Grazie amiche

Una seduttrice, un’egoista, una succube, e un genio. Questo ho capito, dopo 25 anni, essere le mie amiche storiche.

La seduttrice. Dopo aver sofferto e subito la maggior parte delle sue conquiste amorose, perché si da il caso fossero gran parte dei ragazzi per cui avevo un interesse, scopro che non si rende neanche conto di essere seduttiva con tutti gli uomini che incontra e mi confessa di avere tantissimi complessi in fatto di sesso.

L’egoista. L’ho introdotta io nel gruppo. Dopo anni di amicizia, un patto di sangue affinché rimanessimo amiche per sempre come quelli che si fanno da ragazzine nei bagni della scuola, scopro che è stata la trascinatrice che ha determinato con fermezza la mia uscita dal gruppo.

La succube. Nonostante il tempo trascorso lontano c’è ancora la complicità, la sintonia e l’ironia coinvolgente che ha caratterizzato tutta la nostra amicizia. Dispiace solo che soccomba ancora in alcune situazioni.

Il genio. Il genio fa sembrare i suoi successi, inarrivabili per i più, come traguardi semplicissimi, il tutto senza altezzosità o arroganza. Seguo con piacere da lontano tutti i suoi racconti di oltreoceano.

Mi sono mancate molto in questi anni, ma unendo i puntini scopro che è stato un bene per me. La timida. La timidezza può essere invalidante. Può impedire di vivere con facilità le più semplici relazioni interpersonali.

L’allontanamento coatto mi ha giovato, tirati via i cuscini su cui mi adagiavo una volta, quali erano le mie amiche, ho dovuto imparare a far diventare se non facili in assoluto, più facili per me, le relazioni interpersonali.

Vi ringrazio amiche e sono contenta che ci frequentiamo nuovamente dopo 25 anni.

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXV- About a woman

L’ho cronometrata, hai presente quando si parla di curva dell’attenzione, ecco quella mi sembra di ricordare che duri 15 minuti.

Lei no, lei dura al massimo 4 minuti.

Ti assicuro. Ho svolto tutto in maniera scientifica. Come dicevo l’ho cronometrata più volte al giorno per più giorni. Sono in stanza con lei da Febbraio e adesso che è Aprile i risultati del mio studio posso ritenerli esatti.

Non ci credi?

Ti ripeto, te lo assicuro. Lei lavora in maniera continuativa per un periodo di tempo massimo pari a 4 minuti.

Ciò significa che può durare anche meno, ovvio.

Dopo questo periodo di tempo massimo smette di lavorare e inizia a parlare, o con me, o telefona. Oppure manda messaggi scritti o vocali. Alternativa è controllare non sia mai sia successo qualcosa in uno dei suoi tanti social, e se c’è un video non può fare a meno di guardarlo rigorosamente con audio a palla. È possibile altrimenti che legga le notizie del giorno e si senta in dovere di rendermene partecipe, soprattutto quelle divertenti quelle che la fanno scoppiare in una fragorosa risata mentre io la incenerisco con lo sguardo, da dietro il monitor sia chiaro, vorrei mettere a verbale che sto cercando di migliorare me stessa e di essere più gentile in ufficio. Se ci sono delle notizie video comunque non se le fa scappare, ad alto volume comprese le pubblicità. Altra possibilità è che metta le cuffie per ascoltare musica su you tube e cantare, si canticchia tenendo il ritmo con il piede sul pavimento. Altrimenti si stiracchia sulla sedia improvvisando posizioni di yoga che dice essere state fornite da un serio yogi, accompagnando i movimenti con sonori lamenti dovuti al mal di schiena. Sennò interloquisce con chi passa per il corridoio davanti alla stanza, anche solo con un semplice “ciao” urlato come se non ci fosse un domani, o semplicemente ripetendo in cantilena il nome della persona che passa, o per rispondere lei ad una domanda che il malcapitato passante faceva al suo diretto interlocutore, ovviamente urlando perché le persone che lei avrebbe voluto imbrigliare in una conversazione sono già passate oltre la porta.

Ci sono anche le volte in cui dopo massimo 4 minuti di lavoro si alza e lascia la stanza, bagno, caffè, acqua al distributore, o magari per seguire quelli che sono passati prima in corridoio e non hanno raccolto la sua “proposta” di inserirsi nella conversazione.

