Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXIX

Lo avevo già detto da qualche parte che in questa vita ho tante occasioni per esercitare la pazienza.

Vorrei saper scrivere bene per poter inaugurare una nuova saga:
Lo zen e l’arte della pazienza nella vita di un impiegato pubblico.
Potrebbe avere un nutrito pubblico, seguaci curiosi di conoscere il segreto per sopravvivere alle giornate lavorative farcite di rallentante burocrazia, non tanto con il corpo sano, ma soprattutto con la mente sana.

Così, prima di entrare in ufficio, durante il passaggio attraverso il limbo che mi porta a sorpassare la mia personale porta sulla vita parallela da impiegato, io cerco di concentrarmi, cerco di rilassarmi affinché le successive otto ore siano impattanti nel minor modo possibile sulla mia sanità mentale.

Dopo gli ultimi risvolti di un altro anno senza riconoscimenti, né economici, né morali – perché anche le valutazioni lavorative sono state a mio modesto avviso penose, soprattutto se confrontate con le valutazioni dei miei più stretti colleghi – la mia pazienza, la mia calma, la mia mente sono sottoposte a dure prove quotidiane, che, ti dico con gran sincerità, non riesco a superare brillantemente e spesso soccombo ad una rabbia difficilmente incanala bile in qualcosa di costruttivo.

Ma questa mia crescente incapacità di incanalare la rabbia l’ho scoperto solo dopo.
Dopo che?
Dopo che sono andata a parlare col mio capo dei premi e delle valutazioni.

Ero infatti sicura, sicurezza data da ormai anni di esperienza e di esercitazione sulla pazienza, di poter andare a parlare con il mio capo per rappresentargli con calma, dignità e classe, la mia disapprovazione totale nei confronti della mancanza di riconoscimenti.

Avevo intenzione di rimostrare in modo elegante, di contestare in maniera raffinata, usando parole ricercate e di impatto,, sicura che ne sarebbe uscito fuori un forbito discorso, fluente, inappuntabile e brillante, che mi avrebbe aperto porte, anzi portoni, su un futuro lavorativo pregno di gratificazioni.

D’altra parte mi ero preparata da giorni il discorso.
Era lì nella mia mente , lo avevo lasciato decantare, affinché diventasse più armonioso ed elegante lo avevo provato anche in sintonia con delle espressioni facciali.

Ero pronta, ne ero sicura, la calma aveva preso il sopravvento ed io ero pronta a dominare la mia rabbia e la mia delusione.

Ed eccomi, approfittando di un momento di pausa dal lavoro del mio capo che entro nella sua stanza chiedendogli un colloquio.

Dopo un inizio brillante, calmo, dignitoso e raffinato….
È andata più o meno così:
(Io sono quello al centro ovviamente, e il mio capo è quello steso…)