U come Uomini – prime feste, primi balli, primi no – Parte I

Che poi a proposito di come la timidezza abbia condizionato i miei rapporti interpersonali mi viene in mente quella volta di tanti anni fa.
E lui non mi ricordo neanche più come si chiama.
Ma ho la scusante degli anni.
No, non di quanti ne ho ora, di quanti ne sono passati da quel giorno.
Io ero alla scuola solo femminile, sono sempre stata lì dall’asilo ed è stata a suo modo anche divertente, alcuni episodi poi te li racconterò.
Era il periodo che si facevano le feste a casa il sabato pomeriggio, perché ancora non si usciva la sera, ero alle medie, in terza media per la precisione, che poi precisione con me alle volte è comico. Infatti ora che ci penso non sono sicura della precisazione, facciamo comunque che ero alle medie.
E i ragazzi della scuola solo maschile invitavano noi della scuola solo femminile e le ragazze delle altre scuole solo femminili e noi e le altre invitavamo altre compagne di scuola, era una sorta di passaparola, e poi ci si conosceva di persona e allora si veniva invitati direttamente, sì insomma gli o le escluse c’erano sempre, e allora tu potevi portare un’amica e viceversa se la festa era di una ragazza allora i ragazzi invitavano i loro compagni di scuola e così via.

Alle feste il pomeriggio ad un certo punto si ballava, c’erano i lenti e i ragazzi ti invitavano a ballare, beh sì non sempre, cioè non tutte venivano invitate a ballare. A me sì mi invitavano, me la cavavo abbastanza bene con il mio carnet di ballo, no, non avevamo proprio il carnet di ballo, no, dicevo così per dire che venivo invitata.

Ti immagini come mi sentivo io quando venivo invitata?
Io che neanche pensavo che i maschi si ricordassero il mio nome.
Certi colpi al cuore che non ti dico nemmeno.

A me in quel periodo piaceva un ragazzo, tanto mi piaceva, mi piaceva da bloccarmi il fiato, che andavo in apnea quando lo vedevo, e mi ero disegnata le sue iniziali sui jeans, si avevo quel paio di jeans che adoravo e ci disegnavo sopra, di solito disegnavo animali, io li disegno ancora per i miei nipoti però sono disegni semplici tipo quelli dei film di animazione, li disegno ai miei nipoti che a loro piace tanto, gli faccio i coniglietti, le paperelle, i gattini, i cani no, pensa che strano, i cani non li ho mai disegnati.

E insomma questo ragazzo che mi piaceva tanto un giorno l’ho pure rivisto, un giorno di tanti anni dopo, no nulla di strano nel fatto che lo abbia rivisto, è dove l’ho rivisto la prima volta dopo tanti anni che mi è sembrato strano:
l’ho rivisto in televisione!
Ahahahahahah no, non era sul trono di Maria, e quando l’ho rivisto mi è preso un colpo perché erano anni che non lo vedevo, voglio dire forse erano passati 25 anni, ora ne sono passati quasi 30, si insomma ma che importanza ha fare tutti questi conti? Sai che parlare di età fa cafone no? Come diceva la Audrey in colazione da Tiffany, ah si riferiva ai diamanti, che non si indossano sotto i 40?
Ah, ok.

Quindi un giorno guardavo uno di quei programmi del giorno quelli che c’è un po’ di tutto dentro per far passare la mattina con i fatti di cronaca e i settimanali di gossip e i quotidiani e loro che suonano e cantano e il gioco a premi con le telefonate da casa e le ricette e l’oroscopo che mia zia appena mi vede dice che lo ha sentito e che il mio segno va bene o va male, a seconda…che io le dico zia ma tu sei cattolica e lo sai che questa cosa delle stelle dell’astronomia e le previsioni e il futuro e le cartomanti cozzano con la religione, e lei però continua e mi ripete che questo andrà bene che questo andrà male, che io non lo leggo più l’oroscopo da quando un giorno ho pensato mi abbia portato sfortuna per un esame all’università…

Insomma arriva il momento della consulenza ed ecco arriva lui *apre piano la porta poi si butta sul letto e poi e poi ad un tratto lo sento afferrarmi le mani le mie gambe tremare * Ehm no, non c’entra nulla, arriva lui come consulente perché è….dai non lo posso dire chi è! Però grazie al suo lavoro sta spesso in televisione, dico spesso perché poi dopo quella volta l’ho rivisto nella sua veste professionale e parla così bene, ed è sempre tutto compito e forbito e manierato e però poi dopo quell’occasione l’ho rivisto altre volte, perché la vita è bizzarra e alle volte succedono delle cose che non ti sai spiegare ed una di queste cose è per esempio che non vedi una persona per anni, una persona che magari hai anche conosciuto bene, che hai frequentato assiduamente per un diverso periodo di tempo e poi la vita vi divide e tu non la vedi più, non la vedi magari per mesi o per anni, come se si fosse incastrato qualche meccanismo, perché magari incontri delle persone collegate con lei, ma lei no, e le persone magari te ne parlano e tu sai che è ancora nella tua città però per colpa di un ingranaggio capriccioso non la incontri, sarà colpa delle stringhe o dell’energia oscura o degli universi paralleli o di quelle particolari vicende che Stephen Hawking saprebbe spiegare bene o anche Obi-Wan, dipende.
Poi in un giorno che non ti aspetti il congegno si disincastra all’improvviso, che non hai capito che è successo però un giorno qualunque in un momento qualsiasi mentre stai guardando una trasmissione che non guarderesti mai ma che quel giorno non sai perché ti ispira, rivedi quella persona di tanto tempo fa e poi dopo quella volta proprio perché il congegno disincastrato ha fatto sì che si aprisse probabilmente un varco spazio – temporale allora la incontri per alcune volte di seguito e poi magari il meccanismo si inceppa di nuovo e non la rivedi più.
boh io questa cosa non l’ho mica mai capita…

E lui dopo quella volta l’ho rivisto anche non in televisione, ma la sera in giro per la città, nelle piazze quelle che le sere d’estate stai fuori a bere una cosa e fare due chiacchiere o nei ristoranti o nei locali quelli con tante stanze con la musica differente o anche quelli che hanno la musica dal vivo o quelli che anche se hanno la musica a nessuno interessa.

E ti devo dire la verità che la veste professionale in queste occasioni viene stracciata completamente e si torna ad essere quello che si è sul serio, però è così, pure io lo faccio e come me e come lui tanti professionisti che conosco lo fanno.
Io no, in effetti, io non mi ritengo più poi tanto una professionista, io sono un’impiegata e la mia professione da tanto che non la esercito, l’ho stracciata quando ho preso questa decisione, ma tant’è.

Insomma le feste il pomeriggio erano tutte coca cola e panini i ripieni e balli lenti e balli veloci e si ballava maschi con femmine ed era bello, ed i lenti si ballavano che tu mettevi le mani sulle spalle di lui e tenevi le braccia tese come a tenerlo lontano da te e lui teneva le sue mani sui tuoi fianchi anzi sopra sulla vita e le braccia tese e poi spostavi il peso del corpo da un piede all’altro e contemporaneamente giravate a formare un cerchio.
Questo se non ti piaceva.

Altrimenti c’era il momento in cui ti invitava quello che ti piaceva e allora si ballava che tu le braccia un po’ gliele tenevi intorno al collo e un po’ ti appoggiavi con la tua guancia sulla sua spalla oppure mettevi solo un braccio intorno al suo collo e l’altra mano l’appoggiavi sulla sua spalla corrispondente e il tuo avambraccio allora si appoggiava sul suo petto, certo se lui era più alto perché se lui era più basso allora no e poi un po’ vi guardavate e un po’ vi parlavate e un po’ appoggiavi il viso sul tuo braccio che stava intorno al suo collo e le sue braccia ti avvolgevano sì ma non tanto solo un po’, era tutto fatto con quel timore che hai paura di esagerare che vorresti ma ti batte il cuore e non sai bene che dire e io cercavo sempre qualcosa di intelligente da dire e la mia mente invece era vuota e vuoi che la canzone non finisca e poi quando finisce cosa fai?
Mi allontano dall’abbraccio, sì, ma poi vado via o continuo una conversazione che praticamente non è mai iniziata ?
Io credo che Nanni Moretti per quella scena di Ecce Bombo l’ispirazione l’abbia presa da feste del genere, mi si nota di più se finita la canzone mi allontano subito o se rimango lì vicino a lui, e se io rimango lì e lui si allontana mi si nota di più se rimango ferma come un baccalà ma cerco di fare la vaga o se magari mi avvicino al tavolo del buffet…?
insomma un imbarazzo, però bello.


  • Continua –

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni X – La memoria

Oggi cambio, oggi vado all’ultimo vagone della metro.

Oggi mi sento così, mi sento da ultimo vagone della metro.

-Visto che non mi sembrate molto acuti ve lo rispiego – così il mio vicino in metro si rivolge al suo interlocutore al di là del cellulare.

Davanti un ragazzo dorme, dormirei anche io oggi, dormirei ma vorrei che il tempo si fermasse, per poter dormire in pace senza perdermi nulla.

Ecco: il tempo, riflettevo sul tempo che passa.
Provo un sana invidia nei confronti di quelle persone cui poco importa che il nostro corpo venga segnato dall’inesorabile scorrere del tempo.
Io che amo uscire la sera e che quando esco di solito non amo tornare a casa presto che una volta che sono uscita è come un vortice cui mi abbandono e che non voglio abbandonare.
Io che quando esco la sera amo bere qualcosa.
Io che odio gli effetti dell’alcol sul mio viso l’inevitabile gonfiore della ritenzione idrica prodotta.
Io che odio l’inevitabile nuovo reticolato di rughe che si forma intorno agli occhi dopo serate del genere.
Io provo questa sana invidia per chi se ne fotte beatamente di tutto ciò.
Per chi i suoi capelli bianchi li porta con fierezza.
Per chi le sue rughe non vuole farle andare via perché ci ha messo anni per farsele venire, come la Magnani.
Ma sai che ti dico, è inutile che faccio giri di parole io le donne che dicono che non si farebbero mai toccare il viso le invidio. Le invidio perché io ho una fottuta paura di invecchiare.
Ecco come sono fatta io.
Io ho paura di questo.
Io non ho paura del licenziamento.
Io non ho questo terrore che hanno alcuni miei colleghi, no.
Sono sfrontata, inopportuna e irriverente a dire così in questo periodo storico.
Sì.
Anche se l’Italia è sempre stata la patria di chi pensava che la svolta nella vita fosse il posto fisso, quindi sarei sfrontata comunque.
Ok ok pensa anche che sia un’uscita infelice.

