Flashback

Da quando è morto mio padre ho dei flashback.

No, non riguardano lui. Su mia madre, mia sorella e mia zia, anche mia nonna a volte.

Dolorosi?

Mah…

Non li definirei dolorosi, piuttosto direi che sono fastidiosi. Sì, Mi molestano.

Mi fanno ricordare le origini del mio sentirmi inadeguata, inappropriata in ogni situazione.

Sai stavo cercando dei sinonimi di inadeguato e tra questi c’è “infecondo”.

Chissà che anche la mia infertilità non derivi da questo senso di inadeguatezza che vive dentro di me come un rumore di sottofondo che mi accompagna costantemente.

Eppure generalmente il rumore non si propaga nel vuoto.

Quindi mi sembra strano che questo rumore riesca a propagarsi, perché spesso sento un vuoto interno incolmabile.

Riesco comunque a stare in questo fastidio, lo gestisco. Non sempre bene, ma me la cavo.

L’esposizione costante a questo rumore non inquina più la mia vita di oggi, come invece ha fatto con la mia vita passata.

Vita di PI – Pubblico Impiegato- Riflessioni XXXIII

La mia capa la riconosci subito, è quella che sorride sempre e io diffido di chi sorride sempre.

È quella che è sempre contenta di venire a lavorare e io diffido di quelli che appaiono sempre contenti di andare a lavorare.

È quella che arriva sempre per ultima in ufficio oltre l’orario previsto di ingresso salutando a voce alta scandendo i nomi di tutti mentre percorre trafelata il corridoio.

È quella che “sono appena arrivata devo prendere il caffè altrimenti non connetto” e intanto si fanno le dieci del mattino.

È quella che chiama alla sua corte i suoi adepti per tenerle compagnia durante il caffè per ciacolare di quanto è stanca perché le è successo questo e anche quello, ma pensa te.

È quella che soddisfatta del suo monologo “ma sono le 10.30 cosa fate qui andate subito a lavorare” con sottofondo di battito di mani.

È quella che “ma che carina questa borsa dove l’hai presa?” – in vacanza in Inghilterra questa estate – “E perché non l’hai comprata anche per me!?”.

La riconosci subito perché è un’ape fucaiola che si crede un’ape regina, tuttavia nella realtà è una semplice ape operaia ovificatrice la cui sopravvivenza è garantita esclusivamente in assenza di un’ape regina la quale inibirebbe lo sviluppo del suo apparato riproduttore.
Il suo apparato riproduttore infatti è in grado di deporre uova sì, ma non fecondate e ne depone un numero indeterminato, più sono meglio è.
Da queste uova nascono e si sviluppano i fuchi e l’ape fucaiola ha bisogno dei fuchi, la mia capa si circonda così di un indeterminato numero di fuchi, i mei colleghi.
E come ben sanno gli apicoltori un alveare non sopravvive in caso di presenza di api fucaiole, perché generando esclusivamente fuchi l’alveare non avrà lunga vita.

Ora io vorrei continuare con questa similitudine, ma mi sono un po’ incartata.
La verità è che mentre scrivevo ho saputo che la notizia che girava ufficiosamente è diventata ufficiale.
L’ape fucaiola se ne va, da fine gennaio non sarà più la mia capa, colei che ha reso il mio 2018 l’unico anno veramente orribile della mia vita lavorativa se ne va.

Ed io sono veramente felice.

Perché sì è vero i miei racconti sulla mia vita da impiegato sono sempre pieni di insoddisfazione lavorativa, ma mai e dico mai ho passato un anno così intriso di falsità, di cattiveria, di livore, di invidia, di gratuite meschinità come quello che mi ha fatto vivere lei e più cercavo di risolvere la situazione con le buone più lei si accaniva, più cercavo di risolver la situazione con le cattive più lei si inaspriva.

Ciao ape fucaiola.

So bene che si dice che al peggio non c’è mai fine e quindi può darsi che chi arriverà dopo di lei non sarà forse molto meglio, ma non credo di poter incontrare ancora una persona così capace di generare in me un malessere così profondo.

Ancora ciao ape fucaiola avevo pensato di dedicarti diversi post, un po’ per sfogarmi, un po’ per esorcizzarti, ma ora sapendo che non dovrò più avere rapporti lavorativi gerarchici con te ho deciso che non ti dedicherò più neanche un piccolo pensiero, figuriamoci dei post.

Sensi di colpa 

Mi sento in colpa se sono felice.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e lo dedico solo a me stessa non portando mia madre da qualche parte.

Mi sento in colpa se ho un giorno di ferie e porto mia madre da qualche parte non dedicandolo solo a me stessa.

Mio padre mi dice, porta a fare un giro tua madre, mi sento in colpa perché non ho alcuna voglia di portare in giro mia madre, perché mia madre porta in giro con sé una sensazione di incompletezza, di malinconia e io mi sento in colpa anche per questo.

Io l’ho vista felice solo nelle foto del suo matrimonio, e nelle foto del matrimonio di mia sorella, e nelle foto del mio matrimonio.

Però il suo matrimonio non la completa, mia madre dice che ha sempre rinunciato alle sue esigenze per soddisfare quelle di suo marito.

Però mia sorella ha divorziato, mia madre di che che un matrimonio è anche fatto di rinunce, non si possono soddisfare solo le proprie esigenze a discapito di quelle del marito.

Però io non mi sono sposata in chiesa, mia madre dice che non è sicura che sia valido ugualmente, dice che ha chiesto conferma ad un prete.

Però il prete ha detto che è valido ugualmente, mia madre questa volta tace. Un silenzio rimbombante.

Probabile che pensi che brucerò all’inferno.

D’altra parte oltre a non essermi sposata in chiesa ho portato a sopprimere, per evitare ulteriori atroci sofferenze dovute alla malattia, il mio cane, mia madre dice che ha chiesto al prete se è omicidio. Però il prete ha detto che non è omicidio. Mia madre questa volta pare che creda al prete.

Ecco poi ora ci penso e mi sento in colpa: non è tutto vero quello che dico, ossia è vero, ma io a mia madre voglio molto bene e quindi mi sento un’ingrata, piena di sensi di colpa.

Così su due giorni di ferie il primo lo dedico solo a me stessa, combattendo anche un po’ con i sensi di colpa, ma il secondo lo dedico anche a lei, sempre combattendo con i sensi di colpa.

Perché ne avevo due.

E se ne avessi avuto uno?

Mia madre in macchina dice che stava pensando, poco prima che arrivassi, che spera di morire in ospedale perché se muore a casa può darsi che il suo medico di base si rifiuti di fare il certificato di morte, o può darsi che il suo medico di base muoia prima di lei, ma dice che poi si è consolata pensando che mio marito di medici ne conosce tanti, troverà qualcuno che farà il certificato di morte per sua suocera.

Mamma mi sembra un ottimo primo argomento di conversazione, molto allegro.

Ma a me Maria Emma la morte non mette tristezza, spero che Dio mi porti in paradiso, dove starò sicuramente meglio.

Mamma allora non ci incontreremo perché io sarò quella che brucia all’inferno per aver commesso omicidio e aver contratto un matrimonio civile.

E per non riuscire a combattere i sensi di colpa.