E quando esce io mi accascio tipo palloncino sgonfio poggiando una guancia sulla scrivania con le braccia penzoloni al di là del bordo, respiro profondamente ed espiro esausta.

Perché anche nei quattro minuti in cui lavora parla, sì, parla. Fa la telecronaca di quello che scrive o dei passaggi sul pc.

Apro, salvo, chiudo. Si fa riferimento alla protocollo numero del … ma quel file dov’era in questa cartella? Ah no forse quella…poi voglio vedere un attimo una cosa, allora, questo qui… ah si… e questo cos’è?

E anche quando esce dalla stanza accompagna con un suono onomatopeico i suoi passi.

E poi … tira su con il naso e deglutisce rumorosamente e io vado al manicomio.

Dunque ho fatto uno studio scientifico anche sulla durata di tutte queste pause dal lavoro di 4 minuti max. Le pause che non implicano un’uscita dalla stanza durano anch’esse massimo 4 minuti. Se esce dalla stanza sono sicura che posso rimanere in posizione palloncino afflosciato per più tempo.

La cosa importante nella vita da isola è pianificare le proprie attività e trovo che la chiave sia dividere la giornata in unità di tempo della durata di non più di trenta minuti: le ore intere possono intimorire un po’ e la maggior parte delle attività richiede circa mezz’ora”. (About a boy-Will, interpretato da Hugh Grant)

La mia collega di stanza ha fatto come Will, ma anche le mezzore la intimorivano un po’ e ha optato per pianificare ogni sua attività in un lasso di tempo massimo di 4 minuti, accompagnata sempre da un sottofondo sonoro.

Non c’è sconfitta nel cuore di chi se ne sbatte il cazzo

Le scritte sui muri regalano spesso perle di saggezza.

Se riuscissi davvero a farlo sarei salva dalla mia monkey mind che mi ripete in continuazione che il dovere viene prima del piacere che se il dovere non è portato a termine nel migliore dei modi non meriti il piacere.

E in questo loop mentale permetto a chiunque di essere il mio implacabile giudice e siccome compiacere e avere l’approvazione di chiunque è impossibile, il traguardo che mi impone la mia monkey mind è irraggiungibile e la sconfitta è quindi inevitabile.

Che fatica.

Premonizioni

Sin da piccola, ma intendo proprio bambina, avevo la sensazione, un presentimento che mi preoccupava: i meccanismi familiari si sarebbero ripetuti come degli schemi predefiniti e se non avessi reagito avrei vissuto la stessa vita che vivevano mia zia e mio zio.

Mia sorella si sarebbe sposata, avrebbe avuto dei figli, saremmo stati tutti fagocitati e condizionati a vivere la nostra vita secondo i dettami della sua.

Così come ha fatto mia madre.

Io sarei rimasta incastrata in questo ingranaggio senza mai riuscire ad affrancarmi. Non mi sarei sposata, non sarei andata via di casa, non avrei scelto il lavoro del mio cuore e avrei vissuto la mia vita come un satellite orbitando attorno alla vita di mia sorella.

Così come fa mia zia, e come ha fatto anche mio zio finché in vita, orbita intorno al pianeta principale sviluppando una rabbia sordida nei confronti della vita, impossibilitata a compiere scelte autonome perché ogni alternativa è repressa.

La conseguenza è un difficile rapporto con il mondo femminile, ogni qualvolta interpreto qualche segnale anche innocuo come un condizionamento faccio scattare l’interruttore salvavita, interrompo il flusso di energia che mi fa risuonare e divento vigile, guardinga.

Avevo ragione quando ero bambina, i modelli familiari si ripetono, e la mia auto realizzazione è stata difficilissima e in alcuni campi della vita non si è concretizzata, come si nota nella categoria Vita di Pi, ma i miei sforzi – enormi considerando la mia profonda insicurezza- sono stati ripagati, e la vita è stata generosa in altri campi.

Vita di P.I. – Riflessioni XXXIV

Retaggi antichi di una pubblica amministrazione che pensa di svecchiarsi rinfrescando la facciata con termini anglosassoni, ma che al suo interno pensa ancora che il potere si misuri con la grandezza delle piante nella stanza ed esercita il suo potere conferendo incarichi di sudditanza

Il direttore ha chiesto di annaffiare le piante durante la sua assenza per ferie.

Fanno a gara per occuparsene.