Non lo so, ieri il mio sacco era vuoto, oggi è di nuovo pieno, ma ho la sensazione che siano opinioni vaghe, anzi opinioni certe, ma che io vorrei cercare di esternare in modo vago, o meglio in modo diplomatico perché impopolari.
Ma tanto che ci provo a fare, so bene che le opinioni usciranno convulsamente in maniera tagliente come ieri che ho nuovamente discusso con il terzo coabitante coatto della stanza d’ufficio.

E così oggi, oggi mi sento da ultimo vagone della metro, e il tempo che passa, pensare al tempo che passa e lascia i suoi segni mi infastidisce.

Ció (voce del verbo ciavere) pensato un po’ anche ad un altro fatto.

Ho scoperto perché il mio capo mi ha portato alla riunione: ho vinto l’incarico di rivedere e riscrivere la memoria.
Sì certo c’era la precedente nota, ma si deve ovviamente integrare modificare perfezionare arricchire rifinire completare e apri i fascicoli e cerca i documenti e rileggili tutti e respira la polvere che li accompagna e integra e modifica e perfeziona e arricchisci e rifinisci e completa e da una nota di 2 pagine ne fai uscire una relazione di 6 e condividi e ottieni l’approvazione e poi vedi che nell’email che il tuo capo ha mandato a tutti i partecipanti alla riunione tu sei in copia conoscenza nascosta e chiedi al tuo capo il perché e ti dice che ha fatto così altrimenti appesantiva l’email con troppi indirizzi.

È che dopo che ció pensato a questo fatto ho capito che oggi hanno vinto loro e io sono stanca e mi sento da ultimo vagone della metro.

E il tempo passa.

In my shoes -Ricordi e quaderni

Stavo pensando di prendere un motorino o una macchinetta elettrica così, perché…te l’ho detto vero? Che ci stanno mettendo i tornelli.
Sì, neanche fossimo in catena di montaggio.
Quindi non vorrei fare tardi la mattina, ma se poi smetto di prendere la metropolitana poi tu ed io parleremmo molto meno, avremmo meno tempo a disposizione, perché la maggior parte delle volte lo facciamo quando sono in metro o mentre cammino per raggiungere le mie tappe pre e post ufficio, quindi sono combattuta.
Ci penserò.
Oggi.
Va bene insomma magari non solo oggi o non proprio oggi.

Oggi, piuttosto, mi era venuto in mente quello che è successo alcuni weekend fa, sai come sono fatta io, prima di raccontare qualcosa devo metabolizzare, ho i miei tempi, ma lo so che tu non te la prendi, ho avuto a come amica che invece se la prendeva, lei non accettava che io le raccontassi le cose in differita, lei voleva sapere tutto ciò che succedeva meglio se nel momento in cui accadeva, ma se non altro almeno entro le 6 ore successive, altrimenti non dimostravo di essere sua amica.

Ma io sono così, ho bisogno dei miei tempi e alle volte prima di raccontare qualcosa magari passano ore o giorni o mesi o anni oppure non le racconto proprio e rimangono solamente nei mie ricordi e però succede che un giorno mi accorgo che questi ricordi non raccontati sono diventati troppi nella mia mente ed è come se non ci fosse più posto come se lo spazio libero rimasto fosse insufficiente per contenerli tutti fosse diventato troppo angusto misero e tutti i ricordi fossero sacrificati lì dentro come se fossero tutti ammassati uno vicino l’altro i miei ricordi.

È come adesso nella metropolitana: parlano tutti, alcuni tra loro, alcuni al cellulare, che da quando hanno messo la linea è un disastro ci sono dei momenti in cui la confusione è tale che io non sento neanche i miei pensieri. Alle volte è così come se i miei ricordi avessero bisogno di uno sfogo, di una via di fuga come in questo momento in cui ne ho bisogno io, avrei bisogno di scendere sulla banchina e non sentire più la confusione.
E allora ne devo buttare fuori uno o due di ricordi per fare posto e farli stare più comodi, ma non è una cosa necessariamente pensata, loro, i ricordi, escono, si prendono il loro libero sfogo, si prendono lo spazio di cui hanno bisogno, approfittano della mia voce, la ingannano e io mi ritrovo a raccontarli.
Io, capisci?
Io, che al tempo non parlavo con nessuno che riempivo pagine di quaderni queli a quadretti mi piacevano i quaderni a quadretti con la copertina rigida e scrivevo, ecco perché quaderno mitico, li chiamavo così i miei quaderni: quaderni mitici, davano asilo ai miei ricordi sfrattati dalla mia mente.

E invece ad un certo punto della mia vita oltre che lasciarli all’inchiostro aggrappati a quelle pagine con i quadretti ho iniziato a lasciarli svolazzare insieme alle parole, li lasciavo volare e lasciavo che il mio interlocutore li raccogliesse e li raccontavo e magari non erano inerenti con l’argomento perché loro non mi avvertono e ne spingono fuori uno a caso il più vecchio o il più debole? O semplicemente quello più vicino all’uscita, quello che si era messo lì che pensava fosse un angolo sicuro invece era l’uscita e si ritrova fuori alla mercé del mio interlocutore.
No, non c’è criterio, ne esce fuori uno così e io mi ritrovo a raccontarlo e poi magari me ne pentirò, che avrei voluto alcuni rimanessero con me e basta e invece mi ritrovo a ricordare che alcuni ricordi li ho distribuiti a delle persone che ho incontrato nella vita glieli ho dati così in un giorno qualsiasi e poi magari queste persone può darsi che neanche le ho più riviste e pensare che loro vadano in giro per il mondo con un mio ricordo così che io gli ho donato senza volere un po’ mi fa strano.

Mi chiedo: cosa ci faranno con questi ricordi?

Li tratteranno bene, ne avranno cura ?

Oppure li lasceranno lì in mezzo ad una strada una sera di maggio magari, in centro, insieme ad una vodka di troppo, li lasceranno li sul marciapiede.
E poi verrano sciacquati via dall’acqua di quelle macchinette della società partecipata dal comune.

Oppure li dimenticheranno.

Oppure ci sarà chi li ricorda, chi li conserva con cura, li custodisce per non farli appassire.

E ci sarà anche chi li ha regalati a qualcun altro come un regalo che non è piaciuto e lo hanno riciclato.

Perché tu non hai mai riciclato un regalo?
Io sì.
Però i racconti no, le confidenze non le ho mai riciclate, le confidenze che mi hanno fatto le ho sempre tenute per me.

Sì un po’ sono cambiata con il lavoro da impiegata un po’ mi sono ritrovata in mezzo a tante parole che neanche volevo sentire e magari le ho anche riferite a mia volta, ma i ricordi degli altri mai.
Li custodisco e ne ho cura.

E alle volte mi fa paura pensare a chi ho dato i miei.

Però per esorcizzare questa paura allora ora li lascio nella rete.

Alcuni si incastreranno da qualche parte altri troveranno dei buchi e scopriranno altri mondi, altri saranno custoditi.
È questo il motivo, non riesco più a farli stare nella mia mente e basta.

Però ora ti volevo raccontare cosa è successo alcuni fine settimana fa e non l’ho fatto, ma la corsa è finita, scendo sulla banchina e mi godo la passeggiata un po’ nel mio silenzio.

Te lo racconto un’altra volta, forse ancora questo ricordo non era pronto a volare, forse doveva fare ancora un po’ di esercizio, come i falchetti che c’erano nella casa in campagna.

In my shoes – La timidezza

Certo se ci ripenso ora mi viene da ridere, alle volte solo da ridere di cuore, altre volte è una di quelle risate profonde che non riesci a smettere che inizia a mancarti il fiato e hai i singulti, quelle che però poi sono così profonde che toccano dei punti così inabissati che è come se i singulti si trasformassero in singhiozzi che poi sono la stessa cosa e ti accorgessi che le cose che stai ricordando alla fine ti hanno lasciato un po’ di amaro in bocca e dentro l’anima.

Perché sai, alcune di quelle cose che da piccola mi hanno segnato e mi hanno fatto soffrire col tempo le ho superate ed è come se le sensazioni che mi avevano provocato le avessi cancellate, ma altre invece col tempo si sono solamente sbiadite, sono come quel tatuaggio che ormai ho fatto saranno 20 anni e se lo guardi in qualche punto la pelle ne ha assorbito il tratto e certi contorni sono scoloriti mentre altri si sono fusi con quelli vicini e non è più facilmente riconoscibile cosa sia tranne che per me e se volessi potrei coprirlo con qualcos’altro e scomparirebbe alla vista, ma sotto ci sarà sempre.

Alcune cose della vita per me sono così.
Ed in particolare è così la mia timidezza e le cose che mi ha spinto a fare e le cose che mi ha spinto a non fare e come ho reagito a lei da piccola, da adolescente e come reagisco a lei ora.

Adesso se penso ad alcune vicende di quando ero piccola legate alla mia timidezza rido e sono quelle risate lì, quelle profonde che però ogni tanto sono amare, tanto amare, e altre volte invece sono risate che escono fuori con gusto e l’altra volta passeggiavo col mio cane, quello più anziano, quello che ora quasi non riesce più a camminare, quello che mi piacerebbe tanto potesse parlare perché un’ancora di salvezza alle volte dovrebbe poter parlare e mi è venuto in mente un episodio.

Non so come mi sia venuto in mente, ma mi capita così quando passeggio con il mio cane e lo guardo e lo vedo sfiorire, mi vengono in mente i ricordi più strani anche se con lui magari non c’entrano nulla.

Insomma, l’altro giorno mi è venuto in mente quell’estate, avrò avuto circa 5 anni ed ero timida, così timida da non parlare, che detto così sembra che lo fossi solo quella particolare estate, ma invece no, lo ero anche prima e poi anche dopo e poi anche ora, è che non so come spiegarmi, che mica è facile spiegare come mi faceva sentire la timidezza, che quando mi dicevano ma di che ti vergogni poi non sapevo spiegarlo bene, non so farlo nemmeno ora.