Stanotte

Stanotte ho sognato mio figlio.

Non era bello, ma era felice.

Giocava sulla sabbia e ne mangiava un po’ e rideva.

Io gli ho tolto la sabbia dalla bocca e l’ho preso in braccio.

Siamo entrati nel mare e ci guardavamo, lui sorrideva.
Giocavamo con le onde saltandole.

L’acqua mi arrivava alla spalla e lui lo tenevo sul mio fianco più in alto della mia spalla e si bagnava un po’, perché io saltellavo, salivo e e scendevo e lui mi guardava e rideva.

È strano che io abbia sognato mio figlio, perché io non posso avere figli.

Lui è il mio figlio mai nato.

Biondo con gli occhi azzurri.

Non era bello, ma era felice.

Vita di P.I. – Pubblico Impiegato – Riflessioni XXXI

“**Le brave ragazze non fanno carriera. 101 errori che le donne fanno sul lavoro**” è un libro che mio padre mi ha regalato poco dopo che sono diventata un’impiegata.

Adesso non ricordo se tra quei 101 errori ci fosse anche quello per il quale io sicuramente anche quest’anno non la farò, ma sono certa che dire al mio mega Direttore:

“*Credo di essermi spiegata male perché la vicenda è un po’ più complicata di così, secondo me la soluzione da lei proposta non è la migliore per risolvere questa situazione, magari torno anche con le planimetrie e rivediamo tutto*”, come ho fatto io l’altro giorno, è sicuramente da mettere nella lista.

Infatti dalla sua espressione direi che nella sua testa la prima parte della frase è risuonata più o meno così: “*Lei non ha capito un’emerita mazza, mi chiedo come abbia fatto a diventare Direttore*!”

Seguita a gran voce dalla seconda parte della frase, che molto probabilmente sarà riecheggiata diverse volte nella sua mente come l’opinione di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin: “*La sua soluzione è una cagata pazzesca! CAGATA PAZZESCA! PAZZESCA! ESCA! ESCAAA*!”

E non ho neanche ricevuto i 92 minuti di applausi dai colleghi presenti, probabilmente ***ESCAAA*** era l’unica cosa che il mega Direttore avrebbe voluto dirmi.

Nei miei pensieri immaginavo mi chiedesse di ritornare con le planimetrie per analizzare meglio una vicenda che iniziata nel secondo dopoguerra non è stata ancora risolta, apprezzando il fatto che io mi ci stessi dedicando a dispetto dei miei predecessori che l’avevano lasciata nel cassetto lavandosene le mani per tutti questi anni.
Ma questo succede solo nei film.
Nella realtà della P.A. Italiana quello che dice il mega Direttore è legge, ed infatti mi ha congedata a data da destinarsi, quindi meglio dire che mi ha congelata.

Non oso immaginare cosa dovrei farmene delle planimetrie secondo il mega Direttore, speriamo non abbia avuto la stessa idea che ha delicatamente espresso Gasparri per boicottare l’Ikea favorevole alle unioni civili…

Ed ora?

Dovrei forse imparare a comportarmi come fanno le mie colleghe che sperticandosi in moine danno sempre ragione al mega Direttore complimentandosi per l’eccellenza delle sue idee che scaturiscono dalla una mente geniale e infallibile, tra sbattiti di ciglia, sorrisi, e agitamento di chiome, folte o meno che siano.

Oppure dovrei fare come suggerisce mia sorella che tiene corsi per manager, proporre la mia idea in maniera più diplomatica, senza mai parlare in “negativo”, avrei potuto dire: “Si questa potrebbe essere una delle soluzioni, ed insieme a questa potremmo fare anche…bla bla bla”.

Oppure dovrei ….

Rileggere meglio il libro.

A come Amore – Nipoti e figli

No infatti no, posso solo immaginarlo.

Io poi non sopporto le frasi che iniziano con un no.

Come quelle persone con cui parli ed esprimi un concetto e loro ti rispondono iniziando la frase con un no, ma poi esprimono la stessa tua opinione. Non so, anche nelle cose importanti.

  • Sai ho provato la matita collistar per gli occhi (ma si può dire la marca in televisione?), è la migliore.

  • No, guarda io ne ho provate diverse, Dior, Chanel (che non è la figlia di Totti), la migliore è la collistar.

Ecco appunto ma non dicevamo la stessa cosa? E allora perché inizi la frase con un "no"?

Che poi non è neanche collistar la migliore, secondo me, non so come mi sia venuta in mente.

Ricomincio.

Sì infatti, posso solo immaginarlo.

Perché l’ho già detto: figli non ne ho.

Che mi ricorda un po’ la Bertè.

Quindi dicevo, sono sola a casa mia che mi faccio compagnia, io che gioco con la mente, che non sono intelligente, me la prendo con la gente, ho due nipoti.

E mi ricordo perfettamente il giorno in cui sono nati.

Il giorno in cui è nato lui.

Il giorno in cui è nata lei.

E lo sai quale è stata la cosa che più mi ha stupito?
Di me stessa intendo, la cosa che non mi aspettavo da me.

L’amore.

Sì l’amore mi ha stupito.

Perché io non pensavo di poter provare qualcosa del genere.

O meglio, non pensavo di poter provare l’amore con questo slancio.

O meglio, slancio non è il termine esatto. Credo che non sia appropriato, che non esprima bene ciò che intendo, ma non ne sono sicura. La ragazza vicino a me in metropolitana ha altissimo il volume del suo iPod, e la musica rock che ascolta rimbomba anche nelle mie orecchie e arriva nella mia testa e non è proprio il genere che ascolterei prima di mezzogiorno e mi concentro su questo rumore e mi distraggo e non ricordo più quello che ti volevo dire.

Ora però sono scesa dalla metro e mi ricordo, mi ricordo che volevo dirti del sentimento che ho provato quando li ho visti per la prima volta e non li conoscevo e non potevo credere che io potessi provare un sentimento così nei confronti di esseri umani di cui ancora non sapevo nulla.

Un sentimento così ardente come quando ho dato il primo tiro di sigaretta della mia vita che mi ha raschiato la gola bruciandomi i polmoni.

Così travolgente come i cavalloni di fine estate quando mi ci tuffavo dentro e mi lasciavo trascinare dal vortice fino alla battigia.

Così vigoroso come la mano di mio padre che stringeva la mia di bambina trascinando tutto il mio corpicino in una corsa a perdifiato per il vialetto della casa al mare.

Così inarrestabile come la risata che mi provocava il divertimento di quella folle corsa.

Così generoso come quando mia sorella mi lasciava staccare e mangiare il "cappello" della rosetta.

Così sfacciato come quando da adolescente mi sentivo depositaria di verità assolute.

Così fresco come l’aria che avevo sul viso quando mio zio mi portava in giro sulla sua spider decappottabile.

Così incontenibile come l’acqua della fontanella con cui da bambina riempivo il bicchiere telescopico di plastica, che a me usciva sempre fuori.

Così limpido come il cielo che ho visto solo quando sono stata di notte in mezzo al mare che senza luci puoi contare tutte le stelle.

Così incontrollato come quando mi lanciavo in discesa sulla neve con quello strano disco slitta in plastica che non aveva neanche i freni.