D’altra parte è noto che i premi non vengono assegnati in base alla produttività.

Ecco, il cbd

Mi piacerebbe per un giorno o due, forse meglio tre, sapere cosa si prova ad avere una sicumera tale da pensare di essere sempre nel giusto.

Pensare la cosa giusta, dire la cosa giusta, farlo al momento giusto, agire nel modo più giusto.

Io mi metto sempre in discussione.

Una volta un mio collega, dopo un episodio che ritengo superfluo raccontare mi disse “ora ho capito cosa significa essere belli”.

Ecco io vorrei poter dire “ora ho capito cosa significa essere sicuri di se stessi”.

Perché sarò stata pure bella e ora avrò ancora su di me i segni di una passata bellezza, ma non sono mai stata sicura di me stessa.

L’insicurezza è come un’armatura inscalfibile.

Ti stringe in una morsa soffocante. Ti toglie il respiro. Ti intrappola l’energia e la fa uscire in maniera esplosiva con un timing sbagliato e con una dirompenza inopportuna che ti fanno sprofondare in una odiosa sensazione di inadeguatezza.

E come se non bastasse le frasi dette e i gesti compiuti ti rimangono nel cervello, che, bastardo, te li ripropone quando meno te lo aspetti facendoti ricadere a piombo nel baratro di quella misera sensazione.

Non mi vergogno a dirlo, tra i tanti rimedi a un qualcosa di irrimediabile il più efficace che ho trovato ultimamente è il cbd.

Ecco, il cbd.

Nessun rimedio all’insicurezza, ma all’ansia da prestazione che essa ti provoca sì.

Ora ci penso

Ci rivediamo qui tutte insieme a 50 anni.

Sulla scalinata della chiesa, quella chiesa la cui architettura ho sempre amato.

Era l’ultimo giorno di scuola ma non l’ultimo assoluto, un ultimo qualunque.

Meno male che non si fa questo incontro.

Ricordo che mi immaginavo superlativa a 50 anni. Chissà le cose che avrei creato.

Perché io questa cosa di creare l’ho sempre avuta dentro di me.

Disegni, colori, idee, progetti, fotografie, scritti.

Chissà.

E infatti chi lo sa.

Sto qui in un ufficio a controllare la regolarità delle documentazione.

Che poi in questo paese essere regolari è così difficile. E ancora più difficile è capire come essere regolari.

Che poi ti guardi Report il lunedì e pensi fanculo al controllo della regolarità dei documenti.

E mi sento così affranta perché non ho creato niente.

Eppure molti miei colleghi sono così fieri.

Sembra che occupino il posto più importante del pianeta.

Lo si nota soprattutto dall’abbigliamento.

Ecco io sono così annoiata che non creo nulla neanche quando mi vesto per andare in ufficio. Ho comprato una serie di maglie nere e maglie bianche, le abbino con i jeans e il colore a volte solo per le giacche o le sciarpe. Alle volte neanche mi trucco. Sto ore davanti a carte e pc, per quel che mi riguarda gonna, vestito, jeans o caftano poco cambia.

Mi ero detta smetto quando voglio.

E non ho smesso mai e ora so che non potrò smettere mai. O meglio fino a quando l’onda narrativa lo consentirà.

Intanto mi sono iscritta a un corso di fotografia e mi sono detta che avrei dovuto farlo per professione, quando avrei voluto, senza incertezze.

Ma questa è la mia parte distruttiva.

La parte costruttiva sogna, forse è questo che un po’ mi ha fottuto, sognare.

Ma che intendevo con superlativa?

Alla fine io superlativa in qualche cosa lo sarò.

Ora ci penso.

A noi

A noi non piace chiudere le porte finestre prima di andare a dormire, ma se uno di noi va per primo a chiudere, l’altro lo raggiunge per aiutarlo.

E se uno si accorge che l’altro ha già chiuso le porte finestre ci diamo il cinque ridiamo e siamo felici.

A noi piace avere la bottiglia di acqua vicino al letto per la notte, e prima di coricarci urliamo dalla cucina: vuoi l’acqua? E se l’altro l’ha già presa per entrambi ridiamo e ci diamo il cinque e siamo felici.

Ma se già coricati ci accorgiamo di non avere l’acqua ridiamo e e ci lamentiamo ma ci alziamo entrambi dal letto e chi fa per primo va.

