggi vado all’ultimo vagone della metro.

Oggi mi sento così, mi sento da ultimo vagone della metro.

-Visto che non mi sembrate molto acuti ve lo rispiego – così il mio vicino in metro si rivolge al suo interlocutore al di là del cellulare.

Davanti un ragazzo dorme, dormirei anche io oggi, dormirei ma vorrei che il tempo si fermasse, per poter dormire in pace senza perdermi nulla.

Ecco: il tempo, riflettevo sul tempo che passa.
Provo un sana invidia nei confronti di quelle persone cui poco importa che il nostro corpo venga segnato dall’inesorabile scorrere del tempo.
Io che amo uscire la sera e che quando esco di solito non amo tornare a casa presto che una volta che sono uscita è come un vortice cui mi abbandono e che non voglio abbandonare.
Io che quando esco la sera amo bere qualcosa.
Io che odio gli effetti dell’alcol sul mio viso l’inevitabile gonfiore della ritenzione idrica prodotta.
Io che odio l’inevitabile nuovo reticolato di rughe che si forma intorno agli occhi dopo serate del genere.
Io provo questa sana invidia per chi se ne fotte beatamente di tutto ciò.
Per chi i suoi capelli bianchi li porta con fierezza.
Per chi le sue rughe non vuole farle andare via perché ci ha messo anni per farsele venire, come la Magnani.
Ma sai che ti dico, è inutile che faccio giri di parole io le donne che dicono che non si farebbero mai toccare il viso le invidio. Le invidio perché io ho una fottuta paura di invecchiare.
Ecco come sono fatta io.
Io ho paura di questo.
Io non ho paura del licenziamento.
Io non ho questo terrore che hanno alcuni miei colleghi, no.
Sono sfrontata, inopportuna e irriverente a dire così in questo periodo storico.
Sì.
Anche se l’Italia è sempre stata la patria di chi pensava che la svolta nella vita fosse il posto fisso, quindi sarei sfrontata comunque.
Ok ok pensa anche che sia un’uscita infelice.

Non lo so, ieri il mio sacco era vuoto, oggi è di nuovo pieno, ma ho la sensazione che siano opinioni vaghe, anzi opinioni certe, ma che io vorrei cercare di esternare in modo vago, o meglio in modo diplomatico perché impopolari.
Ma tanto che ci provo a fare, so bene che le opinioni usciranno convulsamente in maniera tagliente come ieri che ho nuovamente discusso con il terzo coabitante coatto della stanza d’ufficio.

E così oggi, oggi mi sento da ultimo vagone della metro, e il tempo che passa, pensare al tempo che passa e lascia i suoi segni mi infastidisce.

Ció (voce del verbo ciavere) pensato un po’ anche ad un altro fatto.

Ho scoperto perché il mio capo mi ha portato alla riunione: ho vinto l’incarico di rivedere e riscrivere la memoria.
Sì certo c’era la precedente nota, ma si deve ovviamente integrare modificare perfezionare arricchire rifinire completare e apri i fascicoli e cerca i documenti e rileggili tutti e respira la polvere che li accompagna e integra e modifica e perfeziona e arricchisci e rifinisci e completa e da una nota di 2 pagine ne fai uscire una relazione di 6 e condividi e ottieni l’approvazione e poi vedi che nell’email che il tuo capo ha mandato a tutti i partecipanti alla riunione tu sei in copia conoscenza nascosta e chiedi al tuo capo il perché e ti dice che ha fatto così altrimenti appesantiva l’email con troppi indirizzi.

È che dopo che ció pensato a questo fatto ho capito che oggi hanno vinto loro e io sono stanca e mi sento da ultimo vagone della metro.

E il tempo passa.

U come uomini – Mario – What goes up must come down

Attesa prevista 5 minuti.

Oggi che volevo fare presto che sono sgattaiolata via pochi minuti prima dall’ufficio.
Mica tanti.
6 minuti per essere precisi.
Ed ora che la metro è in ritardo perdo tutto il vantaggio.
Quando non riesco ad allontanarmi al più presto dal luogo dove lavoro, anche fosse solo il quartiere, mi innervosisco.

