A come Amore – Nipotino e sfumature

  • Zia ora che mi aiuti con i disegni, mi puoi spiegare anche le sfumature, che l’altra volta che le ha spiegate la maestra d’arte non le ho capite.

Così mi sono imbarcata in una spiegazione di teoria delle ombre, con tanto di esempio pratico, lampadina, oggetti illuminati, formazione delle ombre, colori professionali di tutte le sfumature e tonalità, prove colore su fogli bianchi, come fare il tratto, come la sfumatura, non pigiare troppo sul foglio, e..

  • Zia!?
  • Sì?
  • Ho capito! I tuoi capelli ce l’hanno perfetta la sfumatura, vieni allo specchio ti faccio vedere: qui sono marroni, poi diventano arancioni e poi diventano gialli!

(devo urgentemente andare dal parrucchiere…)

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A come amore – Nipotina e Ispirazione

L’ispirazione è così. Lo sai tu.
Io ho iniziato a pensarci all’università quando mi sedevo sullo sgabello davanti al mio tavolo da disegno quello che mi ero comprata e mia madre aveva acconsentito di metterlo in salotto, il suo regno, il posto che deve essere sempre in ordine non si sa mai venga qualcuno.
Lei per amore di sua figlia aveva dato il suo consenso e io passavo pomeriggi, notti, mattine in compagnia di quel tavolo e di quello sgabello e disegnavo.
Ricordo che una notte finito di disegnare la prima bozza di progetto per l’ultimo esame di progettazione mi sono riseduta sullo sgabello – dove di solito mi arrampicavo e assumevo le posizioni apparentemente più scomode per disegnare – ho guardato il disegno e mi sono chiesta:
Ma da dove è uscito fuori?
Quando l’ho pensato?
E mi sono accorta di non averlo mai pensato.
Ho avuto la netta consapevolezza che quell’idea progettuale non fosse mai passata per il cervello, che il suo percorso fosse stato dalla pancia, al cuore, al foglio da disegno.

Ho capito che ogni volta che rimanevo a pensare davanti al foglio bianco non veniva fuori niente.
Al contrario, ogni volta che rimanevo davanti al foglio bianco senza pensare, ma lasciando andare la mano, veniva fuori qualcosa.
Che tu mi dici come fai a non pensare, si pensa sempre, mi dici che dico stupidaggini, che è impossibile che un’idea non passi dal cervello.

Boh, questa è la mia netta sensazione.
Il mio cervello non è adatto a creare dal nulla.
Elabora metabolizza rimugina analizza critica apprezza distrugge, sì distrugge, ma non crea.

La mia pancia e il mio cuore sì.

Mi capita anche quando scrivo, niente passa nel cervello, niente ho pensato prima per poi scriverlo, è una lava che erutta direttamente dal cuore e dalla pancia.

Poi certo rivedo e correggo col cervello.

Mi è successo così anche per il logo, quello che mia nipote ci teneva tanto che a lei piace così tanto disegnare, che quando è uscito il concorso a scuola mi ha telefonato subito e tutta eccitata mi ha chiesto se l’aiutavo che voleva partecipare assolutamente e allora abbiamo parlato e mi ha raccontato della persona cui era dedicata la scuola di cosa ha fatto lui di cosa voleva fare lei, e mi ricordava tutte le scadenze e si vedeva che ci teneva tanto a partecipare.

Ed è venuto fuori dalla pancia anche lui, il logo, che quando l’ho riguardato mi sono presentata che non lo conoscevo.

Ecco, mia nipote, il suo logo ed io siamo arrivati tra i finalisti e mia nipote verrà premiata e lei ha detto che le batte forte il cuore per l’emozione e anche a me.

E lei ha detto che dovrei essere premiata io che ho fatto tutto e io le ho detto che se non ci fosse stata lei mia musa ispiratrice che ha parlato al mio cuore e alla mia pancia non ci sarebbe stato nessun logo.