A noi piace avere la macchinetta del caffè pronta con la sveglia della mattina, ma non ci piace lavarla dopo averla usata, quando uno si accorge che l’altro l’ha già lavata ridiamo e ci diamo il cinque e siamo felici.

Traguardo

Mia madre non si rende assolutamente conto di quanta influenza abbia avuto e abbia tutt’ora su di me.

Facile per lei dire che ognuno compie le proprie scelte. Le scelte non sempre sono del tutto proprie.

Facile per me scaricare su di lei la colpa della mie scelte, è solo un bieco tentativo di alleviare quel senso di disprezzo che provo nei miei confronti per non avere avuto il coraggio di vivere la maggior parte della mia vita seguendo le mie idee, i miei sogni, i miei desideri, le mie aspettative.

Troppo forte il desiderio di compiacerla, di raggiungere quell’approvazione tanto agognata, di voler smorzare quel l’affanno provocato dal rincorrere sempre quello che ancora c’era da raggiungere per arrivare a sentirla soddisfatta senza capire che era ed è impossibile raggiungere il traguardo se il traguardo veniva e viene continuamente allontanato e quei sogni ricorrenti di me che cammino e non mi muovo e che voglio urlare ma la voce non esce e che mi fanno da accudire un neonato che puntualmente si ritrova in fin di vita.

Flashback

Da quando è morto mio padre ho dei flashback.

No, non riguardano lui. Su mia madre, mia sorella e mia zia, anche mia nonna a volte.

Dolorosi?

Mah…

Non li definirei dolorosi, piuttosto direi che sono fastidiosi. Sì, Mi molestano.

Mi fanno ricordare le origini del mio sentirmi inadeguata, inappropriata in ogni situazione.

Sai stavo cercando dei sinonimi di inadeguato e tra questi c’è “infecondo”.

Chissà che anche la mia infertilità non derivi da questo senso di inadeguatezza che vive dentro di me come un rumore di sottofondo che mi accompagna costantemente.

Eppure generalmente il rumore non si propaga nel vuoto.

Quindi mi sembra strano che questo rumore riesca a propagarsi, perché spesso sento un vuoto interno incolmabile.

Riesco comunque a stare in questo fastidio, lo gestisco. Non sempre bene, ma me la cavo.

L’esposizione costante a questo rumore non inquina più la mia vita di oggi, come invece ha fatto con la mia vita passata.

Cenere

Rileggo le bozze antiche del mio blog, quelle mai pubblicate, quelle che poi le rileggo e le sistemo e le pubblico, ma poi le rileggo e non le sistemo e non le pubblico.

Perché?

Perché leggo solo cattiveria.

Traspira da quelle parole un livore nei confronti della maggior parte delle persone che ho incontrato lungo il cammino.

Incapace di mantenere una relazione interpersonale sana scrivo riversando la mia bile su chi incontro.

All’inizio dello scritto i toni sono pacati, distaccati, quasi flemmatici.

Analizzo la situazione da lontano.

Ma più rivivo la situazione più i miei toni diventano irruenti, impetuosi e impietosi, fino a che non mi immergo completamente in quello che è successo e sprofondo in un abisso di rancore che ribollendo fuoriesce e parole incandescenti eruttano e come lava inarrestabile colano sul soggetto del mio scritto carbonizzandolo all’istante e di lui non rimane che cenere così come ciò che rimane dei miei rapporti interpersonali: cenere.

Plana dall’alto

Plana dall’alto.

Che cosa vedi?

Un uomo che non riesce a respirare in maniera omogenea.

Potrebbe essere ansia.

Potrebbe essere panico.

Per cosa?

Forse perché non riesce a controllare tutto.

Forse perché pensava di fare bene e invece ha scoperto che così non va bene.

Forse perché ora controllano di più tutto quello che esce con la sua firma.

Come influisce questo su di te ?

Mi trasmette ansia.

Tu sei sicura dell’esattezza di tutto quello che scrivi e che gli sottoponi?

No

Di chi è il dovere di controllare?

Suo e di chi firma ancora dopo.

Quando ha corretto ciò che hai scritto è successo qualcosa ?

No, ho corretto e basta

Ne sei uscita viva ?

Si

Ne sei uscita menomata nel fisico o nella mente ?

No

Stai lavorando al tuo meglio?

Si

Plana dall’alto e dimmi cosa vedi.