Vediamo, potrei dire che era come se mi sentissi all’interno di una scatola, una grande scatola, magari non molto grande, una media scatola, va bene anche una piccola scatola, di quelle che hanno le pareti come nelle sale di registrazione, tutte foderate di materiale fonoassorbente, morbido, che è fatto a forma di tante piramidine che fuoriescono e vengono verso di te, e la mia timidezza mi faceva sentire come fossi lì dentro, e mi accorgevo di essere lì dentro, e lì dentro non mi piaceva, e sarei voluta uscire, ed era come se urlassi alla timidezza di lasciarmi in pace, ed era come se lei non mi sentisse con tutte quelle piramidine, ed era come se sbattessi i pugni sulle piramidine, ma tanto non si rompevano, ed era come se ci fosse stata un’uscita, io la vedevo, era come fosse una scatola con solo un lato aperto, magari proprio il lato alto, quello più difficile da raggiungere.
E vedi l’uscita e magari col tempo escogiti anche un metodo efficace per uscire, ma c’è sempre la timidezza li in agguato a deriderti quando non ce la fai, a demoralizzarti ulteriormente quando fallisci, a schernirti quando trovi il coraggio, e lo fa per paralizzarti, per non farti tentare.

Ecco, sai che mi viene in mente? Quel film, non so se lo hai mai visto quel film: cube, no non Ice Cube, no lui è un cantante, sì poi ha fatto dei film, intendo quel film dove alcune persone si ritrovano in una scatola di forma cubica con aperture su ogni lato che portano ad altre stanze cubiche con altrettante aperture ed in alcune di queste stanze esiste una trappola anche mortale e le stanze si muovono una intorno all’altra e loro non riescono a ricordare come sono finiti lì dentro e cercano di uscire e capiscono che le stanze sono numerate con potenze di numeri primi e i cubi si muovono secondo permutazioni che no, non ti saprei proprio spiegare bene cosa siano, ma per individuare le stanze senza trappole bisogna fare dei calcoli sui numeri primi e sono calcoli complicati e insomma se ne salva solo uno e quindi, quindi mi viene in mente la solitudine dei numeri primi e che ti ho svelato il finale del film.

Oppure, oppure non so se hai mai fatto uno di quei sogni in cui vorresti scappare e provi a correre, ma non riesci e i passi sono pesanti e le gambe non riesci a muoverle così veloci come vorresti e hai il fiatone dato dall’ansia e senti di essere in trappola e non riesci ad essere così veloce da scappare.

È come quando dici no non la faccio la pista rossa che casco, ma scii da 30anni e nei hai fatte altrettante di piste rosse e non è una novita la sai fare e però poi la fai e caschi e dici vedi sono cascata e hai fatto tutto da sola.

Non so se mi spiego.

La mia timidezza era subdola, mi condizionava nelle azioni, nei pensieri, anche nei semplici movimenti del corpo e nelle parole, le parole non dette o emesse celermente quasi a volersene disfare in fretta per paura, di cosa non so.

La mia timidezza era ingannatrice, tanto che, per assurdo, mi faceva fare e dire cose che invece che trarmi d’impaccio mi invischiava nella difficoltà e mi faceva sentire ulteriormente a disagio.

Un circolo vizioso creato dalle persone timide esclusivamente per loro stesse, per farle sentire ancora più timide e ancora più in soggezione.

E francamente non so neanche perché io stia utilizzando l’imperfetto o forse sì, perché in fondo è tutto lì, nell’imperfezione, ma è anche qui ed ora, ancora.

Ritorno a quell’estate quando eravamo in piscina e mio padre mi aveva chiesto di andare al chiosco a prendere due supplì e una crocchetta.

Io? Devo andare proprio io? Non può andare mia sorella? che lei è quella spigliata, io mi vergogno, mi vergogno!

Ed è ovvio che io queste parole le abbia solo pensate.

Mi vergognavo di chiedere a quelli del chiosco che conoscevo da tante estati di chiedere due supplì e una crocchetta, avevo così tanta paura come se avessi dovuto portare al chiosco una valigetta carica di esplosivo per far saltare in aria loro, la piscina, tutti gli ospiti, me, i miei genitori, e poi avessi dovuto negare di fronte ad un tribunale internazionale, che non so come avrei potuto fare a stare davanti ad un tribunale se ero saltata in aria con la valigetta…

Insomma mi incammino verso il chiosco, con un’andatura lenta, giusto per allontanare sempre più il momento cruciale e durante tutto il tragitto ripetevo nella mia mente tutti modi possibili per poter dire la frase, per arrivare al chiosco pronta per questa impresa che a me, dal fondo del pozzo infinito della mia timidezza, appariva epica, mastodontica, mi sentivo come Davide di fronte a Golia, solo che Davide poi ha vinto.

Due supplì e una crocchetta per favore. Buongiorno vorrei due supplì e una crocchetta, grazie. Buongiorno per favore due supplì e una crocchetta, grazie. Per favore prendo due supplì e una crocchetta.

Arrivo, mi avvicino al bancone, mi appoggio con le me mani, mi tiro su sulle punte, appoggio quasi il mento, mi sporgo, lui dietro al bancone mi guarda, dimmi mi dice, mi viene un colpo al cuore neanche lo stessi per rapinare, e mi esce veloce tutto d’un fiato:

due crocchì e una suppletta.

Cosa ho detto?
Due crocchì e una suppletta!??

E mi rimbomba nella mente:
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??
Due crocchì e una suppletta!??

E ora mi viene troppo da ridere a ripensarci e l’altro giorno che passeggiavo col cagnone sono scoppiata a ridere così da sola ridevo e cercavo di fermarmi e poi riprendevo a ridere, oddio anche adesso un po’ mi scappa da ridere.

Ma allora non mi sono divertita affatto.

E non è che io diventassi rossa per la vergogna.
No.
Io diventavo viola.
Wroom.
Tutto d’un tratto.
Wroom.
Viola.
Dal bianco.
Al viola.
Senza passaggi intermedi.
E lo sentivo, me ne accorgevo.
Il viso, wroom, diventava bollente, lo sentivo trasformarsi in una maschera incandescente.
E me ne accorgevo ma non riuscivo ad evitarlo era questione di millesimi di secondo.
Neanche i centesimi di secondo quelli per i quali che ne so gli atleti perdono al taglio del traguardo.
No.
Erano porzioni di tempo ancora minori.
Porzioni di tempo infinitesime, per una sensazione di imbarazzo infinita.
Perché dico wroom?
Non saprei ho sempre avuto l’impressione che quello fosse il rumore della manifestazione della mia timidezza sul mio volto.
Wroom.
Anche il rumore wroom dell’invalicabile ulteriore muro che si ergeva tra me e il mondo quando sentivo l’inarrestabile rovente scarica viola.
Wroom.

U come uomini – l’avvocato parafangaro

Così avevo accennato al coniatore del termine "impresepiti".

L’avvocato parafangaro.

Che deriva da parafango.

Ché in questo modo venivano chiamati quegli avvocati che negli anni d’oro avevano fatto molti soldi con gli incidenti d’auto e le assicurazioni.

L’avvocato l’ho conosciuto nel periodo rosa della mia vita.
Il periodo successivo alla conclusione di ventennali rapporti di amicizia. Un periodo in cui la mia vita si è tinta di un colore allegorico e appariscente che simboleggiava un’atmosfera zuccherosa e smielata, un’immagine apparentemente spensierata, una dimensione sospesa tra il magico e il tragico.
Dove la malinconia, anche se ben celata, era sempre presente.

Ci siamo conosciuti tramite amici comuni e considerando che all’epoca l’architettura, quella bella, faceva ancora parte della mia vita e lui doveva fare dei lavori nel suo studio, abbiamo iniziato a sentirci.

L’avvocato poi prese l’abitudine di telefonarmi tutti i giorni all’ora di pranzo, quando ero in palestra.
Ed io in palestra lo tengo staccato il cellulare e non perche ci sono i cartelli che ti invitano a farlo, ma perché entro in un altro mondo e mi concentro. E non so se dipende dal periodo degli allenamenti di nuoto che facevo da bambina che sei tu e la striscia nera. So solo che io quando mi alleno sto lì sola con me stessa, e ci sto bene, e non ci voglio nessun altro.
Quindi non rispondevo.
E per un po’ ho pensato che lo avrebbe capito e avrebbe chiamato dopo o prima.
Ma non lo faceva.
Avrei dovuto capire che c’era qualcosa sotto.

Dopo lo sai di Tim, arrivava l’sms con le parole dell’avvocato.
Sempre carine, invitanti, allegre.

Ed ogni giorno era così, tanto che ogni volta che riaccendevo il telefonino dopo la palestra ormai ero abituata a sentire il suono dell’sms del Motorola.
E c’è da dire che a me piaceva tanto il suono degli sms del Motorola. Lo avevo comprato per quello. E ho cercato di tenerlo per più tempo possibile. Quel suono che poi non hanno fatto più, però hanno fatto la suoneria hello moto e allora mi sono comprata il nuovo modello.
Ecco forse questo è un fenomeno da studiare il fatto che compravo cellulari a seconda della suoneria che mi piaceva che le altre marche non avevano.
Però ad un certo punto ho smesso, quindi qualunque cosa fosse sono guarita.
Oppure solo arresa all’evidenza che ad oggi nessuna suoneria del cellulare mi piace, tanto che la cambio ogni mese.

Fatto sta che con l’avvocato ho iniziato ad uscire e siamo usciti insieme per tanti mesi.
Perché l’avvocato era di una simpatia rara.
E non intendo quelle cose che tu chiedi – ma come è il tuo amico? – simpatico – ah ho capito è brutto – No. Proprio nel senso di sün pàscho, provare emozioni con.
E io ho provato molte emozioni e la principale, quella che mi ha fatto avvicinare, era l’allegria.
Così mi sono interessata, sensibilizzata, lasciata trascinare, coinvolgere e alla fine mi sono invischiata.

Lui era tutt’altro che impresepito anche se molte persone al suo posto lo sarebbero state, dalla sua parte anche un metro e ottanta e passa di fisico atletico, occhioni azzurri, attaccatura alta dei capelli castani sì, ma portata con garbo, e una risata travolgente.
Come quella che ci siamo fatti quando una volta mi è venuto a prendere a casa, che io ero tornata a vivere a casa dei miei, quindi mi sentivo anche un’adolescente, e mi dice scendi che ci facciamo un giro.
E si presenta con la macchina nuova rubata al padre – sì adolescenza pura, non comune, ma pura – una Ferrari f360 spider, quella con il vano motore trasparente dal quale si vedeva il V8.
E lui non è che era venuto lì per spararsi le pose, no.
Lui era venuto lì perché il padre gli aveva concesso un giro.
E mica che è venuto sotto casa con quell’aria di Sentenza Lee Van Cleef nel duello finale, più che altro aveva l’aria divertita di Edward Stratton III quando girava per la sua villa con il trenino elettrico.