U come Uomini – Zio

È tutto il giorno che ci penso, sì certo la giornata non è finita e avrei ancora tempo ma volevo dedicartene un po’ solo a te proprio oggi che è il tuo compleanno e non ce la faccio, che ti avrei voluto dire qualcosa riguardo alle grandi cose ora che sono passati 18 anni, ma non so se ti è mai capitato di avere la mente vuota o forse troppo piena.
O forse alla fine è che non ci sono grandi cose in realtà.
Quindi ti dedico il post che scrissi nel 2010, che ci vuoi fare zio è un regalo riciclato, ma sempre farina del mio sacco, che oggi mi sembra un po’ svuotato.


Mettere in ordine quella parte di casa che un tempo era un ufficio, archiviare i documenti, archiviare la memoria.

Decidere cosa buttare si rivela essere una scelta fra quali ricordi incollati sugli oggetti vuoi gettare e quali vuoi tenere.

Sperare che portando tutto al macero la distruzione si porti via anche l’amarezza, quella parte di un passato che hai voglia di cancellare.

Sapere che anche se le cose andranno distrutte i ricordi non le seguiranno, perché sono incollati a te, non alla materia.

Cercare di tirare fuori solo i momenti piacevoli vissuti, metterli in ordine insieme alle vecchie fatture.

Trovare per caso un foglio a quadretti, strappato da uno di quei block notes che usavo spesso prima della tastiera e dove, con poche parole, buttavo giù le idee.

Riconoscere la calligrafia di una persona cara…sentire l’emozione che sale fino a bloccarsi in gola.

Iniziare a leggere e conteporaneamente permettere ai ricordi di riaffiorare come una sequenza di lampi in una notte senza luna.

Cedere alla tempesta di emozioni che si sta avvicinando e lasciare scorrere le immagini nella mente.

Riuscire a farsi travolgere dai ricordi tanto da sentire di nuovo la voce che da tempo non si udiva.

Così mi vieni in mente in tante occasioni, frammenti del passato che ritornano vividi nel presente.

Ricordo il modo in cui tagliavi il baccello delle fave, lasciavi solo un filo a congiungere due lembi, creando una bocca e la fava diventava uno strano personaggio che parlava tramite la tua voce contraffatta.

O quando disegnavi occhi e bocca su quelle buste di carta del pane e coprendoti il volto inseguivi me e sorella fingendoti il mostro del cartone.

Mi viene in mente come camminavo e parlavo piano per non svegliarti quando la tua porta era chiusa e aspettavo trepidante il momento in cui saresti uscito, perché certa che sarebbero stati momenti di grandi giochi e risate.

O quando mi potevo sedere vicino a te mentre guardavi la partita, anche se in fondo non ne capivo nulla, imparavo a memoria la formazione della squadra e la ripetevamo insieme in una sequenza veloce come i tifosi allo stadio.

Ricordo che abbandonavo le bambole in un angolo perché l’interesse nei loro confronti improvvisamente spariva non appena ti vedevo preparare in giardino il fortino, correvo fuori e tu facevi rivivere gli indiani e i cowboy.

Ti guardavo incuriosita quando preparando i panini li facevi prima abbrustolire: spiedini sul fuoco del gas, come se fossimo in un campeggio lontano dal mondo.

Ricordo i tuoi pennelli da barba, che strano ricordo da concatenare con tutti gli altri che mi balenano in mente, in un susseguirsi veloce di istantanee che la mia memoria mi ripropone come una serie di diapositive proiettate sul muro della mia mente:

il tuo sorriso, i tuoi occhi blu, i tuoi libri, i fumetti, tu seduto sul divano, il tuo borsello, la tua catenina e suoi ciondoli, il tuo anello, le tue sigarette, i tuoi occhiali, tu con nonna, le tue foto da giovane, il tuo bicchiere, le tue mani, la tua radio, tu nella macchina, tu che tieni per i piedi mia sorella per farle sputare la caramella che la stava strozzando, tu che bevi la birra e ti sporchi di proposito la punta del naso con la schiuma per farci ridere, la foto con te che spingi il passeggino con me sopra e sorella accanto, in piedi, sorridente e fiera; tu al tiro a volo; la tua macchina; il tuo portacenere; tu che mi spingi nella mia piccola macchina a rotelle; tu che ti complimenti per i miei successi scolastici…la sequenza di queste e altre mille immagini ha come sfondo la serenità e la felicità che avevi nell’affrontare tutti gli eventi, sono da sfondo, ma spiccano su tutto l’insieme.