Così solido come le spalle di mia madre che mi consola a qualsiasi età.

Così piacevole come andare a casa di mia nonna che mi faceva sempre trovare le gelatine di frutta e gli after eight.

Così caldo come il mio cane che si accuccia nello spazio che si forma tra le gambe e la pancia quando mi accoccolo sul divano a leggere un libro.

Così temibile come l’apprensione che aveva mia madre quando ritardavo il coprifuoco la sera.

Così impegnativo come gli allenamenti che non potevo saltare perché dopo poco avevo le gare.

Così pieno come il secchiello che da bambina riempivo di sabbia per portarlo a mio zio che costruiva un vulcano.

Così emozionante come quando mio zio prendeva i fogli di giornale li accartocciava lì metteva sotto al vulcano e accendeva il fuoco e io vedevo il fumo uscire dal cratere.

Così avvincente come le favole che mi raccontava mia madre per distrarmi e non farmi pensare alla paura quando dovevo fare la puntura.

Così istintivo come quando infilavo il dito nell’impasto della torta che riposava nella ciotola prima di essere messo nella teglia del forno.

Così sensato come i sillogismi di Aristotele.

Così profondo come il pozzo nel giardino della casa in campagna di mio nonno, che ci buttavi un sassolino e non sentivi mai il rumore dell’impatto con il fondo.

Così inebriante come l’odore della mortella, che si conosce meglio come bossolo o bosso comune, che mi riempiva le narici quando arrivavo sul viale di entrata della casa di campagna.

Così schietto come le parole che danno voce ai pensieri dei bambini.

Così infinito come il luogo dove si incontrano due rette parallele.

Così disorientante come la prima volta che ho fatto l’amore che ho avuto bisogno di altre volte prima di rendermi ben conto di cosa stesse succedendo.

Così trepidante come la prima volta che ho letto il diario di Anna Frank.

Così disarmante come le giustificazioni che mi ha dato mio zio quella volta che l’ho incontrato mentre usciva dall’enoteca con la bottiglia di superalcolico nascosta nella busta di carta del pane.

Così incoraggiante come i complimenti inaspettati.

Così commovente come quando ho visto per la prima volta mio padre piangere.

Così rinvigorente come quando ho visto per la prima volta mio padre difendermi con tutte le sue forze.

E continuerei a cercare di spiegare, perché non so se poi ci sono riuscita, perché mi è venuto questo di modo per spiegare l’amore che provo e non ne trovo altri al momento, che poi sai non è mica che sia una questione semplice questa dell’amore e in tanti ci hanno provato e molti hanno detto delle parole che condivido, ma non me la sento ora di fare citazioni, ché volevo provare da sola e mi sono venute queste parole qui…
ma sono arrivata in ufficio e me ne scappo subito in stanza che oggi non ho proprio voglia di incontrare le regine di cuori.

Va bene, volevo solo dire che se questo è quel che provo io per i miei nipoti, con le dovute proporzioni, posso solo immaginare cosa un genitore provi nei confronti dei figli.

Sì, lo so.

Solo un’altra piccola cosa, concedimi solo di dire che a me non piace, non piace il potenziale offensivo che percepisco celato nella frase:

"tu non puoi capire perché non hai figli".

Rapporti interpersonali – i primi 40 anni – Demoni e Montagne

Come? Quale faccia? Ah, la mia… È che stavo pensando. No, nulla. Sì insomma….
Che anche se è una grande città nei locali ti capita di rivedere le stesse persone, anche se passano gli anni sembra che alcuni siano lì da sempre che non si siano mai mossi che il tempo si vede che è passato solo perché hanno più rughe intorno agli occhi.
Gli uomini, perché le donne no. Le donne non si capisce bene che età abbiano, ma tu lo sai perché erano lì quando c’eri anche tu, lustri fa. Perché alcune donne a queste cose ci tengono. Sì è vero, lo sai, io anche ci tengo. Le rughe no, quelle no, quelle proprio non si intonano con quel vestito che ho comprato l’altro giorno. E no, non riesco a fare come la Magnani. Sì lo so che non è di marca il vestito e l’ho preso dal cingalese quello che ogni due settimane sta alla fermata della metro, però a me piaceva e poi ormai cosa me ne può importare più delle marche.
Poi sai che ti dico che io non ho mica più 15 anni, mica ancora vado a scuola quella solo femminile, quella che se non hai la marca non fai parte del gruppo delle fiche. No, io ora vesto low cost.

E insomma loro te li ritrovi lì anche dopo anni e non è quello che mi distrae perché anche io sono in giro da tanto. Te lo ricordi, no? Sono passati quasi 25 dai sabato pomeriggio in discoteca. Quindi no, non è quello.
È l’atteggiamento che mi disturba. Quell’aria di superiorità che si portano dietro da sempre.
Quell’atteggiamento da ragazzaccio che fà un po’ vissuto, che fà un po’ più grande. Quell’aria che quando eri adolescente sembrava normale assumere. Che però ora è un po’ stonata.
Quello sguardo dalla testa ai piedi che ti scruta per vedere se sei di cachemire o di lana caprina. Che a me ad oggi sembra del tutto superfluo. Appunto mi sembra proprio de lana caprina. No, non de romano, complemento…vabbè anche de romano ci sta bene.

Quell’aria sfrontata di chi ha scalato le montagne più alte. Che invece le vette con maggior pendenza su cui solitamente si inerpicano sono i gradini che li portano nei privé dei locali.
Quell’aria di chi ha tante storie da raccontare perché ha girato il mondo perché le possibilità c’è l’ha, ma poi invece il mondo più lontano che ha visto è quello a due ore di macchina o ad un’ora di volo perché l’estate la passa sempre nello stesso luogo e i soldi di papà e le sue possibilità se le gioca tutte là.

Quell’aria di chi è sopravvissuto a chissà quali avventure al limite del possibile e provato chissà quali emozioni che a raccontarle non ci si può credere, che invece la cosa più avventurosa che sono riusciti a fare è il safari in mezzo al traffico con il macchinone per riuscire a schivare le vetture più piccole e l’emozione più grande provata è quella di aver trovato parcheggio vicino al locale.

Perché quelli che invece i soldi di famiglia li hanno saputi sfruttare e far fruttare qui ci tornano solo in vacanza e sono quelli che quando li rincontri è come se non fosse passato un giorno, quelli che se ti vedono non si chiedono più se saluti prima te o loro, quelli che ti saltano al collo e non hanno atteggiamenti superiori perché un po’ di mondo al di là di questo lo hanno visto e hanno dato il giusto peso alle cose che quindi anche se hai il vestito comprato dal cingalese non importa, quelli sì che secondo me hanno da raccontare avventure e che se pure tu non ne hai tante da raccontare a loro perché la tua vita è sempre qui nella solita routine non ti fanno sentire un idiota e anzi ti senti in sintonia perché mica è più importante quello che pensavamo quando eravamo quindicenni che noi quindici anni non ce li abbiamo più e che i 40 sono un’altra cosa non sono i nuovi venti, perché la vita va avanti quindi sono proprio 40 e basta.

