U come Uomini – Prime feste, primi balli, primi no – II Parte

Lui, il ragazzetto che mi piaceva tanto, tanto da toglierei il fiato le parole e i gesti, mi ha invitato a ballare una sola volta perché a lui piaceva una mia compagna di classe e alla mia compagna di classe piaceva un altro e a quest’altro piacevo io.
Hai capito che giri strani fa la vita ?
Hai capito quale sottile ironia la contraddistingue?
In quali burle ti coinvolge già e tu non hai neanche iniziato il liceo e ancora non sai quanti tiri storti ti lancerà la monella.

E poi, dopo la festa, ti venivano a prendere i genitori, ad alcuni ragazzi no però, perché già avevano il motorino.
Ed era il periodo del SI carta da zucchero, te lo ricordi?
Alcuni avevano il bravo o il ciaetto e ci facevano le pinne, quanto era divertente vedere fare le pinne con il ciaetto!
E poi c’era anche chi aveva il vespino 50, lo specialino bianco.
Quindi sotto casa del festeggiato c’era un mix di genitori che chiacchierando aspettavano i figli e un mix di motorini e vespette dei ragazzi che un po’ già facevano sentire la loro indipendenza.

Ed era anche il periodo che i ragazzi ti chiedevano se ti volevi mettere con loro, ti vuoi mettere con me? Già ne ho parlato, no?
E tu rispondevi che ci dovevi pensare.
Ogni tanto rispondevi così, sennò dicevi subito sì, oppure no.
Ecco, il no a me faceva sentire male.
Il no a me fa sempre sentire un po’ male, in generale.
Perché sapevi che se lui te lo aveva chiesto magari il no gli poteva fare proprio male, come a te faceva male che quello che ti piaceva lo aveva chiesto ad un’altra e magari lei aveva detto di sì e ora loro stavano insieme e insomma lo sapevi come ci si sentiva. E ti chiedevi come mai non potevi essere tu l’altra e invece eri questa con lui davanti e non l’altro e insomma io sentivo in quei casi una serie di malumori.
Il mio malumore perché sapevo che avrei detto di no, e il suo malumore che lo leggevo sul viso e quindi il suo si sommava al mio e tornavo a casa che avevo tutto questo peso addosso, il peso dell’amore che da adolescente mi bruciava dentro.
Sì insomma per me era così.

Ti dicevo all’inizio che pensando alla mia timidezza mi era venuta in mente quella volta di tanti anni fa e che lui non mi ricordo neanche come si chiama e poi però ti ho parlato di un altro che lui me lo ricordo bene come si chiama e però non mi ha mai telefonato, non mi ha mai neanche chiesto il numero di telefono…invece l’altro, l’altro un giorno mi aveva telefonato, che insomma ci eravamo visti a delle feste ma niente di più, sempre in mezzo alla gente, ed eravamo ragazzini e lui mi aveva chiesto il numero di telefono e io non sono una chiacchierona di persona figurati al telefono, che magari ci sono quei momenti di silenzio che di persona puoi colmare con gesti, un sorriso, che so, con queste cose qui. Per telefono invece quando c’erano questi silenzi era un imbarazzo totale.
Allora sì, vado avanti, ho già divagato troppo.

Lui mi telefona un pomeriggio e mi dice: ti posso passare a trovare ti devo dire una cosa.
Che io, io…no lo so.. mamma mia, mi è preso un colpo, perché a me nessuno mi era mai passato a trovare, a mia sorella sì, lei aveva tanti amici, maschi e femmine, e la passavano a trovare, ma io no, e io subito ho pensato: mica me lo vorrà chiedere.
E penso: No, per favore non me lo chiedere, che ho fatto mai per farti pensare che ti direi di sì?
A me piaceva l’altro che gli piaceva l’altra che le piaceva l’altro che gli piacevo io. Insomma mi sembravo già incasinata così.
Ma non gli dico niente e gli dico ok passa.
E tutto il tempo da quando ho attaccato il telefono a quando ha citofonato ero troppo agitata, avrei tanto voluto che lui fosse un altro che io pure fossi un’altra, avrei voluto che un po’ mi piacesse e invece non mi piaceva, ed era un peccato però perché era carino ed era anche simpatico, gentile, educato, uno nei ranghi insomma.
E allora perché non mi piace?
Ah sì, perché sono un adolescente di quelle che gli piacciono quelli fuori dagli schemi, ma quali schemi poi ci puoi avere a quell’età? Mica lo so.
Fatto sta che ‘sta cosa degli schemi me la sono portata dietro un sacco di anni.
E non è stata una cosa buona.
Ma non è tanto questo il punto, oppure purtroppo è proprio questo il punto.
Fatto sta che lui citofona e mi dice di scendere e lui era tutto carino con la sua camicetta bianca, il suo golfino blu, i suoi jeans e le scarpe da ginnastica, i suoi occhioni celesti e i capelli con quei ricci gentili un po’ scompigliati dal motorino: il suo SI carta da zucchero.
Il Si sul cavalletto e lui seduto sul sellino, un po’ imbarazzato e un po’ a cercare di trattenere l’imbarazzo.
Io una statua di timidezza che mi tremavano un po’ le ginocchia che però non era un tremolio di emozione felice era un tremolio di emozione triste.
E lui che me lo dice così e subito, che lui è venuto perché non c’è la faceva più, doveva farlo.
Dice proprio così: doveva farlo.

