Vita di PI – Pubblico Impiegato- Riflessioni XXXIII

La mia capa la riconosci subito, è quella che sorride sempre e io diffido di chi sorride sempre.

È quella che è sempre contenta di venire a lavorare e io diffido di quelli che appaiono sempre contenti di andare a lavorare.

È quella che arriva sempre per ultima in ufficio oltre l’orario previsto di ingresso salutando a voce alta scandendo i nomi di tutti mentre percorre trafelata il corridoio.

È quella che “sono appena arrivata devo prendere il caffè altrimenti non connetto” e intanto si fanno le dieci del mattino.

È quella che chiama alla sua corte i suoi adepti per tenerle compagnia durante il caffè per ciacolare di quanto è stanca perché le è successo questo e anche quello, ma pensa te.

È quella che soddisfatta del suo monologo “ma sono le 10.30 cosa fate qui andate subito a lavorare” con sottofondo di battito di mani.

È quella che “ma che carina questa borsa dove l’hai presa?” – in vacanza in Inghilterra questa estate – “E perché non l’hai comprata anche per me!?”.

La riconosci subito perché è un’ape fucaiola che si crede un’ape regina, tuttavia nella realtà è una semplice ape operaia ovificatrice la cui sopravvivenza è garantita esclusivamente in assenza di un’ape regina la quale inibirebbe lo sviluppo del suo apparato riproduttore.
Il suo apparato riproduttore infatti è in grado di deporre uova sì, ma non fecondate e ne depone un numero indeterminato, più sono meglio è.
Da queste uova nascono e si sviluppano i fuchi e l’ape fucaiola ha bisogno dei fuchi, la mia capa si circonda così di un indeterminato numero di fuchi, i mei colleghi.
E come ben sanno gli apicoltori un alveare non sopravvive in caso di presenza di api fucaiole, perché generando esclusivamente fuchi l’alveare non avrà lunga vita.

Ora io vorrei continuare con questa similitudine, ma mi sono un po’ incartata.
La verità è che mentre scrivevo ho saputo che la notizia che girava ufficiosamente è diventata ufficiale.
L’ape fucaiola se ne va, da fine gennaio non sarà più la mia capa, colei che ha reso il mio 2018 l’unico anno veramente orribile della mia vita lavorativa se ne va.

Ed io sono veramente felice.

Perché sì è vero i miei racconti sulla mia vita da impiegato sono sempre pieni di insoddisfazione lavorativa, ma mai e dico mai ho passato un anno così intriso di falsità, di cattiveria, di livore, di invidia, di gratuite meschinità come quello che mi ha fatto vivere lei e più cercavo di risolvere la situazione con le buone più lei si accaniva, più cercavo di risolver la situazione con le cattive più lei si inaspriva.

Ciao ape fucaiola.

So bene che si dice che al peggio non c’è mai fine e quindi può darsi che chi arriverà dopo di lei non sarà forse molto meglio, ma non credo di poter incontrare ancora una persona così capace di generare in me un malessere così profondo.

Ancora ciao ape fucaiola avevo pensato di dedicarti diversi post, un po’ per sfogarmi, un po’ per esorcizzarti, ma ora sapendo che non dovrò più avere rapporti lavorativi gerarchici con te ho deciso che non ti dedicherò più neanche un piccolo pensiero, figuriamoci dei post.

