Vita di PI – Pubblico Impiegato- Riflessioni XXXIII

La mia capa la riconosci subito, è quella che sorride sempre e io diffido di chi sorride sempre.

È quella che è sempre contenta di venire a lavorare e io diffido di quelli che appaiono sempre contenti di andare a lavorare.

È quella che arriva sempre per ultima in ufficio oltre l’orario previsto di ingresso salutando a voce alta scandendo i nomi di tutti mentre percorre trafelata il corridoio.

È quella che “sono appena arrivata devo prendere il caffè altrimenti non connetto” e intanto si fanno le dieci del mattino.

È quella che chiama alla sua corte i suoi adepti per tenerle compagnia durante il caffè per ciacolare di quanto è stanca perché le è successo questo e anche quello, ma pensa te.

È quella che soddisfatta del suo monologo “ma sono le 10.30 cosa fate qui andate subito a lavorare” con sottofondo di battito di mani.

È quella che “ma che carina questa borsa dove l’hai presa?” – in vacanza in Inghilterra questa estate – “E perché non l’hai comprata anche per me!?”.

La riconosci subito perché è un’ape fucaiola che si crede un’ape regina, tuttavia nella realtà è una semplice ape operaia ovificatrice la cui sopravvivenza è garantita esclusivamente in assenza di un’ape regina la quale inibirebbe lo sviluppo del suo apparato riproduttore.
Il suo apparato riproduttore infatti è in grado di deporre uova sì, ma non fecondate e ne depone un numero indeterminato, più sono meglio è.
Da queste uova nascono e si sviluppano i fuchi e l’ape fucaiola ha bisogno dei fuchi, la mia capa si circonda così di un indeterminato numero di fuchi, i mei colleghi.
E come ben sanno gli apicoltori un alveare non sopravvive in caso di presenza di api fucaiole, perché generando esclusivamente fuchi l’alveare non avrà lunga vita.

Ora io vorrei continuare con questa similitudine, ma mi sono un po’ incartata.
La verità è che mentre scrivevo ho saputo che la notizia che girava ufficiosamente è diventata ufficiale.
L’ape fucaiola se ne va, da fine gennaio non sarà più la mia capa, colei che ha reso il mio 2018 l’unico anno veramente orribile della mia vita lavorativa se ne va.

Ed io sono veramente felice.

Perché sì è vero i miei racconti sulla mia vita da impiegato sono sempre pieni di insoddisfazione lavorativa, ma mai e dico mai ho passato un anno così intriso di falsità, di cattiveria, di livore, di invidia, di gratuite meschinità come quello che mi ha fatto vivere lei e più cercavo di risolvere la situazione con le buone più lei si accaniva, più cercavo di risolver la situazione con le cattive più lei si inaspriva.

Ciao ape fucaiola.

So bene che si dice che al peggio non c’è mai fine e quindi può darsi che chi arriverà dopo di lei non sarà forse molto meglio, ma non credo di poter incontrare ancora una persona così capace di generare in me un malessere così profondo.

Ancora ciao ape fucaiola avevo pensato di dedicarti diversi post, un po’ per sfogarmi, un po’ per esorcizzarti, ma ora sapendo che non dovrò più avere rapporti lavorativi gerarchici con te ho deciso che non ti dedicherò più neanche un piccolo pensiero, figuriamoci dei post.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit

Eccomi ci sono di nuovo.
È come prendere fiato dopo una lunga apnea.
Ho questa immagine in mente, l’immagine di quando sei sotto l’acqua del mare e guardi su, la vista è increspata, l’udito è ovattato, i movimenti leggeri, sembra tutto lontano, sai che la vita intorno a te scorre, tutto scorre sempre, lo sai bene, ma tu sei in pausa.
Ti piace essere in pausa, ti piace non riuscire a percepire chiaramente ciò che c’è intorno a te e ti viene un sottile desiderio di poter rimanere in questo stato per un po’ di tempo, solo un altro poco, ancora un po’, perché lì sotto non sei obbligata a confrontarti con gli altri, con le situazioni, ci sei solo tu. E il confronto con te stessa lo riesci a gestire è quando ti devi confrontare con gli altri che vacilli che ti metti in discussione, e questa però è la vita cara mia.
Ma poi il fiato si accorcia, gli occhi bruciano e la necessità di tornare in superficie diventa fortissima e proprio quando sei allo stremo delle forze l’istinto di sopravvivenza fa di tutto per farti tornare su a respirare profondamente, a udire distintamente, a vedere chiaramente, e questa è la tua vita cara mia, grazie al cielo.
Perché alla fine non si può e non si deve scappare, soprattutto da se stessi.
Sai perché ho questa immagine in mente?
Perché è come se fossi stata sotto l’acqua per un po’.
E sono stata lì perché avevo bisogno di guardare senza vedere troppo, di sentire senza ascoltare molto, di parlare senza approfondire.
Perché?
Diversi motivi legati per lo più ai distacchi terreni.
Agli inevitabili distacchi che fanno parte della vita.
Amara consolazione sapere che sono parte della vita e sono inevitabili.
Non si è mai pronti comunque.
Ora però ho bisogno di stare in superficie e so che posso rimanerci.
Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

> Forse questo fatto del respirare mi sta sfuggendo di mano

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXI

“**Le brave ragazze non fanno carriera. 101 errori che le donne fanno sul lavoro**” è un libro che mio padre mi ha regalato poco dopo che sono diventata un’impiegata.

Adesso non ricordo se tra quei 101 errori ci fosse anche quello per il quale io sicuramente anche quest’anno non la farò, ma sono certa che dire al mio mega Direttore:

“*Credo di essermi spiegata male perché la vicenda è un po’ più complicata di così, secondo me la soluzione da lei proposta non è la migliore per risolvere questa situazione, magari torno anche con le planimetrie e rivediamo tutto*”, come ho fatto io l’altro giorno, è sicuramente da mettere nella lista.

Infatti dalla sua espressione direi che nella sua testa la prima parte della frase è risuonata più o meno così: “*Lei non ha capito un’emerita mazza, mi chiedo come abbia fatto a diventare Direttore*!”

Seguita a gran voce dalla seconda parte della frase, che molto probabilmente sarà riecheggiata diverse volte nella sua mente come l’opinione di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin: “*La sua soluzione è una cagata pazzesca! CAGATA PAZZESCA! PAZZESCA! ESCA! ESCAAA*!”

E non ho neanche ricevuto i 92 minuti di applausi dai colleghi presenti, probabilmente ***ESCAAA*** era l’unica cosa che il mega Direttore avrebbe voluto dirmi.

Nei miei pensieri immaginavo mi chiedesse di ritornare con le planimetrie per analizzare meglio una vicenda che iniziata nel secondo dopoguerra non è stata ancora risolta, apprezzando il fatto che io mi ci stessi dedicando a dispetto dei miei predecessori che l’avevano lasciata nel cassetto lavandosene le mani per tutti questi anni.
Ma questo succede solo nei film.
Nella realtà della P.A. Italiana quello che dice il mega Direttore è legge, ed infatti mi ha congedata a data da destinarsi, quindi meglio dire che mi ha congelata.

Non oso immaginare cosa dovrei farmene delle planimetrie secondo il mega Direttore, speriamo non abbia avuto la stessa idea che ha delicatamente espresso Gasparri per boicottare l’Ikea favorevole alle unioni civili…

Ed ora?

Dovrei forse imparare a comportarmi come fanno le mie colleghe che sperticandosi in moine danno sempre ragione al mega Direttore complimentandosi per l’eccellenza delle sue idee che scaturiscono dalla una mente geniale e infallibile, tra sbattiti di ciglia, sorrisi, e agitamento di chiome, folte o meno che siano.