Perché? Forse perché lo sa già che la risposta molto probabilmente non sarà proprio quella che lui spera, ma lui ha preso il suo motorino e si è fatto tutto il tragitto e chissà cosa ha pensato durante quel tempo, chissà cosa ha sperato. Magari ha sperato di sbagliarsi, ha sperato che io poi avrei detto di sì, magari è rimasto con questo pensiero tutto il periodo del tragitto, con questa speranza che gli ha dato la forza, perché accipicchia ha avuto un gran coraggio io lo so, lo sapevo anche allora, e io questa cosa la apprezzavo e mi sentivo un po’ male. E lui lo doveva fare forse perché doveva proprio sentirlo dire da me, per toglierselo dalla testa, perché sennò poi la speranza che è l’ultima dea non gli avrebbe dato tregua e allora mi chiede:
ti vuoi mettere con me?

E c’è stato un attimo di silenzio un attimo che ad entrambi sarà sembrato un’eternità, uno di quegli attimi così lunghi che riesci a pensare molte più cose di quante ne riesci a pensare quando ti rigiri nel letto per ore che non riesci a dormire, uno di quegli attimi in cui io ho pensato che forse avrei potuto dirgli di sì, perché magari poi sarebbe andata bene, ma poi io non ero mai stata con nessuno ancora, mai nessuno me lo aveva chiesto, lui è stato il primo in assoluto nella mia vita, allora ero anche un po’ tentata, perché poi ero curiosa insomma di sapere che vuol dire stare insieme a qualcuno, però non era lui che mi piaceva, mi piaceva un altro che gli piaceva un’altra e magari nello stesso lasso di tempo lui avrà pensato che magari stavo per dir di si.

E invece no.

Ho riposto: no.
È uscito così.
No.
Non ho detto prima qualcosa. No.
Ho detto: no.
E dopo averlo detto, non ho detto altro.
È rimasto solo il No.
Solo: no.
Silenzio.
Io ero pietrificata e risentivo: no.
E mi dicevo porca miseria Emma mica puoi dire no e basta. Emma dì qualcosa. Emma! Emma!
Ma non rispondevo ero lì davanti a lui, muta.
No.
E allora lui ha ridetto, lo dovevo fare.
E io sempre niente.
Lui è risalito sul motorino, ha tolto il cavalletto e mi ha salutato.
L’ho guardato mente faceva inversione, ho fissato la sua schiena col suo golfino blu e la camicetta bianca e i suoi jeans e le scarpe da ginnastica e il suo SI carta da zucchero fino alla curva fino a che sono spariti dietro gli alberi.

Io sono rimasta lì e le mie gambe tremavano e non so quanto tempo sono rimasta ferma vicino al cancello del condominio in quella piccola via dove all’epoca non passava nessuno e non avevo voglia di tornare a casa perché non avevo voglia di raccontare a nessuno questa cosa e io capisco che non è comprensibile il perché io mi sentissi così, ma io mi sono sentita triste per entrambi.
Ma molto di più per me, perché lui ha avuto il suo coraggio da adolescente di uscire di casa con uno scopo, per cercare di raggiungere il suo obiettivo, lui si sentiva che doveva farlo e lo ha fatto.
Io no.
Io non ho avuto il coraggio di dire niente altro che no.
No.
Rimanendo ferma.
No.
No.
E quante volte sono rimasta ferma poi dopo quella volta.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a fare.
Troppe.
Quante volte non sono riuscita a dire.
Troppe.

Poi magari lui oggi neanche se lo ricorda e tutto questo peso anche al tempo l’ho sentito solo io.

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U come Uomini – Zio

È tutto il giorno che ci penso, sì certo la giornata non è finita e avrei ancora tempo ma volevo dedicartene un po’ solo a te proprio oggi che è il tuo compleanno e non ce la faccio, che ti avrei voluto dire qualcosa riguardo alle grandi cose ora che sono passati 18 anni, ma non so se ti è mai capitato di avere la mente vuota o forse troppo piena.
O forse alla fine è che non ci sono grandi cose in realtà.
Quindi ti dedico il post che scrissi nel 2010, che ci vuoi fare zio è un regalo riciclato, ma sempre farina del mio sacco, che oggi mi sembra un po’ svuotato.


Mettere in ordine quella parte di casa che un tempo era un ufficio, archiviare i documenti, archiviare la memoria.

Decidere cosa buttare si rivela essere una scelta fra quali ricordi incollati sugli oggetti vuoi gettare e quali vuoi tenere.

Sperare che portando tutto al macero la distruzione si porti via anche l’amarezza, quella parte di un passato che hai voglia di cancellare.

Sapere che anche se le cose andranno distrutte i ricordi non le seguiranno, perché sono incollati a te, non alla materia.