Annunci

Forsan et haec olim meminisse iuvabit

Eccomi ci sono di nuovo.
È come prendere fiato dopo una lunga apnea.
Ho questa immagine in mente, l’immagine di quando sei sotto l’acqua del mare e guardi su, la vista è increspata, l’udito è ovattato, i movimenti leggeri, sembra tutto lontano, sai che la vita intorno a te scorre, tutto scorre sempre, lo sai bene, ma tu sei in pausa.
Ti piace essere in pausa, ti piace non riuscire a percepire chiaramente ciò che c’è intorno a te e ti viene un sottile desiderio di poter rimanere in questo stato per un po’ di tempo, solo un altro poco, ancora un po’, perché lì sotto non sei obbligata a confrontarti con gli altri, con le situazioni, ci sei solo tu. E il confronto con te stessa lo riesci a gestire è quando ti devi confrontare con gli altri che vacilli che ti metti in discussione, e questa però è la vita cara mia.
Ma poi il fiato si accorcia, gli occhi bruciano e la necessità di tornare in superficie diventa fortissima e proprio quando sei allo stremo delle forze l’istinto di sopravvivenza fa di tutto per farti tornare su a respirare profondamente, a udire distintamente, a vedere chiaramente, e questa è la tua vita cara mia, grazie al cielo.
Perché alla fine non si può e non si deve scappare, soprattutto da se stessi.
Sai perché ho questa immagine in mente?
Perché è come se fossi stata sotto l’acqua per un po’.
E sono stata lì perché avevo bisogno di guardare senza vedere troppo, di sentire senza ascoltare molto, di parlare senza approfondire.
Perché?
Diversi motivi legati per lo più ai distacchi terreni.
Agli inevitabili distacchi che fanno parte della vita.
Amara consolazione sapere che sono parte della vita e sono inevitabili.
Non si è mai pronti comunque.
Ora però ho bisogno di stare in superficie e so che posso rimanerci.
Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

> Forse questo fatto del respirare mi sta sfuggendo di mano

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXI

“**Le brave ragazze non fanno carriera. 101 errori che le donne fanno sul lavoro**” è un libro che mio padre mi ha regalato poco dopo che sono diventata un’impiegata.

Adesso non ricordo se tra quei 101 errori ci fosse anche quello per il quale io sicuramente anche quest’anno non la farò, ma sono certa che dire al mio mega Direttore:

“*Credo di essermi spiegata male perché la vicenda è un po’ più complicata di così, secondo me la soluzione da lei proposta non è la migliore per risolvere questa situazione, magari torno anche con le planimetrie e rivediamo tutto*”, come ho fatto io l’altro giorno, è sicuramente da mettere nella lista.

Infatti dalla sua espressione direi che nella sua testa la prima parte della frase è risuonata più o meno così: “*Lei non ha capito un’emerita mazza, mi chiedo come abbia fatto a diventare Direttore*!”

Seguita a gran voce dalla seconda parte della frase, che molto probabilmente sarà riecheggiata diverse volte nella sua mente come l’opinione di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin: “*La sua soluzione è una cagata pazzesca! CAGATA PAZZESCA! PAZZESCA! ESCA! ESCAAA*!”

E non ho neanche ricevuto i 92 minuti di applausi dai colleghi presenti, probabilmente ***ESCAAA*** era l’unica cosa che il mega Direttore avrebbe voluto dirmi.

Nei miei pensieri immaginavo mi chiedesse di ritornare con le planimetrie per analizzare meglio una vicenda che iniziata nel secondo dopoguerra non è stata ancora risolta, apprezzando il fatto che io mi ci stessi dedicando a dispetto dei miei predecessori che l’avevano lasciata nel cassetto lavandosene le mani per tutti questi anni.
Ma questo succede solo nei film.
Nella realtà della P.A. Italiana quello che dice il mega Direttore è legge, ed infatti mi ha congedata a data da destinarsi, quindi meglio dire che mi ha congelata.

Non oso immaginare cosa dovrei farmene delle planimetrie secondo il mega Direttore, speriamo non abbia avuto la stessa idea che ha delicatamente espresso Gasparri per boicottare l’Ikea favorevole alle unioni civili…

Ed ora?

Dovrei forse imparare a comportarmi come fanno le mie colleghe che sperticandosi in moine danno sempre ragione al mega Direttore complimentandosi per l’eccellenza delle sue idee che scaturiscono dalla una mente geniale e infallibile, tra sbattiti di ciglia, sorrisi, e agitamento di chiome, folte o meno che siano.

Oppure dovrei fare come suggerisce mia sorella che tiene corsi per manager, proporre la mia idea in maniera più diplomatica, senza mai parlare in “negativo”, avrei potuto dire: “Si questa potrebbe essere una delle soluzioni, ed insieme a questa potremmo fare anche…bla bla bla”.

Oppure dovrei ….

Rileggere meglio il libro.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXX

Che uno dice che tra persone adulte i comportamenti dovrebbero essere più semplici, che si dovrebbe riuscire ad affrontare le azioni e le reazioni degli altri guardandoli negli occhi, dialogando.

Che magari la prima volta non riesce e magari neanche la seconda, però considerato che sei un adulto non cedi subito, ma tenti ancora, cerchi di aggiustare un po’ le cose per farle funzionare meglio.