Abbiamo fatto anche vacanze insieme condividendo la stessa stanza.

Come quella volta a fare snowboard sulle dolomiti, che ho fatto la gran risa con i suoi 1255 metri di lunghezza e la sua pendenza massima di 28 gradi.
Quelle piste che le fai, un po’ bene, un po’ in derapata, un po’ vorresti non averle iniziate mai, un po’ vorresti già essere in fondo e che se ti fermi e ti guardi alle spalle vedi un muro che ti sembra verticale e dici: ma io ho fatto questa pista?
Ed è allora quando ti rispondi di sì che un po’ ti senti come avessi partecipato allo slalom gigante della coppa del mondo di sci alpino, peccato per la mancanza degli sci, dei paletti e della prestazione performante.

O come quella volta del matrimonio dei suoi amici che si sono sposati fuori città, ed anche in quell’occasione abbiamo condiviso la stanza.
Uno di quei matrimoni in pompa magna, in un palazzo di stile neoclassico, con una moltitudine di invitati, uno di quegli eventi che poi torno a casa e mia madre mi chiede – come eri vestita? – che non intende chiedere di descriverle il vestito perché lei il vestito che ho indossato lo conosce bene, lei vuole sapere se la scelta era adeguata alla situazione.

E a dire la verità io non ricordo affatto cosa avessi indossato.
Ma ricordo di non avere avuto la sensazione di inadeguatezza che ho spesso avuto da ragazzina. Almeno non per il vestito.

Mi ricordo però la sensazione che ho avuto. Come fossi stata invitata ad un ballo organizzato da Paolina Bonaparte in Borghese.

L’enorme sala da ballo, i tavoli addobbati, adornati e agghindati come anche gli ospiti, il giardino che circondava la villa, le carrozze moderne con cavalli non a quattro zampe.

Mi ricordo però che c’e stato in momento dedicato ai balli lenti, proprio come nell’ottocento, ma il mio carnet di ballo era vuoto, in realtà perché pensavo e speravo che l’unico nome scritto sarebbe stato quello dell’avvocato. Ma non è stato così.
Ricordo di avere avuto in quel momento la sensazione di inadeguatezza. Perché lui ballava con un’altra, con la fidanzata del suo migliore amico.
Sai quelle sensazioni che vorresti sparire.
Speravo di sublimarmi all’istante.

Ricordo che venne il fratello a parlare con me. Perché ci sono quelle persone che hanno quella sensibilità, percepiscono quei momenti, che fiutano l’atmosfera, che colgono al volo la delicatezza della circostanza.
Oppure io avevo proprio un’espressione palese.

Una volta l’avvocato mi raccontò di quella volta in cui aveva scoperto che la ex lo tradiva. Diceva che erano circa 3 mesi che stavano insieme e che quindi dopo 3 mesi lui si sentiva tranquillo, e invece aveva poco di cui star tranquillo.
Che quindi anche io dopo quel racconto mi sono sentita che avevo poco di cui star tranquilla perché erano più di tre mesi che uscivamo insieme e non era successo nulla.
Nulla di nulla.
Le nostre labbra non si erano neanche mai sfiorate.
Ed io sfiorivo. Sfioriva la tentazione, il desiderio, e soprattutto la mia già debole audacia.
E con lei sfiorì anche la nostra frequentazione.

Ed io mi sono inondata di domande fino quasi ad affogare, ma essendo il mio periodo rosa, la malinconia veniva celata sotto il tendone del mondo circense. Lasciai quindi che le domande venissero interrate insieme ai picchetti di sostegno della copertura.

Sono passati anni e il fratello mi contattata per alcuni lavori, ma ahimè per l’architettura nella mia vita era già l’ora che volge al disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio.

….

Ché a me Baricco piace.
Mi sono letta molti suoi libri.
Ecco, ora se qualcuno mi dice un titolo e mi chiede di raccontare di cosa parla non lo ricordo. O meglio, in un primo momento le confondo le trame. Forse perché li ho letti tutto di un fiato, uno dopo l’altro.
Non è certo colpa sua, di Baricco intendo, se non ricordo subito la trama precisa dei suoi romanzi.
Io ho una memoria così per i libri.
Che ogni tanto è ballerina. Anche se io la ballerina da grande non la volevo fare. Attrice o cantante o architetto. Ballerina no. Ma intanto ad oggi non faccio nessuno dei tre mestieri precedenti. Quindi siamo pari.

Insomma, in un libro che non ricordo quale sia scriveva, più o meno, che nella vita accadono cose che sono come domande, passano anni e poi la vita risponde.

A me la risposta l’ha data il fratello dell’avvocato, perché poi ci siamo visti dopo che mi ha chiesto consulenze per i lavori, e lui forse aveva proprio quella sensibilità lì, perché mi ha detto che lui all’avvocato ad un certo punto ha detto – ma cosa vuoi da Emma? Se non vuoi nulla lasciala stare – perché l’avvocato era da tempo innamorato della fidanzata del suo migliore amico, quella con cui ballava quando volevo sublimarmi nella sala da ballo.

Ed alla fine lui ci è riuscito, ha avuto anche una figlia con lei, ed ha litigato con il suo migliore amico.

Ché poi la vita è bizzarra, infatti, poco dopo questa notizia e proprio mentre andavo in palestra, dalla macchina l’ho visto l’avvocato che spingeva il passeggino sul marciapiede.

Rapporti interpersonali – colleghi

yves_tanguy_lit bleu 1929

E avrò un carattere di mér.

Ma mér in francese significa mare.

E infatti avrò il carattere del mare, sempre in balia di alte e basse maree, a cambiare per una luna nuova, o piena, o vuota, o mezza.

Che poi anche questa storia se uno vede il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Puoi vederlo come ti pare, sempre mezzo rimane. Non sarebbe meglio tutto intero?

Certo è che mi trovo spesso in balia del moto ondoso del mio umore, basta toccare alcuni tasti per far mutare lo stato, il mare da una tavola può diventare mosso, finanche in burrasca. Oppure tornare alla calma piatta.

Uno di questi tasti è dover tornare, più e più volte a spiegare la mia opinione su un determinato argomento.

Stamattina ero allegra, ero, quindi, nello stato di calma piatta. Come al slito si scherza e si ride con il moi compagnio di stanza, con cui lavoro da 3 anni, e tra queste risate gli dico che sarei andata via prima oggi, dopo pranzo.

E no, mica puoi imbrogliare e andare via prima.

Diceva quello che fa straordinari leggendo i libri o il quotidiano on line – rispondo io. Ma ancora ero in calma piatta.

Poi non venite a lamentarvi tu e quell’altra quando vi fanno le lettere di richiamo.

Ed è in questo momento che la marea inizia un pò ad alzarsi un vento leggero inizia a soffiare, il mare si increspa e le prime ondine iniziano a nascere lungo la linea dell’orizzonte.

Lettera di richiamo? Non ho mai avuto una lettera di richiamo.

Ma quell’altra sì.

??? … ma stai parlando con me.

Tu sei offensiva, mi hai offeso sul mio rendimento lavorativo, mentre la mia era una battuta.

Eolo inizia a soffiare e le increspature a gonfiarsi.

Rendimento lavorativo? Ma chi ne ha parlato? Ho ribattuto con una battuta alla tua battuta (infelice a parer mio e lo sai già).

E da lì la bufera.

Che però vi risparmio, ma il fatto è questo. Ho un contratto per un profìlo che viene chiamato “professionalizzato”, il che prevede la rilevazione della presenza una sola volta al giorno e al mattino. Fine.

Il mio collega ha, invece, la presenza giornaliera scandita da 4 rilevazioni di presenza che comprendono entrata – uscita – pausa pranzo uscita – pausa pranzo entrata.

Ora ciò che io ho già più volte chiarito in passato al mio collega è questo: avendo un contratto differente dal suo, le sue regole non valgono anche per me, ammesso che comunque io commetta alcune irregolarità uscendo prima, facendo una pausa pranzo più lunga, uscendo dopo (e in quel caso nessuno mi paga in più), chi mi deve controllare non è lui, c’è un ufficio del personale apposta o ancor prima il mio responsabile, ed inoltre, per poter sindacare su come gestisco le mie entrate ed uscite dall’ufficio sarebbe necessario essere assolutamente ligi, quindi non dovrebbe far risultare una pausa pranzo di 3 minuti, quando ha fatto una passeggiata di un’ora o è rimasto a chiacchierare al caffè per 40 minuti, o ha fatto 2 ore di straordinario leggendo il giornale o girovagando su internet, o ha lasciato il badge a qualcuno, o…..E gli ho più volte chiesto di non farmi battute su questo…perché poi la marea si alza….

O sbaglio?

Silenzio

New Delhi

Alle volte dei giorni sono strani, ovattati…
Il suono non si propaga nel vuoto, il silenzio è la colonna sonora permanente.

Mi sento come sospesa in un vuoto, fluttuante tra le onde di una marea silenziosa, senza comprendere il tempo che passa, senza essere in sintonia con il cadenzarsi dei momenti.
E’ come se facessi una pausa dal tutto.

Mi piace questa sensazione, mi ci ritrovo, come mi trovo a mio agio nel buio della notte, nel silenzio che scende quando tramonta il sole, silenzio rotto solo dal rumore dei passi dei miei cani, o dallo sfrecciare delle macchine.

Così mi lascio cullare dalle note della quiete e dalle onde dell’oblio.

Ho bisogno di queste coccole per riprendere contatto con me stessa.

Ho bisogno di sentire l’eco del silenzio che sfiora le mie guance come le carezze di quando ero bambina, mi siedo sull’amaca della serenità e mi abbandono al suo dondolio, che mi vezzeggia, mi corteggia, mi blandisce e mi dona nuove energie.

Alle volte, invece, mi sento soffocare dalla perdita di contatto, mi sento comprimere dalla tranquillità, sento il dolore del mutismo, il male e il patimento del distacco.
Per lenire la sofferenza provo ad entrare in contatto con la realtà, ma questa rimane distante.

I miei tentativi rimangono vani e mi aggrappo a qualcosa per evitare di venire risucchiata dalla quiete, dall’immobilità, dal vuoto che cerca di risucchiarmi.
Telefono ai miei punti di riferimento, ma il destino ha deciso che in quel giorno e in quel momento nessuno può rispondere.

Le volte in cui sento che il dolore è più acuto mi ritrovo a telefonare a caso, pur di sentire una voce, pur di trovare un appiglio, un gancio, un ancora di salvataggio cui aggrapparmi con tutte le forze, con la tensione che sento sempre maggiore nelle mani, tese per lo sforzo di non venire divorata dal silenzio.