Cercare di tirare fuori solo i momenti piacevoli vissuti, metterli in ordine insieme alle vecchie fatture.

Trovare per caso un foglio a quadretti, strappato da uno di quei block notes che usavo spesso prima della tastiera e dove, con poche parole, buttavo giù le idee.

Riconoscere la calligrafia di una persona cara…sentire l’emozione che sale fino a bloccarsi in gola.

Iniziare a leggere e conteporaneamente permettere ai ricordi di riaffiorare come una sequenza di lampi in una notte senza luna.

Cedere alla tempesta di emozioni che si sta avvicinando e lasciare scorrere le immagini nella mente.

Riuscire a farsi travolgere dai ricordi tanto da sentire di nuovo la voce che da tempo non si udiva.

Così mi vieni in mente in tante occasioni, frammenti del passato che ritornano vividi nel presente.

Ricordo il modo in cui tagliavi il baccello delle fave, lasciavi solo un filo a congiungere due lembi, creando una bocca e la fava diventava uno strano personaggio che parlava tramite la tua voce contraffatta.

O quando disegnavi occhi e bocca su quelle buste di carta del pane e coprendoti il volto inseguivi me e sorella fingendoti il mostro del cartone.

Mi viene in mente come camminavo e parlavo piano per non svegliarti quando la tua porta era chiusa e aspettavo trepidante il momento in cui saresti uscito, perché certa che sarebbero stati momenti di grandi giochi e risate.

O quando mi potevo sedere vicino a te mentre guardavi la partita, anche se in fondo non ne capivo nulla, imparavo a memoria la formazione della squadra e la ripetevamo insieme in una sequenza veloce come i tifosi allo stadio.

Ricordo che abbandonavo le bambole in un angolo perché l’interesse nei loro confronti improvvisamente spariva non appena ti vedevo preparare in giardino il fortino, correvo fuori e tu facevi rivivere gli indiani e i cowboy.

Ti guardavo incuriosita quando preparando i panini li facevi prima abbrustolire: spiedini sul fuoco del gas, come se fossimo in un campeggio lontano dal mondo.

Ricordo i tuoi pennelli da barba, che strano ricordo da concatenare con tutti gli altri che mi balenano in mente, in un susseguirsi veloce di istantanee che la mia memoria mi ripropone come una serie di diapositive proiettate sul muro della mia mente:

il tuo sorriso, i tuoi occhi blu, i tuoi libri, i fumetti, tu seduto sul divano, il tuo borsello, la tua catenina e suoi ciondoli, il tuo anello, le tue sigarette, i tuoi occhiali, tu con nonna, le tue foto da giovane, il tuo bicchiere, le tue mani, la tua radio, tu nella macchina, tu che tieni per i piedi mia sorella per farle sputare la caramella che la stava strozzando, tu che bevi la birra e ti sporchi di proposito la punta del naso con la schiuma per farci ridere, la foto con te che spingi il passeggino con me sopra e sorella accanto, in piedi, sorridente e fiera; tu al tiro a volo; la tua macchina; il tuo portacenere; tu che mi spingi nella mia piccola macchina a rotelle; tu che ti complimenti per i miei successi scolastici…la sequenza di queste e altre mille immagini ha come sfondo la serenità e la felicità che avevi nell’affrontare tutti gli eventi, sono da sfondo, ma spiccano su tutto l’insieme.

E la colonna sonora è la tua risata contagiosa.

La proiezione sfuma sull’ultima immagine: al ristorante tutti insieme, quando hai detto che quello per te sarebbe stato un buon momento per morire, perché avevi raggiunto la serenità nei confronti del tuo passato ed eri felice nel presente. Ti sarebbe dispiaciuto solo lasciare noi.

In quel momento ho pensato fosse una strana frase, ma non ti ho mai chiesto di poterla approfondire. Non ne ho avuto il tempo.

Lassù erano d’accordo con te, perché dopo poco ti hanno ripreso con loro, così senza alcun preavviso, in una notte che pensavo sarebbe stata uguale a tutte le altre.

Dicevi a tutti: “vedrete Maria Emma, farà grandi cose.”

Sono passati 15 anni ed io non lo so se sono riuscita a fare grandi cose, ma quando incontro i miei nipoti e li vedo corrermi incontro sorridenti per abbracciarmi, penso che se quel sorriso è la testimonianza che riesco a trasmettere loro anche solo la metà della serenità e della felicità che tu mi trasmettevi, allora sì sono riuscita a fare grandi cose, perché ho avuto un grande maestro.

Grazie Zio.

In my shoes -Ricordi e quaderni

Stavo pensando di prendere un motorino o una macchinetta elettrica così, perché…te l’ho detto vero? Che ci stanno mettendo i tornelli.
Sì, neanche fossimo in catena di montaggio.
Quindi non vorrei fare tardi la mattina, ma se poi smetto di prendere la metropolitana poi tu ed io parleremmo molto meno, avremmo meno tempo a disposizione, perché la maggior parte delle volte lo facciamo quando sono in metro o mentre cammino per raggiungere le mie tappe pre e post ufficio, quindi sono combattuta.
Ci penserò.
Oggi.
Va bene insomma magari non solo oggi o non proprio oggi.