A maggior ragione tutto questo dovrebbe essere affrontato con maturità e serietà nel momento in cui tu persona adulta ricopri un ruolo di responsabilità.

Che responsabilità deriva latino **respònsus**, participio passato del verbo respòndere, che vuol dire rispondere, e nel senso filosofico generale significa: **impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.**

Secondo altri invece responsabilità deriva dal verbo **respondeo** che deriva da **spondeo**, che indica l’atto solenne del promettere e del garantire.
Altri indicano la parentela del verbo latino spondeo col greco σπένδω, fra i cui significati spicca quello di:
> concludere un patto e prendersi reciprocamente a garanti.

Attraverso una piccola ricerca nell’immenso mondo della rete si può scoprire che la parola **responsabile** è comparsa nella lingua italiana intorno al 1660, quindi direi da un numero di anni sufficienti per permettergli di entrare nel nostro linguaggio e di affermare il suo vero significato e di farlo comprendere a più persone possibili, che è appunto:
> colui che può essere chiamato a rendere conto per gli atti svolti nell’esercizio del proprio ruolo.

Quindi se in una struttura lavorativa sei nominato Responsabile di una unità organizzativa significa che hai dei doveri nei confronti delle persone che lavorano con te e, ovviamente, avendo maggiori responsabilità sarai anche pagato in misura maggiore rispetto a chi non ricopre tale ruolo.
E questo è corretto.
Ma è corretto fino a che non sfuggi dalle responsabilità.
Perché insomma se sfuggi agli obblighi base che il tuo ruolo comporta allora siamo bravi tutti a fare i responsabili e non c’è bisogno che sprechiamo i soldi di tutti i cittadini per pagare a fine mese uno stipendio più alto di quello delle persone che sulla carta dovresti coordinare e supportare e invece non lo fai.

Non c’è bisogno che sprechiamo i soldi pubblici per pagarti dei premi produzione annuali che sono molto più alti rispetto a quelli delle persone che ti fanno raggiungere gli obiettivi attraverso il loro lavoro, mentre tu responsabile te ne lavi le mani, non prendi una decisione che sia una, non condividi le informazioni, non favorisci il dialogo né tra i tuoi collaboratori né tra te e loro, anzi tendi a fare il contrario che sembra che dividi et impera sia il tuo motto preferito. Tendi a scaricare le colpe di eventuali errori, e cerchi di soddisfare le esigenze esclusivamente della nostra signorina Silvani e degli altri tuoi amici alle volte contravvenendo a regole che imponi di rispettare a chi invece non ritieni simpatico.

E insomma superata l’età del l’infanzia e anche quella dell’adolescenza, quando poi nella vita privata si è anche genitori, quindi responsabili di altre persone anche al di fuori del mondo lavorativo, allora viene spontaneo pensare, sperare, di avere di fronte una persona che le situazioni le riesce ad affrontare, gestire, senza fuggire dalle conseguenze, anche se alle volte è un po’ scomodo e anche se un po’ ti scoccia perché bisogna onorare i doveri che uno ha. Se poi ci metti che sono ben remunerati, allora non ci sono grandi scuse.

Ed invece il mio capo, ultra quarantenne, padre di due figli, dopo il nostro confronto, non riesce quasi più a parlarmi seriamente di lavoro, ma solo buttandola in caciara, perché quando non si hanno argomenti si tende sempre a buttarla in caciara sperando che l’interlocutore si confonda, facendo mille battute per cazzeggiare, che chissà magari pensa che cazzeggiando io mi dimentichi delle basse valutazioni che mi ha attribuito alla fine dell’anno “scolastico”.

Se alle volte non riesce a buttarla in caciara, per parlare seriamente di lavoro mi manda email.
Che non ha capito che così facendo mi fa solo che un favore, che tutte le minchiate che spara non rimangono come parole volanti, ma scritte e quindi riutilizzabili.

E poi ha quei giorni li, che chissà cosa gli dice il cervello, che quando arriva in ufficio la mattina, pur dovendo necessariamente passare davanti alla mia stanza per entrare nella sua, non si gira neanche per salutarmi, ma prosegue con lo sguardo fisso a terra.