E la colonna sonora è la tua risata contagiosa.

La proiezione sfuma sull’ultima immagine: al ristorante tutti insieme, quando hai detto che quello per te sarebbe stato un buon momento per morire, perché avevi raggiunto la serenità nei confronti del tuo passato ed eri felice nel presente. Ti sarebbe dispiaciuto solo lasciare noi.

In quel momento ho pensato fosse una strana frase, ma non ti ho mai chiesto di poterla approfondire. Non ne ho avuto il tempo.

Lassù erano d’accordo con te, perché dopo poco ti hanno ripreso con loro, così senza alcun preavviso, in una notte che pensavo sarebbe stata uguale a tutte le altre.

Dicevi a tutti: “vedrete Maria Emma, farà grandi cose.”

Sono passati 15 anni ed io non lo so se sono riuscita a fare grandi cose, ma quando incontro i miei nipoti e li vedo corrermi incontro sorridenti per abbracciarmi, penso che se quel sorriso è la testimonianza che riesco a trasmettere loro anche solo la metà della serenità e della felicità che tu mi trasmettevi, allora sì sono riuscita a fare grandi cose, perché ho avuto un grande maestro.

Grazie Zio.

A come Amore – Nipoti e figli

No infatti no, posso solo immaginarlo.

Io poi non sopporto le frasi che iniziano con un no.

Come quelle persone con cui parli ed esprimi un concetto e loro ti rispondono iniziando la frase con un no, ma poi esprimono la stessa tua opinione. Non so, anche nelle cose importanti.

  • Sai ho provato la matita collistar per gli occhi (ma si può dire la marca in televisione?), è la migliore.

  • No, guarda io ne ho provate diverse, Dior, Chanel (che non è la figlia di Totti), la migliore è la collistar.

Ecco appunto ma non dicevamo la stessa cosa? E allora perché inizi la frase con un "no"?

Che poi non è neanche collistar la migliore, secondo me, non so come mi sia venuta in mente.

Ricomincio.

Sì infatti, posso solo immaginarlo.

Perché l’ho già detto: figli non ne ho.

Che mi ricorda un po’ la Bertè.

Quindi dicevo, sono sola a casa mia che mi faccio compagnia, io che gioco con la mente, che non sono intelligente, me la prendo con la gente, ho due nipoti.

E mi ricordo perfettamente il giorno in cui sono nati.

Il giorno in cui è nato lui.

Il giorno in cui è nata lei.

E lo sai quale è stata la cosa che più mi ha stupito?
Di me stessa intendo, la cosa che non mi aspettavo da me.

L’amore.

Sì l’amore mi ha stupito.

Perché io non pensavo di poter provare qualcosa del genere.

O meglio, non pensavo di poter provare l’amore con questo slancio.

O meglio, slancio non è il termine esatto. Credo che non sia appropriato, che non esprima bene ciò che intendo, ma non ne sono sicura. La ragazza vicino a me in metropolitana ha altissimo il volume del suo iPod, e la musica rock che ascolta rimbomba anche nelle mie orecchie e arriva nella mia testa e non è proprio il genere che ascolterei prima di mezzogiorno e mi concentro su questo rumore e mi distraggo e non ricordo più quello che ti volevo dire.

Ora però sono scesa dalla metro e mi ricordo, mi ricordo che volevo dirti del sentimento che ho provato quando li ho visti per la prima volta e non li conoscevo e non potevo credere che io potessi provare un sentimento così nei confronti di esseri umani di cui ancora non sapevo nulla.

Un sentimento così ardente come quando ho dato il primo tiro di sigaretta della mia vita che mi ha raschiato la gola bruciandomi i polmoni.

Così travolgente come i cavalloni di fine estate quando mi ci tuffavo dentro e mi lasciavo trascinare dal vortice fino alla battigia.

Così vigoroso come la mano di mio padre che stringeva la mia di bambina trascinando tutto il mio corpicino in una corsa a perdifiato per il vialetto della casa al mare.