Oggi, piuttosto, mi era venuto in mente quello che è successo alcuni weekend fa, sai come sono fatta io, prima di raccontare qualcosa devo metabolizzare, ho i miei tempi, ma lo so che tu non te la prendi, ho avuto a come amica che invece se la prendeva, lei non accettava che io le raccontassi le cose in differita, lei voleva sapere tutto ciò che succedeva meglio se nel momento in cui accadeva, ma se non altro almeno entro le 6 ore successive, altrimenti non dimostravo di essere sua amica.

Ma io sono così, ho bisogno dei miei tempi e alle volte prima di raccontare qualcosa magari passano ore o giorni o mesi o anni oppure non le racconto proprio e rimangono solamente nei mie ricordi e però succede che un giorno mi accorgo che questi ricordi non raccontati sono diventati troppi nella mia mente ed è come se non ci fosse più posto come se lo spazio libero rimasto fosse insufficiente per contenerli tutti fosse diventato troppo angusto misero e tutti i ricordi fossero sacrificati lì dentro come se fossero tutti ammassati uno vicino l’altro i miei ricordi.

È come adesso nella metropolitana: parlano tutti, alcuni tra loro, alcuni al cellulare, che da quando hanno messo la linea è un disastro ci sono dei momenti in cui la confusione è tale che io non sento neanche i miei pensieri. Alle volte è così come se i miei ricordi avessero bisogno di uno sfogo, di una via di fuga come in questo momento in cui ne ho bisogno io, avrei bisogno di scendere sulla banchina e non sentire più la confusione.
E allora ne devo buttare fuori uno o due di ricordi per fare posto e farli stare più comodi, ma non è una cosa necessariamente pensata, loro, i ricordi, escono, si prendono il loro libero sfogo, si prendono lo spazio di cui hanno bisogno, approfittano della mia voce, la ingannano e io mi ritrovo a raccontarli.
Io, capisci?
Io, che al tempo non parlavo con nessuno che riempivo pagine di quaderni queli a quadretti mi piacevano i quaderni a quadretti con la copertina rigida e scrivevo, ecco perché quaderno mitico, li chiamavo così i miei quaderni: quaderni mitici, davano asilo ai miei ricordi sfrattati dalla mia mente.

E invece ad un certo punto della mia vita oltre che lasciarli all’inchiostro aggrappati a quelle pagine con i quadretti ho iniziato a lasciarli svolazzare insieme alle parole, li lasciavo volare e lasciavo che il mio interlocutore li raccogliesse e li raccontavo e magari non erano inerenti con l’argomento perché loro non mi avvertono e ne spingono fuori uno a caso il più vecchio o il più debole? O semplicemente quello più vicino all’uscita, quello che si era messo lì che pensava fosse un angolo sicuro invece era l’uscita e si ritrova fuori alla mercé del mio interlocutore.
No, non c’è criterio, ne esce fuori uno così e io mi ritrovo a raccontarlo e poi magari me ne pentirò, che avrei voluto alcuni rimanessero con me e basta e invece mi ritrovo a ricordare che alcuni ricordi li ho distribuiti a delle persone che ho incontrato nella vita glieli ho dati così in un giorno qualsiasi e poi magari queste persone può darsi che neanche le ho più riviste e pensare che loro vadano in giro per il mondo con un mio ricordo così che io gli ho donato senza volere un po’ mi fa strano.

Mi chiedo: cosa ci faranno con questi ricordi?

Li tratteranno bene, ne avranno cura ?

Oppure li lasceranno lì in mezzo ad una strada una sera di maggio magari, in centro, insieme ad una vodka di troppo, li lasceranno li sul marciapiede.
E poi verrano sciacquati via dall’acqua di quelle macchinette della società partecipata dal comune.

Oppure li dimenticheranno.

Oppure ci sarà chi li ricorda, chi li conserva con cura, li custodisce per non farli appassire.

E ci sarà anche chi li ha regalati a qualcun altro come un regalo che non è piaciuto e lo hanno riciclato.

Perché tu non hai mai riciclato un regalo?
Io sì.
Però i racconti no, le confidenze non le ho mai riciclate, le confidenze che mi hanno fatto le ho sempre tenute per me.

Sì un po’ sono cambiata con il lavoro da impiegata un po’ mi sono ritrovata in mezzo a tante parole che neanche volevo sentire e magari le ho anche riferite a mia volta, ma i ricordi degli altri mai.
Li custodisco e ne ho cura.

E alle volte mi fa paura pensare a chi ho dato i miei.

Però per esorcizzare questa paura allora ora li lascio nella rete.

Alcuni si incastreranno da qualche parte altri troveranno dei buchi e scopriranno altri mondi, altri saranno custoditi.
È questo il motivo, non riesco più a farli stare nella mia mente e basta.

Però ora ti volevo raccontare cosa è successo alcuni fine settimana fa e non l’ho fatto, ma la corsa è finita, scendo sulla banchina e mi godo la passeggiata un po’ nel mio silenzio.