Oppure dovrei fare come suggerisce mia sorella che tiene corsi per manager, proporre la mia idea in maniera più diplomatica, senza mai parlare in “negativo”, avrei potuto dire: “Si questa potrebbe essere una delle soluzioni, ed insieme a questa potremmo fare anche…bla bla bla”.

Oppure dovrei ….

Rileggere meglio il libro.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXX

Che uno dice che tra persone adulte i comportamenti dovrebbero essere più semplici, che si dovrebbe riuscire ad affrontare le azioni e le reazioni degli altri guardandoli negli occhi, dialogando.

Che magari la prima volta non riesce e magari neanche la seconda, però considerato che sei un adulto non cedi subito, ma tenti ancora, cerchi di aggiustare un po’ le cose per farle funzionare meglio.

A maggior ragione tutto questo dovrebbe essere affrontato con maturità e serietà nel momento in cui tu persona adulta ricopri un ruolo di responsabilità.

Che responsabilità deriva latino **respònsus**, participio passato del verbo respòndere, che vuol dire rispondere, e nel senso filosofico generale significa: **impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.**

Secondo altri invece responsabilità deriva dal verbo **respondeo** che deriva da **spondeo**, che indica l’atto solenne del promettere e del garantire.
Altri indicano la parentela del verbo latino spondeo col greco σπένδω, fra i cui significati spicca quello di:
> concludere un patto e prendersi reciprocamente a garanti.

Attraverso una piccola ricerca nell’immenso mondo della rete si può scoprire che la parola **responsabile** è comparsa nella lingua italiana intorno al 1660, quindi direi da un numero di anni sufficienti per permettergli di entrare nel nostro linguaggio e di affermare il suo vero significato e di farlo comprendere a più persone possibili, che è appunto:
> colui che può essere chiamato a rendere conto per gli atti svolti nell’esercizio del proprio ruolo.

Quindi se in una struttura lavorativa sei nominato Responsabile di una unità organizzativa significa che hai dei doveri nei confronti delle persone che lavorano con te e, ovviamente, avendo maggiori responsabilità sarai anche pagato in misura maggiore rispetto a chi non ricopre tale ruolo.
E questo è corretto.
Ma è corretto fino a che non sfuggi dalle responsabilità.
Perché insomma se sfuggi agli obblighi base che il tuo ruolo comporta allora siamo bravi tutti a fare i responsabili e non c’è bisogno che sprechiamo i soldi di tutti i cittadini per pagare a fine mese uno stipendio più alto di quello delle persone che sulla carta dovresti coordinare e supportare e invece non lo fai.

Non c’è bisogno che sprechiamo i soldi pubblici per pagarti dei premi produzione annuali che sono molto più alti rispetto a quelli delle persone che ti fanno raggiungere gli obiettivi attraverso il loro lavoro, mentre tu responsabile te ne lavi le mani, non prendi una decisione che sia una, non condividi le informazioni, non favorisci il dialogo né tra i tuoi collaboratori né tra te e loro, anzi tendi a fare il contrario che sembra che dividi et impera sia il tuo motto preferito. Tendi a scaricare le colpe di eventuali errori, e cerchi di soddisfare le esigenze esclusivamente della nostra signorina Silvani e degli altri tuoi amici alle volte contravvenendo a regole che imponi di rispettare a chi invece non ritieni simpatico.

E insomma superata l’età del l’infanzia e anche quella dell’adolescenza, quando poi nella vita privata si è anche genitori, quindi responsabili di altre persone anche al di fuori del mondo lavorativo, allora viene spontaneo pensare, sperare, di avere di fronte una persona che le situazioni le riesce ad affrontare, gestire, senza fuggire dalle conseguenze, anche se alle volte è un po’ scomodo e anche se un po’ ti scoccia perché bisogna onorare i doveri che uno ha. Se poi ci metti che sono ben remunerati, allora non ci sono grandi scuse.

Ed invece il mio capo, ultra quarantenne, padre di due figli, dopo il nostro confronto, non riesce quasi più a parlarmi seriamente di lavoro, ma solo buttandola in caciara, perché quando non si hanno argomenti si tende sempre a buttarla in caciara sperando che l’interlocutore si confonda, facendo mille battute per cazzeggiare, che chissà magari pensa che cazzeggiando io mi dimentichi delle basse valutazioni che mi ha attribuito alla fine dell’anno “scolastico”.

Se alle volte non riesce a buttarla in caciara, per parlare seriamente di lavoro mi manda email.
Che non ha capito che così facendo mi fa solo che un favore, che tutte le minchiate che spara non rimangono come parole volanti, ma scritte e quindi riutilizzabili.

E poi ha quei giorni li, che chissà cosa gli dice il cervello, che quando arriva in ufficio la mattina, pur dovendo necessariamente passare davanti alla mia stanza per entrare nella sua, non si gira neanche per salutarmi, ma prosegue con lo sguardo fisso a terra.

E quei giorni può darsi che per tutte le otto ore che stiamo in questo meraviglioso luogo, lui non mi rivolga mai la parola, e se lo incrocio in corridoio, mi saluta accennando un sorriso con lo sguardo sfuggente.
Che io quei giorni lì non li capisco, né i giorni, né il mio capo.

E però capita, che in quei giorni lì io gli debba parlare di lavoro e tutto diventa più pesante, il lavoro – che già non mi soddisfa – il luogo di lavoro – che già non è accogliente di suo – la mia sopportazione nei confronti del mio capo – che già prima era ad un livello basso, ora dopo le valutazioni che mi ha fatto è scesa ancora – lui certo in quei giorni li non mi aiuta: mi parla con il tono di Lurch.

Ad oggi, comunque, dopo il ritorno dalle vacanze non ho voglia di cercare di capire, non ho voglia di capire né quei giorni né il mio capo, e quindi quando capitano- e dal rientro dalle vacanze quei giorni lì sono capitati già – ho deciso di ignorarlo.
Lo ignoro completamente e se non ho una necessità lavorativa improrogabile lo evito accuratamente.
Anzi lo evito accuratamente anche se ho necessità lavorative, che tanto qui è prorogabile tutto, domani è sempre uguale ad oggi, alla faccia di qualsiasi tipo di riforma della PA e di chi vorrebbe portare qualcosa a compimento.

Ci credi se ti dico che evitarlo non mi pesa affatto?

vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXV

Sono affetta da insoddisfazione lavorativa.

Questa infezione dura fino al 27 del mese, momento in cui godo di un breve sollievo grazie ad una brevissima soddisfazione e ad una vana speranza che quel mese ce la farò, quel mese sarà diverso e non farò i conti, né con i soldi, né con gli altri, né con me stessa.

Questo balsamo curativo dura fino al 31 del mese alcune volte, altre fino al 30 del mese, una volta l’anno dura fino al 28 del mese ed un’altra ancora fino al 6 del mese dopo.

Quest’ultima volta è la volta in cui la speranza è più grande e il conforto maggiore…sarà per l’atmosfera.

I restanti giorni sono affetta da insoddisfazione lavorativa.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVIII

C’è una cosa che non riesco a sopportare.
Sì hai perfettamente ragione: non è una sola…
Va bene, questa volta si tratta di incontrare i miei colleghi in metropolitana.
Ma non i miei colleghi stretti, cioè quelli che lavorano nella mia stessa sede, ma quelli che lavorano nella sede centrale.
E sai perché ?
Perché quelli camminano a testa alta, ti squadrano dalla testa ai piedi perché te sei della sede distaccata, loro, i centrali, si sentono i migliori, i geni, gli indispensabili, i manager internazionali, il futuro di questo paese, i risolutori dei nostri attuali problemi, gli scopritori del bosone, i progettisti della macchina che ci farà viaggiare nel tempo, gli inventori della pillola della eterna giovinezza, i realizzatori del come si chiama quello del capitano Kirk? Ah sì il teletrasporto. Gli inventori di…ok smetto.
Con le loro camicie inamidate, le loro giacche spazzolate, le loro 24 ore piene di nulla.