Attesa prevista 4 minuti.

Mi viene in mente Mario che quando eravamo ragazzini adolescenti era bello, biondo, alto, occhi marroni intensi, affettuoso, cortese, aristocratico, elegante e ricco. Molto ricco.

Mario oggi prende la metropolitana.
Mario prima di oggi non aveva mai preso la metropolitana e nessun altro mezzo di trasporto di gestione pubblica.

Che io tutto avrei pensato quando l’ho conosciuto tranne che oggi avrebbe preso la metropolitana.

E perché prende la metro?
Perché va a lavorare.
Va a lavorare? Mario?
Sì proprio lui… E prende mille euro al mese, Mario.

E quindi sono qui sotto al livello stradale, in mezzo a tanta gente che mano a mano aumenta e la banchina si riempie tanto che mi metto spalle al muro. Perché io ho quella strana paura lì, paura che qualcuno mi spinga oltre la linea gialla quando arriva il treno. Boh è una paura così.
E chissà se Mario ha la stessa paura. E chissà se il servizio è rallentato anche per lui.

Attesa finita. Treno in arrivo.

E il treno in arrivo è completamente pieno. Così pieno che la gente dentro guarda la gente fuori e la minaccia silenziosamente di non salire.
No, infatti non volevo salire, rimango sulla banchina.
Prendo il prossimo. Perché va bene che volevo fare presto, ma io non sopporto stare tutti appiccicati.
Chissà se Mario lo sopporta.

Quando ho conosciuto Mario erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dei party, del look, dei mondiali vinti, dell’ottimismo come regola, del Commodore 64, di wall street, degli young urban professional, dei capelli cotonati, delle spalline, dei colori fluo, dei vestiti taffettà con le balze.

Mario era uno di quei ragazzi appena affacciati all’adolescenza che sono abituati che a pranzo c’è l’argenteria e c’è quel signore dietro che appena il bicchiere è mezzo vuoto allora te lo riempie che tu quasi ti spaventi.
Perché non è che i miei non mi abbiano insegnato l’educazione estrema e non è che non pranzassero con le posate d’argento, e so bene che si inizia sempre dalle posate esterne e che devo tenere le mani sulla tavola e no, i gomiti no, che le sgridate che ci ho preso me le ricordo. È che io mi sento solo una ragazzina a pranzo da un amico. È che sono timida e se mi dai tutte queste regole io mi ci rinchiudo dentro e non ne esco più.
E poi c’è quella questione che il sapore dell’argento in bocca mischiato al cibo non mi piace.
Chissà se a Mario piace.

E chissà se Mario se la ricorda la festa in cui ci siamo conosciuti.
Io me la ricordo bene perché era la mia prima festa di sera.
Il mio primo vestito di taffettà colorato con le balze.
Le mie prime calze eleganti.
I miei primi tentativi di trucco.

Mario in quel contesto ci stava proprio bene, signorile, blasonato, accompagnato sempre dalla sua sfilza di cognomi.
Ha intrattenuto me e la mia amica tutta la sera con fare distinto, sensibile e delicato.

Mario ed io siamo stati amici per un paio d’anni. In città e al mare.
Mario si è preoccupato per me quando mio padre mi ha regalato il motorino.
Mario mi diceva sempre di non andare troppo veloce e di non frenare in curva e se proprio devi, non frenare con i freni davanti.
Mario non si arrabbiava quando il mio cane si attaccava alla sua gamba e la usava come sua amante.
Mario mi portava spesso alle feste dei suoi amici ugualmente blasonati, i partecipanti a dire il vero non erano necessariamente tutti corredati da pluricognomi, ma c’era una cosa che li accomunava: erano tutti sempre accompagnati da suffissi elativi nel loro essere conformati, strutturati, impostati, affettati, eleganti, educati.

Impresepiti insomma.