Che strane queste giornate, non capisco perché ciclicamente mi capitano.

(14.10.2009)

In giro per il mondo

Mamma non sai quanto è divertente andare a dormire da zia!

“Si?! Allora raccontami e parlami  in inglese così fai un pò di esercizio, l’inglese ti servirà per quando sarai grande che vuoi andare in giro per il mondo.”

…sì…però in giro per il mondo ci voglio andare insieme a zia Emma!”

E io quando ho sentito questo racconto mi sono commossa…il mio piccolo supereroe!

Detto afgano.

Il suggerimento

La mia pelle è delicatissima e fragile, ciò fa sì che su le parti del mio corpo più soggette agli urti sianocostantemente presenti delle ferite.

Una mattina a colazione, una domanda improvvisa che precipita lì tra il latte e la fetta biscottata. 

Zia perché non sei fidanzata? 

Perché ancora non ho incontrato qualcuno che mi piaccia sul serio.

Il silenzio che segue è interrotto unicamente dallo scrocchio della fetta biscottata che rimbomba nella mia testa.

La cena viene irrorata con il calice di una amara verità che, servita con la delicatezza carezzevole della voce di un bambino che ti vuole bene, si trasforma in un  affettuoso e premuroso suggerimento:

 Zia,  secondo me il fidanzato lo devi cercare d’inverno, perché d’inverno le tue ferite sono coperte e allora sei più bella.

Sei bella lo stesso, però d’inverno sei più bella.

 

 Ok, piccolo supereroe, lo cercherò d’inverno.

Sono come il fiume che scorre

Sto leggendo per la prima volta un libro di Paulo Coelho: “sono come il fiume che scorre“.

Immersa nella lettura, mi è balenato in mente il modo con cui ne sono venuta in possesso.

Il libro mi è stato donato da M., un ragazzo che ho incontrato al parco mentre passeggiavamo con i nostri cani.

Come solitamente succede i cani giocano tra loro e i padroni inziano a chiacchierare.

Non so cosa io gli abbia trasmesso in quei pochi minuti di conversazione, ma qualsiasi cosa sia stata M. ha sentito il desiderio di farmi leggere questo libro. Continua a leggere “Sono come il fiume che scorre”

Due lontane generazioni su un unico marciapiede

La fila delle macchine scorre lenta, il finestrino è completamente abbassato, 26°, non amo l’aria condizionata.

Sul marciapiede accanto cammina una ragazza minuta, pantacollant bianchi, stivali neri di pelle che le arrivano sopra al ginocchio, tacco 10, maglione bianco che copre appena la linea del gluteo, giubbotto anch’esso nero in pelle scamosciata, lunghi capelli corvini raccolti in una coda. Il suo andamento costruito si trasforma in un passo sgraziato, lo scalpiccio risuona fino a me. Continua a leggere “Due lontane generazioni su un unico marciapiede”

Il fantastico mondo dei bambini

“Nooo, non è giusto che il mister non ci convochi per la partita di sabato…”

“..ci sono delle regole, che vanno rispettare..siete arrivati con mezz’ora di ritardo e il mister ha detto che come punizione è probabile che non vi convochi…

“Sì però…ma lo sai che è successo?……Ecco….Tu ce l’hai un divo?”

Un divo?…no, non ho un divo..”

“Dai…non ce l’hai un personaggio famoso?!”

Ehm..no..

“Dai..!! ……De Niro, ti piace De Niro?”

Sì, De Niro mi piace, è un bravo attore…

“Ecco è successo così, che c’erano quelli dei Cesaroni e che facevano gli autografi, e che fai non ti fermi per fartene fare uno?! E c’era tanta gente e ci abbiamo messo tanto…abbiamo aspettato tanto…”

🙂 sì, vi capisco…forse anche io avrei aspettato tanto…per De Niro….

dai che altrimenti fate ancora più tardi in campo…

“Va bene..andiamo, ma prima facciamoci una bella risata ora, che così poi in campo non ci scappa più da ridere!”

Il mio piccolo supereroe

Da piccole con mia sorella soffiavamo sempre sui quei fiori secchi, che noi chiamavamo “le bugie”, esprimendo un desiderio che si sarebbe avverato solo se tutti i leggeri petali si fossero staccati grazie al nostro soffio.

Lei lo ha insegnato al figlio.

Un giorno in un prato questo piccolo biondino prende una “bugia” e mi chiede di allontanarmi, perché deve esprimere un desiderio e se lo sente qualcun altro può darsi che non si avveri.

Mi allontano e le sue manine colgono il fiore, prima di gonfiare i suoi piccoli polmoni per riuscire a far volare via tutti i leggeri petali, sussurra con la sua flebile vocina:

Voglio diventare un supereroe!

Tesoro tu sei già un supereroe, sei il nostro piccolo supereroe!!

C’era una volta, o forse non c’era…

…una donna che avrebbe tollerato un comportamento simile, avrebbe giustificato lui per permettere che rimanesse ancora nella sua vita e avrebbe giustificato se stessa, per scusarsi e regalarsi ancora una traccia di dignità.

Se qualcuno le avesse detto che sarebbe riuscita ad distaccarsi da un certo genere di persone, non ci avrebbe creduto.

Un giorno sentì dire da una psicologa che siamo noi a scegliere sempre una medesima tipologia di persone, siamo noi a venire attratti da caratteristiche simili, non sono “cose che capitano” a causa di una strana congiuntura di pianeti.

Ecco, infatti, che incontrarlo aveva fatto riaffiorare i fantasmi del passato, le aveva ricordato le persone già incontrate.

Come le falene che sono attratte dalla luce tanto da rimanerne bruciate, come le gazze che sono tentate da ciò che luccica, fosse anche un pezzo di vetro su cui si rifrange la luce del sole, così anche lei subiva il fascino di chi appariva sempre impegnato, sicuro di sé, spesso non disponibile, di chi ti regala i suoi momenti come se fossero diamanti, la cui difficile reperibilità ne fa alzare il prezzo.

Affascinata da persone che hanno pochi contatti con la più comune quotidianità, che ritengono sia unicamente la loro realtà quella vera e degna di essere vissuta, l’unica che traina e travolge le vite degli altri, tanto da persuaderli che la loro visione sia la conoscenza, che i loro pensieri siano la sostanza delle idee, che i loro sogni siano l’essenza della vita.

Stregata dalle persone che ritengono che siano sempre gli altri a doversi adattare ai loro ritmi, perché esclusivamente la loro andatura scandisce i momenti della vita, non è ammissibile nessuna altra frequenza, perché la vita non può essere una armonia creata dalla sovrapposizione di due suoni differenti, no, la colonna sonora della loro vita deve essere una composizione creata e scandita unicamente da un unico suono, il loro.

In particolare era sempre stata attratta da persone all’apparenza interessate a tanti aspetti della vita, le cui azioni sembrano suggerite da varie ispirazioni. Le cui numerose passioni, ognuna coltivata in modo grossolano, evocano un reale innamoramento per la materia, ma non sono altro che la testimonianza della mancanza di un’unica autentica vocazione che possa caratterizzare il loro essere, tanto che non riescono a rinunciare a nessuna di esse, perché nessuna le descriverebbe completamente.

Ai suoi occhi tutto ciò appariva come indice di un grande genio, fermento di una mente piena di risorse, che non riesce a contenersi perché troppi sono gli interessi ispirati dalle numerose capacità, difficile conciliarli, difficile rinunciarvi.

Adesso, passati alcuni anni, dopo aver conosciuti numerose personalità di questo tipo, ha il sentore di aver preso un abbaglio.

Ha la sensazione di essersi fatta coinvolgere da persone effettivamente prive di un particolare genio, un peculiare talento, ma semplicemente: ordinarie, che tentano invano di riempire un vuoto con tante attività, così tante da non riuscire a fare tutte in modo approfondito perché in realtà non ce ne è nessuna che amano così a fondo da dedicargli totalmente il loro tempo.

Ha il sentore che non esista nessuna passione che li descriva in modo compiuto, perché non hanno nulla di compiuto in loro. Le sembra che inseguano, invano, diversi modi di essere per cercare qualcuno che si adatti a loro stessi, che calzi come un guanto e riesca ad aderire perfettamente alla loro figura, un abito che riesca a vestirli ed agghindarli con classe, nella speranza di trasformare e coprire, finalmente, la loro disadorna, semplice e spoglia personalità.

Nessun fuoco veramente ardente che gli accenda l’anima, tanti cerini veloci da bruciare, che lasciano solo cenere alle loro spalle.

Così le appare ora, forse è realmente così, forse non si sbaglia, o forse sì…

Ma lei ora, non vuole più essere arrendevole, non ha più voglia, né bisogno, di essere accomodante.

Lei ora pensa che anche il suo tempo ha un valore, anche le sue passioni sono preziose, anche i suoi ritmi creano una melodia accordata, che ha lo stesso diritto di essere ascoltata.

Lei di bisogni ne ha, ma non ha più voglia di annullare i suoi ritmi per soddisfarli, ha voglia di creare una sinfonia composta dall’armonia di due diverse andature, senza sopprimere né l’una, né l’altra.

Take it easy #1 – The doghandler

Mi capita di imbattermi in comportamenti insoliti, o forse soliti, dipende dai punti di vista, ma ho deciso di prenderli con filosofia, alla leggera.

Non tanto perché io sia una stoica…è perché non saprei come prenderli, mi disarmano!

Dopo circa 20 giorni di assoluto silenzio, una mattina arriva un sms: “Ti piacerebbe venire qualche giorno in montagna?”

Così, di punto in bianco, diretto, senza convenevoli.

Mi sembra, anche, che manchino delle informazioni importanti: quando, dove, quanto intende con “qualche”…

Ah! Ma certo! Deve essere una sorta di sondaggio, del tipo: quali sono i tuoi desideri per il nuovo anno?

Quindi riconsidero la domanda come fine a se stessa ed effettivamente in questo modo assume un suo senso,   “Sì, certo che mi piacerebbe!”.

Non ci voglio credere, perché raramente lo ha fatto, mi telefona, si vede che il sondaggio prevede la compilazione di un format…

Nessun sondaggio, la situazione è la seguente:
un suo amico è in montagna, ha trovato un hotel in cui accettano i cani, ha dipinto una situazione fantastica, tanta neve e molto sole. Cosicché anche lui vuole partire, portando il suo cane, partenza il 31 , ritorno il 3. Conoscendo la mia passione per la montagna mi ha proposto di andare.