Perché poi quelli lì quelli di prima hanno quell’aria lì quell’aria di chi nella vita ha dovuto combattere contro il demone che ha dentro, perché avere l’aria di chi ha dovuto combattere per essere ancora qui fa fico, magari rimorchio, quell’aria un pò di mistero di chi ha dovuto chissà cosa passare nella vita ha sempre il suo fascino. Che invece l’unico diavolo che conoscono è quello che hanno urlato contro chi gli stava per rigare la macchina nuova per una manovra troppo azzardata.

Perché io poi mi fermo a pensare a quelli che ho conosciuti quelli che con il diavolo dentro ci hanno combattuto sul serio, quelli che per esempio il demone della droga lo hanno vinto, quelli che dopo aver vinto magari gli è successo che lo stesso demone gli ha portato via il fratello in una notte qualunque, così quando meno te lo aspetti e il demone del guidatore dell’altra auto che magari lui non c’era riuscito a vincerlo e quindi non ha visto e al fratello lo ha proprio preso in pieno mentre camminava sul bordo della strada per tornare a casa.
E allora poi ti rimane dentro tutto questo e tu devi riprendere a combattere quell’incendio che ti divampa internamente e lo devi spegnere che se non riesci a spegnerlo poi sai dove ti può portare perchè lì ci sei già stato, ma non ci vuoi più tornare.
Ed è nei loro occhi che tutto si vede realmente, nei loro occhi si vede, ma poi se ti incontrano sono tutto tranne che supponenti non sono lì che ti vogliono insegnare qualcosa, eppure tu da loro potresti imparare tanto, potresti imparare come non mollare quando tutto sembra che ti crolli addosso.

Quelli che le montagne le hanno scalate sul serio, le montagne di una partenza improvvisa per un paese di cui non si conosce neanche la lingua, le montagne del dover mollare tutto perché qui è diventato pericoloso rimanere, le montagne dell’essere solo senza famiglia e amici e ti tocca cominciare da capo, che senti la voce al telefono rotta dal pianto perché il tuo è l’unico numero che ricordano a memoria e gli hanno rubato lo zaino e non hanno più niente solo queste poche monete per fare una telefonata e scelgono di chiamare te per dirti che stanno partendo, ma non credono di tornare un giorno, ma forse sì, però ti chiamo io o ti scrivo perché è più sicuro se neanche tu sai dove sono. E quando li rivedi hanno quella luce negli occhi che illumina anche te che sei lì davanti a loro.
Quelli che sono arrivati in cima alle montagne e sono riusciti a godersi il panorama.

E per tanti che ci sono riusciti a godersi il panorama c’è ne sono altrettanti che non ce l’hanno fatta e il demone magari quello della depressione li ha ingoiati, ma prima di ingoiarli ha cercato di salvarsi passando a qualcun altro, quel qualcuno che è stato chiamato poco prima che l’altro la facesse finita. E ci sono le persone che rimangono che il loro lutto se lo portano dentro e che però non ti fanno pensare che loro una storia vera c’è l’hanno da raccontare che però se guardi bene lo vedi e se vuoi loro te la raccontano anche, ma non pretendono nulla.

Quelli però se li incontri una sera non gli importa niente se hai il vestito del cingalese, quelli no e a me neanche e non so a te, ma se non importa neanche a te allora se vuoi ti ci accompagno dal cingalese.

La matematica per me è un’opinione

Apparizione di una faccia e di un piatto di frutta - Salvador Dalì

 

Il primo giorno di ritorno in ufficio deve essere di decompressione, per evitare che la ripresa improvvisa e repentina della routine provochi seri danni al nostro organismo.

Così oggi ho fatto ben poco, lavorativamente parlando intendo, per il resto mi sono data da fare, ovviamente di fondamentale importanza le pubbliche relazioni con i colleghi, perché poi, alla fine, gran parte del lavoro non è proprio quello? Secondo me sì. E poi comunque oggi, ma parliamoci chiaro, chi aveva voglia di lavorare? Il mio mezzo responsabile sicuramente no, in effetti non è che gli vada mai molto, alle volte quando si va nella sua stanza per parlargli di qualche faccenda alza gli occhi ti guarda e non ti riconosce, quando poi realizza chi sei il suo sguardo si trasforma, mica vorrai parlarmi di qualche questione lavorativa? No, guarda se  poi è urgente per favore, no, ripassa. Ma tu preso dallo zelo più profondo o dallo spirito di bastian contrario, o dal fatto che il pensiero da dipendente si impossessa di te e cerchi il riscatto, vuoi coinvolgerlo, perchè, insomma, sei o no il mio responsabile?! Quindi se è caratterizzato da questo zelo solitamente, pensa un pò ora che neanche l’epifania, che le feste si porta via, è arrivata.

L’altro mezzo responsabile è in ferie.

Perché mezzi responsabili? Perché da due settimane a questa parte mi hanno spostato al 50% in un altro servizio. Il che vuol dire 50% di lavoro in più, presentato come una grande opportunità di crescita. Che in effetti e per fortuna non è neanche del tutto falso.

Bando alle ciance, altra parte della giornata è stata dedicata ai conti, l’impressione e poi la certezza che la tredicesima è già finita e i saldi devono ancora iniziare. Bè la certezza, questa sinceramente non è che arriva subito, considerato che ogni volta che apro la pagine del mio conto ho sempre un mancamento, il battito del cuore aumenta a dismisura. Signora respiri, fu-fu-fuuuuuu, respiri, fu-fu-fuuuuuu, si faccia coraggio…..non fa male, non fa male! Adrianoooo! Il mio compagno di stanza è pronto con i sali, l’aceto, il corno e pulcinella.

Eh no! Questa spesa non l’ho mica fatta io, te lo avevo detto che le carte di credito le clonano come mosche, eh però io ho l’sms allert e non mi ha avvertito…guarda che io la cambio questa banca, perché la mia banca non è mica differente e io la voglio quella banca, quella differente intendo… dunque, respiro, fu-fu-fuuuuu, mi faccio coraggio, fammi leggere bene, ora guardo il negozio e sicuramente sarà in una zona che non frequento, vedi come li becco…vedi…ve…il negozio, ecco questo negozio…aspè..via Cri…ah, no, anzi sì, questo è il negozio di Carla, sì avevo comprato quel vestitino carino e poi c’era qulla cinta coordinata… vabè sì questa spesa l’ho fatta, mica però è detto che le altre le abbia fatte io…

Come quella volta che apro la pagina e sui movimenti leggo un finanziamentio. IIIIiiiihhhhh e questo?!! COSA SONO QUESTE tot € AL MESE? Oddio oddio, respira, respira…non può essere e come è successo? io non ho chiesto nessun tipo di finanziamento, no, no ora telefono e mi sentono, ma come si fa a dare il consenso per un finanziamento senza sentire il titolare? Pronto, sì, buongiorno, vorrei segnalare un errore sul mio conto corrente…sì…vede c’è questo finanziamento, sì proprio quello….mmm, io mi chiedo come possiate aver consentito questo prelievo automatico sul conto senza la mia autorizzazione, mmmm, sì per favore mi legga tutti i dati, sì..aspetto…sì…….ecco, ah-ah…mmm, ah….ooohhh, sì, il villaggio, sì, l’agenzia di viaggi…ah-ah, credo di ricordare, in effetti…no guardi mi deve scusare, sa con questi finanziamenti che ti permettono di iniziare a pagare dopo alcuni mesi, ecco siamo a novembre, la vacanza era a luglio, insomma mi scusi tanto, ma no si figuri, molto gentile…’rivederci…

Pillole di ex nel 2010

Le Ruban des exces - Yves Tanguy

Il 2010 mi ha portato indietro pillole di storie, e non solo, di alcuni miei ex.