Così inarrestabile come la risata che mi provocava il divertimento di quella folle corsa.

Così generoso come quando mia sorella mi lasciava staccare e mangiare il "cappello" della rosetta.

Così sfacciato come quando da adolescente mi sentivo depositaria di verità assolute.

Così fresco come l’aria che avevo sul viso quando mio zio mi portava in giro sulla sua spider decappottabile.

Così incontenibile come l’acqua della fontanella con cui da bambina riempivo il bicchiere telescopico di plastica, che a me usciva sempre fuori.

Così limpido come il cielo che ho visto solo quando sono stata di notte in mezzo al mare che senza luci puoi contare tutte le stelle.

Così incontrollato come quando mi lanciavo in discesa sulla neve con quello strano disco slitta in plastica che non aveva neanche i freni.

Così solido come le spalle di mia madre che mi consola a qualsiasi età.

Così piacevole come andare a casa di mia nonna che mi faceva sempre trovare le gelatine di frutta e gli after eight.

Così caldo come il mio cane che si accuccia nello spazio che si forma tra le gambe e la pancia quando mi accoccolo sul divano a leggere un libro.

Così temibile come l’apprensione che aveva mia madre quando ritardavo il coprifuoco la sera.

Così impegnativo come gli allenamenti che non potevo saltare perché dopo poco avevo le gare.

Così pieno come il secchiello che da bambina riempivo di sabbia per portarlo a mio zio che costruiva un vulcano.

Così emozionante come quando mio zio prendeva i fogli di giornale li accartocciava lì metteva sotto al vulcano e accendeva il fuoco e io vedevo il fumo uscire dal cratere.

Così avvincente come le favole che mi raccontava mia madre per distrarmi e non farmi pensare alla paura quando dovevo fare la puntura.

Così istintivo come quando infilavo il dito nell’impasto della torta che riposava nella ciotola prima di essere messo nella teglia del forno.

Così sensato come i sillogismi di Aristotele.

Così profondo come il pozzo nel giardino della casa in campagna di mio nonno, che ci buttavi un sassolino e non sentivi mai il rumore dell’impatto con il fondo.

Così inebriante come l’odore della mortella, che si conosce meglio come bossolo o bosso comune, che mi riempiva le narici quando arrivavo sul viale di entrata della casa di campagna.

Così schietto come le parole che danno voce ai pensieri dei bambini.

Così infinito come il luogo dove si incontrano due rette parallele.

Così disorientante come la prima volta che ho fatto l’amore che ho avuto bisogno di altre volte prima di rendermi ben conto di cosa stesse succedendo.

Così trepidante come la prima volta che ho letto il diario di Anna Frank.

Così disarmante come le giustificazioni che mi ha dato mio zio quella volta che l’ho incontrato mentre usciva dall’enoteca con la bottiglia di superalcolico nascosta nella busta di carta del pane.

Così incoraggiante come i complimenti inaspettati.

Così commovente come quando ho visto per la prima volta mio padre piangere.

Così rinvigorente come quando ho visto per la prima volta mio padre difendermi con tutte le sue forze.

E continuerei a cercare di spiegare, perché non so se poi ci sono riuscita, perché mi è venuto questo di modo per spiegare l’amore che provo e non ne trovo altri al momento, che poi sai non è mica che sia una questione semplice questa dell’amore e in tanti ci hanno provato e molti hanno detto delle parole che condivido, ma non me la sento ora di fare citazioni, ché volevo provare da sola e mi sono venute queste parole qui…
ma sono arrivata in ufficio e me ne scappo subito in stanza che oggi non ho proprio voglia di incontrare le regine di cuori.

Va bene, volevo solo dire che se questo è quel che provo io per i miei nipoti, con le dovute proporzioni, posso solo immaginare cosa un genitore provi nei confronti dei figli.

Sì, lo so.

Solo un’altra piccola cosa, concedimi solo di dire che a me non piace, non piace il potenziale offensivo che percepisco celato nella frase:

"tu non puoi capire perché non hai figli".