Vedo mio padre ed io bambina e sento che se gli porto qualcosa deve essere perfetta, non voglio che mi corregga.

Lui è tuo padre ?

No

Tu sei una bambina?

No

Ok allora direi che se ti concentri su questi due fatti fondamentali, puoi risolvere la situazione.

Vola

Ora sei libero.

Libero di esprimere completamente te stesso.

È nella sensazione della libera espressione del sé che si nasconde la gioia.

Recupera i tuoi sensi, la gioia passa attraverso di loro, non è pensata.

Non pensare la vita, impara a sentirla.

Non avere paura della libertà.

Vola Lori.

Vola in alto.

Vola più in alto che puoi.

E quanto in alto arriverai non sarà misurato solo dal livello di popolarità o di carriera che raggiungerai.

Si misurerà con i valori, con la morale, con la gentilezza, con la fermezza, con il rispetto, con la dolcezza, con l’empatia, con la temperanza, con l’espressione delle proprie emozioni e con lo stare nelle proprie sensazioni.

Se riuscirai a essere empatico con te stesso lo sarai anche con gli altri e riuscirai a vivere la gioia.

Coltiva le amicizie, ascolta le storie degli altri, c’è così tanta vita intorno a te.

È nei momenti di condivisione e di empatia che sentiamo la bellezza dell’unione con gli altri e con la vita.

Empatia con qualcuno significa risuonare con questo qualcuno.

È vero che non potrai risuonare con chiunque, ma ricorda che la mancanza di felicità, alle volte, è dovuta all’incaponirsi a voler risuonare con qualcuno con cui non potremmo mai risuonare.

Impara che tu meriti l’amore, meriti di provarlo e di riceverlo.

Impara a perdonarti per eventuali insuccessi o errori, passati o futuri.

Se per perdonarti dovrai passare attraverso la rabbia, fallo, non scacciarla, impara a scaricarla, perché quando non è possibile scaricare la rabbia la difesa dell’organismo è la paura.

La rabbia è l’antidoto alla paura.

E tu non devi avere paura.

Perché la paura blocca.

E invece tu devi volare.

Ascolta il tuo corpo, lui sa cosa vuole, di cosa ha bisogno, cosa lo nutre e cosa lo intossica, assecondalo.

Ascolta la tua mente, sempre brillante e attenta, ascoltala quando intorno a te c’è più silenzio, e nel silenzio abbi pazienza, la risposta arriverà.

Il silenzio Jacky è importante, non sottovalutarlo e non trascurarlo.

Coltivalo invece.

Il silenzio aiuta a formare i ricordi e i ricordi sono fondamentali per affrontare il futuro, i ricordi danno forma alle opinioni e le opinioni ti aiuteranno ad analizzare e ad affrontare le situazioni che nel corso degli anni la vita ti proporrà.

Prendi appunti se vuoi.

Scrivere i propri pensieri aiuta e rileggersi ancora di più.

Leggi, informati, studia, sii curioso, la conoscenza e la cultura rendono indipendenti.

Rincorri i tuoi sogni.

Vola Lori

Vola più in alto che puoi.

Ti meriti il bello della vita.

Vita di PI – Pubblico Impiegato- Riflessioni XXXIII

La mia capa la riconosci subito, è quella che sorride sempre e io diffido di chi sorride sempre.

È quella che è sempre contenta di venire a lavorare e io diffido di quelli che appaiono sempre contenti di andare a lavorare.

È quella che arriva sempre per ultima in ufficio oltre l’orario previsto di ingresso salutando a voce alta scandendo i nomi di tutti mentre percorre trafelata il corridoio.

È quella che “sono appena arrivata devo prendere il caffè altrimenti non connetto” e intanto si fanno le dieci del mattino.

È quella che chiama alla sua corte i suoi adepti per tenerle compagnia durante il caffè per ciacolare di quanto è stanca perché le è successo questo e anche quello, ma pensa te.

È quella che soddisfatta del suo monologo “ma sono le 10.30 cosa fate qui andate subito a lavorare” con sottofondo di battito di mani.

È quella che “ma che carina questa borsa dove l’hai presa?” – in vacanza in Inghilterra questa estate – “E perché non l’hai comprata anche per me!?”.