Il politicante, conosciuto perché lavoravamo nella stessa azienda, quasi un anno di storia iniziata dopo un lunghissimo periodo di indecisione da parte mia, dovuta al fatto che lavoravamo insieme. Finita bruscamente, con la scusa (sua) del poco tempo a disposizione a causa dell’impegno politico. Non ha più chiamato, non ha più risposto alle telefonate e ha poi mandto un e-mail per dire che era finita. Fortunatamente nel frattempo ero stata trasferita in altra sede, così la sofferenza degli incontri giornalieri me la sono risparmiata.

Si è ripresentato nella mia vita improvvisamente, così come ne era uscito 5 anni fa. Con curiosità ho ascoltato i racconti della sua ultima storia d’amore, della lei lasciata dopo averla chiesta in sposa, dello stupore di lui quando lei non le ha ridato indietro l’anello. Ho ascoltato le solite storie sul suo impegno politico che già anni fa lo avrebbe dovuto portare in posti che, ad oggi, non ha ancora raggiunto. Ho ascoltato perché, sarà per questo che fa politica, non lascia molto spazio alle parole altrui, e neanche si accorge quando l’interlocutore perde completamente l’interesse. Non si è accorto fino a quando alcuni mesi dopo non è ricomparso con un sms: “sei sparita…non ti sposo più!”.

Ma non avevo mai risposto sì, non solo perché la proposta non è mai arrivata, ma anche perché non avrei mai detto sì…. però lui è ancora convinto di avermelo chiesto.

***

Il sedicente imprenditore, presentatomi da un amico comune, una convivenza di poco meno di un anno, uscito dalla mia vita perché i suoi ritmi non erano uguali ai miei. Certo io lavoravo e lui no, fortunatamente per lui non ne aveva necessità…quindi io, con le mie sveglie troppo presto la mattina, la mia giornata impegnata per circa 8 ore, e tutte la quotidianità comune a tante persone…gli rovinavo la vita. Per questo un giorno se ne è tornato a casa dai suoi.

Ma dopo 4 anni mi vede, suona, frena e fa inversione ad U in mezzo ad una strada piena di traffico, pur di fermarsi vicino al marciapiede dove passeggiavo con il cane, pur di raccontarmi di come è la sua vita matrimoniale, di come è difficile ora con una figlia, che (povera tesora) dopo i vaccini ha avuto tanti problemi di salute. Di come sua moglie vuole ora cambiare casa e che forse è meglio tornare in quella dove abita sua madre e che però dovranno ristrutturarla perché lei, la moglie, ha altri gusti, e che però non sa come potrebbe andare la convivenza con la madre, e che ora non ha più tutto il tempo di prima e che…Ma tu, tu come stai? Bene, sto molto bene. Ah sì?! Eh già!

E dopo alcuni mesi, tramite amici comuni, scopro che solo lui ha traslocato è andato da solo a casa della madre e non vede la figlia da un bel pò. Forse c’era da immaginare un epilogo così da parte di una persona che ha fatto interdire il padre per poter meglio usufruire delle sue risorse economiche e ha anche fatto causa al fratello per farlo ancora meglio…forse…

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L’architetto, che conoscevo quando ero adolescente e reincontrato per caso è nata una storia, durata pochi mesi.

Lo rivedo dal tabaccaio…dopo 3 anni, mi confessa che in effettti si è comportato male con me e che, sì forse è tardi, però si scusa…ma io, giuro, non mi ricordo affatto come è andata la storia, quindi lo fisso con sguardo assente..perché la mia mente è completamente impegnata ad aprire tutti i cassetti della memoria nella speranza di trovare quello che gli appartiene…Ma nulla, devo averlo svuotato, deve essere entraro di default nello “spam”..quindi rinuncio.. comunque sì è un pò tardi, ma poi alla fine è uguale, tanto non ricordo. E anche lui attacca una solfa sul suo matrimonio che è finito e che lei è andata via di casa, perché il matrimonio è difficile e perché l’amore non basta…e che ora per distrarsi parte e va in montagna con un suo amico e…ma lo hai ancora il casco che ti ho dato? Ah, ecco chi me lo aveva dato!!! Niente arch. te e tutto ciò che ti riguarda è proprio in spam. E il lavoro come va? Bene, benissimo ho cambiato da poco e sono molto soddisfatta. E invece lui ha anche di che lamentarsi sul lavoro…lamentarsi..una cosa me la  sono ricordata sull’arch.: si svegliava la mattina non prima delle 11.00. Già per questo io mi lamenterei ben poco. Comunque scusa arch. ma sono in ritardo, divertiti in montagna.

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L’ispettore gadget, il P.R., quello che ti accorgi che ti ha rubato il cuore, quello che nonostante siano vividi i ricordi e la sofferenza che ti ha arrecato fare le valigie e andare via da casa sua, nonostante siano ancora vive le ferite che ti hanno provocato le sue parole quando ti ha comunicato che non ti amava più, e che forse non ti ha mai amato…nonostante questo, quando inaspettatamente ti chiama per farti gli auguri senti che il tuo cuore ancora sussulta al suono della sua voce, le mani tremano tenendo in mano il cellulare quando sul display appare il suo nome. E ti rendi conto che ancora gli scampoli del sentimento passato sono presenti nel tuo cuore. Non li sentivi perché si erano rifugiati in un angolo in silenzio, ma vigili, pronti ad uscire al minino segnale.

Ed il segnale è arrivato, una telefonata per gli auguri, forse una scusa per poter chiedere quando ci vediamo. Quando ci vediamo? E non lo so, la settimana sono molto impegnata. Allora ti richiamo magari giovedì, dopo l’ufficio un caffè. E giovedì passa e lui non chiama e mi accorgo di fare caso a questa mancanza. Poi non ci penso e una sera arriva un sms, con allusioni, anche non troppo celate fra le righe, e questo mi manda quasi in tilt, perché vermante pensavo di averlo dimenticato totalmente, o meglio pensavo che i sentimenti si fossero semplicemente trasformati nei loro ricordi…

E allora ho preso il coraggio e all’ennesimo sms allusivo, ho risposto che sarebbe stato meglio non vederci, perché il vederlo avrebbe potuto minare una serenità ormai raggiunta… ma una volta inviato l’sms ovviamente mi pento di esser stata così sincera…infatti arriva la risposta:

Hi Hi Hi, sono una bomba! Va bene come vuoi tu.

‘azzo ridi?!?

Quello che ho

L'araba fenice

Bene, quindi anche il mio compleanno è passato. I buoni propositi non li ho nemmeno pensati. E perché mai, tanto ho capito che li disattendo spesso. Per esempio ieri ho deciso di smettere di fumare …E poi mi dico che il proposito del fumo non fa testo.

Questi prossimi dodici mesi saranno gli ultimi caratterizzati dal 3 come prima cifra dell’età.