A come amore – nipoti – Domande giuste al momento giusto

Perché mio nipote è un bambino così, di quelli che quando gli interessa un argomento ci torna su più volte.
Se lo fa spiegare.
Poi ci pensa.
Metabolizza.
E ci impiega il suo tempo.

Dipende dall’argomento, magari ci ritorna dopo pochi minuti di silenzio, magari dopo giorni.
Così, quando meno te lo aspetti, il mio piccolo supereroe ti ripropone la questione.
Ti spiega quello che lui ha capito e ti piazza lì altre domande.

Credo lo faccia per chiarirsi ulteriormente le idee.
Anche se secondo me spesso le idee le ha già chiare.
Però è un bambino che vuole essere sicuro.
Vuole essere sicuro di aver capito bene.
Vuole essere sicuro di ricordare bene.

Così quel giorno con mia sorella eravamo andate al cinema a portare i nipotini a vedere un cartone animato e poi ci eravamo fermati a mangiare una cosa.

Siamo andati nella trattoria tipo tirolese, quella che fanno i piatti per i bambini con il secondo e il contorno e poi il giochino.
Ma è meglio del Mac. A me non piace il Mac. Voglio dire, quell’hamburger è troppo sottile per meritare quel nome.

Insomma, io e mia sorella avevamo ordinato la grigliata mista ed erano arrivati anche i piatti ai bambini, e mentre G. mangia una patatina gli viene in mente una domanda.

E gli viene in mente proprio in quel momento, e non prima e non dopo, e non si comprende bene neanche da quanto tempo ci stesse pensando.

Ed inoltre lui sa anche già la risposta.

Ma si vede che sente che quello è il momento giusto nella sua vita di bambino per rinforzare nella sua memoria come nascono i bambini.

E ci apparecchia lì la domanda.

  • Mamma come nascono i bambini? Ma non la storia di come si fanno. No, no. Voglio che mi racconti di nuovo come nascono dopo che stanno nella pancia.

E mia sorella inizia la spiegazione.

Che lei è una in gamba, lei è una che i termini le vengono in mente subito.
I termini quelli giusti al momento giusto.
Lei mica ci pensa. Lei ha la sua spiccata proprietà di linguaggio.
Ma mica da ora. Da sempre.
Infatti ora organizza e tiene corsi di formazione per dirigenti.

Non è mica come me, che ogni tanto devo andare a riacchiapparlo il cervello, che quello è gitano, se ne va ogni tanto in viaggio e a me tocca riprenderlo ogni volta.

Memento.

Alle volte anche giù dalle nuvole mi tocca riportarlo.

E penso ai termini che non mi vengono e inizio a dire "coso" in tutte le sue coniugazioni, declinazioni, singolare, plurale, cosale.

Dai il coso. Quello lì, no? quello che serve per cosare!

Uffa.

Insomma lei è lì che spiega da mamma con la proprietà di linguaggio di una mamma manager.

Ché loro la ascoltano sempre estasiati la loro mamma, ché si vede che le vogliono un bene grande così.

E G. finito il racconto fa quella cosa che fa spesso. Sta zitto. E pensa.

Poi posa la patatina.
E parla:

  • Ah e quindi escono da lì. Oh!
    Meno male che sono nato col parto cesareo!

Grandi cose

Mettere in ordine quella parte  di casa che un tempo era un ufficio, archiviare i documenti, archiviare la memoria.

Decidere cosa buttare si rivela essere una scelta fra quali ricordi incollati sugli oggetti vuoi gettare e quali vuoi tenere.

Sperare che portando tutto al macero la distruzione si porti via anche l’amarezza, quella parte di un passato che hai voglia di cancellare.

Sapere che anche se le cose andranno distrutte i ricordi non le seguiranno, perché sono incollati a te, non alla materia.

Cercare di tirare fuori solo i momenti piacevoli vissuti, metterli in ordine insieme alle vecchie fatture.

Trovare per caso un foglio a quadretti, strappato da uno di quei block notes che usavo spesso prima della tastiera e dove, con poche parole, buttavo giù le idee.

Riconoscere la calligrafia di una persona cara…sentire l’emozione che sale fino a bloccarsi in gola.