La riconosci subito perché è un’ape fucaiola che si crede un’ape regina, tuttavia nella realtà è una semplice ape operaia ovificatrice la cui sopravvivenza è garantita esclusivamente in assenza di un’ape regina la quale inibirebbe lo sviluppo del suo apparato riproduttore.
Il suo apparato riproduttore infatti è in grado di deporre uova sì, ma non fecondate e ne depone un numero indeterminato, più sono meglio è.
Da queste uova nascono e si sviluppano i fuchi e l’ape fucaiola ha bisogno dei fuchi, la mia capa si circonda così di un indeterminato numero di fuchi, i mei colleghi.
E come ben sanno gli apicoltori un alveare non sopravvive in caso di presenza di api fucaiole, perché generando esclusivamente fuchi l’alveare non avrà lunga vita.

Ora io vorrei continuare con questa similitudine, ma mi sono un po’ incartata.
La verità è che mentre scrivevo ho saputo che la notizia che girava ufficiosamente è diventata ufficiale.
L’ape fucaiola se ne va, da fine gennaio non sarà più la mia capa, colei che ha reso il mio 2018 l’unico anno veramente orribile della mia vita lavorativa se ne va.

Ed io sono veramente felice.

Perché sì è vero i miei racconti sulla mia vita da impiegato sono sempre pieni di insoddisfazione lavorativa, ma mai e dico mai ho passato un anno così intriso di falsità, di cattiveria, di livore, di invidia, di gratuite meschinità come quello che mi ha fatto vivere lei e più cercavo di risolvere la situazione con le buone più lei si accaniva, più cercavo di risolver la situazione con le cattive più lei si inaspriva.

Ciao ape fucaiola.

So bene che si dice che al peggio non c’è mai fine e quindi può darsi che chi arriverà dopo di lei non sarà forse molto meglio, ma non credo di poter incontrare ancora una persona così capace di generare in me un malessere così profondo.

Ancora ciao ape fucaiola avevo pensato di dedicarti diversi post, un po’ per sfogarmi, un po’ per esorcizzarti, ma ora sapendo che non dovrò più avere rapporti lavorativi gerarchici con te ho deciso che non ti dedicherò più neanche un piccolo pensiero, figuriamoci dei post.

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXII

Certo, si, ti devo aggiornare sulle mie novità lavorative, perché nel corso del 2018 c’è stato un avvicendamento dei vertici.

È cambiato il direttore e il vice direttore.

Il mio capo se ne è andato ed io ho una nuova capa.

Ho cambiato servizio e quindi ho cambiato colleghi.

La mia nuova capa ha deciso di farmi cambiare materia lavorativa e quindi sto imparando, o meglio mi sto barcamenando in totale assenza di formazione e affiancamento.

Ma al momento non ho tempo, quindi ti faccio solo un piccolo flash per farti capire come sto.
Un piccolo flash sulla cena di fine anno con la mia nuova capa e i miei nuovi colleghi.

Le abbiamo fatto un regalo di Natale con annesso biglietto da firmare.
Ecco la mia firma come sai perché comprare in tutte le foto del blog è questa.

Al momento di firmare il biglietto del regalo per la capa la mia firma è venuta più o meno così.

Ora io non sono un’esperta calligrafica, ma non credo ci sia bisogno di esserlo per capire quanto malessere ho dentro e quanto non mi trovi molto bene in questo nuovo gruppo, con questa nuova capa e con questa nuova materia lavorativa.

Sensi di colpa 

Mi sento in colpa se sono felice.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e lo dedico solo a me stessa non portando mia madre da qualche parte.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e porto mia madre da qualche parte non dedicandolo solo a me stessa.

Mio padre mi dice, porta a fare un giro tua madre, mi sento in colpa perché non ho alcuna voglia di portare in giro mia madre, perché mia madre porta in giro con sé una sensazione di incompletezza, di malinconia e io mi sento in colpa anche per questo.

Io l’ho vista felice solo nelle foto del suo matrimonio, e nelle foto del matrimonio di mia sorella, e nelle foto del mio matrimonio.

Però il suo matrimonio non la completa, mia madre dice che ha sempre rinunciato alle sue esigenze per soddisfare quelle di suo marito.

Però mia sorella ha divorziato, mia madre di che che un matrimonio è anche fatto di rinunce, non si possono soddisfare solo le proprie esigenze a discapito di quelle del marito.

Però io non mi sono sposata in chiesa, mia madre dice che non è sicura che sia valido ugualmente, dice che ha chiesto conferma ad un prete.