E io vorrei tanto dirgli che questo loro atteggiamento di superiorità è del tutto inutile, siamo tutti uguali, loro della sede centrale e noi delle sedi distaccate, siamo tutti dei semplici impiegati, senza alcun potere decisionale, operativo, senza alcuna autonomia professionale, burattini nelle mani di chi decide per noi, che tutti noi a cascata lavoriamo perché questo paese non faccia altro che sprofondare sempre più nel buco nero che hanno creato.
Spero solo che sia vera la teoria delle brane, degli universi paralleli, delle stringhe…
Sì insomma non ti so spiegare bene, non lo hai mai visto il programma wormhole?
Ecco quella teoria secondo la quale l’universo è una sorta di foglio e ci sono altri universi che sono altri fogli paralleli e i buchi neri o forse non sono quelli sono dei collegamenti spazio temporali tra gli universi.
Ecco io spero che dopo che sarò stata risucchiata nel buco nero poi in quell’universo parallelo in cui capiterò almeno riuscirò a fare l’architetto sul serio.

U come Uomini- Il Dentista

Uno degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Quando ha aperto lo studio sotto casa mia io ero al primo anno di università e lui per promozione lasciava bigliettini pubblicitari nelle cassette delle poste, e considerato che si trovava a 2 minuti a piedi, sono andata a fare la prima visita.
Lui ha una decina di anni più di me quindi all’epoca ne avrà avuti 29, la prima impressione è stata buona – e lo sappiamo entrambe che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione – è per questo che da quel giorno è diventato il mio dentista di fiducia e lo è rimasto per tanto tempo.
Perché la sparizione, la mia, risale a circa 3 anni fa quindi un rapporto dottore paziente durato circa 20 anni…non male.

Ahhahaha lo so sono di più ! Ma non si chiede l’età ad una donna!

Ecco, il dentista è sempre stato molto complimentoso con me, nel senso che mi riempiva di complimenti, con gli anni la complimentosità è aumentata in maniera esponenziale, non mancava occasione in cui non manifestasse il suo apprezzamento, il suo gradimento, il suo consenso, la sua estimazione.
Mi invento le parole?
Ah sì?…

Comunque…tutta questa complimentosità mentre io ero lì sdraiata a bocca aperta con il trapano che mi rimbombava nel cervello l’anestesia che mi addormentava dalla mascella alla tempia e che rimaneva così per le successive enne ore che non si sa perché ma io l’anestesia la smaltisco nell’anno del mai.

E mentre lui si prodigava in complimenti e approcci sempre più espliciti io ero lì che mi sudavo le mie sette camicie in preda ad un’ansia e una paura che solo il rumore del trapano mi provoca stesa sul lettino in pelle che poco aiutava la mia agitazione.

Col tempo la durata dei miei appuntamenti era assimilabile ad un lasso di tempo a dir poco infinito, no, no, non era una mia impressione, era proprio così, a quanto pare col passare degli anni ogni lavoro da eseguire sui miei poveri denti diventava man mano più difficile, è così che il dentista giustificava questa mia permanenza nel suo studio ed ogni appuntamento non era mai quello risolutivo.
Beh insomma all’inizio sì, ad un certo punto riusciva a sbrogliare il bandolo dalla matassa o come si dice.
Tra l’altro dopo un po’ ho iniziato a chiedermi come potessero sopportare questa attesa infinita i pazienti che avevano l’appuntamento dopo il mio.

Col tempo evidentemente la durata della mia permanenza sotto i ferri non era sufficiente e quindi finito l’appuntamento mi invitava nella sua stanza e mi mostrava una qualsiasi sciocchezza che custodiva lì.
Per esempio il suo Mac – no, non fraintendere, intendevo proprio il computer – le fotografie in esso custodite, la musica da lui preferita, i video di lui e la sua band.
Che devo dirti poi non era mica male la sua band.

Col tempo anche questo non risultava sufficiente così ha iniziato a suonare qualche pezzo dal vivo, grazie alla tastiera che teneva lì nella stanza dei balocchi appoggiata al muro, e mi invitava ad ascoltarlo accomodata su quel bel divano in pelle tre posti.
E tutto finiva quando la sua assistente bussava per sollecitargli l’appuntamento successivo.
Che devo dirti anche su questo suona e canta anche molto bene.

Col tempo forse ha visto che avrebbe dovuto coinvolgermi di più, così ha iniziato a chiedermi di unirmi a lui nel canto mentre suonava la tastiera.

Sì, è vero, te l’ho anche raccontato che una delle cose che mi sarebbe piaciuto fare, proprio come sogno nel baule, sarebbe stata la cantante e, non ricordo, ma credo proprio di avere omesso una cosa fondamentale:
sono stonatissima, ma non stonata normale, sono peggio di Flavia Vento quando cantava da Mammuccari…
Strana ambizione infatti la mia…ho cantato anche al matrimonio di mia sorella, l’ombelico del mondo di Jovanotti.
E poi ho cantato anche al compleanno di mia madre, che mio zio suona, come tutti i miei cugini, e cantano tutti oltre a suonare, anche mio padre canta, insomma in quell’occasione mio zio suonava e mentre io cantavo urlava:
tojeteje er microfono!

Comunque ovviamente non ho cantato con il dentista.

E più io non alimentavo i suoi complimenti più i suoi approcci diventavano insistenti.
È ovvio.

Col tempo ha iniziato ad inviarmi email con barzellette che diventavano man mano più spinte che puntualmente quando mi vedeva le richiamava e alludeva a quelle con approcci dal vivo.
Che dire..questo mi infastidiva un bel po e soprattutto quando una volta lo fece davanti al mio nipotino che all’epoca era proprio piccolo e poi a rispondere alle sue domande ero io mica il dentista.

C’è stato poi quel grave lutto che lo ha colpito ed il tutto ha subìto in arresto…

Non subito ovviamente, però dopo un po’ ha tentato nuovi metodi ed è iniziato il periodo dei racconti sulle sue avventure sentimentali.
Beh sentimentali…non so quanto sentimento ci fosse in effetti.
Con quei racconti immagino cercasse di alimentare la mia curiosità sperando di farmi accendere la lampadina della voglia di provare se fossero veri o meno…
Mmmh, no…non si è accesa alcuna lampadina.

E poi alla fine credo di aver capito che sia arrivata anche una storia più seria, ma lui con me cercava sempre di sminuirla tra uno sguardo strano della sua assistente e un suo ammiccamento.
E Giacomino si sposa!
Sì, ma niente di serio…

Certo durante i racconti sulle avventure sentimentali io rimanevo a bocca aperta, ma esclusivamente per il fatto che dentro c’era il suo trapano.
Aridaje! Hai ragione, continuo con questi fraintendimenti.

Che insomma lo sai bene, non è questione che io me la tiro, mi conosci, quando mi piace qualcuno non mi faccio mica problemi.
Qui la questione è un’altra ed è semplicissima:
a me il dentista non piaceva proprio.
Ed è questione che quando non mi piace qualcuno non c’è verso.
Anche se poi alle volte mi incaponisco…
Sì sì hai ragione, mi incaponisco domandandomi come mai non mi piaccia uno che insiste tanto e allora cerco di capire perché ed è per questo che poi un giorno ho accettato il suo invito, un giorno dico di sì, così, quelle cose così e tanto si aspettava un no come risposta che quella volta che ho detto si non ci credeva. Nemmeno io in fondo ci credevo.
E invece siamo usciti.

No, è andata bene, mi sono divertita.
Anche a vedere come non aveva affatto gestito bene la sua organizzazione con chi evidentemente lo aspettava a casa.
Che se squilla il telefonino e alla vista del chiamante inizi a tentennare, stacchi l’apparecchio al volo eliminando il kit viva voce e inizi a:
Non sento bene, la linea è disturbata, pronto, pronto…
E attacchi sorridendo dicendo ho il cellulare un po’ scarico meglio che lo spengo, a me viene in mente solo che la nostra uscita non è alla luce del sole.