E quei giorni può darsi che per tutte le otto ore che stiamo in questo meraviglioso luogo, lui non mi rivolga mai la parola, e se lo incrocio in corridoio, mi saluta accennando un sorriso con lo sguardo sfuggente.
Che io quei giorni lì non li capisco, né i giorni, né il mio capo.

E però capita, che in quei giorni lì io gli debba parlare di lavoro e tutto diventa più pesante, il lavoro – che già non mi soddisfa – il luogo di lavoro – che già non è accogliente di suo – la mia sopportazione nei confronti del mio capo – che già prima era ad un livello basso, ora dopo le valutazioni che mi ha fatto è scesa ancora – lui certo in quei giorni li non mi aiuta: mi parla con il tono di Lurch.

Ad oggi, comunque, dopo il ritorno dalle vacanze non ho voglia di cercare di capire, non ho voglia di capire né quei giorni né il mio capo, e quindi quando capitano- e dal rientro dalle vacanze quei giorni lì sono capitati già – ho deciso di ignorarlo.
Lo ignoro completamente e se non ho una necessità lavorativa improrogabile lo evito accuratamente.
Anzi lo evito accuratamente anche se ho necessità lavorative, che tanto qui è prorogabile tutto, domani è sempre uguale ad oggi, alla faccia di qualsiasi tipo di riforma della PA e di chi vorrebbe portare qualcosa a compimento.

Ci credi se ti dico che evitarlo non mi pesa affatto?

vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXV

Sono affetta da insoddisfazione lavorativa.

Questa infezione dura fino al 27 del mese, momento in cui godo di un breve sollievo grazie ad una brevissima soddisfazione e ad una vana speranza che quel mese ce la farò, quel mese sarà diverso e non farò i conti, né con i soldi, né con gli altri, né con me stessa.

Questo balsamo curativo dura fino al 31 del mese alcune volte, altre fino al 30 del mese, una volta l’anno dura fino al 28 del mese ed un’altra ancora fino al 6 del mese dopo.

Quest’ultima volta è la volta in cui la speranza è più grande e il conforto maggiore…sarà per l’atmosfera.

I restanti giorni sono affetta da insoddisfazione lavorativa.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVIII

C’è una cosa che non riesco a sopportare.
Sì hai perfettamente ragione: non è una sola…
Va bene, questa volta si tratta di incontrare i miei colleghi in metropolitana.
Ma non i miei colleghi stretti, cioè quelli che lavorano nella mia stessa sede, ma quelli che lavorano nella sede centrale.
E sai perché ?
Perché quelli camminano a testa alta, ti squadrano dalla testa ai piedi perché te sei della sede distaccata, loro, i centrali, si sentono i migliori, i geni, gli indispensabili, i manager internazionali, il futuro di questo paese, i risolutori dei nostri attuali problemi, gli scopritori del bosone, i progettisti della macchina che ci farà viaggiare nel tempo, gli inventori della pillola della eterna giovinezza, i realizzatori del come si chiama quello del capitano Kirk? Ah sì il teletrasporto. Gli inventori di…ok smetto.
Con le loro camicie inamidate, le loro giacche spazzolate, le loro 24 ore piene di nulla.

E io vorrei tanto dirgli che questo loro atteggiamento di superiorità è del tutto inutile, siamo tutti uguali, loro della sede centrale e noi delle sedi distaccate, siamo tutti dei semplici impiegati, senza alcun potere decisionale, operativo, senza alcuna autonomia professionale, burattini nelle mani di chi decide per noi, che tutti noi a cascata lavoriamo perché questo paese non faccia altro che sprofondare sempre più nel buco nero che hanno creato.
Spero solo che sia vera la teoria delle brane, degli universi paralleli, delle stringhe…
Sì insomma non ti so spiegare bene, non lo hai mai visto il programma wormhole?
Ecco quella teoria secondo la quale l’universo è una sorta di foglio e ci sono altri universi che sono altri fogli paralleli e i buchi neri o forse non sono quelli sono dei collegamenti spazio temporali tra gli universi.
Ecco io spero che dopo che sarò stata risucchiata nel buco nero poi in quell’universo parallelo in cui capiterò almeno riuscirò a fare l’architetto sul serio.