Però il prete ha detto che è valido ugualmente, mia madre questa volta tace. Un silenzio rimbombante.

Probabile che pensi che brucerò all’inferno.

D’altra parte oltre a non essermi sposata in chiesa ho portato a sopprimere, per evitare ulteriori atroci sofferenze dovute alla malattia, il mio cane, mia madre dice che ha chiesto al prete se è omicidio. Però il prete ha detto che non è omicidio. Mia madre questa volta pare che creda al prete.

Ecco poi ora ci penso e mi sento in colpa: non è tutto vero quello che dico, ossia è vero, ma io a mia madre voglio molto bene e quindi mi sento un’ingrata, piena di sensi di colpa.

Così su due giorni di ferie il primo lo dedico solo a me stessa, combattendo anche un po’ con i sensi di colpa, ma il secondo lo dedico anche a lei, sempre combattendo con i sensi di colpa.

Perché ne avevo due.

E se ne avessi avuto uno?

Mia madre in macchina dice che stava pensando, poco prima che arrivassi, che spera di morire in ospedale perché se muore a casa può darsi che il suo medico di base si rifiuti di fare il certificato di morte, o può darsi che il suo medico di base muoia prima di lei, ma dice che poi si è consolata pensando che mio marito di medici ne conosce tanti, troverà qualcuno che farà il certificato di morte per sua suocera.

Mamma mi sembra un ottimo primo argomento di conversazione, molto allegro.

Ma a me Maria Emma la morte non mette tristezza, spero che Dio mi porti in paradiso, dove starò sicuramente meglio.

Mamma allora non ci incontreremo perché io sarò quella che brucia all’inferno per aver commesso omicidio e aver contratto un matrimonio civile.

E per non riuscire a combattere i sensi di colpa.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit

Eccomi ci sono di nuovo.
È come prendere fiato dopo una lunga apnea.
Ho questa immagine in mente, l’immagine di quando sei sotto l’acqua del mare e guardi su, la vista è increspata, l’udito è ovattato, i movimenti leggeri, sembra tutto lontano, sai che la vita intorno a te scorre, tutto scorre sempre, lo sai bene, ma tu sei in pausa.
Ti piace essere in pausa, ti piace non riuscire a percepire chiaramente ciò che c’è intorno a te e ti viene un sottile desiderio di poter rimanere in questo stato per un po’ di tempo, solo un altro poco, ancora un po’, perché lì sotto non sei obbligata a confrontarti con gli altri, con le situazioni, ci sei solo tu. E il confronto con te stessa lo riesci a gestire è quando ti devi confrontare con gli altri che vacilli che ti metti in discussione, e questa però è la vita cara mia.
Ma poi il fiato si accorcia, gli occhi bruciano e la necessità di tornare in superficie diventa fortissima e proprio quando sei allo stremo delle forze l’istinto di sopravvivenza fa di tutto per farti tornare su a respirare profondamente, a udire distintamente, a vedere chiaramente, e questa è la tua vita cara mia, grazie al cielo.
Perché alla fine non si può e non si deve scappare, soprattutto da se stessi.
Sai perché ho questa immagine in mente?
Perché è come se fossi stata sotto l’acqua per un po’.
E sono stata lì perché avevo bisogno di guardare senza vedere troppo, di sentire senza ascoltare molto, di parlare senza approfondire.
Perché?
Diversi motivi legati per lo più ai distacchi terreni.
Agli inevitabili distacchi che fanno parte della vita.
Amara consolazione sapere che sono parte della vita e sono inevitabili.
Non si è mai pronti comunque.
Ora però ho bisogno di stare in superficie e so che posso rimanerci.
Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

> Forse questo fatto del respirare mi sta sfuggendo di mano

Stanotte

Stanotte ho sognato mio figlio.

Non era bello, ma era felice.

Giocava sulla sabbia e ne mangiava un po’ e rideva.

Io gli ho tolto la sabbia dalla bocca e l’ho preso in braccio.

Siamo entrati nel mare e ci guardavamo, lui sorrideva.
Giocavamo con le onde saltandole.

L’acqua mi arrivava alla spalla e lui lo tenevo sul mio fianco più in alto della mia spalla e si bagnava un po’, perché io saltellavo, salivo e e scendevo e lui mi guardava e rideva.

È strano che io abbia sognato mio figlio, perché io non posso avere figli.