No, non è successo nulla, la prova si è limitata all’uscita non sono andata oltre, strano sì questa volta è andata così.

E no, non ha desistito.
Anzi, ha incrementato. Ma incrementato così tanto che per due anni mi ha tenuto in cura un dente.
Due anni, una volta a settimana, per un’oretta circa, oltre agli inviti nella sua stanza.
E non guariva mai.

Ed è allora che io ho iniziato a spazientirmi, dai sono stata anche paziente, in tutti i sensi, e te l’ho detto anche altre volte che lo sono, qui.

Però poi basta.

Ho iniziato a rifiutare i post appuntamento nella sua stanza e a declinare in modo sempre meno diplomatico i suoi inviti serali.

E poi un giorno ho detto che non sarei più tornata che il dente me lo tenevo così che non ne potevo più e lui mi ha detto che così non mi avrebbe più visto e allora potevamo magari uscire insieme e io gli ho proprio risposto no, non ho voglia di uscire con te, con quel tono lapidario che mi esce quando sono all’esasperazione e quella mia espressione no way di cui ti ho già parlato qui.

Lui?

Lui:

“Peggio per te Maria Emma.
Tanto la tua bellezza non durerà per sempre e allora poi vedremo che succederà quando non avrai più inviti da rifiutare.”

Non sono mai più tornata.

I conti li ho saldati ? Certo che sì, per un lavoro incompleto.

Sparito lui?

Beh la verità è che mi ha wazzappato diverse volte, ma io non ho mai risposto.
Ora è un po’ che non si fa vivo.

Ah, il dente? Il dente con tre appuntamenti da un altro dentista ho risolto.

In my shoes – sparizioni

E che vuoi farci alla fine anche a me è capitato di sparire, un po’ alla chetichella, senza dare troppe spiegazioni.
Eh sì, lo so cosa pensi…
Ma guarda non ti credere, io le ho pagate le mie fughe, le ho pagate tutte.
E le ho pagate sia per analogia che per contrappasso.

E non è che non abbia dato spiegazioni perché non ci fossero motivi.
No, i motivi c’erano, ma magari non ho trovato le parole.
Non le ho trovate perché non pensavo fossero cose belle da dire.
Perché insomma mi accorgo che spesso le cose che penso potrebbero ferire l’altro, non è che sempre si possano servire dei pugni nello stomaco così senza pensarci.

Che poi alla fine anche sparire sortisce lo stesso effetto delle parole scomode. Fa male forse anche di più, il dolore è aumentato dalla vigliaccheria della sparizione.

Quindi sì è vero, non c’è bisogno che mi ripeti che io stessa molte volte ho preteso spiegazioni, mi sono ostinata a chiederle a chi è sparito dalla mia vita in silenzio.

Se vale per me il ragionamento dovrebbe valere anche per gli altri.

È che alle volte sarà la timidezza, o semplicemente paranoia, o è più semplice la timidezza? O sarà il senso di colpa o sarà che ho bisogno di sapere.
Sarà quello che voglio ma come io non fornisco spiegazioni non posso pretendere di riceverne sempre.
E non posso neanche sempre nascondermi dietro la timidezza e il senso di colpa.
Oppure sono loro che nascondono me?

Non è che possa sempre spiattellare in faccia alle persone ciò che penso.
Sì è vero alle volte lo faccio comunque, infatti poi lo vedo la faccia che fanno, quella faccia lì che mi accorgo che un po’ ho esagerato, che non ho fatto proprio tanto bene a dire la verità, la potevo un po’ edulcorare, così per renderla un po’ meno amara.

Che poi è la mia verità, magari per un’altra persona non è vero, quindi perché buttare giù qualcuno solo perché io la penso così.
Sìi certo ogni tanto qualcuno te le tira proprio fuori eh? Sì ci sono quelli che mi stuzzicano, probabile che io gli stia anche sui marroni.
Marroni ? Mica sono del nord io, ma marroni mi sembrava meno volgare. Coglioni? Sì dico coglioni allora.
Probabile che io gli stia sui coglioni, mica no e allora mi vedono che c’è l’ho sulla punta della lingua e mi provocano per vedere fino a che punto arrivo.
Come il mio collega di stanza che infatti gli ho sbottato e glielo ho detto, però dopo 5 anni nella stanza dai, va bene.
Sì in effetti anche altre volte ho sbroccato, e va bene mi vengono questi termini, ma lo sai che non sono così brava con le parole, insomma sì ne avevo parlato anche qui. E allora è accaduto di nuovo e glielo ho detto che è un gran rompicoglioni.
Si proprio così, ho proprio detto: sei un gran rompicoglioni.
Che con tutte queste parolacce mia madre mi avrebbe mollato un ceffone, con la mano quella con l’anello che era l’orecchino di nonna, non di mia nonna, della sua, la mia bisnonna, quell’anello che ora porto io e lo porto sempre con me perché insieme a lui porto con me anche tanti ricordi.
Che poi quando mi succede non mi sento mica tanto in pace con me stessa.
Ho questa cosa qui: se penso una cosa brutta di una persona e gliela dico poi non mi sento bene.
Però alle volte invece mi sento bene.
Sì va bene dico una cosa e poi tutto il contrario.
Bizzarra
Un po’.

Una degli uomini con cui sono sparita è stato il dentista.
Poi te lo racconto.

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U come Uomini – l’ingegnere

Come…?
Non hai capito?
… Eh no infatti stavo più o meno borbottando…che mi viene così…
Dicevo che l’ha rifiutato…insomma sì lo ha aiutato perché pare che sia regredito del 20% che dai non è male.
Dice che era preso da un cordone ombelicale.
Beh non so spiegarti meglio, lui si me lo ha spiegato sono io che non ho capito bene come funziona…
Insomma ora deve fare il trapianto di midollo… Sì è in una lista internazionale.
Sì perché dice che ne avevano trovato quattro qui in Italia di donatori compatibili, ma poi si sono rifiutati…
Sì erano nelle liste, ma poi alla chiamata si sono tirati indietro…
no questo non lo so, non so come funziona…
Sì pare che poi alle spiegazioni dell’operazione e del post operatorio poi si siano spaventati…
Eh no..non lo so se glielo spiegano già quando diventano donatori..non le so io queste cose…

Lui?
Lui era un po’ arrabbiato, un po’ triste, ma anche allegro, insomma lui ha sempre quel suo bel carattere..
Che poi diciamocelo è quello che lo manda avanti.

Abbiamo preso un aperitivo, anche se lui non avrebbe potuto.
Mi ha fatto vedere le foto, sì si faceva le foto durante le cure! Con quelle espressioni lì che fa lui, con quel sopracciglio alzato, senza capelli, senza più i suoi baffetti, con tanti chili in meno, che a vedere certe fotografie glielo ho detto che non sembrava neanche lui, però sempre un gran bel marcantonio, che lui lo è anche con la mascherina e la flebo attaccata al braccio.

Sì certo, lo so bene anche io che sono di parte.
Io con lui ho interpretato molti dei ruoli che si possono interpretare nelle relazioni tra uomo e donna: amici, amanti, fidanzati.
Ci sono stati indifferenza, amore, odio…

Poi lui mi ha detto sai quando finirà tutto questo mi sposerò, ma non immagini con chi, nessuno immagina con chi.
Abbiamo iniziato a rivederci già da un po’.

E io l’ho guardato e gli ho detto con Sara.

Come hai fatto?

E come ho fatto…io ho sempre pensato che non vi sareste mai dovuti lasciare, io vi ho visti insieme e si vede…si vedono tante cose.
Sono contenta. Sono contenta se vi sposate.