Te lo racconto un’altra volta, forse ancora questo ricordo non era pronto a volare, forse doveva fare ancora un po’ di esercizio, come i falchetti che c’erano nella casa in campagna.

U come uomini – Mario – What goes up must come down

Attesa prevista 5 minuti.

Oggi che volevo fare presto che sono sgattaiolata via pochi minuti prima dall’ufficio.
Mica tanti.
6 minuti per essere precisi.
Ed ora che la metro è in ritardo perdo tutto il vantaggio.
Quando non riesco ad allontanarmi al più presto dal luogo dove lavoro, anche fosse solo il quartiere, mi innervosisco.

Attesa prevista 4 minuti.

Mi viene in mente Mario che quando eravamo ragazzini adolescenti era bello, biondo, alto, occhi marroni intensi, affettuoso, cortese, aristocratico, elegante e ricco. Molto ricco.

Mario oggi prende la metropolitana.
Mario prima di oggi non aveva mai preso la metropolitana e nessun altro mezzo di trasporto di gestione pubblica.

Che io tutto avrei pensato quando l’ho conosciuto tranne che oggi avrebbe preso la metropolitana.

E perché prende la metro?
Perché va a lavorare.
Va a lavorare? Mario?
Sì proprio lui… E prende mille euro al mese, Mario.

E quindi sono qui sotto al livello stradale, in mezzo a tanta gente che mano a mano aumenta e la banchina si riempie tanto che mi metto spalle al muro. Perché io ho quella strana paura lì, paura che qualcuno mi spinga oltre la linea gialla quando arriva il treno. Boh è una paura così.
E chissà se Mario ha la stessa paura. E chissà se il servizio è rallentato anche per lui.

Attesa finita. Treno in arrivo.

E il treno in arrivo è completamente pieno. Così pieno che la gente dentro guarda la gente fuori e la minaccia silenziosamente di non salire.
No, infatti non volevo salire, rimango sulla banchina.
Prendo il prossimo. Perché va bene che volevo fare presto, ma io non sopporto stare tutti appiccicati.
Chissà se Mario lo sopporta.

Quando ho conosciuto Mario erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dei party, del look, dei mondiali vinti, dell’ottimismo come regola, del Commodore 64, di wall street, degli young urban professional, dei capelli cotonati, delle spalline, dei colori fluo, dei vestiti taffettà con le balze.

Mario era uno di quei ragazzi appena affacciati all’adolescenza che sono abituati che a pranzo c’è l’argenteria e c’è quel signore dietro che appena il bicchiere è mezzo vuoto allora te lo riempie che tu quasi ti spaventi.
Perché non è che i miei non mi abbiano insegnato l’educazione estrema e non è che non pranzassero con le posate d’argento, e so bene che si inizia sempre dalle posate esterne e che devo tenere le mani sulla tavola e no, i gomiti no, che le sgridate che ci ho preso me le ricordo. È che io mi sento solo una ragazzina a pranzo da un amico. È che sono timida e se mi dai tutte queste regole io mi ci rinchiudo dentro e non ne esco più.
E poi c’è quella questione che il sapore dell’argento in bocca mischiato al cibo non mi piace.
Chissà se a Mario piace.

E chissà se Mario se la ricorda la festa in cui ci siamo conosciuti.
Io me la ricordo bene perché era la mia prima festa di sera.
Il mio primo vestito di taffettà colorato con le balze.
Le mie prime calze eleganti.
I miei primi tentativi di trucco.

Mario in quel contesto ci stava proprio bene, signorile, blasonato, accompagnato sempre dalla sua sfilza di cognomi.
Ha intrattenuto me e la mia amica tutta la sera con fare distinto, sensibile e delicato.

Mario ed io siamo stati amici per un paio d’anni. In città e al mare.
Mario si è preoccupato per me quando mio padre mi ha regalato il motorino.
Mario mi diceva sempre di non andare troppo veloce e di non frenare in curva e se proprio devi, non frenare con i freni davanti.
Mario non si arrabbiava quando il mio cane si attaccava alla sua gamba e la usava come sua amante.
Mario mi portava spesso alle feste dei suoi amici ugualmente blasonati, i partecipanti a dire il vero non erano necessariamente tutti corredati da pluricognomi, ma c’era una cosa che li accomunava: erano tutti sempre accompagnati da suffissi elativi nel loro essere conformati, strutturati, impostati, affettati, eleganti, educati.

Impresepiti insomma.

Che deriva da presepe, dalle statuine del presepe, come disse uno dei tanti che ho frequentato che mi piaceva tanto, ma io a lui no.
Quindi ieri che l’ho visto che entrava mentre io uscivo dalla palestra nuova dove mi sono iscritta ho abbassato lo sguardo, perché non avevo proprio voglia di vederlo e lo so che non si fa che ho criticato quelli che lo fanno, ma alle volte mi concedo di disattendere le mie regole.