Lui è il mio figlio mai nato.

Biondo con gli occhi azzurri.

Non era bello, ma era felice.

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXI

“**Le brave ragazze non fanno carriera. 101 errori che le donne fanno sul lavoro**” è un libro che mio padre mi ha regalato poco dopo che sono diventata un’impiegata.

Adesso non ricordo se tra quei 101 errori ci fosse anche quello per il quale io sicuramente anche quest’anno non la farò, ma sono certa che dire al mio mega Direttore:

“*Credo di essermi spiegata male perché la vicenda è un po’ più complicata di così, secondo me la soluzione da lei proposta non è la migliore per risolvere questa situazione, magari torno anche con le planimetrie e rivediamo tutto*”, come ho fatto io l’altro giorno, è sicuramente da mettere nella lista.

Infatti dalla sua espressione direi che nella sua testa la prima parte della frase è risuonata più o meno così: “*Lei non ha capito un’emerita mazza, mi chiedo come abbia fatto a diventare Direttore*!”

Seguita a gran voce dalla seconda parte della frase, che molto probabilmente sarà riecheggiata diverse volte nella sua mente come l’opinione di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin: “*La sua soluzione è una cagata pazzesca! CAGATA PAZZESCA! PAZZESCA! ESCA! ESCAAA*!”

E non ho neanche ricevuto i 92 minuti di applausi dai colleghi presenti, probabilmente ***ESCAAA*** era l’unica cosa che il mega Direttore avrebbe voluto dirmi.

Nei miei pensieri immaginavo mi chiedesse di ritornare con le planimetrie per analizzare meglio una vicenda che iniziata nel secondo dopoguerra non è stata ancora risolta, apprezzando il fatto che io mi ci stessi dedicando a dispetto dei miei predecessori che l’avevano lasciata nel cassetto lavandosene le mani per tutti questi anni.
Ma questo succede solo nei film.
Nella realtà della P.A. Italiana quello che dice il mega Direttore è legge, ed infatti mi ha congedata a data da destinarsi, quindi meglio dire che mi ha congelata.

Non oso immaginare cosa dovrei farmene delle planimetrie secondo il mega Direttore, speriamo non abbia avuto la stessa idea che ha delicatamente espresso Gasparri per boicottare l’Ikea favorevole alle unioni civili…

Ed ora?

Dovrei forse imparare a comportarmi come fanno le mie colleghe che sperticandosi in moine danno sempre ragione al mega Direttore complimentandosi per l’eccellenza delle sue idee che scaturiscono dalla una mente geniale e infallibile, tra sbattiti di ciglia, sorrisi, e agitamento di chiome, folte o meno che siano.

Oppure dovrei fare come suggerisce mia sorella che tiene corsi per manager, proporre la mia idea in maniera più diplomatica, senza mai parlare in “negativo”, avrei potuto dire: “Si questa potrebbe essere una delle soluzioni, ed insieme a questa potremmo fare anche…bla bla bla”.

Oppure dovrei ….

Rileggere meglio il libro.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino – 2013 – citazioni

+ È questo il dramma: diamo sempre il meglio con degli sconosciuti.

+ È così triste essere bravi, si rischia di diventare abili.

+ La più consistente scoperta che ho fatto alcuni giorni dopo aver compiuto 65 anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

+ Alla mia età una bella donna non è abbastanza.

+ Quante certezze Stefania, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo.

+ Stefania non ribattiamo perché ti vogliamo bene e non ti vogliamo mettere in imbarazzo, ma tutte queste vanterie, tutte queste ostentazioni seriose di io io io, questi giudizi sprezzanti tagliati con l’accetta nascondono una tua fragilità, un tuo disagio, e soprattutto una serie di menzogne. Noi ti vogliamo bene, ti conosciamo, certo conosciamo anche le nostre menzogne, ma proprio per questo – a differenza tua – finiamo per parlare di vacuità, di sciocchezzuole, di pettegolezzi, proprio perché non abbiamo nessun intenzione di misurarci con le nostre meschinità.

+ Stefà, madre e donna, hai 53 anni e una vita devastata, come tutti noi, allora invece di farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto, siamo tutti sull’orlo della disperazione non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, piarci un poco in giro…o no?

+ È una bella soddisfazione conosce tanta gente, eh?

È una garanzia di infelicità.

+ La gente ti ha deluso?

Io sono stato deludente.