Ma sono triste ed ho paura ho paura di non rivederlo ho paura che non si trovi nessuno.
E mi ripassano in mente tutte le immagini…

Che te le racconterei pure ma non hai idea di chi è appena entrato in metro … Ah lo senti eh?! Certo la voce roca inconfondibile di chi la vita se l’è quasi completamente fumata, dovresti vedere come è di aspetto, è ugualmente roco. La sua voce ha mandato in frantumi i miei pensieri.

Te ne dò novemila, novemila a fine ottobre e poi non se ne parla più. Cinquemila? Cinquemila te ne bastano?

È arrivata la mia fermata. Provvidenziale.
Tutto sommato provvidenziale anche il roco che mi ha aiutato ad uscire dal vortice di quelle immagini e dai pensieri bui dove stavo precipitando.

A come Amore – Nipotino e sfumature

  • Zia ora che mi aiuti con i disegni, mi puoi spiegare anche le sfumature, che l’altra volta che le ha spiegate la maestra d’arte non le ho capite.

Così mi sono imbarcata in una spiegazione di teoria delle ombre, con tanto di esempio pratico, lampadina, oggetti illuminati, formazione delle ombre, colori professionali di tutte le sfumature e tonalità, prove colore su fogli bianchi, come fare il tratto, come la sfumatura, non pigiare troppo sul foglio, e..

  • Zia!?
  • Sì?
  • Ho capito! I tuoi capelli ce l’hanno perfetta la sfumatura, vieni allo specchio ti faccio vedere: qui sono marroni, poi diventano arancioni e poi diventano gialli!

(devo urgentemente andare dal parrucchiere…)

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVII

  • Maria Emma l’Azienda mette a disposizione un posto per far partecipare un dipendente ad un master in Project Management. Ti interesserebbe partecipare?
  • Si certo, capo.
  • Bene perché ti ho già proposto come persona della nostra unità organizzativa. Certo questo ha creato un disaccordo: lei si è risentita, perché quando ha saputo che avevo proposto te mi ha detto che voleva invece farlo lei e si è arrabbiata.
  • ah… beh io non sapevo neanche ci fosse questa opportunità… Mi spiace si sia creata questa incomprensione…comunque grazie capo mi fa molto piacere che tu mi abbia sponsorizzato.
  • Ma figurati non c’è bisogno di ringraziamenti.

….

  • … Come funziona ora la scelta tra i candidati?
  • A sorteggio.
  • ah…di solito non sono molto fortunata…però non si sa mai. Magari questa volta sì! E quando ci sarà il sorteggio?
  • Lo stanno facendo ora.
  • … Ora? E chi lo fa?
  • I responsabili delle altre unità che hanno proposta altri candidati.
  • Capo ma come!? Nella fase più importante tu non ci sei?! Non vedi come andrà il sorteggio?!
  • Tanto, Maria Emma, è inutile che io ci sia, lo sai come vanno le cose qui, ci sono altri tecnici sponsorizzati da qualcuno di più importante, non credo proprio sarai sorteggiata.
  • ….

In my shoes – Pazienza

E che faccio un elenco?
Diventerebbe noioso e poi poco produttivo.
Non renderebbe il vero senso.
È che nella vita alla fine ho imparato ad avere pazienza.
L’ho coltivata piano piano.
Credo che ognuno di noi nasca con un qualcosa di default.
Io sono nata con il default di avere pazienza, anzi di dover necessariamente avere pazienza, perché le cose non mi vanno mai lisce come dovrebbero, e per raggiungere qualcosa devo sempre superare degli ostacoli inaspettati, imprevisti, piccoli o grandi che siano.
Come in un labirinto per raggiunger il centro di quello che vorrei fare devo zigzagare tra varie siepi di contrattempi, o di intoppi, trovo sempre qualcosa che mi blocca.
Stupidaggini o cose serie.
Ma io non lo dico mai.
Non me ne lamento perché mi sembra che sia normale.
Mi sembra che poi se le racconto, se racconto i contrattempi assurdi o meno, tutti mi potrebbero rispondere che è normale, tutti incontrano difficoltà.
Ma io su tutto.
Che ne so.
Che ti dico.
E se te lo dico poi entriamo nel circolo vizioso della lista e di te che mi dici ah si va beh ma questo pure mi succede a me, quest’altro è successo a mio cugino, a mia sorella, a mia zia e così via.
E infatti non ne parlo mai.
Ma ora ti vorrei solo raccontare quello che mi ha detto Ca.
Ca la mia collega, quella che x fortuna che c’è nella mia vita di PI, te ne ho già parlato altre volte.

Insomma io e Ca parliamo tanto.
Bene o male con Ca passo molto più tempo che con le persone della mia famiglia…
Direi che Ca è proprio un amica x fortuna.
E quindi io so di lei cose, lei di me altre, e ne sappiamo tante.
L’altra volta le raccontavo di questa cosa importante che io e Lui stiamo portando avanti.
Delle solite mille peripezie che ho dovuto fare e che sto facendo per raggiungere un qualcosa che per altri è stata una cosa semplicissima.
Insomma gli racconto l’ultima cosa che è successa.
Lei tace x un po’.
Poi mi guarda.

ca&&o Maria Emma, non ci posso credere.
Ma è possibile che te ne capitano di tutti i tipi?
Io non ho mai sentito tutte queste vicende strane accadute ad una sola persona!

Ecco insomma io te lo racconto non per avere una sorta di comprensione o di compassione, no!
Te lo racconto perché finalmente ho trovato qualcuno che mi ha confermato quello che pensavo, sono un concentrato di situazioni di intralcio!
Che non sono veri e propri problemi, sono intralci!
Ho sempre un qualche cosa che intralcia i miei obiettivi e devo impiegare il doppio del tempo per raggiungerli!

Insomma è consolatorio sapere che qualcuno che mi conosce bene e conosce bene le mie vicende, senza alcun imput da parte mia, abbia pensato ciò che penso io!

Però in un certo senso è un bene.
Perché io grazie a questo ho pazienza. Tanta pazienza.
L’ho esercitata per anni.
E questo è un bene.

Capita a tutti di pensare così di loro stessi?

Vedi…lo avevo detto io che non te lo dovevo raccontare.

Va bene, pazienza.


la rosa meditativa – Dalì

U come Uomini – Zio, il ricatto

Tre minuti.
I treni nel periodo estivo sono rallentati, le corse sono di meno, vanno giustamente in ferie.
I conducenti intendo.

Mi viene in mente – È vero … L’ho già detto – che io la metro non l’avrei mai presa in vita mia se non fosse stato per il mio primo lavoro da impiegata.

O meglio penso che non lo avrei mai fatto, ma poi sai come è la vita: non si sa mai.
Scopri sempre cose nuove.
Come quella che ho scoperto io.
Che poi ho scoperto anche che ero l’unica della famiglia che non lo sapeva.
Sembra sempre che la piccola di casa non cresca mai.
Mi hanno detto del ricatto che ha fatto mio zio a mio padre.
Non me lo hanno detto prima per non farmi arrabbiare.
Perché in mezzo a quel ricatto c’ero proprio io.
Io che non gli avevo mica chiesto niente.
Lui ha fatto e disfatto tutto.
E mio padre, che poi dei fratelli è quello più tollerante, nella sua grande intolleranza verso il genere umano (quindi pensa gli altri), ha lasciato correre.
E me lo ha raccontato solo pochi mesi fa.
Dopo 11 anni.

Così io adesso a mio zio lo voglio vedere il meno possibile.
Che già non era il mio zio preferito. Che il mio zio preferito purtroppo non c’è più da tempo.

Era uno scherzo, mi hanno detto che sarebbe venuto anche lui a cena.
Beh ovviamente non quello, lui non c’è più.
Magari fosse stato lui.