Mario era il classico ragazzo che mia madre mi sponsorizzava e più lei tesseva le sue lodi, meno io pensavo a lui come possibile fidanzato.
Che poi mica ci ha mai provato o ha mai detto quello che si diceva:
"Ti vuoi mettere con me?"
"Ci devo pensare".
Che erano mesi che ci pensavi, ma a dire subito sì facevi la figura della facilona.
Mario non lo ha mai chiesto.

Poi io ho cambiato gruppo, ho lasciato la terra dei suffissi elativi per l’oceano dei prefissi elativi, il cui uso era meno frequente, limitato ad alcuni ambiti, alcuni in un linguaggio familiare, altri per la creazione di neologismi.
Il periodo iniziato col lavoro in discoteca il sabato pomeriggio.

E ci siamo persi di vista con Mario.

Fino a quando poche settimane fa aspettavo fuori da un locale e l’ho visto.

Lo sguardo si è fissato su di lui e ho visto un uomo che ha da poco superato i suoi primi anta, che adesso porta con sé, oltre a i tanti cognomi, anche una ventina di chili in più, e nel tragitto che lo ha portato a questo punto ha perso alcune cose, la sua acutezza visiva, la maggior parte dei capelli, quasi tutto il suo patrimonio e la sanità mentale.

Mario è entrato nel locale prima di me e all’interno l’ho ritrovato con la sola compagnia di un bicchiere di liquido trasparente, ad un tavolo, tre sedie vuote ed una occupata da lui. Seduto in una posizione leggermente legnosa, con lo sguardo fisso su un punto indefinito della parete vetrata dietro il bancone del bar, un sorriso in sintonia con lo sguardo che se pur fisso era di un sereno artificiale.
Sono riuscita a guardarlo solo pochi secondi così.

  • Mario!
  • Emma!
  • Sono contenta di vederti.
  • Te lo dico subito Emma ho un grande problema alla schiena quasi non mi muovo, ma sono uscito…sono sotto un sacco di medicinali.

Inizia a snocciolare una serie di nomi, morfina, bentelan, punture di qualcosa, anti dolorifici, altre pasticche che butta giù coll’aiuto di super alcolici.
Mi offre da bere, brindiamo insieme, lui è lì da solo (?) non glielo chiedo, lui lo chiede a me, io ho un compleanno, gli amici con cui sto li conosce ed infatti a rotazione passano e si salutano.
Mario mi chiede se può scendere con me per metterci da una parte a parlare, per stare un po’ insieme, così dice che si sentirebbe un po’ meno in imbarazzo.

Mario racconta subito che ha dilapidato il suo patrimonio.

Mario dice che nel dilapidarlo faceva conto su una serie di mobili antichi di elevato pregio e valore però con la crisi il loro valore è crollato di un’alta percentuale.

Mario dice di avere ancora due brillanti. Dice che se le cose poi andranno ancora peggio conterà su questi carati.

Mario ora è un impiegato, lavora per mille euro al mese, prende la metropolitana e dal suo prestigioso appartamento nel centro storico che quello ancora ce l’ha in affitto, impiega un’ora per arrivare in periferia.

Mario non è chiaro riguardo quale tipo di lavoro svolga, ma è chiaro che vuole usufruire della copertura assicurativa dell’Inail, parla di infortunio in itinere, ha intenzione di dimostrare il collegamento tra il mal di schiena e l’utilizzo della metropolitana, dimostrare l’infortunio durante il percorso da casa al luogo di lavoro.
Mario si allarga e parla anche di causa alla società di trasporti.
Ma il mal di schiena ti è venuto per la metro?
Mario dice di no, ma se può servire…

Mario dice che è tutto più difficile perché la madre ha 80 anni e si sopportano a mala pena.

Mario mi dice le solite frasi consolatorie sulla mia storia da Pubblico Impiegato.

Mario ha raccontato che i suoi amici blasonati non lo hanno mai aiutato, certo sì sono ancora amici, ma da punto di vista dell’aiuto economico nessuno si è mosso.

Mario racconta che da alcuni anni soffre di disturbo bipolare, che passa alti e bassi, che questo è un periodo di transizione e sta bene, ma poi magari tra un po’ rientra nel vortice.

Mario dice che oggi sta bene grazie ai medicinali.

Mario chiede se mi sono mai sposata, se ho avuto dei figli.

No, nessuna delle due cose.

Mario mi chiede perché. Perché non ho fatto figli. Avrei dovuto fare figli.

I figli non si devono fare. I figli ti viene voglia di farli se incontri qualcuno che…

Mario dice di sbrigarmi perché sono grande ormai, che non ho più molto tempo. Che per gli uomini è diverso.

Sarà anche vero, ma non è il caso di sbrigarmi e fare figli solo perché ho poco tempo.

Mario mi chiede allora perché non li ho fatti prima.

Che razza di domanda. Credo che sia semplicemente per il fatto che non ho trovato nessuno con cui mi sentissi di averli.

Mario insiste.

Io pure.
E tu Mario?

Mario racconta che lui ha divorziato. Che ha costretto l’ex moglie ad abortire.
Mario dice che ora se ne è pentito.
Mario racconta dei tratti somatici del suo figlio mancato, di che colore sarebbero stati gli occhi, i capelli, di come sarebbe stato bello perché l’ex moglie è bellissima.