Iniziare a leggere e conteporaneamente permettere ai ricordi di riaffiorare come una sequenza di lampi in una notte senza luna.

Cedere alla tempesta di emozioni che si sta avvicinando e lasciare scorrere le immagini nella mente.

Riuscire a farsi travolgere dai ricordi tanto da sentire di nuovo la voce che da tempo non si udiva.

Così mi vieni in mente in tante occasioni, frammenti del passato che ritornano vividi nel presente.

Ricordo il modo in cui tagliavi il baccello delle fave, lasciavi solo un filo a congiungere due lembi, creando una bocca e la fava diventava uno strano personaggio che parlava tramite la tua voce contraffatta.

O quando disegnavi occhi e bocca su quelle buste di carta del pane e coprendoti il volto inseguivi me e sorella fingendoti il mostro del cartone.

Mi viene in mente come camminavo e parlavo piano per non svegliarti quando la tua porta era chiusa  e aspettavo trepidante il momento in cui saresti uscito, perché certa che sarebbero stati momenti di grandi giochi e risate.

O quando mi potevo sedere vicino a te mentre guardavi la partita, anche se in fondo non ne capivo nulla, imparavo a memoria la formazione della squadra e la ripetevamo insieme in una sequenza veloce come i tifosi allo stadio.

Ricordo che abbandonavo le bambole in un angolo perché l’interesse nei loro confronti improvvisamente spariva non appena ti vedevo preparare in giardino  il fortino, correvo fuori e tu facevi rivivere gli indiani e i cowboy.

Ti guardavo incuriosita quando preparando i panini li facevi prima abbrustolire: spiedini sul fuoco del gas, come se fossimo in un campeggio lontano dal mondo.

Ricordo i tuoi pennelli da barba, che strano ricordo da concatenare con tutti gli altri che mi balenano in mente, in un susseguirsi veloce di istantanee che la mia memoria mi ripropone come una serie di diapositive proiettate sul muro della mia mente:

il tuo sorriso, i tuoi occhi blu, i tuoi libri, i fumetti, tu seduto sul divano, il tuo borsello, la tua catenina e suoi ciondoli, il tuo anello, le tue sigarette, i tuoi occhiali, tu con nonna, le tue foto da giovane, il tuo bicchiere, le tue mani, la tua radio, tu nella macchina, tu che tieni per i piedi mia sorella per farle sputare la caramella che la stava strozzando, tu che bevi la birra e ti sporchi di proposito la punta del naso con la schiuma per farci ridere, la foto con te che spingi il passeggino con me sopra e sorella accanto, in piedi, sorridente e fiera; tu al tiro a volo; la tua macchina; il tuo portacenere; tu che mi spingi nella mia piccola macchina a rotelle; tu che ti complimenti per i miei successi scolastici…la sequenza di queste e altre mille immagini ha come sfondo la serenità e la felicità che avevi nell’affrontare tutti gli eventi, sono da sfondo, ma spiccano su tutto l’insieme.

E la colonna sonora è la tua risata contagiosa.

La proiezione sfuma sull’ultima immagine: al ristorante tutti insieme, quando hai detto che quello per te sarebbe stato un buon momento per morire, perché avevi raggiunto la serenità nei confronti del tuo passato ed eri felice nel presente. Ti sarebbe dispiaciuto solo lasciare noi.

In quel momento ho pensato fosse una strana frase, ma non ti ho mai chiesto di poterla approfondire. Non ne ho avuto il tempo.

Lassù erano d’accordo con te, perché dopo poco ti hanno ripreso con loro, così senza alcun preavviso, in una notte che pensavo sarebbe stata uguale a tutte le altre.

Dicevi a tutti: “vedrete Maria Emma, farà grandi cose.”

Sono passati 15 anni ed io non lo so se sono riuscita a fare grandi cose, ma quando incontro i miei nipoti e li vedo corrermi incontro sorridenti  per abbracciarmi, penso che se quel sorriso è la testimonianza che riesco a trasmettere loro anche solo la metà della serenità e della felicità che tu mi trasmettevi, allora sì sono riuscita a fare grandi cose, perché ho avuto un grande maestro.

Grazie Zio.