Che deriva da presepe, dalle statuine del presepe, come disse uno dei tanti che ho frequentato che mi piaceva tanto, ma io a lui no.
Quindi ieri che l’ho visto che entrava mentre io uscivo dalla palestra nuova dove mi sono iscritta ho abbassato lo sguardo, perché non avevo proprio voglia di vederlo e lo so che non si fa che ho criticato quelli che lo fanno, ma alle volte mi concedo di disattendere le mie regole.

Mario era il classico ragazzo che mia madre mi sponsorizzava e più lei tesseva le sue lodi, meno io pensavo a lui come possibile fidanzato.
Che poi mica ci ha mai provato o ha mai detto quello che si diceva:
"Ti vuoi mettere con me?"
"Ci devo pensare".
Che erano mesi che ci pensavi, ma a dire subito sì facevi la figura della facilona.
Mario non lo ha mai chiesto.

Poi io ho cambiato gruppo, ho lasciato la terra dei suffissi elativi per l’oceano dei prefissi elativi, il cui uso era meno frequente, limitato ad alcuni ambiti, alcuni in un linguaggio familiare, altri per la creazione di neologismi.
Il periodo iniziato col lavoro in discoteca il sabato pomeriggio.

E ci siamo persi di vista con Mario.

Fino a quando poche settimane fa aspettavo fuori da un locale e l’ho visto.

Lo sguardo si è fissato su di lui e ho visto un uomo che ha da poco superato i suoi primi anta, che adesso porta con sé, oltre a i tanti cognomi, anche una ventina di chili in più, e nel tragitto che lo ha portato a questo punto ha perso alcune cose, la sua acutezza visiva, la maggior parte dei capelli, quasi tutto il suo patrimonio e la sanità mentale.

Mario è entrato nel locale prima di me e all’interno l’ho ritrovato con la sola compagnia di un bicchiere di liquido trasparente, ad un tavolo, tre sedie vuote ed una occupata da lui. Seduto in una posizione leggermente legnosa, con lo sguardo fisso su un punto indefinito della parete vetrata dietro il bancone del bar, un sorriso in sintonia con lo sguardo che se pur fisso era di un sereno artificiale.
Sono riuscita a guardarlo solo pochi secondi così.

  • Mario!
  • Emma!
  • Sono contenta di vederti.
  • Te lo dico subito Emma ho un grande problema alla schiena quasi non mi muovo, ma sono uscito…sono sotto un sacco di medicinali.

Inizia a snocciolare una serie di nomi, morfina, bentelan, punture di qualcosa, anti dolorifici, altre pasticche che butta giù coll’aiuto di super alcolici.
Mi offre da bere, brindiamo insieme, lui è lì da solo (?) non glielo chiedo, lui lo chiede a me, io ho un compleanno, gli amici con cui sto li conosce ed infatti a rotazione passano e si salutano.
Mario mi chiede se può scendere con me per metterci da una parte a parlare, per stare un po’ insieme, così dice che si sentirebbe un po’ meno in imbarazzo.

Mario racconta subito che ha dilapidato il suo patrimonio.

Mario dice che nel dilapidarlo faceva conto su una serie di mobili antichi di elevato pregio e valore però con la crisi il loro valore è crollato di un’alta percentuale.

Mario dice di avere ancora due brillanti. Dice che se le cose poi andranno ancora peggio conterà su questi carati.

Mario ora è un impiegato, lavora per mille euro al mese, prende la metropolitana e dal suo prestigioso appartamento nel centro storico che quello ancora ce l’ha in affitto, impiega un’ora per arrivare in periferia.

Mario non è chiaro riguardo quale tipo di lavoro svolga, ma è chiaro che vuole usufruire della copertura assicurativa dell’Inail, parla di infortunio in itinere, ha intenzione di dimostrare il collegamento tra il mal di schiena e l’utilizzo della metropolitana, dimostrare l’infortunio durante il percorso da casa al luogo di lavoro.
Mario si allarga e parla anche di causa alla società di trasporti.
Ma il mal di schiena ti è venuto per la metro?
Mario dice di no, ma se può servire…

Mario dice che è tutto più difficile perché la madre ha 80 anni e si sopportano a mala pena.