Effettivamente un bel programma inaspettato, cui aderisco con entusiasmo, perché concilia la mia voglia di vacanza, di neve, di spensieratezza e l’impossibilità di affidare a qualcuno il cane ormai troppo anziano.

Iniziamo a snocciolare i dettagli per programmare una partenza intelligente, tra cani, valigie, sci, snowboard e ferie da chiedere, il tutto dovrà però essere riconsiderato perché ancora dobbiamo avere conferma del posto in albergo.

Mi farà avere ulteriori notizie non appena ne avrà dal suo amico in loco.

Era il 29.12.2009.

Ad oggi non ho ancora avuto sue notizie.

Non ha telefonato, non ha mandato sms, non ha neanche risposto ai miei.

No, non gli è successo nulla, gode di ottima salute, mi sono informata.

Take it easy.

Il vaso di vetro

Va bene fermiamoci…

STOP!

Ora cosa vedo?

Due persone che sono innamorate che tentano di far capire le loro ragioni e più cercano di spiegarsi e più non si capiscono… …fraintendimenti… …parole lette con un senso diverso rispetto a quello originale.. …un continuo botta e risposta…io non capisco te..tu non capisci me… …rileggiamo le email che ci mandiamo e immaginiamo che l’altro / a l’abbia scritta con espressioni del viso che non sono quelle reali.

Soluzione: Fermarsi. Separarsi. Riflettere. Ritrovarsi dopo. Ora soli. Ognuno per conto proprio.

Quando è dopo?

Quando ci si rincontra in questi casi? Chi o cosa decide che è il momento? E se uno dei due decide che è il momento e quel momento non coincide con il momento dell’altro dei due..?

Sono ancora ferma….continuo a guardare… Ok, ora ho la mente fredda, rileggo… Le mie email… Le tue email… Se leggendo ho un’intonazione…posso vedere il mio viso pieno di rabbia.… Se rileggendo cambio intonazione…posso vedere il mio viso pieno di lacrime… … Anche il tuo viso cambia espressione a seconda di come leggo le tue email.

Come è relativo tutto questo…

Sei in un periodo per te molto importante, combattere per la realizzazione dei propri sogni è la realizzazione della vita stessa… I sentimenti saranno contrastanti: felicità, rabbia, determinazione, anche dubbi e paure…un’alternanza di emozioni che ti fanno sentire il bisogno di stabilità, tranquillità, fiducia….non certo di scocciature…

Hai mai visto come si fanno i vasi di vetro? Ci si soffia dentro, all’inizio il vetro, quando è ancora caldo, è un materiale plasmabile ancora morbido, senza una forma precisa… Poi si infila una sorta di cannuccia al suo interno e si inizia a soffiare…. la procedura è delicata, perché non abbiamo a disposizione tutto il tempo che vogliamo, ma un ben preciso intervallo necessario a far prendere al vetro la forma desiderata prima che si freddi, si solidifichi e non possa essere più modificato….è un’azione delicata, se siamo troppo lenti, e impieghiamo molto tempo per soffiare oltrepassando l’intervallo di tempo necessario, il vetro si raffredda e non sarà più possibile plasmarlo… ugualmente non dobbiamo avere fretta: se soffiamo troppo velocemente può succedere che il vetro si rompa… Parimenti importante la quantità di aria che si soffia all’interno del vetro… E’ quindi una questione di equilibrio di quantità di aria e di intervallo di tempo e di abilità nel forgiare la materia. Se l’equilibrio è raggiunto allora il vaso di vetro è formato… Ma non è finita lì… Il vetro è fragile, bisogna averne cura, se non lo si cura per un po’ di tempo si può impolverare e anche per renderlo lucente come prima si deve spolverare con cautela… Una piccola distrazione, una mossa sbagliata e il vetro si rompe.. …E non si può incollare.

La nascita delle relazioni tra le persone, secondo me, sono comparabili alla formazione di un vaso di vetro. All’inizio non hanno una forma precisa, possiamo decidere su che livello impostarle: amicizia, amore, lavoro… Abbiamo però un tempo prestabilito per determinare il livello del rapporto, soffiare e dare la forma voluta…

Se siamo pigri, svogliati, non ci impegniamo per la loro definizione è come se fossimo lenti nel soffiare il vetro, poca aria e in poco tempo, la relazione si raffredda e rimane a metà, ad un livello non ben definito, non approfondito, perdiamo la voglia e lo stimolo e la relazione rimane superficiale, senza forma…una semplice conoscenza.

Oppure può succedere di avere fretta, soffiamo troppa aria, in poco tempo, pretendiamo troppo, non rispettiamo i tempi naturali della nascita e formazione degli oggetti, il tempo di maturazione di una relazione e i tempi dell’altra persona, che saranno sicuramente diversi dai nostri, vogliamo subito avere qualcosa di concreto in mano senza creare delle solide basi.

Il vetro non sopporta tutta questa pressione e si rompe, la relazione si interrompe, il rapporto si logora, e se rincolliamo i pezzi, anche se combaciano, guardando bene appariranno sempre evidenti le incrinature. Se invece riusciamo a dargli la forma voluta (con impegno, costanza, voglia e anche un po’ di fortuna e con la complicità del destino…) allora abbiamo ciò che vogliamo.

Ma non si può mettere su un comodino e lasciare lì, si deve avere cura di lui, si deve avere cura dell’amore, altrimenti questo ti lascia… E se ci sono delle incomprensioni si possono “spolverare”, si analizzano si comprendono, si parla, si cerca di capire… …tutto deve essere fatto molto delicatamente, una parola di troppo, una non detta o detta troppo tardi… e…

CRASH !!

Si può rompere…

E io no so se hai mai provato a rincollare un vetro rotto…. Non viene mai bene come l’originale.

FERMI…

Cosa vedo?

Ora siamo davanti ad un “tunnel”. Siamo fermi. Possiamo anche rimanerci per un po’…il tempo che ci serve per riprendere fiato… Ma se non ripartiamo insieme, se non percorriamo insieme questo “tunnel” non sapremo mai come sarà stata l’esperienza dell’altro nel percorrerlo, ce lo potremmo raccontare si, ma non sarà la stessa cosa, non avremo condiviso le sensazioni, le emozioni, non ci saremo guardati negli occhi… Può darsi che se usciamo da quel tunnel insieme, avremo la consapevolezza con la quale poter decidere se proseguire il percorso insieme o se la fine del tunnel significa la fine della strada. Può darsi che se lo percorriamo separati perderemo le tracce l’uno dell’altra.

SONO ANCORA FERMA…

Vedo una donna che nel suo esprimere il bisogno di conferme, nelle sue richieste di attenzione risulta opprimente, paurosa, egoista e poco interessante alle esigenze altrui… …le emozioni che rimandiamo agli altri non sono sempre quelle che noi vorremmo esprimere. Vedo un uomo che riesce a capire più di quanto lei pensi, che in questo momento ha bisogno di una donna vicino che gli dia “sostegno” e non angoscia. Non credere che io non possa essere quella donna. Non entrare da solo in quel “tunnel”. Non permettere che perdiamo le tracce l’uno dell’altra.

 STOP INDIETRO

Flash Back.

Ricordo: sguardi rubati nei corridoi…paura…paura che qualcuno se ne accorga…che incroci i nostri sguardi complici e scopra tutto…sorrisi rubati sopra il rumore delle persone a mensa…com’è più sottile il piacere quando pensi che è solo tuo e sai che gli altri non sanno nulla di noi… …”sono in ritardo per il caffè?!”… …l’emozione che può suscitare una semplice busta da lettera sul desktop del computer… …ho accettato di prendere quel caffè…. mille pensieri mi affollano la mente come palline lanciate nel flipper toccano i lati e ritornano nel centro si scontrano, si accavallano, si annullano l’un l’altro, e alla fine quasi il vuoto, rimane solo l’ultima idea quella che non avrei voluto o (dovuto?) scegliere, quella che la ragione non avrebbe scelto, quella che mi aprirà porte che non avrei voluto aprire, quella che mi farà entrare in un turbinio di emozioni che in quel momento non cercavo… …se fossi riuscita a fermarmi a quella macchinetta.

FERMA DI NUOVO

Guardo.

Ti vedo.

Vedo il tuo sguardo complice, l’occhiolino, mentre passo, il mio cuore batte così forte…sento il calore salire su dalla bocca dello stomaco, divento rossa…questo non si può nascondere, guardo in basso, non posso continuare ad incrociare il tuo sguardo… …c’è posta per me… …non riesco a fermarmi alla macchinetta..il computer diventa nostro favoreggiatore è lui il custode dei nostri messaggi… …non voglio far capire…non voglio far sapere… il mistero, l’intrigo…alimenta il fuoco della nostra passione… quand’è che ho lasciato troppo la corda…? Perché non riesco a tornare indietro? Come sono arrivata a questo punto…? Non mi ero sempre detta che sul lavoro non si inizia mai una relazione?… ..non uniamo i nostri due mondi…non sentiamoci al di fuori di qui… lasciamo che questa sia solo l’occasione per allietare la nostra giornata di lavoro..l’attesa di un’email, di uno sguardo, di un sorriso nascosto agli occhi degli altri.

FERMA ANCORA.

Guardo.

Mi vedo.

Mi lascio andare, lascio che le ali del vento mi facciano salire sulle loro piume e mi portino con loro senza una meta precisa, l’unico obiettivo è farsi cullare dal turbinio dell’aria, occhi chiusi e capelli accarezzati dalla brina fresca del mattino e dal sole caldo del pomeriggio… i nostri mondi si uniscono..il mondo del lavoro, il mondo privato, il mondo familiare, diventa un unico mondo. il NOSTRO… alcune volte apro gli occhi, sento qualcosa… … …questo per te è uno sfizio…

…io le conosco le persone come te… …pronte a tutto pur di accettare una sfida…il gusto della sfida è nella preparazione e più la metà si allontana più il premio sembra alto e il desiderio aumenta… …aumenta…

…le persone come te non accettano un no come risposta…

…le persone come te devono avere tutto ciò che desiderano…non sono mai state abituate alla rinuncia…

…le persone come te hanno un particolare modo di vedere la metà, è come vedere una fotografia panoramica, la meta diventa il soggetto della foto, è nel centro, è perfettamente a fuoco, brilla di luce propria, è come se fosse in rilievo rispetto al resto del paesaggio…. mano a mano che ci si allontana dal soggetto il panorama si sfoca…diventa sempre meno nitido…fino a non essere più riconoscibile. …l’unica cosa perfettamente riconoscibile è LA META… …come appare BELLA la meta… …come appare BELLO raggiungerla… …prova ad avvicinarti però….