U come Uomini- Il Dentista

Uno degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Quando ha aperto lo studio sotto casa mia io ero al primo anno di università e lui per promozione lasciava bigliettini pubblicitari nelle cassette delle poste, e considerato che si trovava a 2 minuti a piedi, sono andata a fare la prima visita.
Lui ha una decina di anni più di me quindi all’epoca ne avrà avuti 29, la prima impressione è stata buona – e lo sappiamo entrambe che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione – è per questo che da quel giorno è diventato il mio dentista di fiducia e lo è rimasto per tanto tempo.
Perché la sparizione, la mia, risale a circa 3 anni fa quindi un rapporto dottore paziente durato circa 20 anni…non male.

Ahhahaha lo so sono di più ! Ma non si chiede l’età ad una donna!

Ecco, il dentista è sempre stato molto complimentoso con me, nel senso che mi riempiva di complimenti, con gli anni la complimentosità è aumentata in maniera esponenziale, non mancava occasione in cui non manifestasse il suo apprezzamento, il suo gradimento, il suo consenso, la sua estimazione.
Mi invento le parole?
Ah sì?…

Comunque…tutta questa complimentosità mentre io ero lì sdraiata a bocca aperta con il trapano che mi rimbombava nel cervello l’anestesia che mi addormentava dalla mascella alla tempia e che rimaneva così per le successive enne ore che non si sa perché ma io l’anestesia la smaltisco nell’anno del mai.

E mentre lui si prodigava in complimenti e approcci sempre più espliciti io ero lì che mi sudavo le mie sette camicie in preda ad un’ansia e una paura che solo il rumore del trapano mi provoca stesa sul lettino in pelle che poco aiutava la mia agitazione.

Col tempo la durata dei miei appuntamenti era assimilabile ad un lasso di tempo a dir poco infinito, no, no, non era una mia impressione, era proprio così, a quanto pare col passare degli anni ogni lavoro da eseguire sui miei poveri denti diventava man mano più difficile, è così che il dentista giustificava questa mia permanenza nel suo studio ed ogni appuntamento non era mai quello risolutivo.
Beh insomma all’inizio sì, ad un certo punto riusciva a sbrogliare il bandolo dalla matassa o come si dice.
Tra l’altro dopo un po’ ho iniziato a chiedermi come potessero sopportare questa attesa infinita i pazienti che avevano l’appuntamento dopo il mio.

Col tempo evidentemente la durata della mia permanenza sotto i ferri non era sufficiente e quindi finito l’appuntamento mi invitava nella sua stanza e mi mostrava una qualsiasi sciocchezza che custodiva lì.
Per esempio il suo Mac – no, non fraintendere, intendevo proprio il computer – le fotografie in esso custodite, la musica da lui preferita, i video di lui e la sua band.
Che devo dirti poi non era mica male la sua band.

Col tempo anche questo non risultava sufficiente così ha iniziato a suonare qualche pezzo dal vivo, grazie alla tastiera che teneva lì nella stanza dei balocchi appoggiata al muro, e mi invitava ad ascoltarlo accomodata su quel bel divano in pelle tre posti.
E tutto finiva quando la sua assistente bussava per sollecitargli l’appuntamento successivo.
Che devo dirti anche su questo suona e canta anche molto bene.

Col tempo forse ha visto che avrebbe dovuto coinvolgermi di più, così ha iniziato a chiedermi di unirmi a lui nel canto mentre suonava la tastiera.

Sì, è vero, te l’ho anche raccontato che una delle cose che mi sarebbe piaciuto fare, proprio come sogno nel baule, sarebbe stata la cantante e, non ricordo, ma credo proprio di avere omesso una cosa fondamentale:
sono stonatissima, ma non stonata normale, sono peggio di Flavia Vento quando cantava da Mammuccari…
Strana ambizione infatti la mia…ho cantato anche al matrimonio di mia sorella, l’ombelico del mondo di Jovanotti.
E poi ho cantato anche al compleanno di mia madre, che mio zio suona, come tutti i miei cugini, e cantano tutti oltre a suonare, anche mio padre canta, insomma in quell’occasione mio zio suonava e mentre io cantavo urlava:
tojeteje er microfono!

Comunque ovviamente non ho cantato con il dentista.

E più io non alimentavo i suoi complimenti più i suoi approcci diventavano insistenti.
È ovvio.