Gli ho detto: scherzi?
No.
Dimmi che scherzi.
No.
Io non vengo: Mi rovinerebbe la cena. Io lui non l’ho mai sopportato tanto, ma dopo quello che ho saputo ancora meno.
Ma è il compleanno di zia.
Pazienza, zia capirà.

Io l’ho detto?
Io.
Pensavo di essere l’unica a pensarla così
E invece quando poi hai il coraggio di tirare fuori certe cose scopri che ci sono loro che la pensano come te e tu non lo sapevi.
Possibile che io, quella che della famiglia che parla di meno, quella che si tiene sempre tutto dentro o al massimo lo tiene su un foglio di carta, debba essere la prima che parla?

E allora poi si dice che non si invita perché sennò Maria Emma non viene.
È una specie di scarica barile su l’unica persona che ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce che lui è insopportabile.
E poi scopro che anche mia sorella ormai a lui non lo sopporta più.

Lei però lo sapeva già da tempo del ricatto.

Ma lei è brava a mantenere sane pubbliche relazioni.
Io no.

A me basta e avanza mantenere buon viso a cattivo gioco un giorno l’anno, il giorno del fatidico incontro con tutta la famiglia per Natale.
Per il resto dei giorno posso anche farne a meno.
Perché altrimenti gli vorrei dire che i bambini vanno trattati bene.
Che le urla, le minacce, il tono duro, i ceffoni, gli sguardi di rimprovero ti rimangono dentro.
Che i bambini lo sentono quando non sono graditi.
Che i sogni degli adolescenti non vanno denigrati, derisi, ridicolizzati, ma andrebbero incoraggiati.
Gli direi che non si mettono in imbarazzo le persone davanti al loro fidanzato, che non è divertente fare delle battute di spirito di dubbio gusto.
Gli vorrei dire che le persone vanno rispettate.
Che io lo trovo insopportabile con quella sua perenne espressione di disgusto quando qualcuno gli parla di se.
Lo trovo insopportabile quando non ha mai una parola buona per qualcuno.
Trovo insopportabile la sua eterna critica nei confronti delle idee e dello stile di vita di chiunque tranne che quello di sua figlia.
Trovo insopportabile quando lui ci dice quanto lei sia intelligente.
Trovo insopportabile quando lui ci dice che quello che fai lei è fantastico, che il suo lavoro e bellissimo e lei è bravissima.
Ma quale lavoro scusami??!! – gli vorrei urlare in faccia!
Quale lavoro se non ha bisogno di lavorare per vivere?
Ah ho capito.
Ma quelli non sono lavori, quelle sono passioni che lei fortunata riesce a coltivare perché non deve per forza alzarsi la mattina e timbrare un cartellino o avere a che fare con un capo o con dei dipendenti o con che so io!
Quale bravura c’è nel vivere coltivando i tuoi hobby e basta perché tanto non hai problemi ad arrivare a fine mese?!
Sarebbero bravi tutti!

Beh sì, sì è ovvio. Quello che leggi nelle mie parole è sia rabbia che invidia.
Si invidia.
Sono umana. E gli esseri umani la provano l’invidia. Che poi ci sono quelli che si nascondono e dicono “è un invidia buona”. Boh io non lo so se la mia è un invidia buona… Mi sa tanto che è cattiva…un invidia cattiva.
Eh beh, mica possono essere tutti buoni.

Così io l’ho detto.
E, come capita spesso, io divento la scusa per fare una cosa che tutti avevano in mente, ma che non avevano il coraggio di fare.
Benissimo addossate tutte le responsabilità su di me liberando la vostra coscienza, che i pensieri cattivi su altri esseri umani non sono cristiani. Dovremmo sopportare ed offrire al Signore le nostre sopportazioni.
E no.
Oggi no.
Oggi io non voglio mettermi in questa situazione.
Oggi io sono cattiva come la mia invidia.
E forse non è limitato ad oggi.
È ora che si dicano le cose come stanno.

Non te l’ho raccontato bene il ricatto.

Ci sarà occasione.

E non so nemmeno se ricatto è il termine esatto.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XVI

Guarda che qui l’unica strana sono io.
Qui si rubano le pratiche, ma solo quelle che fanno produzione, il resto può rimanere a marcire negli appositi contenitori di plastica con su scritto “da lavorare”, poco importa di cosa si tratti.
Ieri mi ha chiamato un C.T.U.
Non era una pratica che faceva produzione ed in più riguardava una annosa ricerca di documentazione per una causa in provincia.
Ovviamente il capo l’ha data a me, che sono l’unica cui non importa assolutamente nulla dei numeri, delle valutazioni, dei codici rintracciabili per la produzione, di quanto fanno gli altri se è più o meno di quanto faccio io, a me importa lavorare bene, risolvere questioni e cercare di mandare avanti quelle che giacciono nei contenitori, perché ci sono persone che aspettano, e loro non possono aspettare solo perché le loro pratiche non sono consuntivabili, che io mi chiedo se alcune persone qui dentro abbiano idea di cosa sia lavorare.
No, non è vero non mi sto dando le arie, sì ogni tanto penso di essere migliore lavorativamente parlando, altre volte riconosco la preparazione altrui, altre volte non sopporto nessuno, compresa me stessa.
Ma insomma, quello che a me importa e che mi da soddisfazione è per esempio quello che è successo ieri che quando il C.T.U. ha telefonato si è stupita che io le avessi già inviato i documenti richiesti, credo avesse chiamato già pronta ad una sorta di lite con la burocrazia.
Ecco.
Alla faccia delle vostre consuntivazioni.
E io però devo capire il mio capo a che gioco gioca.
Che ora si è imparato l’allert di outlook express.
Così non ti parla quasi più e indice riunioni prima con email poi inserisce l’evento riunione che ti appare lampeggiando per ricordarti che hai la riunione.
Come?
Ricordati che hai la riunione!
Va bene.
Ricordati che hai la riunione!!!
Sì, sì…mò me lo segno proprio…c’ho una cosa…non vi preoccupate…

Sì ho capito quando mi dici che è normale, che si fa così.
Ho capito che non capisci di cosa mi stupisca io.
È che non so come fare a spiegarti che qui è un mondo strano, un mondo di scarica barili.
E dai che te l’ho già raccontato altre volte.

Chi è abituato a lavorare non è che si può stupire tanto.
La stupefacenti e/o stupidità del fatto sta nel fatto (appunto) che alcuni non hanno visto altra realtà lavorativa che questa.
È chiaro che il loro metro di parametro (niente mi vengono le ripetizioni) sia sfalsato.

E ieri che portavo a spasso i cani ho incontrato il miglior professore che abbia mai avuto in vita mia.
Il prof. dell’università di uno dei più impegnativi esami del biennio, che mi ha fatto piangere, ridere, sperare, arrabbiare, perdere amicizie e acquisirne di nuove, nulla per me a confronto di esami come scienza o tecnica delle costruzioni, l’esame di geometria descrittiva.

Lui faceva lezione sempre in un’aula magna gremita fino agli ultimi banchi, l’unico che negli anni della pantera e dei suoi strascichi non ha mai saltato una lezione, l’unico che ci diceva la verità ossia che l’architettura in Italia era finita, che saremmo dovuti andare all’estero, che la Germania sì, la Germania ci avrebbe superato con la sua architettura, ed il muro era appena crollato.

Ecco qui.

Quando lo vedo mi emoziono.
Lui mi guarda e mi dice che tre cani in effetti sono impegnativi. Gli sorrido e lo fisso per un po’.
Lui inizia a cambiare espressione.
Eccerto lo sto fissando come un’allocca.

Lei è stato il mio professore all’università.
Lei è stato il miglior professore che io abbia mai avuto.
Ricordo ancora la prima lezione che ci fece.

Lui allora si rilassa e sorride.
E sorride tanto.
E mi dice grazie.

Grazie a lei professore.

Ti sei laureata, mi chiede.