…ecco…VEDI?…

…la focale cambia…. …il panorama intorno inizia ad essere più visibile…non è più così sfocato…

… oh GUARDA.. riconosco dei visi… e la meta?

Guarda! Guarda bene!

Sembra che brilli di meno rispetto a prima….brilla meno di luce propria….inizia a confondersi con il resto del panorama…

SEI SEMPRE PIU’ VICINO….

FERMO!

STOP!

RAGGIUNTA!

Te ne sei accorto vero? Non ti appare più come prima…vero?…non è più in rilievo…vero?

.. Le persone come te hanno solo lo scopo di raggiungere l’obiettivo, l’adrenalina scorre a fiumi solo nel periodo che intercorre tra l’individuazione della preda e la sua cattura…la sua cattura..la certezza che sia bloccata, che non si possa più muovere, è l’inizio del senso di sazietà…

Sono passati mesi… E mentre il tempo passa aumenta il mio appetito…

 E mentre il tempo passa aumenta il tuo senso di sazietà…

Le persone come te non sono poi così coraggiose come si dipingono…

Le persone come te si riempiono la bocca con i loro discorsi sulle persone che sono…

Le persone come te si riconoscono anche dal linguaggio del loro corpo…sono come gonfie…gonfie di tutte le loro parole, di cui si riempiono la bocca e il corpo, e giù parole, e giù parole e tutte queste parole non sanno da dove uscire e così rimangono imprigionate lì vengono aspirate dalla bocca che non fa altro che chiacchierare e si ritrovano tra la trachea e i polmoni…

Le persone come te hanno sempre un torace molto robusto… …camminano come se dovessero trattenere il respiro…

Le persone come te sono così piene di loro stesse che dentro di loro no c’è posto per nessun altro…

Le persone come te hanno presto un gran senso di sazietà perché si sono già saziate con il loro Ego… E mentre il tempo passa il tuo Ego inizia a scalpitare.

Ora lo spazio diventa troppo stretto per tutti e due. Chi è mai lei…? Mica rimarrà con noi per sempre…?

E mentre il tempo passa io ho paura di accorgermi che questo tempo non ha in serbo per noi le stesse sorprese…

AVANTI VELOCE

FERMA

STOP

È il momento attuale.. …ecco rileggo le email inviate… …mollami..non mi scrivere più..le conosco le persone come te…io ho provato a tirarmi indietro… tu hai provato ad avvertirmi… …lo leggo nero su bianco…a modo tuo mi avevi avvertito…tra le righe lo avevo confessato… io ti dico di mollarmi… tu mi dici che forse ti ho convinto… mi molli… ma solo dopo avermi baciato ed essermi entrato dentro… nell’anima… nella testa… forse anche…NEL CUORE…

…forse non ho calcolato bene l’altezza del fondale…la mia ancora no ha fatto presa, forse ho scientemente gettato poca fune e mi sono resa conto che l’ancora non aveva preso… ho fatto andare la mia barca alla deriva, ho lasciato che cavalcasse le onde del destino, ho preferito vivere di rimorsi e non di rimpianti… Ho lasciato che tu mi entrassi nella testa, nell’anima, e alla fine anche nel cuore…

Pensavo che anch’io sarei entrata nella tua testa, nella tua anima, e alla fine anche nel tuo cuore… invece sono stata l’unica che ha mollato gli ormeggi e si è lasciata trasportare dalla corrente e dalle onde, dolci onde, prima piccole onde sulla spiaggia…a mano a mano la marea si è alzata…onde sempre più alte…sempre più difficili da domare… Mi accorgo che la mia barca è l’unica ad andare a largo, la tua è bene ancorata…

Le persone come te non mollano mai gli ormeggi sono sempre bene attente che tutto funzioni, sguardo vigile, sempre allerta, non lasciarsi mai andare… Le persone come te la situazione la devono avere sempre sotto controllo…

FERMA

STOP

Non ti vedo quasi più… Non ti sento quasi più…

NO

FERMA ANCORA

Ti vedo. Per caso. Sfrecci con la macchina.

FERMO

FERMATI SONO QUI..

Non mi vedi… Provo a telefonarti… Non rispondi… Scrivo un messaggio… Scateno ciò che non avrei mai voluto… …le persone come te dimostrano di non essere coraggiose come si dipingono, proprio in questi momenti… …le persone come te pur di non affrontare un faccia a faccia si rifugiano dietro un computer… …le persone come te dimostrano ancora di non avere quel coraggio che dicono di avere perché anche nascosti dietro allo schermo di un computer hanno paura di dire la verità nella sua interezza…

… So cosa è successo: ti sei avvicinato troppo, l’immagine intorno a me non è più sfocata è tutto perfettamente a fuoco e io non sono più in bassorilievo…sono diventata parte di un insieme…tutto uguale…

La meta è cambiata…

L’inquadratura è cambiata…c’è un altro soggetto da mettere a fuoco: SEI TU !!

Una tua email… Per favore ho bisogno di fermarmi…ti chiedo di fermarci…

FERMI STOP!

FERMO IMMAGINE !

…MA SEI TU L’UNICO FERMO!!

La mia barca io l’ho lasciata andare molto tempo fa…tu sei rimasto indietro…tu non mi hai raggiunto…

 TU SEI FERMO !!

Io non mi fermo, non ora… Io ho visto cosa c’è al di là della riva… Io ho avuto il coraggio di mollare gli ormeggi… Io so cosa si può provare… Tu non sai cosa vuol dire non avere la situazione sotto controllo… Le persone come te sono prese dal panico se i loro sentimenti riescono a prevalere sulla ragione.

FERMA ANCORA

 Ti vedi… Ti senti… Ti senti davanti ad un tunnel… E sì le persone come te quando sentono che stanno mollando gli ormeggi sono presi da una strana sensazione: paralisi degli arti. cos’è? !

PAURA!

Si chiama così.. Ed è per questo che ora l’unica cosa che vedi davanti a te è un tunnel… La paura fa vedere tutto nero. Vuoi prendere il tunnel da solo.

Vuoi rimanere solo.

STOP

FERMA ANCORA

Penso che in fondo l’orgoglio possa essere messo da parte, voglio recuperare. Ti scrivo. Non credere che io non possa essere quella donna. Non entrare da solo in quel “tunnel”… Non permettere che perdiamo le tracce l’uno dell’altra… Per favore così ci facciamo solo del male…

E’ solo questa la tua risposta? NO.

Le persone come te cadono sempre in piedi, non si fanno male.

Le persone come me cadono e possono farsi male, perché si lanciano e osano.

Le persone come te non hanno il coraggio di osare, di lanciarsi, la paura non fa provare loro sentimenti, la paura paralizza, congela, non riesce a farti vedere la strada davanti a te. Preferisci non lanciarti per non rischiare di farti male. Hai voluto credere che io non potessi essere quella donna. Hai preso quel tunnel da solo. Hai permesso che perdessimo le tracce l’uno dell’altra.

STOP BASTA ORA NON MI FERMO PIU’ !

AZIONE !!

Mi rialzo. Mi accorgo che il vento ha cessato di soffiare, le sue ali si sono abbassate, sono planata giù e poi giù, fini ad arrivare a terra…

CRASH

Il vetro si è rotto… …rincollarlo… …non sarebbe mai uguale a prima… Mi pulisco dalla polvere…l’impatto sul suolo non è stato delicato… …va bene… mi rialzo.

Tutto bene?

Ora no.

Ma so che tra poco andrà meglio.

Le cicatrici serviranno a ricordare.

Il post sbornia

Mafalda

…Solo nei film il giorno dopo la sbornia le donne sono fresche come delle rose.

Io ho la testa che mi pulza, gli occhi più gonfi di quelli della rana Kermit, i capelli arruffati che in confronto Mafalda è appena uscita dal parrucchiere, il freddo mi è entrato nelle ossa e non riesco a farlo passare.
I l caffè non produce nessun effetto ed io ho i sensi di colpa.

Ma perché….

Ufff che noia che sono, mi ripeto, mi ripeto in errori.

Lui mi ha chiamato due volte questa mattina, ma io non avevo il telefono con me, quando sono riuscita ad alzarmi dal letto, mi sono resa conto di non avere il cellulare.
Scendo per carcarlo in macchina e il telecomando del box auto non funziona.

Certo l’ho fatto cascare così tante volte che la pila non fa più contatto. Ieri sera ho perso anche la parte posteriore del telecomando, così che non si chiude più, lo devo ricomporre ogni volta che lo voglio usare.
Quando sono riuscita ad aprire la saracinesca ho lasciato la macchina fuori…meglio.
Il cellulare era sul sedile del passeggero.
Due telefonate.
Ho richiamato, prima ho fatto dei vocalizi per cercare di dare alla mia voce un tono suadente, al posto del rauco oltretomba provocato dalle sigarette e dal fatto che ancora non ho parlato con nessuno.

Non ha risposto.

Bene.

Avrà visto che sono viva e vegeta, perché ho telefonato, si è tranquillizzato e ha confermato che non ha intenzione di vedermi ancora.

Ciao.

ora cercherò di riprendermi, nel pomeriggio devo partire, vorrei recuperare le facoltà motorie e verbali prima di intraprendere il viaggio.

(17.10.2009)

La sbornia

"28 giorni" - Sandra Bullock

E’ questo lo stato in cui mi riduco alle volte quando esco con un uomo che inizia a interessarmi e, solitamente, mi riduco così nella serata in cui ho deciso, appurato e ponderato che lui mi piace.

Fantastico.

Io ubriaca e lui che mi sorregge.

Sarei curiosissima di sapere che cosa passa per la sua testa, quando inizio a perdere le erre, le esse, le ti ed ho solo vocali e qualche sparuta consonante che non so dove infilare per formulare una parola di senso compiuto, parole sì, perché le frasi riescono ancor peggio.

Solitamente poi cado.
Sì è una mia specialità.

Già cado quando sono perfettametne sobria e lucida…ci si può solo immaginare quale sia il mio equilibrio quando, a digiuno, ingurgito litri di alcol.
Sì digiuna, perché la maggior parte delle vote queste uscite non sono a cena e, se sono a cena, io spilluzzico.
Certo altrimenti l’alcol non fa l’effetto voluto, ossia non mi riduce ai minimi termini.