Praticamente la menopausa è dietro l’angolo e io sono ancora single.

E mia madre non perde occasione per ricordarmelo.

Oggi, per esempio, a passeggio con cani e nipotino incontriamo la nonna di un compagno di classe del piccolo supereroe che conosceva fino ad oggi, ovviamente, solo mia sorella.

Mia madre mi presenta: “lei è Emma la mia secondo genita.”

“Ma che bella.”

“Grazie…”

“Sì bella, ma non trova un compagno..”

….Frase che ha scatenato tutto il femminismo della signora che ha iniziato a parlare di cosa me ne dovrei fare di un uomo, che ormai il mondo è delle donne e bla, bla, bla fino a dire che Dio è una donna e che è bionda e con grandi tette..

Di contro mia madre asseriva che Dio è infinito e che non è vero che gli uomini non servono che Dio ci ha fatti maschi e femmine proprio perchè ci completiamo e per procreare e bla, bla, bla…

Quando i miei cani hanno iniziato a tirarmi per andare ad odorare qualcosa lontano cui non potevano proprio rinunciare, ho preso la palla al balzo per interrompere questo intensissimo scamio di idee e, scusandoci, ci siamo tutti allontanati.

“Mamma! A parte che già la parola compagno mi fa venire l’orticaria, ma è possibile che come unica caratteristica che ti viene in mente per presentarmi è che sono single?” 

“Bè è la realtà…e poi ne hai scartati tanti…”

“Ok, non posso darti torto…ma non è che proprio dobbiamo raccontare a tutti dei miei “n-fidanzamenti!”

Tornati a casa mio padre, chissà perché, chissà quali pensieri aveva già percorso la sua mente, evidentemente era andata molto indietro con gli anni, perché di punto in bianco mi dice:

“Stavo guardando il programma di Carlo Conti e mi chiedevo perché tu non sei tra quelle ragazze…”

“?? Forse perché sono overage ormai, considerato che quando avevo in mentedi entrare nel mondo dello spettacolo avevo circa 16 anni…Forse perché mi avete sempre spinto a studiare invece di pensare a queste cose…Forse perché un giorno, quando hai visto la nota figlia di un tuo amico sulle pagine patinate di un calendario mezza nuda, mi hai detto che eri contento che avessi abbandonato l’idea e avessi studiato perché non sapevi come ti saresti sentito se ci fossi stata io al suo posto…Non lo so, forse per questo…o forse semplicemente perché non mi avrebbero preso.”

Un pò queste parole dei miei genitori mi hanno colpito, anche se mi rendo conto che viene spontaneo pensare alle cose che non si sono fatte, alle cose che non si hanno…perdendo di vista quello che si ha, mi stupisce molto che venga da loro…sarà stata una strana congiuntura di pianeti…chissà oggi pensavano così.

Ma inevitabilmente lungo il tragitto verso casa, la mia mente è andata girovagando tra le cose che ho e quelle che non ho, le cose fatte e quelle no. 

Del resto non ho un fidanzato. Ma ho tanti amici, uomini e donne, che mi vogliono bene e che ricambio.

Non ho figli, ma ho due nipoti che adoro e che ricambiano.

Non sono nel mondo dello spettacolo, ma ho preso una laurea nell’unica materia che avrei mai voluto studiare.

Ho un lavoro trovato non grazie a compromessi, ma grazie al mio impegno e alla mia volontà e alla mia preparazione.

Sì non ho magari tante cose, ma voglio pensare a quelle che ho.

Molte cose che avrei voluto fare non le ho fatte, ma quelle che ho fatto non mi sono sempre riuscite male.

Questi voli pindarici tra gli anni passati stranamente non mi hanno fatto intristire.

Sarà perché non ho fatto buoni propositi, sì il non averli fatti, mi fa sentire più leggera, e forse mi fa pensare che sono sulla buona strada per fare pace con me stessa.

Vado a fumarmi una sigaretta.

Silenzio

New Delhi

Alle volte dei giorni sono strani, ovattati…
Il suono non si propaga nel vuoto, il silenzio è la colonna sonora permanente.

Mi sento come sospesa in un vuoto, fluttuante tra le onde di una marea silenziosa, senza comprendere il tempo che passa, senza essere in sintonia con il cadenzarsi dei momenti.
E’ come se facessi una pausa dal tutto.

Mi piace questa sensazione, mi ci ritrovo, come mi trovo a mio agio nel buio della notte, nel silenzio che scende quando tramonta il sole, silenzio rotto solo dal rumore dei passi dei miei cani, o dallo sfrecciare delle macchine.

Così mi lascio cullare dalle note della quiete e dalle onde dell’oblio.

Ho bisogno di queste coccole per riprendere contatto con me stessa.

Ho bisogno di sentire l’eco del silenzio che sfiora le mie guance come le carezze di quando ero bambina, mi siedo sull’amaca della serenità e mi abbandono al suo dondolio, che mi vezzeggia, mi corteggia, mi blandisce e mi dona nuove energie.

Alle volte, invece, mi sento soffocare dalla perdita di contatto, mi sento comprimere dalla tranquillità, sento il dolore del mutismo, il male e il patimento del distacco.
Per lenire la sofferenza provo ad entrare in contatto con la realtà, ma questa rimane distante.

I miei tentativi rimangono vani e mi aggrappo a qualcosa per evitare di venire risucchiata dalla quiete, dall’immobilità, dal vuoto che cerca di risucchiarmi.
Telefono ai miei punti di riferimento, ma il destino ha deciso che in quel giorno e in quel momento nessuno può rispondere.

Le volte in cui sento che il dolore è più acuto mi ritrovo a telefonare a caso, pur di sentire una voce, pur di trovare un appiglio, un gancio, un ancora di salvataggio cui aggrapparmi con tutte le forze, con la tensione che sento sempre maggiore nelle mani, tese per lo sforzo di non venire divorata dal silenzio.

Che strane queste giornate, non capisco perché ciclicamente mi capitano.

(14.10.2009)

Tutto torna?

Luogo indeterminato - Yves Tanguy

Non lo so se tutto torna nella vita, se il male che abbiamo fatto ci tornerà indietro moltiplicato, o il bene che abbiamo fatto ci donerà delle gioie immense.

Anni fa mi hanno rubato la borsa, con dentro:

il bancomat, con cui hanno prelevato tanti soldi da farmi andare in rosso con il conto;

le chiavi di casa, così da dover dormire fuori ospite da un quasi sconosciuto;

le chiavi della macchina tanto da doverla far ritirare dal carroattrezzi,e farmi fare una nuova chiave;

tutti i documenti, così da farmi pensare di poter scappare o cambiare identità;

il badge del lavoro, ed ho pensato anche di non andarci più;

il mio quaderno con tutti i pensieri di quell’anno;

la pochette con i trucchi, che tanto se non mi trucco è uguale;

una palla di vetro con dentro la neve, la prima di una collezione che avrei sempre voluto iniziare, ma non ho mai fatto neanche dopo.

Un conoscente mi disse che mi sarebbe dovuto tornare tutto indietro sotto forma di un grande amore.

Quel che mi è stato tolto non è tornato indietro, né sotto forma di soldi, né sotto forma di un grande amore, o meglio non di un grande amore ricambiato come avrei voluto.