La percentuale di laureati all’epoca, rispetto agli iscritti, era bassa, tanto bassa.

Sì, prof, 16 anni fa.

Sorride.

E fai l’architetto?

Ed ora sono io che cambio espressione, che mi cala un velo nero sul volto.
L’architettura la mia grande passione, mi sono lasciata convincere così, che il posto fisso è buono, che il posto fisso è un bene.
Ecco che fine ho fatto.

No, prof.
Faccio l’impiegata.

Ora non sorride più neanche lui, ma fa una smorfia.

Neanche tu, è ?

Perché diciamolo, lo sai che una larga percentuale di architetti non fa l’architetto. Ti ricordi quando sono andata a pagare il bollo della macchina, ecco si quel ragazzo lì, anche lui è architetto. Eh, sì, ha aperto un punto Aci. Ecco sì.

Vita di PI – Pubblico Impiegato – Riflessioni XV

Alla fine si è licenziata

La sua sopportazione era al limite.
Ma lei non era fatta per questo posto.
Entrata a 21 anni e 75 mesi a riempire file.
File che alla lunga ti compromettono la stabilità, mentale e fisica.
Perché non si può stare otto ore al giorno a riempire dei fottutissimi file per 75 mesi senza che nessuno ti dia nemmeno una pacca sulla spalla per incoraggiarti.
Non si può fare se sei un giovane che hanno assunto con l’obiettivo di formarti.
Non si può pretendere di abdicare la formazione ad un file da riempire
Non si può pretendere che un giovane sia spronato se per 75 mesi, pur svolgendo il proprio alienante lavoro senza vedere la luce al di fuori del tunnel, rimane al livello minimo del contratto nazionale.
Quando davanti a te sfrecciano ai livelli più alti senza il minimo controllo.
Non si può pretendere di appellarla come irriverente e ingrata se si lamenta che nessuno investe nella sua formazione.
Perché intanto ci servì lì e se ti lamenti puoi anche andartene perché il tuo posto lo rimpiazziamo subito con la figlia di un amico mio cui devo un favore.
Cosa vuoi la formazione?
Ti devi autoformare.
Cosa vuoi un livello in più?
Mi devi dimostrare che te lo meriti.
Come faccio a dimostrare che me lo merito se mi fate solamente compilare un file pieno di dati.
Non è sufficiente dimostrare di raggiungere e superare gli obiettivi annuali assegnati?
Come faccio se la mia più impegnativa mansione è control c e control v?
Non lo fai.
E loro hanno vinto, perché ora il tuo vuoto diventa un nuovo posto a tavola che c’è un amico in più da accontentare.

sono quella

Sono quella cui suonate quando state in macchina e io attraverso sulle strisce mentre con i pollici compongo un sms che provoca un rallentamento dell’andatura.

Sono quella cui suonate mentre state in macchina in coda perché non vado avanti subito quando la macchina davanti procede solo per un pezzetto, perché tanto credo non cambi nulla affrettarsi a raggiungerli: sempre in coda stiamo.

Sono quella cui suonate il clacson quando siete in fila semaforo rosso perché mi sto truccando in macchina, ma sappiate che un occhio è sempre vigile sul cerchio ultimo in basso e che so riconoscere al volo quando diventa verde senza bisogno di avviso né di preavviso.

Sono quella cui suonate quando state in macchina perché è un classico che la macchina davanti a voi vedendomi a passeggio con i cani si ferma per chiedermi indicazioni stradali fermando puntualmente il traffico. È che ci metto un po’ a fare mente locale però sappiate che di solito sbaglio involontariamente me ne accorgo dopo, quindi superate quella macchina perché si dovrà inevitabilmente fermare dopo poco per chiedere nuovamente indicazioni.

Sono quella che incrociate per strada e pensate che stia parlando al telefono con qualcuno con l’auricolare, ma invece no, sto proprio parlando da sola.

Sono quella che pensate stia cantando ascoltando l’iPod mentre cammina per strada, ma invece l’iPod è scarico da mesi, canto da sola le canzoni che mi rimangono in testa dalla mattina.

Sono quella che pensate > ma cosa ha da guardare questa
e invece mi sono semplicemente fissata su di voi pensando ad un’altra cosa, vi guardo ma non vi vedo.

Sono quella che discute con altre persone per strada mentre passeggia con i cani perché puntualmente accusata senza prove delle colpe di tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi – che ho tutte le borse sempre piene di sacchetti perché voi non possessori di cani non sapete che peggio di un umano che pesta la cacchina di cane è un cane a pelo lungo che con la sua zampina pelosa pesta una cacchina di altro cane non raccolta e non sa pulirsi da solo.

Sono quella che se cerca una cosa nella borsa non la trova mai al primo colpo e inevitabilmente si accuccia poggiando la borsa per terra e iniziando a tirarne fuori il contenuto scoprendo di avere dentro cose che cercava un mese fa e pensava di avere perso.

Sono quella che al ristorante chiede che tipo di acqua minerale abbiano, perché non tutte sono buone uguali e la ferrarelle non la sopporto.

Sono quella cui, camminando sui décolleté in maniera fintamente disinvolta, il tacco le si incastra tra i sampietrini lasciandola a piede nudo saltellare per riprendere la scarpa, mentre sta attraversando la strada.

Ecco.

Vita di PI – Pubblico impiegato – Riflessioni XIV

Starò diventando paranoica?
È perché io ne ho paura.
Ho paura che sia genetico
È che ci sono alcuni sintomi. Voglio dire, alle volte io vedo la realtà. Ecco io sono convinta della realtà che vedo, ma è la realtà nascosta quella che si cela dietro ai comportamenti, quella che si cela dietro le risate che io la conosco la sua risata e non è quella che lui fa quando siamo a pranzo. Lui la fa per cercare di far vedere che è tutto a posto, che va tutto bene, ma poi si immerge nuovamente nella vita virtuale del suo telefonino e non parla con noi, ride solamente quando si fa una battuta ride così con quella risata sguaiata e falsa come a far vedere che lui sta partecipando.
Ma a me non mi frega.
D’altra parte dopo essere stati colleghi siamo stati amici, molto amici.
E ora siamo di nuovo colleghi, solo colleghi, che io non mi fido più.
Lui dice che io tramo alle sue spalle.
Io.
Che neanche dopo pagine di chiarimenti, lui ci crede che non è vero, non me lo ha detto, ma si vede.
E allora si è rotto quel qualcosa.
Lui mi ha detto che sono stata troppo dura in quel che gli ho scritto.
Ma lui mi aveva detto di essere sincera.
Ecco dove porta la sincerità, io lo dicevo che a volte le bugie bianche sono meglio.
Ma gli ho detto anche di fare la stessa cosa lui con me, di dirmi tutto, scrivermi tutto, che rimanesse nero su bianco, le cose che in me non vanno. Ho insistito perché lo facesse.
Caspita non lo ha fatto.
Non lo ha fatto e si è chiuso nel mondo virtuale del suo cellulare.
Che mi parla solo se gli serve qualcosa di lavoro.
Che lui è fatto così. Se gli assegnano una pratica lui ti chiede a te cosa ti ricordi e ti chiede di fargli un riassunto. E se tu non lo sai si fa il giro dei colleghi.
Io no. Io se mi assegnano una pratica, prendo il fascicolo e me lo leggo per sapere la storia.
Ecco siamo fatti così.