Mario mi dice di essere stato indeciso prima di uscire per via del mal di schiena, ma ora è contento di averlo fatto perché stasera io sono la sua ancora di salvezza.

Mario dice che magari ci rincontriamo tra 10 anni, però forse è meglio così che lui non sta bene, però oggi sì, ora sì, perché abbiamo chiacchierato e l’affetto c’è sempre.

Poi Mario mi consiglia di raggiungere i miei amici, che tanto poi magari arrivano anche i suoi e mi saluta.

Io non lo so se i suoi sono arrivati perché poi il locale si è riempito e Mario l’ho perso di vista.

I miei amici hanno detto che mi sono fatta attaccare un bottone, che dovevo mollarono prima, che Mario è da tempo che è fuori di testa, che il lavoro da impiegato glielo avrà trovato qualcuno, che da pischello era uno stronzo ricco figlio di papà, e pure bello e le aveva tutte lui, che non c’è da commiserarlo, che è stato un grande idiota a dilapidare il suo patrimonio, che se si trova in questa situazione sarà il suo karma, avrà fatto qualcosa per meritare tutto questo e un lavoro a mille euro, che così finalmente si rende conto di come vive la maggior parte della gente. Che così magari la sua vita si tara sulla realtà comune.

What goes around comes around.
What goes up must come down.

Ecco io mi sento bipolare nei confronti di questa storia.

Perché quello che hanno detto i miei amici lo penso anche io, in linea generale.

Ma nei confronti di Mario quasi non mi riesce.
Forse per i ricordi che ho legati a lui.
Forse perché mi intendo di quei momenti in cui ti senti giù e non ti va di uscire, ma poi esci e la vita ti fa una sorpresa e ti lancia un’ancora di salvezza e anche se te la lascia a disposizione per poco tempo ti dà la forza per continuare, fosse anche un piccolo passo avanti.

E io l’altra sera sono stata l’ancora di salvezza di Mario, lo ha detto lui.
E se ci penso mi sento serena.
E poi mi viene in mente che forse non ci riesco nei confronti di Mario solo per puro narcisismo.
In fondo essere stata la sua ancora di salvezza potrebbe avere alimentato il mio io vanitoso.

Eppure se ripenso a quante cose avrebbe potuto fare e non le ha fatte, alla storia dei figli, alla storia dell’Inail, alle parole scontate dette sulla mia situazione lavorativa…mi sale una rabbia!

A come amore – forse un giorno sarà bello ricordare tutto questo

Pensavo come alle volte la vita possa sembrare irriverente e lesiva, ma si rivela invece sensibile e celebrativa.
Ti si presenta lì all’improvviso con la sua dose di ironia e sta a te poi deciderne il gusto, amaro o dolce.
E alle volte l’assurdità di determinate situazioni ti dona una certa euforia rivitalizzante.

Perché a me è successo, mi è successo che mi è venuto tanto da ridere di fronte al riesumarsi di una vicenda successa un quarto di secolo fa.
Mi ha fatto ridere per l’assurdità della situazione e mi ha fatto ridere perché ho scoperto che quell’episodio era stato scomposto dai miei enzimi, una parte assimilato come sostanza nutritiva e riutilizzabile per esperienze future ed una parte espulsa come rifiuto tossico.

Non pensavo che ce l’avrei fatta.

All’epoca avevo circa 15 anni, sì la maggior parte dei ricordi ora sono un po’ confusi e annebbiati, e solo alcuni episodi sono vividi.

Non ricordo come l’ho scoperto, né tantomeno quale è stato il giorno in cui l’ho saputo.
Ora mi appare come se fosse stato un giorno qualunque all’improvviso, dopo la sveglia della mattina.
C’è vento e piove, non fa altro che piovere, il caffelatte è pronto e mio padre ha una relazione con un’altra donna, va bene due cucchiaini di zucchero per me e mi sa che oggi metto anche il cappello perché fa freddo, ah sì e con chi e da quando?

Credo di ricordare che lui ne avesse parlato con mia sorella, per chiedere consiglio, o per metterla a conoscenza.
Ricordo perfettamente chi è lei e la sua fisionomia dell’epoca, mio padre è una persona cui parte un treno ogni dieci minuti e quella era la volta dei viaggi, così aveva preso una piccola quota dell’attività di lei.