Col tempo ha iniziato ad inviarmi email con barzellette che diventavano man mano più spinte che puntualmente quando mi vedeva le richiamava e alludeva a quelle con approcci dal vivo.
Che dire..questo mi infastidiva un bel po e soprattutto quando una volta lo fece davanti al mio nipotino che all’epoca era proprio piccolo e poi a rispondere alle sue domande ero io mica il dentista.

C’è stato poi quel grave lutto che lo ha colpito ed il tutto ha subìto in arresto…

Non subito ovviamente, però dopo un po’ ha tentato nuovi metodi ed è iniziato il periodo dei racconti sulle sue avventure sentimentali.
Beh sentimentali…non so quanto sentimento ci fosse in effetti.
Con quei racconti immagino cercasse di alimentare la mia curiosità sperando di farmi accendere la lampadina della voglia di provare se fossero veri o meno…
Mmmh, no…non si è accesa alcuna lampadina.

E poi alla fine credo di aver capito che sia arrivata anche una storia più seria, ma lui con me cercava sempre di sminuirla tra uno sguardo strano della sua assistente e un suo ammiccamento.
E Giacomino si sposa!
Sì, ma niente di serio…

Certo durante i racconti sulle avventure sentimentali io rimanevo a bocca aperta, ma esclusivamente per il fatto che dentro c’era il suo trapano.
Aridaje! Hai ragione, continuo con questi fraintendimenti.

Che insomma lo sai bene, non è questione che io me la tiro, mi conosci, quando mi piace qualcuno non mi faccio mica problemi.
Qui la questione è un’altra ed è semplicissima:
a me il dentista non piaceva proprio.
Ed è questione che quando non mi piace qualcuno non c’è verso.
Anche se poi alle volte mi incaponisco…
Sì sì hai ragione, mi incaponisco domandandomi come mai non mi piaccia uno che insiste tanto e allora cerco di capire perché ed è per questo che poi un giorno ho accettato il suo invito, un giorno dico di sì, così, quelle cose così e tanto si aspettava un no come risposta che quella volta che ho detto si non ci credeva. Nemmeno io in fondo ci credevo.
E invece siamo usciti.

No, è andata bene, mi sono divertita.
Anche a vedere come non aveva affatto gestito bene la sua organizzazione con chi evidentemente lo aspettava a casa.
Che se squilla il telefonino e alla vista del chiamante inizi a tentennare, stacchi l’apparecchio al volo eliminando il kit viva voce e inizi a:
Non sento bene, la linea è disturbata, pronto, pronto…
E attacchi sorridendo dicendo ho il cellulare un po’ scarico meglio che lo spengo, a me viene in mente solo che la nostra uscita non è alla luce del sole.

No, non è successo nulla, la prova si è limitata all’uscita non sono andata oltre, strano sì questa volta è andata così.

E no, non ha desistito.
Anzi, ha incrementato. Ma incrementato così tanto che per due anni mi ha tenuto in cura un dente.
Due anni, una volta a settimana, per un’oretta circa, oltre agli inviti nella sua stanza.
E non guariva mai.

Ed è allora che io ho iniziato a spazientirmi, dai sono stata anche paziente, in tutti i sensi, e te l’ho detto anche altre volte che lo sono, qui.

Però poi basta.

Ho iniziato a rifiutare i post appuntamento nella sua stanza e a declinare in modo sempre meno diplomatico i suoi inviti serali.

E poi un giorno ho detto che non sarei più tornata che il dente me lo tenevo così che non ne potevo più e lui mi ha detto che così non mi avrebbe più visto e allora potevamo magari uscire insieme e io gli ho proprio risposto no, non ho voglia di uscire con te, con quel tono lapidario che mi esce quando sono all’esasperazione e quella mia espressione no way di cui ti ho già parlato qui.

Lui?

Lui:

“Peggio per te Maria Emma.
Tanto la tua bellezza non durerà per sempre e allora poi vedremo che succederà quando non avrai più inviti da rifiutare.”

Non sono mai più tornata.

I conti li ho saldati ? Certo che sì, per un lavoro incompleto.

Sparito lui?

Beh la verità è che mi ha wazzappato diverse volte, ma io non ho mai risposto.
Ora è un po’ che non si fa vivo.

Ah, il dente? Il dente con tre appuntamenti da un altro dentista ho risolto.