E poi c’è l’altro, che l’altro è il mio capo.
Che il mio capo a me mi ha realmente stufato.
E allora lo sai che a me si legge in faccia quando qualcuno mi è arrivato a saturazione, che io lo so che questo discorso dell’espressione lo abbiamo già fatto.
Ma poi ti dico.
Ti dico che lui però mi sta mettendo in mezzo ultimamente.
Ecco perché ti dico che sono paranoica.
Che se chiedo ai miei colleghi alcuni dicono di no.
Insomma che ieri ancora è successo, durante la riunione ed è già la seconda volta che durante la riunione mi mette in mezzo. Che se pensi che abbiamo fatto solo due riunioni con i nuovi colleghi allora risulta che mi ha messo in mezzo il 100% delle volte.
Direi un bel record.
E io ieri mi sono innervosita, tanto, ma tantissimo, che la voce era tutto un tremolio, che io mi sarei alzata e gli avrei urlato brutto pirla mollami!
Perché mi vuoi far apparire come non sono davanti ai nuovi colleghi?!
Ma che problema hai?
Da dove deriva il tuo accanimento nei miei confronti?
Ma soprattutto per quale razzo di motivo è iniziato?
E invece no.
Che poi ho chiesto, perché a me scocciava e allora ho chiarito ma mi hanno detto che non sembrava che mi volesse mettere in mezzo.
Ma io lo so, ne sono convinta.
Ma ho le mie ragioni che io ovviamente sola so.
O credo di sapere.
E allora ho paura.
Paura che io sia paranoica.
Che magari è la genetica.
Che la mia nonnina negli ultimi anni era un po’ picchiatella.
Era una picchiatella tenerissima.
Che lei vedeva le cose.
Soprattutto degli animali. Una specie di parameci. Lei vedeva i parameci che camminavano ovunque.
Lei poi non le piacevano alcune persone.
E veniva da te e ti diceva all’orecchio che tu ti dovevi abbassare per farla arrivare al tuo orecchio perché lei si era tutta accorciata. E ti diceva che quella persona non le piaceva per un motivo e quella per l’altro.
Trovo che però a me il senso tornava.
Che io ci ho pensato anche dopo e lei in fondo non aveva neanche torto.
E lei però ad un certo punto forse era tanto triste dopo la morte di mio zio e allora vedeva di continuo i parameci.
E i parameci poi non ho mai scoperto se erano veri o no.
Beh io poi nella sua casa ci ho abitato ed in effetti c’erano gli scarafaggi e alle volte erano proprio tanti.
Così tanti che poi io ho sclerato ho preso i cani due valigie e sono andata via.
Che io ero fortunata che avevo un altro posto dove andare, lei invece no.
Allora ho pensato che poi tutti i torti mia nonna non li aveva neanche in quell’occasione.
Allora forse tutti i torti non ce li ho neanche io.
O forse sono un po’ paranoica e picchiatella anche io.
Non so.
Sono compulsiva sicuramente che sono andata in un negozio e mentre mi provavo gli stivali ho avuto un flash che li avevo uguali a casa allora ho detto che mi stavano un po’ grandi.
Le vado a prendere il suo numero giù in magazzino.
No non si preoccupi che vado un po’ di fretta, magari passo con calma un’altra volta e guardo anche tutto il resto.
Grazie, ‘rivederci.

Vita di PI- Pubblico Impiegato – Riflessioni XIII

Oggi si è uno di quei giorni quei giorni che conosco bene quelli che ti si blocca il respiro quelli che sento che qualcuno sta stringendo le sue dita contro il mio collo e mi impedisce di respirare, i respironi li chiamavo da piccola, si perché non riuscivo a incamerare aria e allora respiravo il più profondo possibile ma non era mai sufficiente e ogni respiro cercavo di farlo più profondo e dicevo a mia madre che non riuscivo a respirare.
La mano non allentava la presa e mi assaliva l’angoscia e allora per farla passare mi immaginavo dall’esterno, e vedevo me stessa prima da vicino, poi sempre più in lontananza, io dentro alla mia camera, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo, io dentro la mia camera all’interno del palazzo nel mezzo del comprensorio, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città nel centro della regione, io dentro la mia camera all’interno del mio palazzo nel mezzo del comprensorio dentro il quartiere nella parte est della città nel centro della regione nel mezzo dell’Italia, poi iniziavo a vedere immaginare l’Italia dall’alto, con i paesi confinanti, i continenti, il mondo, che si faceva più piccolo fino a che non arrivavo nello spazio e nell’universo ed era una sensazione magnifica di libertà assoluta avevo a quel punto perso qualsiasi contatto con cosa e con chi mi stava vicino e vagavo, fluttuavo in un mare limpido di serenità.

Non riesco più a farlo.

Ed oggi invece sarebbe uno di quei giorni, che io non resisto più in quel posto, che non lo si può neanche dire a voce alta che ti rispondono che sei fortunata ad avere un posto di lavoro.
Che non è infatti quello, è tutto l’intorno di quel posto di lavoro che mi soffoca.

U come uomini – il commercialista reloaded

Come un’anziana previdente signora sono salita all’ultimo piano, li dove c’è lo studio, anche con l’ombrello, non ho voluto lasciarlo in macchina, mi son detta che non si sa mai magari piove.
Fortunatamente il mio ombrello non era nero come quello delle suore di scuola, no, è un ombrello di quelli grandi per nulla discreti, non da borsetta, di un bell’azzurro però.

Poi ero imbarazzata, sì certo meno rispetto all’altra volta.
È che quando sono imbarazzata mi rincarco su me stessa come una vecchia e mi nascondo le mani, quelle orribili mani che mi sono ritrovata.

Rincarco?
Perché non esiste in italiano?
Voce del verbo rincarcare.
Dunque vediamo…è come dire mi ripiego su me stessa, però in modo rude, non aggraziato e quindi mi rincarco. È una parola il cui suono rende l’idea.

Però oggi meno, oggi ero meno rincarcata e le mani le tenevo sul tavolo. Sempre quasi una nell’altra, ma sul tavolo.

Poi dovevo firmare e non mi ero portata gli occhiali e dovevo fare più di una firma e lui mi guardava. Che io mi sento in soggezione se qualcuno mi guarda quando firmo.
E pure tu ciai ragione: sono sempre in imbarazzo! Ogni scusa è buona!

Insomma, fatto sta che alle volte che sono così mentre firmo non riesco a fare quel bel Maria Emma che mi piace tanto e mi viene più un marema, o maena, o giù di lì.

Succede solo col nome, il cognome invece mi viene bene, sempre.

Insomma sì che vuoi ero imbarazzata per quel che era successo quello che ti ho raccontato [qui](https://mariaemmajr.wordpress.com/2013/01/28/in-my-shoes-la-tecnologia-mi-e-avversa/).
Ecco rivedere il commercialista dopo che mi sono un po’ data alla macchia senza tante spiegazioni approfittando dell’estate passata separati, che io lo so come ci si sente quando qualcuno sparisce senza troppe parole, mi imbarazzava.

Solo che insomma io il 730 lo dovevo fare e quest’anno era complicato e poi aveva fatto quell’altro con lui.

Ecco io il mio scotto per essere un po’ sparita l’ho pagato eh!?

L’anno scorso o l’anno prima, credo fosse l’anno prima, anzi sì era proprio due anni fa, è che c’era quella storia tra noi, e allora mi disse che non dovevo pagare e io insistevo e allora lui mi chiese 1€, me lo chiese così, in modo simbolico.
E io lo portai inserito dentro un palloncino, un palloncino a forma di cane, ovviamente no?
Un palloncino piccolo per non dare troppo nell’occhio e anche per non presentarsi così all’appuntamento con 1€ in mano, così mi venne questa idea.

A lui piacque, questo me lo ricordo.
Almeno è sembrato.
Oppure lo disse perché tanto c’era la storia e quindi un po’ doveva dirlo per forza.
Quest’anno non c’è. Anzi, neanche l’anno scorso c’era. E la dichiarazione non l’ho fatta.

Insomma, che dirti, giusto che si è alzata la tariffa.
Del 9.900%.

Ho pagato 100€ infatti.
Niente palloncino quest’anno.

Perché io valgo.

Sì hai ragione. Alluce, alluce valgo.

M poi il calcolo di quanto valgo sarà esatto?!