La ricordo perché all’epoca io volevo fare l’attrice e lei dice che aveva uno che conoscevo un altro che stava nel giro insomma mi sono ritrovata più volte in un gruppo di comparse per film che questo tipo organizzava.
Ricordo il mio atteggiamento distaccato nei suoi confronti.
Ricordo che proprio non mi andava a genio, ma non so mica perché, perché io ancora non sapevo, sarà stato perché lei aveva una tendenza a fare la simpatica con me, la sdolcinata, l’apprensiva, troppe attenzioni non richieste.
Ricordo che quando l’ho saputo la rabbia mi è salita dal profondo e il rancore nei confronti di chi mi aveva messo in quella situazione è diventato un fuoco indomabile.
Ricordo la cena di Natale, ecco quella la ricordo.
Ricordo una telefonata e mio padre che esce di casa perché arrivano i cinesi e bisogna controllare non so quale prenotazione di quale albergo e la porta di casa che sbatte e mia madre che urla e mia zia che cerca di calmarla e la porta della cucina che si chiude alle loro spalle.
E io che però un po’ sento quello che si dicono perché i muri sono sottili e perché io sono l’unica che è rimasta fuori dalla porta e che però mia zia dice che forse è meglio che anche io sappia, e no, non devo ancora sapere, ancora no, sono ancora troppo piccola, dicono.
Ricordo poi una sera a cena e loro che litigano e mia madre che si alza urlando e urla che va ad ammazzarsi che va a buttarsi giù dal balcone. E io che non riesco a dire niente e mi chiedevo sempre che effetto mi avrebbe fatto la paura, mi avrebbe paralizzato o mi avrebbe fatto reagire?
Ecco l’ho scoperto la paura mi paralizza. Tutto. Gli arti. Il respiro. La voce. Ma l’udito no. Quello mi si amplifica e mi rimbomba.
Mi ammazzo. Mi ammazzo. Mi ammazzo. Mi butto giù dal balcone. Mi butto giù dal balcone. Mi butto giù dal balcone. Dal balcone.

Ricordo che mia madre mi ha raccontato di aver messo un santino sotto il cuscino e che pregava perché tutto si sistemasse.
Ricordo che scrivevo sul mio diario che non sapevo come facesse lei a sopportare tutto questo.
Ricordo che scrivevo che avrebbe dovuto cacciarlo di casa.
Ricordo di essermi ripromessa che quando sarei diventata grande ricca e famosa avrei portato mia madre in giro per il mondo per farle vedere tutti quei posti belli che desiderava.
Ricordo che mia madre ha iniziato ad andare in palestra, forse per sfogo o per distrazione, ricordo che è dimagrita tanto da arrivare ad una taglia 40, e che per una che da giovane era considerata una bonona formosa è tanto.
Ricordo che mi è sembrato che il tutto durasse un tempo infinito.

Ma non ricordo quando è veramente finito.

Ora mi appare come se fosse stato un giorno qualunque all’improvviso, dopo la sveglia della mattina.
C’è il sole, non fa altro che splendere il sole, il caffelatte è pronto e mio padre non ha più una relazione con un’altra donna, va bene due cucchiaini di zucchero per me e mi sa che oggi non lo metto il capello perché fa caldo, ah sì e da quando?

Ricordo che non avevo più la sensazione di essere sopra una barca alla deriva in balia della burrasca, senza comandante e scialuppe di salvataggio.

Ricordo che sono finite le urla e la tensione.

E non so se sia stata lui a lasciare lei o viceversa.

E ti dicevo come la vita possa sembrare alle volte irriverente e lesiva, ma si rivela invece sensibile e celebrativa.

Perché io mi sono ritrovata in Florida, che tu vai lì in vacanza per non pensare per prenderti quel tempo solo per te e l’ultima cosa cui pensi è che dopo quasi un quarto di secolo conosci a cena un uomo la cui sorella lavora con quella che 20 anni fa ti ha mezzo distrutto la famiglia, ha cercato di portarti via il padre, e ha fatto tanto soffrire tua madre.

E ti viene da ridere.

E infatti ridi.

Ed è un euforia surreale e imprevedibile.

Ed anche lui ride, ma non è una risata di scherno è disapprovazione nei confronti di una donna ormai 65enne che continua a vivere come quando ne aveva 40.

E scopri che tuo padre non è stato l’unico uomo alla mercé di questa signora, oltre a lui ce ne erano altri ed in contemporanea, perché lei vive così, prima ed ora.

Sorridi perché la vicenda è ora illuminata da un’ulteriore luce, sotto quel riflettore tuo padre ti appare semplicemente come un uomo, che magari l’ha saputo di non essere l’unico, che magari anche lui era in balia di una tempesta.

Sorridi perché vedi chiaramente la forza di tua madre che ha lottato per non mandare in frantumi la sua vita e quella della sua famiglia.

Sorridi perché ti riscopri a volere bene alle due persone più importanti della tua vita che durante l’adolescenza hai spesse volte disprezzato.

Ridi perché scopri che la vita è sensibile, con delicatezza ha aspettato il tempo giusto, ha aspettato che tu metabolizzassi il tutto, ha aspettato il momento in cui riproporti la faccenda proprio quando tu non hai più la vista annebbiata dalla rabbia, come quando il cielo è terso e riesci a distinguere i particolari del panorama senza confonderli.

Ridi perché scopri che la vita è celebrativa, celebra due persone che hanno sorpassato un periodo buio che li ha portati a festeggiare 43 anni di matrimonio sfidando ogni probabilità.

Revocate animos maestumque timorem mittite: forsan et haec olim meminisse iuvabit.**
Richiamate agli ordini gli animi e mettete da parte il triste timore: forse un giorno sarà bello ricordare tutto questo.

Eneide Libro I