Così mi ritrovo a tornare a casa in una serata con l’uomo che mi piace con quantità indefinite di alcol in corpo, quantità di parole che non volevo dire, ma che ho detto, quantità di cose che non volevo fare, ma che ho fatto, e la certeza e il desiderio di non volerlo rivedere mai più nella vita.

Sarà proprio per questo motivo che lo faccio?
Perchè poi in realtà non voglio più vederli, perché quando realizzo che mi piacciono ho una fottutissima paura e tento di cacciarli dalla mia vita, fornendo a loro tutti gli elementi necessari per avere una buona ragione per non volermi più vedere.

Anche stasera il mister hide che è in me è uscito proferendo le parole fatidiche “non voglio più vederti”, ma in realtà voglio che siano i miei interlocutori ad avere delle buone ragioni per non volermi più vedere….e gliele fornisco su un piatto di argento, incastonato d’oro e platino, lucidato a nuovo:
mi ubriaco.

Farnetico.

Faccio figure ignobili.

Lascio vedere il peggio di me.

Mi dipingo come se fossi così orrible, sempre.

Dopo giorni di perfetta fatina ecco che arriva la strega per avvelenare la mela e darla in pasto a biancaneve perché non sia più la più bella del reame.

Poi torno a casa la lucidità arriva e mi rendo conto della emerita stupidaggine che ho fatto.

Troppo tardi..

Solitamente poi non è così, il principe ritorna per cercare di salvare la bella ubriaca.
E allora torna la calma.

Ma poi arriva nuovamente la strega che rovina tutto.

Ed io, strega e principessa insieme, entrambe intrappolare in un corpo e in una mente che nn sa chi far apparire ora e chi poi, creo casini, labirinti, giochi di specchi…

Rovino tutto fino a far scomparire chi in quello specchio non aveva visto nulla di cattivo, solo un’anima smarrita, intelligente e perspicace, ma così incapace di creare un rapporto duraturo, tanto da distruggerlo a poco a poco, avvelendandolo piano piano, per far sì che il tutto scemi senza preavviso.

(17.10.2009)

Il fato

"Il Liberatore" - René Magritte

“Il fato ci domina completamente con due eccezioni: il fato non ha potere sul nostro libero arbitrio e non può mentire.” – dal libro SHANTARAM di David Gregory Roberts

Quante volte mi sono chiesta perché il mio libero arbitrio mi trascina periodicamente a vivere situazioni già vissute, a provare emozioni già sperimentate, a fare scelte già compiute in passato, a fare domande di cui conosco già la risposta, a compiere azioni di cui già conosco la reazione.

Riesco a riconoscere la scadenza di un ciclo sin dai primi istanti, un nuovo, ma uguale, inizio si sta avvicinando.

L’inizio del termine dell’intervallo temporale, generalmente è caratterizzato dal susseguirsi di momenti che si avvicendano in un silenzio ovattato, in una successione così lenta e leggera, tanto da darmi la sensazione che una giornata non sia più composta da 24 ore, ma 24 più un numero “n” che tende all’infinito.

Nonostante il silenzio ronzante riesco a sentire il rumore che emettono i momenti in successione, il suone che presagisce l’inizio del nuovo ciclo. Come un sasso lanciato su uno specchio d’acqua forma cerchi concentrici che si propagano lentamente, così il suono che si crea si propaga e il mio campanello di allarme mi costringe a stare vigile.

Fino a che una mattina mi sveglio e tutto è finito, il giorno è nuovamente composto da 24 ore e il silenzio non è più tutt’intorno a me.

So perfettamente che mi abbandonerò in un’ennesima storia d’amore ad amaro, patetico e doloroso fine.

(30.08.2009)

Scrivere

 

…Scrivo…

…Scrivo perché per le persone come me, poco abituate a parlare, tranne che con loro stesse, esprimersi verbalmente è più difficile.

Di solito usano altri mezzi, letteratura, poesia, pittura, scultura…tutte quelle forme d’arte che ti permettono di tirare fuori quello che hai dentro, quando quello che hai dentro non riesce a trasformarsi in parole..

Ho un gran desiderio: chiedervi scusa per come mi sono comportata, per come mi sto comportando e per come mi comporterò sicuramente, in futuro.

Quando sostengo che non voglio parlare lo dico perché non voglio che il malessere che mi porto dentro si riversi su di Voi, perché non ne siete la causa, mi preme che questo sia chiaro, l’unica causa del mio malessere è la persona che io vedo tutte le mattine davanti allo specchio, è lei la persona che ha creato tutto quello che sto vivendo ora, ed è questo il lato “comico”, come la barzelletta che papà raccontava quando ero piccola: “Burro e alici e chi lo ha chiesto? Glielo ho detto io!”

E come ogni lato comico ha lo sviluppo tragico…

Chi è causa del suo mal pianga se stesso, ed è quello che mi sta capitando: piango me stessa, anche se so che non è certo la soluzione migliore…Una delle tante cose che ho imparato da tutti voi è che bisogna avere il coraggio di ricominciare da capo in qualsiasi momento…si…in qualsiasi momento…e quando vedo quella ragazza davanti allo specchio glielo ripeto sempre…me lo ripeto sempre…ma non ci riesco…e + non ci riesco e + me lo ripeto…e + me lo ripeto e + mi accorgo di non riuscirci…e + penso che no ce la farò mai..

Lo so che pensate: Non è certo l’atteggiamento giusto.

Lo so bene, ma mi sento come se mi fosse crollato tutto addosso.

Tutto cosa?

Tutti i castelli in aria che avevo costruito in tanti anni di sogni e di speranze, tutti i progetti che avevo fatto su di me, non sono più riuscita a sorreggerli e sono venuti giù, schiantandosi al suolo e riducendosi in macerie…e io sono lì che fisso ciò che ne è rimasto e non ho la forza di raccoglierne i pezzi e di ricostruirli.

Quando dico a mamma che sono morta dentro e che non voglio più sognare è perché i castelli erano dentro di me ed ora al loro posto ci sono solo calcinacci e polvere…e non mi ricordo più come si fa a ricostruirli..ho paura di non ricordare più come si fa a sognare…i miei sogni sono diventati quella polvere e sono trascinati via dal vento o forse sono proprio io che ci sto soffiando sopra…

Prima il mio mondo dei desideri era racchiuso in quei castelli quindi protetto da mura spesse e sicure ed era per quello che ne ero convinta, la “Regina” all’interno era convinta che non sarebbero mai crollati, e che prima o poi avrebbero smesso di essere castelli in aria e si sarebbero avverati ancorandosi con forti fondamenta al terreno…ora il mio mondo dei desideri non è più circondato da quelle mura, ora è in balia delle intemperie, è protetto solamente da una sottile plastica…la cui fragilità è enorme…bisogna fare molta attenzione, muoversi con cautela altrimenti si rompe…la “regina” non si deve accorgere che non ci sono più le mura della fortezza, ma solo una sottile plastica…per questo motivo

se vi capita di passare lì vicino…fate piano, piano, parlate a bassa voce, cercate di non farvi vedere, più tardi se ne accorge e meglio è…

Forse però se ne è già accorta e cerca di fare finta di niente, vi vede benissimo che state passando lì vicino, riesce a sentire tutti i vostri discorsi, ma non vuole far sapere che lei sa…è un circolo vizioso…tutti sanno ma no vogliono far sapere…ma come se ne è accorta..?

Forse un giorno per caso ha sentito dei rumori, ha sentito delle voci, sarà bastato lo scricchiolio di un rametto calpestato…e si è alzata e ha guardato e intorno a se non ha visto i suoi castelli, i suoi sogni, le sue speranze e i suoi progetti, ma solo plastica, volgare plastica, di quella neanche troppo trasparente, plastica scadente…e quando prova a muoversi non ci riesce e il suo respiro si fa più affannoso e la plastica le si appiccica sul viso e non riesce a prendere aria e più cerca di prendere aria più la plastica le si attacca alla bocca e le impedisce di respirare e più le si attacca alla bocca più cerca di riprendere fiato e più cerca di riprendere fiato più la plastica……..

fino a che crolla a terra ed ecco che la plastica torna al suo posto…ed ecco che anche lei torna al suo posto, cercando di non guardare, cercando di non sentire, cercando di non capire come è ormai ridotto il suo mondo……

Fino a che qualcuno (o magari lei stessa) non si dimenticherà che passando di là è necessario fare il maggior silenzio possibile…

 E’ questo che intendo quando sostengo che non mi dovete parlare…

Parlatemi di altro…Non riesco a parlare di questo, ne avete avuto riprova svariate volte…

E’ una questione tutta mia, io mi sono creata questa situazione io la devo risolvere, perché non sono riuscita ancora a dare qualcosa in cambio. Non perché penso che voi vi aspettiate qualcosa in cambio, ma nella vita ad un certo punto bisogna smettere di prendere e si deve iniziare a dare, e io non riesco a dare nulla alle persone a me più care.

Non è più tempo che io prenda, ho preso fin troppo…

E’ ora che io inizi a dare qualcosa in cambio, ma non riesco a farlo, perché non riesco più a dare qualcosa neanche a me stessa, perché so di avere sbagliato, ho sbagliato decisione, e non posso più tornare indietro perché mi sentirei come una bambina viziata che non appena il giocattolo non funziona più lo butta via e ne vuole un altro, invece di cercare di aggiustarlo…

 La lotta che sto cercando di combattere è proprio questa, quella che si è scatenata dentro di me. 

Vedo tutti i pezzi del giocattolo..lì..per terra, e so benissimo che mi basterebbe poco per aggiustarlo, che ne sarei in grado, eppure rimango ferma a guardarli…forse perché in realtà so che il giocattolo anche quando è aggiustato, non è che mi piaccia molto…

Anzi non mi piace affatto…

Non è il giocattolo per me…

Ma poi mi dico: “Hey ragazzina! Lo hai scelto tu il giocattolo!!”

E mi accorgo di avere urlato troppo…

Ed è in quel momento che la plastica mi si incolla in faccia e non riesco a respirare e più prendo fiato e più si appiccica e più si appiccica e più…… 

Ogni tanto penso che la vita sia bizzarra ti può cambiare tutto in qualsiasi momento, a me è bastato così poco…invece se avessi continuato a lottare per quello che realmente desideravo, forse ora quei castelli non sarebbero più in aria, ma per terra ben saldi e io sarei stata pronta e capace di costruirne altri in aria per poi portarli a terra…e poi altri in aria.. e poi a terra…e sarebbero stati uno più bello dell’altro…