Mario mi dice le solite frasi consolatorie sulla mia storia da Pubblico Impiegato.

Mario ha raccontato che i suoi amici blasonati non lo hanno mai aiutato, certo sì sono ancora amici, ma da punto di vista dell’aiuto economico nessuno si è mosso.

Mario racconta che da alcuni anni soffre di disturbo bipolare, che passa alti e bassi, che questo è un periodo di transizione e sta bene, ma poi magari tra un po’ rientra nel vortice.

Mario dice che oggi sta bene grazie ai medicinali.

Mario chiede se mi sono mai sposata, se ho avuto dei figli.

No, nessuna delle due cose.

Mario mi chiede perché. Perché non ho fatto figli. Avrei dovuto fare figli.

I figli non si devono fare. I figli ti viene voglia di farli se incontri qualcuno che…

Mario dice di sbrigarmi perché sono grande ormai, che non ho più molto tempo. Che per gli uomini è diverso.

Sarà anche vero, ma non è il caso di sbrigarmi e fare figli solo perché ho poco tempo.

Mario mi chiede allora perché non li ho fatti prima.

Che razza di domanda. Credo che sia semplicemente per il fatto che non ho trovato nessuno con cui mi sentissi di averli.

Mario insiste.

Io pure.
E tu Mario?

Mario racconta che lui ha divorziato. Che ha costretto l’ex moglie ad abortire.
Mario dice che ora se ne è pentito.
Mario racconta dei tratti somatici del suo figlio mancato, di che colore sarebbero stati gli occhi, i capelli, di come sarebbe stato bello perché l’ex moglie è bellissima.

Mario mi dice di essere stato indeciso prima di uscire per via del mal di schiena, ma ora è contento di averlo fatto perché stasera io sono la sua ancora di salvezza.

Mario dice che magari ci rincontriamo tra 10 anni, però forse è meglio così che lui non sta bene, però oggi sì, ora sì, perché abbiamo chiacchierato e l’affetto c’è sempre.

Poi Mario mi consiglia di raggiungere i miei amici, che tanto poi magari arrivano anche i suoi e mi saluta.

Io non lo so se i suoi sono arrivati perché poi il locale si è riempito e Mario l’ho perso di vista.

I miei amici hanno detto che mi sono fatta attaccare un bottone, che dovevo mollarono prima, che Mario è da tempo che è fuori di testa, che il lavoro da impiegato glielo avrà trovato qualcuno, che da pischello era uno stronzo ricco figlio di papà, e pure bello e le aveva tutte lui, che non c’è da commiserarlo, che è stato un grande idiota a dilapidare il suo patrimonio, che se si trova in questa situazione sarà il suo karma, avrà fatto qualcosa per meritare tutto questo e un lavoro a mille euro, che così finalmente si rende conto di come vive la maggior parte della gente. Che così magari la sua vita si tara sulla realtà comune.

What goes around comes around.
What goes up must come down.

Ecco io mi sento bipolare nei confronti di questa storia.

Perché quello che hanno detto i miei amici lo penso anche io, in linea generale.

Ma nei confronti di Mario quasi non mi riesce.
Forse per i ricordi che ho legati a lui.
Forse perché mi intendo di quei momenti in cui ti senti giù e non ti va di uscire, ma poi esci e la vita ti fa una sorpresa e ti lancia un’ancora di salvezza e anche se te la lascia a disposizione per poco tempo ti dà la forza per continuare, fosse anche un piccolo passo avanti.

E io l’altra sera sono stata l’ancora di salvezza di Mario, lo ha detto lui.
E se ci penso mi sento serena.
E poi mi viene in mente che forse non ci riesco nei confronti di Mario solo per puro narcisismo.
In fondo essere stata la sua ancora di salvezza potrebbe avere alimentato il mio io vanitoso.

Eppure se ripenso a quante cose avrebbe potuto fare e non le ha fatte, alla storia dei figli, alla storia dell’Inail, alle parole scontate dette sulla mia situazione lavorativa…mi sale una rabbia!