Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVIII

C’è una cosa che non riesco a sopportare.
Sì hai perfettamente ragione: non è una sola…
Va bene, questa volta si tratta di incontrare i miei colleghi in metropolitana.
Ma non i miei colleghi stretti, cioè quelli che lavorano nella mia stessa sede, ma quelli che lavorano nella sede centrale.
E sai perché ?
Perché quelli camminano a testa alta, ti squadrano dalla testa ai piedi perché te sei della sede distaccata, loro, i centrali, si sentono i migliori, i geni, gli indispensabili, i manager internazionali, il futuro di questo paese, i risolutori dei nostri attuali problemi, gli scopritori del bosone, i progettisti della macchina che ci farà viaggiare nel tempo, gli inventori della pillola della eterna giovinezza, i realizzatori del come si chiama quello del capitano Kirk? Ah sì il teletrasporto. Gli inventori di…ok smetto.
Con le loro camicie inamidate, le loro giacche spazzolate, le loro 24 ore piene di nulla.

E io vorrei tanto dirgli che questo loro atteggiamento di superiorità è del tutto inutile, siamo tutti uguali, loro della sede centrale e noi delle sedi distaccate, siamo tutti dei semplici impiegati, senza alcun potere decisionale, operativo, senza alcuna autonomia professionale, burattini nelle mani di chi decide per noi, che tutti noi a cascata lavoriamo perché questo paese non faccia altro che sprofondare sempre più nel buco nero che hanno creato.
Spero solo che sia vera la teoria delle brane, degli universi paralleli, delle stringhe…
Sì insomma non ti so spiegare bene, non lo hai mai visto il programma wormhole?
Ecco quella teoria secondo la quale l’universo è una sorta di foglio e ci sono altri universi che sono altri fogli paralleli e i buchi neri o forse non sono quelli sono dei collegamenti spazio temporali tra gli universi.
Ecco io spero che dopo che sarò stata risucchiata nel buco nero poi in quell’universo parallelo in cui capiterò almeno riuscirò a fare l’architetto sul serio.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni X – La memoria

Oggi cambio, oggi vado all’ultimo vagone della metro.

Oggi mi sento così, mi sento da ultimo vagone della metro.

-Visto che non mi sembrate molto acuti ve lo rispiego – così il mio vicino in metro si rivolge al suo interlocutore al di là del cellulare.

Davanti un ragazzo dorme, dormirei anche io oggi, dormirei ma vorrei che il tempo si fermasse, per poter dormire in pace senza perdermi nulla.

Ecco: il tempo, riflettevo sul tempo che passa.
Provo un sana invidia nei confronti di quelle persone cui poco importa che il nostro corpo venga segnato dall’inesorabile scorrere del tempo.
Io che amo uscire la sera e che quando esco di solito non amo tornare a casa presto che una volta che sono uscita è come un vortice cui mi abbandono e che non voglio abbandonare.
Io che quando esco la sera amo bere qualcosa.
Io che odio gli effetti dell’alcol sul mio viso l’inevitabile gonfiore della ritenzione idrica prodotta.
Io che odio l’inevitabile nuovo reticolato di rughe che si forma intorno agli occhi dopo serate del genere.
Io provo questa sana invidia per chi se ne fotte beatamente di tutto ciò.
Per chi i suoi capelli bianchi li porta con fierezza.
Per chi le sue rughe non vuole farle andare via perché ci ha messo anni per farsele venire, come la Magnani.
Ma sai che ti dico, è inutile che faccio giri di parole io le donne che dicono che non si farebbero mai toccare il viso le invidio. Le invidio perché io ho una fottuta paura di invecchiare.
Ecco come sono fatta io.
Io ho paura di questo.
Io non ho paura del licenziamento.
Io non ho questo terrore che hanno alcuni miei colleghi, no.
Sono sfrontata, inopportuna e irriverente a dire così in questo periodo storico.
Sì.
Anche se l’Italia è sempre stata la patria di chi pensava che la svolta nella vita fosse il posto fisso, quindi sarei sfrontata comunque.
Ok ok pensa anche che sia un’uscita infelice.

Non lo so, ieri il mio sacco era vuoto, oggi è di nuovo pieno, ma ho la sensazione che siano opinioni vaghe, anzi opinioni certe, ma che io vorrei cercare di esternare in modo vago, o meglio in modo diplomatico perché impopolari.
Ma tanto che ci provo a fare, so bene che le opinioni usciranno convulsamente in maniera tagliente come ieri che ho nuovamente discusso con il terzo coabitante coatto della stanza d’ufficio.

E così oggi, oggi mi sento da ultimo vagone della metro, e il tempo che passa, pensare al tempo che passa e lascia i suoi segni mi infastidisce.

Ció (voce del verbo ciavere) pensato un po’ anche ad un altro fatto.

Ho scoperto perché il mio capo mi ha portato alla riunione: ho vinto l’incarico di rivedere e riscrivere la memoria.
Sì certo c’era la precedente nota, ma si deve ovviamente integrare modificare perfezionare arricchire rifinire completare e apri i fascicoli e cerca i documenti e rileggili tutti e respira la polvere che li accompagna e integra e modifica e perfeziona e arricchisci e rifinisci e completa e da una nota di 2 pagine ne fai uscire una relazione di 6 e condividi e ottieni l’approvazione e poi vedi che nell’email che il tuo capo ha mandato a tutti i partecipanti alla riunione tu sei in copia conoscenza nascosta e chiedi al tuo capo il perché e ti dice che ha fatto così altrimenti appesantiva l’email con troppi indirizzi.

È che dopo che ció pensato a questo fatto ho capito che oggi hanno vinto loro e io sono stanca e mi sento da ultimo vagone della metro.

E il tempo passa.