Ora io ho ferito i sentimenti di una persona, a quanto dice così tanto da non poterlo neanche immaginare, tanto che la sofferenza che ha portato anche a me tutta questa situazione, non è niente in confronto alla sua.

Non credo che i dolori possano essere paragonati, perché solo noi stessi possiamo realmente conoscere le sofferenze che proviamo.

Come a tutti, anche a me è capitato di soffrire per determinati comportamenti altrui, ma non ho mai augurato che il dolore provocato tornasse indietro e travolgesse come un uragano la persona che me lo ha procurato…

Francamente tutto questo un pò mi fa paura.

In giro per il mondo

Mamma non sai quanto è divertente andare a dormire da zia!

“Si?! Allora raccontami e parlami  in inglese così fai un pò di esercizio, l’inglese ti servirà per quando sarai grande che vuoi andare in giro per il mondo.”

…sì…però in giro per il mondo ci voglio andare insieme a zia Emma!”

E io quando ho sentito questo racconto mi sono commossa…il mio piccolo supereroe!

Detto afgano.

Certi amori

Certi amori sono fatti così. Il tuo cuore diventa come una scialuppa troppo carica.

Per tenerla a galla cominci a gettare l’orgoglio, poi la dignità e l’indipendenza.

Dopo qualche tempo cominci a gettare le persone, gli amici, i conoscenti.

Ma ancora non basta.

La scialuppa continua a sprofondare e sai che ti trascinerà con sé.

…dal libro “Shantaram” di David Gregory Roberts.

Mi piace questa metafora, fornisce una spiegazione, un perché alcune relazioni si interrompono, nonostante il protrarsi dell’amore.

Il cuore è troppo carico…Non tutti i cuori riescono a sopportare tanto amore.

Così capita di vedere coppie legate da anni, ma con poco amore intorno a loro, il collante lo hanno trovato in qualcos’altro.

E, di contro, coppie il cui troppo amore invece che suggellare, divide e isola.

C’era una volta, o forse non c’era…

…una donna che avrebbe tollerato un comportamento simile, avrebbe giustificato lui per permettere che rimanesse ancora nella sua vita e avrebbe giustificato se stessa, per scusarsi e regalarsi ancora una traccia di dignità.

Se qualcuno le avesse detto che sarebbe riuscita ad distaccarsi da un certo genere di persone, non ci avrebbe creduto.

Un giorno sentì dire da una psicologa che siamo noi a scegliere sempre una medesima tipologia di persone, siamo noi a venire attratti da caratteristiche simili, non sono “cose che capitano” a causa di una strana congiuntura di pianeti.

Ecco, infatti, che incontrarlo aveva fatto riaffiorare i fantasmi del passato, le aveva ricordato le persone già incontrate.

Come le falene che sono attratte dalla luce tanto da rimanerne bruciate, come le gazze che sono tentate da ciò che luccica, fosse anche un pezzo di vetro su cui si rifrange la luce del sole, così anche lei subiva il fascino di chi appariva sempre impegnato, sicuro di sé, spesso non disponibile, di chi ti regala i suoi momenti come se fossero diamanti, la cui difficile reperibilità ne fa alzare il prezzo.

Affascinata da persone che hanno pochi contatti con la più comune quotidianità, che ritengono sia unicamente la loro realtà quella vera e degna di essere vissuta, l’unica che traina e travolge le vite degli altri, tanto da persuaderli che la loro visione sia la conoscenza, che i loro pensieri siano la sostanza delle idee, che i loro sogni siano l’essenza della vita.

Stregata dalle persone che ritengono che siano sempre gli altri a doversi adattare ai loro ritmi, perché esclusivamente la loro andatura scandisce i momenti della vita, non è ammissibile nessuna altra frequenza, perché la vita non può essere una armonia creata dalla sovrapposizione di due suoni differenti, no, la colonna sonora della loro vita deve essere una composizione creata e scandita unicamente da un unico suono, il loro.

In particolare era sempre stata attratta da persone all’apparenza interessate a tanti aspetti della vita, le cui azioni sembrano suggerite da varie ispirazioni. Le cui numerose passioni, ognuna coltivata in modo grossolano, evocano un reale innamoramento per la materia, ma non sono altro che la testimonianza della mancanza di un’unica autentica vocazione che possa caratterizzare il loro essere, tanto che non riescono a rinunciare a nessuna di esse, perché nessuna le descriverebbe completamente.

Ai suoi occhi tutto ciò appariva come indice di un grande genio, fermento di una mente piena di risorse, che non riesce a contenersi perché troppi sono gli interessi ispirati dalle numerose capacità, difficile conciliarli, difficile rinunciarvi.

Adesso, passati alcuni anni, dopo aver conosciuti numerose personalità di questo tipo, ha il sentore di aver preso un abbaglio.

Ha la sensazione di essersi fatta coinvolgere da persone effettivamente prive di un particolare genio, un peculiare talento, ma semplicemente: ordinarie, che tentano invano di riempire un vuoto con tante attività, così tante da non riuscire a fare tutte in modo approfondito perché in realtà non ce ne è nessuna che amano così a fondo da dedicargli totalmente il loro tempo.

Ha il sentore che non esista nessuna passione che li descriva in modo compiuto, perché non hanno nulla di compiuto in loro. Le sembra che inseguano, invano, diversi modi di essere per cercare qualcuno che si adatti a loro stessi, che calzi come un guanto e riesca ad aderire perfettamente alla loro figura, un abito che riesca a vestirli ed agghindarli con classe, nella speranza di trasformare e coprire, finalmente, la loro disadorna, semplice e spoglia personalità.

Nessun fuoco veramente ardente che gli accenda l’anima, tanti cerini veloci da bruciare, che lasciano solo cenere alle loro spalle.

Così le appare ora, forse è realmente così, forse non si sbaglia, o forse sì…

Ma lei ora, non vuole più essere arrendevole, non ha più voglia, né bisogno, di essere accomodante.

Lei ora pensa che anche il suo tempo ha un valore, anche le sue passioni sono preziose, anche i suoi ritmi creano una melodia accordata, che ha lo stesso diritto di essere ascoltata.

Lei di bisogni ne ha, ma non ha più voglia di annullare i suoi ritmi per soddisfarli, ha voglia di creare una sinfonia composta dall’armonia di due diverse andature, senza sopprimere né l’una, né l’altra.

A come Amicizia – Amiche – Alfaprivativa #2 -Notastonata

Un giorno qualsiasi, durante un aperitivo qualsiasi, capita di incontrare un conoscente di tanto tempo fa, così tanto di vecchia data che non riesco a ricordare nemmeno il nome, ma ci sono volti che ti rimangono nella memoria. E la mia inizia a vacillare, perchè il conoscente ha dei ricordi decisamente più vividi dei miei, fortunatamente le sue parole aprono una fessura nella mia memoria, dalla quale iniziano ad affiorare reminiscenze di episodi cui scopro di essere intimamente legata e di averli lasciati custoditi in un posticino della mia mente.

Salutando il conoscente interrompiamo il dialogo che lui aveva con te e tu, allora, vuoi andare via.
Mi unisco all’invito del mio conoscente esortandoti a non andare.

Certe volte scattano degli strani meccanismi, delle piccole scintille, una sintonia inaspettata, che ti permette di parlare amabilmente con chi non hai mai visto prima con una piacevole fluidità e confidenza non usuali.

Peccato che l’atmosfera possa essere disturbata da un terzo estraneo, estraneo a questa sintonia, una nota stonata che, come le basse frequenze, viene percepita solo da pochi e solitamente non da chi le emette.

Così non ci è stato permesso di continuare sulla stessa tonalità, la nota stonata non accenna ad andare via e l’ispirazione è a tratti interrotta, a tratti ritorna, non appena gli sguardi si incrociano, tentativi di isolamento per sentire di nuovo quella musica, ma il sottofondo disturbante aumenta i toni, non si può suonare così, è meglio interrompere.

E’ in questo modo che A come Amica, diventa N come Notastonata.

16.11.2009

A come Amicizia – Amiche – Alfaprivativa # 1

Questa persona amica (?)  mi ricorda l’aria n.6 del Barbiere di Siviglia.

E’ come un venticello, all’nizio appare come “un’auretta assai gentile” , superficialmente amichevole, affabile e gentile, “incomincia a sussurar”.

Piano, piano, in modo gradevole.

Sotto voce, passo leggero, movimenti sinuosi, si aggira tra le persone che incontro, che mi circondano,  seguendomi in ogni dove “si introduce destramente” in tutti i miei rapporti interpersonali.

Recita la sua parte, con parole scelte finemente, con comportamenti differenti adattandoli idoneamente ad ogni situazione, con atteggiamenti accondiscenti, con espressioni efficaci.

Prende posto a poco a poco “e le teste ed i cervelli (di alcuni) fa stordire e fa gonfiar”.

La osservo, con delicato distacco.

Quando percepisce il suo successo “si propaga (e) si raddoppia” invadendo ulteriori spazi.

La osservo gongolarsi per il trionfo e noto che quasi “trabocca e scoppia”.

Quando percepisce la disfatta, non si arrende, continua: “va scorrendo e va ronzando”, come il frenetico tentativo di un insetto che cerca di uscire dalla finestra, ma nonostante i violenti colpi subiti contro il vetro chiuso, prova ininterrottamente.

La osservo tormentarsi per la sconfitta e mi appare “come il tuono, la tempesta, che nel sen della foresta va fischiando e brontolando”.

In entrambi i casi, prima o poi  alla fine traboccherà e scoppierà e produrrà “un esplosione come un colpo di cannone, un tremuoto un temporale, un tumulto generale che fa l’aria rimbombar”!

Sapersi vendere

Uno dei miei difetti è il non sapermi vendere bene.

La vendita è una forma di strategia, a me sembra di “stregoneria”, esistono persone che ammaliano i loro interlocutori, convincedoli e coinvolgendoli.

Coloro che sono buoni venditori di loro stessi hanno, solitamente, uno spiccato talento nell’arte della parola, tramite orazioni pompose e solenni catturano l’attenzione e trasformano ogni loro piccola azione in una impresa straordinaria, ogni elemento che compone la loro vita diventa il migliore che esiste sul mercato.

Il loro lavoro è il più soddisfacente e il più impegnativo, la loro preparazione è superiore rispetto agli altri, si ritengono spesso circondati da incompetenti, così devono passare le giornate a risolvere anche i problemi degli altri e, di norma, ci riescono egregiamente.

Il quartiere dove abitano è il più bello, il più comodo, il più centrale e tendono, spesso e volentieri, a farsi passare a prendere propro perché sono convinti che per andare in qualsiasi posto della città, tu dovrai necessariamente passare vicino a casa loro, essendo, notoriamente, il centro del mondo.

Sono sempre in forma, il loro corpo è il più agile e scattante…pur non andando in palestra da mesi e non seguendo alcuna dieta particolare.

Sono così bravi con le parole e così accentratori che riescono a fare loro, e a proporle nel proprio repertorio, anche le azioni compiute da altri, questo avviene nel caso in cui loro ritengano che queste azioni possano apportare del beneficio nella promozione del proprio io.

Alcune persone rimangono totalmente affascinate da questi venditori, diventando contemporaneamente compratori e promotori dei loro prodotti.

Chi invece non è bravo nella promozione di se stesso può sperare di avere a che fare con quella categoria di persone su cui i venditori non hanno presa.

Quelle persone che si rendono conto naturalmente di chi è chi, e di cosa è cosa.

Le persone che sanno leggere tra le righe, che guardano al di là della coltre di fumo, coloro la cui mente non si lascia ubriacare da mille parole.

Non sono brava a vendere me stessa o cerco un corso accellerato alla Bocconi o spero di incontrare nel mio percorso quest’ultimo tipo di persone.

24 Ore più una

©MEJr

Il tempo è relativo.
Ho voglia di viverlo nel momento in cui accade, non fare progetti.
Mi ha sempre fottuto il mio tentativo di fare progetti.
Mi vedevo proiettata nel futuro e poco mi godevo il tempo presente.

Non riuscivo a stare nel momento , il cervello, le idee, i sentimenti andavano al futuro e quello che vivevo era sempre levigato, schiacciato dalle mie proiezioni, non ne sentivo il sapore, lo assaggiavo ma non lo gustavo, l’aroma mi sfuggiva, le sensazioni erano tenui, gli odori erano rarefatti, i suoni soffusi.

Ora, entrando nel momento, assaporando l’attimo gli istanti che si susseguono ne riesco a sentire il sapore…l’amaro, il dolce…riesco a distinguere quando lo percepisco.

I suoni hanno tutt’altra intonazione, il loro tintinnio non è un ticchettio che ricorda il tempo che passa, ma una musica soave che ritma la colonna sonora dello scorrere delle ore.

Mi lascio cullare, stando nel tempo, stando nelle azioni e partecipo senza inibizioni, completamente.

Come è diverso, come è inebriante non dover pensare al futuro.

Non so come sarà, potrebbe non essere. Ma ora invece è.

E assaporare l’adesso mi avvolge, mi inebria, mi rende serena.

Mi piace, alle volte, non dover pensare dove mi porteranno lalcune situazioni, mi permette di viverle intensamente durante i minuti che rubo alla vita per incontrare, scoprire, sperimentare.

Ecco perchè “24 ore…più una”, perché questo è il limite che mi sono data.

Continuavo a proiettarmi nei giorni futuri, questo mi portava a concentraromi solo su di un ipotetico avvenire.

Sapendo che per me è difficile non immergermi nei sogni, ho pensato che un primo passo poteva essere quello di limitare questa tendenza di fare programmi.

Ed è per questo che mi riprometto di circoscriverla alle 24 ore, al massimo alla 25esima ora. Ogni volta che i miei pensieri iniziano a ribollire, mi chiedo se stanno, o meno, superando la soglia della 25esima ora.

Se accade li fermo, li ammanetto, alzo un muro e gli impongo di fare marcia indietro.

E’ faticoso, ma mi permette di concentrarmi su ciò che ho vissuto nelle 24 ore.

Mi dà la possibilità di assaporarlo, esplorarlo, capirlo, metabolizzarlo.

E’ paradossale come il limite imposto, mi consenta di ampliare il momento presente.